«La sua morte non sarò dimenticata, almeno da quelli di noi che rimangono impegnati nella lotta per una società in cui la vita umana detiene il più alto valore».

Queste le parole che il primo ministro greco Alexis Tsipras ha rivolto tramite lettera alla mamma di Zak Kostopoulos, linciato e ucciso il 21 settembre scorso ad Atene davanti alla gioielleria Di Angelo in via Gladstonos.

Parole, quelle del premier, in risposta alla missiva che la madre del noto attivista antifascista per i diritti delle persone sieropositive e Lgbtqi (conosciuto anche come Zachie Oh) gli aveva indirizzato e che il quotidiano Εφημερίδα των Συντακτών aveva pubblicato il 24 ottobre. 

Nell’esprimere a Elena Kostopoulos non solo condoglianze ma anche viva gratitudine per aver condiviso i propri pensieri e sentimenti, Tsipras ha affermato: «Quello che è successo e ha portato alla morte di Zak è un incubo.

Non solo perché la violenza brutale ha portato alla perdita della vita umana, ma anche perché ha aiutato l'emergere del cannibalismo sociale che applaude chi si sostituisce alla legge e non prova orrore alla vista della brutale violenza esercitata sui deboli, diversi o altri».

Il primo ministro si è poi detto d'accordo con l'appello della madre di Kostopoulos affinché sia condotta un'indagine approfondita e trasparente sulla morte di Zak. Un’indagine, che come stanno chiedendo ripetutamente associazioni e ong, dovrà far luce anche sull’atteggiamento della polizia

Video e immagini, diffuse anche sui media, mostrano infatti come gli agenti accorsi il 21 settembre in via Gladstonos abbiano più volte colpito brutalmente Zak, prima d’immobilizzarlo e ammanettarlo. E in manette Zak era stato posto sulla barella portata dagli operatori sanitari, per poi morire prima di raggiungere l’ospedale.

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L’uso di stupefacenti a scopo sessuale non è un fenomeno recente. Non c’è bisogno di scomodare i decadenti, i parnassiani (da Gautier a de Musset, da Baudelaire a Huysmans), il nostro Gabriele D’Annunzio o molte star del rock né, tanto meno, richiamare recenti fatti di cronaca per affermare una realtà che, sia pur sotto diverse modalità, è diffusa da tempo e riguarda tanto le persone eterosessuali quanto quelle Lgbti.

Ma quando si parla di chemsex – nonostante si utilizzi questo termine in maniera oramai generalizzante – è opportuno fare delle chiarificazioni, data la stretta correlazione con la popolazione omosessuale maschile.

Per saperne qualcosa in più, abbiamo raggiunto il noto scrittore, ricercatore e attivista d’origine australiana (ma vivente a Londra) David Stuart, che non solo ha coniato il termine chemsex ma è il promotore delle più importanti campagne mondiali di supporto alle persone che ne fanno uso.

David, il termine chemsex, diffuso ovunque, è stato da te coniato. Che cosa s’intende con esso in particolare?

Molte persone fraintendono il significato di chemsex, pensando che si riferisca all'assunzione di qualsiasi droga da parte di qualsiasi persona per fare sesso. Si tratta d’un equivoco molto diffuco.

Ma col termine chemsex ci si riferisce in realtà al fenomeno socioculturale che chiamiamo PnP (Party and Play). La sua definizione è strettamente correlata all’influenza che sugli MsM (maschi che fanno sesso con maschi) hanno avuto la diffusione di 1) Hiv/Aids nel passato e nel presente; 2) tecnologie come Grindr; 3) droghe specifiche come metanfetamina, mefedrone e Ghb/Gbl, strettamente associate a Grindr e ad altre app per sesso tra persone gay.

Le chems (droghe) uccidono una persona omosessuale maschile al mese a Londra (per quel che si sa) e sono diventate un problema noto all'interno delle comunità gay di tutto il mondo. Ecco, il chemsex si riferisce a un tale fenomeno. Richiedendosi una risposta mirata alla salute pubblica e un movimento comunitario per affrontarlo, c’era il bisogno di definirlo anche nominalmente sì da poter migliorare l’assistenza da fornire dai servizi di sostegno. Quel nome è appunto chemsex.

Quale tipologia di persona fa uso di chemsex e per quali ragioni?

Non esiste un particolare "tipo" di gay in riferimento a tale ambito. Potrebbero essere coppie felici che desiderano rendere più piccante la loro vita sessuale. Potrebbero essere omosessuali che si recano a party di gruppo e si divertono con il chemsex come parte di quell'esperienza. Potrebbero essere uomini che si collegano online o si divertono con i partner nelle saune. Potrebbe essere un gay solitario che gode di lunghe sedute di masturbazione. In molti casi, il chemsex è semplicemente un modo divertente per migliorare il sesso. Per molti altri il chemsex potrebbe essere un mezzo per risolvere alcuni problemi inerenti al godimento sessuale.

A volte alcuni fattori impediscono di eccitarci o rilassarci quando ci si trova in specifiche situazioni. Motivi d’ordine religioso o culturale, ad esempio, potrebbero farci vergognare delle nostre fantasie o dei nostri desideri. La condizione di sieropositività (e il connesso stigma presso larghi strati dell’opinione pubblica) potrebbe impedire di sentirci eccitati o a proprio agio quando si è a letto con un partner. Potrebbero anche influire ricordi spiacevoli di precedenti esperienze sessuali o difficoltà a fidarsi degli altri. Altre volte potremmo sentirci brutti e non all’altezza nel confrontare il nostro corpo con quello degli eventuali partner. Molti di noi potrebbero essere molto bravi nel fare sesso, ma in realtà non "sentirlo" in modo autentico.

Quali sono i rischi connessi al chemsex anche in riferimento all’Hiv e alle altre Ist?

Sono molti i rischi connessi al chemsex. Non poche persone sperimentano stati di grave psicosi che può manifestarsi come paranoia o percezione di essere perseguitati: tali sintomi possono durare per molti giorni dopo l’attività di chemsex. Sovradosaggi da Ghb o Gbl possono essere molto comuni, molti dei quali fatali. Si potrebbero poi manifestare stati depressivi. Molte persone perdono la capacità di provare godimento sessuale senza l’assunzione di droghe per non parlare di ricadute negative – con l’uso abituale – su la quotidianità, il lavoro, gli hobby, le amicizie. Interfrenze problematiche si registrano inoltre in riferimento a Hiv, epatite C e altre infezioni sessualmente trasmissibili

Preservativi, PrEP, PEP, cariche virali non rilevabili possono aiutare a prevenire le infezioni da Hiv. Ci sono anche alcuni metodi di riduzione del danno per aiutare anche a evitare di prendere (o trasmettere) l'epatite C. A volte può essere difficile praticare il sesso in modo sicuro quando si parla di chems, ma è di grande aiuto l’essere ben informati, ben preparati e sottoporsi ai test regolarmente.

Com’è nato in te l'interesse per il chemsex?

Circa 25 anni fa c'era un piccolo gruppo di gay (incluso me), che faceva uso di crystal meth e G, anche se a Londra all'epoca era piuttosto raro. Era prima dell’avvento di Gaydar, prima che molti di noi avessero computer. Ci siamo incontrati nelle saune e ci siamo chiamati "club del chemsex", perché ci sentivamo molto diversi dai ragazzi che usavano ecstasy o cocaina. L’esperienze sessuali con crystal meth e G erano molto diverse. Abbiamo poi iniziato a farne uso separatamente, perché non c’era un livello di assunzione che potesse adattarsi a ognuno di noi allo stesso modo.

Col passare degli anni queste droghe (chems) sono divenute sempre più popolari e in poco tempo, anche con l’avvento di Gaydar e Grindr, chemsex non era più il nostro piccolo gruppo in una sauna londinese.

Da un punto di vista personale ho iniziato ad avere sempre più difficoltà nel gestire una tale realtà e alla fine sono stato arrestato per spaccio di droga. Ho iniziato a fare volontariato in un servizio per tossicodipendenze di persone Lgbt: ero molto determinato ad aiutare la mia comunità nell’affrontare questo fenomeno specifico e unico. Non mi sembrava però che i servizi tradizionali per le dipendenze fossero il modo giusto per aiutare quanti facevano esperienza di chemsex: era fin troppo chiaro che non si trattava affatto di un semplice problema di droga per il quale le persone volevano aiuto. Era, invece, un problema che riguardava direttamente l’attività sessuale dei gay alla luce della diffusa utilizzazione delle app e della connessa difficoltà nell’orientarsi al riguardo.

Volevo creare servizi di supporto che potessero aiutare i gay a confronto con questa "moderna modalità di attività sessuale" anziché aprire semplicemente servizi per le tossicodipendenze delle persone omosessuali.

Alla luce della tua esperienza pensi che l'uso di droghe nel fare sesso debba essere condannato?

Penso che l'uso di droghe per il sesso non dovrebbe mai essere condannato; la condanna non ha mai aiutato una persona alle prese con problemi, mai. Penso, invece, che l'uso di droghe, il sesso tra persone gay e l'Hiv siano tutti fortemente stigmatizzati: la società avrà sempre la tentazione di condannarli tutti e tre, fraintendendo tutti e tre. Come comunità gay dobbiamo lavorare molto per contribuire a creare un clima di comprensione, consapevolezza e dialogo intorno al chemsex per far sì che nessuno sia condannato. In tal modo le persone che cercano aiuto in riferimento al chemsex potranno farlo senza vergognarsi o temere il giudizio altrui.

In base alle tue conoscenze qual è la situazione in Italia in riferimento al chemsex?

Ho molti amici, colleghi e sostenitori in varie parti d'Italia. Da ciascuno di loro ricevo report molto diversi su quanto grande o piccolo sia il problema del chemsex in Italia. I dati possono essere inaffidabili nel comprendere la vera scala del chemsex nel vostro Paese. Mi affido quindi a colleghi, amici e contatti italiani: molti sono attivisti, molti altri operatori sanitari. Ma mi baso principalmente sui messaggi di italiani che si dedicano al chemsex. Molti mi contattano per chiedere aiuto o consigli o perché hanno letto la pagina in italiano del mio sito di supporto alle persone che fanno uso di chemsex.

Nelle grandi città italiane il chemsex sembra essere lo stesso di quello di qualsiasi grande città del mondo con un’impegnata presenza di persone gay. Elemento che sembra connotare specificamente la realtà italiana del chemsex è quel backgruond religioso, che può far sentire le persone colpevoli nel fare sesso. Background che può rendere difficile alle persone, che cercano aiuto in riferimento al chemsex, di farsi avanti e chiedere aiuto ai servizi sanitari. Ciò è stato di ostacolo, finora, per la raccolta di dati sulla diffusione del chemsex in Italia. Ma questi ostacoli non risultano però insuperabili.

Sono molto onorato e orgoglioso di conoscere sempre più iniziative e grandi attivisti, che stanno compiendo opera di sensibilizzazione sul fenomeno del chemsex in Italia. Trovo che sia davverso stimolante, in Italia come altrove, l’intesa tra le associazioni per superare le grandi sfide: è quanto fatto prima con l'Hiv. Mi aspetto perciò molto dalla mia prossima visita nella splendida Italia.

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Il progetto Street Haart, presentato dal comitato Arcigay Antinoo di Napoli, grazie al lavoro dell'artista e militante Carlo Oneto, si è aggiudicato il bando della multinazionale Gilead e ha vinto la menzione etica del Community Award 2018.

Il progetto, che è stato supportato anche dall’esperienza di Alfonso Di Cola e del presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino, è basato sull’utilizzo del codice artistico all’interno di un gruppo vulnerabile e spesso negletto, cioè tra detenuti ed ex-detenuti dell’area di Napoli, sul tema dell’Hiv

La progettazione prevede la selezione di 15 artisti per la realizzazione di una mostra itinerante sul tema della prevenzione e cura dell’Hiv. La commissione del Community Award ha trovato particolarmente interessante la diffusione della conoscenza dei comportamenti a rischio attraverso il linguaggio della pittura, dei murales, dei graffiti e delle installazioni

Per saperne di più, abbiamo contattato Carlo Oneto. 

Carlo, descrivici brevemente il progetto Street Haart, con cui sono stati vinti il bando Gilead e il premio etico.

Dunque, il progetto è stato vincitore di un bando Gilead, in cui si chiedeva di intervenire sulla tematica Hiv (Prevenzione e consapevolezza dei comportamenti a rischio nella popolazione in generale e in particolari gruppi di popolazione più vulnerabili) e abbiamo deciso di farlo attraverso l’arte, soprattutto la Street Art con i suoi messaggi rapidi e accessibili, adatti ad una popolazione metropolitana. Selezioneremo 15 artisti, tra cui alcuni appartenenti alla popolazione carceraria per interpretare le problematiche Hiv e i nuovi mezzi di prevenzione.

Tu sei un artista e militante della comunità Lgbt. Cosa può fare, secondo te, l’arte per abbattere i pregiudizi? E, vista la mission del tuo progetto, cosa può fare l’arte per combattere la sierofobia e implementare le strategie di prevenzione?

La medicina ha dato il suo contributo rendendo le persone sieropositive in terapia non più infettive (Tasp) e creando altri metodi di prevenzione da promuovere in aggiunta all’intramontabile condom (PrEP E PEP). Resta da affrontare l’aspetto delle relazioni sociali “infettate” dalla paura di Hiv. Si aggiunge infatti al timore di una infezione cronica, il terrore di diventare oggetto di stigma sociale. Al riguardo credo fortemente nella capacità comunicative dell’arte, nel suo potere di coinvolgere e sensibilizzare creando comunità intorno ad un tema, in definitiva una medicina contro la paura dello stigma e dell’isolamento legate all'Hiv.

Cosa ti aspetti dalla realizzazione di questo progetto?

Ho in mente due scenari. Uno potrebbe essere il raggiungimento degli obiettivi del progetto: trovare un linguaggio adeguato per veicolare le informazioni, un accesso più frequente e meno nevrotico al test, una rinnovata consapevolezza dei comportamenti a rischio e, perché no, produrre delle opere interessanti che, una volta eradicato l'Hiv, resteranno a testimonianza di questo momento storico.

Un altro scenario potrebbe essere che lo stigma e la resistenza culturale, anche istituzionale, minerà i risultati. Anche in questo caso il progetto avrà un risultato, cioè documentare lo stigma. Ciò non toglie che la realtà potrebbe stupirci con scenari del tutto inattesi.

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Liberi e libere. È questo il cuore del corso, presentato stamani in conferenza stampa a Roma, presso il Circolo di Cultura omosessale Mario Mieli, su orientamento sessuale e identità di genere rivolto a operatori sanitari, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali.

Dodici moduli formativi per lavorare non solo sui contenuti ma anche sugli atteggiamenti corretti da adottare con le persone Lgbti al fine di prevenire ogni forma di discriminazione. Capofila del progetto Liber@di Essere, finanziato dall'Unar con il bando Apad 2016, è il Cirses (Centro di iniziativa e di ricerca sul sistema educativo e scientifico).

Partner, invece, dell'iniziativa il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Agedo, Libellula, Famiglie Arcobaleno, Metafora, Nuova associazione europea per le Arti terapie in una con la collaborazione gratuita di altri soggetti quali Istituto nazionale per le Malattie infettive Lazzaro Spallanzani, Asl Roma 1, Ordine degli Assistenti sociali - Consiglio regionale del Lazio, Associazione Dgp Di’ Gay Project.

A seguito della conferenza stampa abbiamo raggiunto Massimo Farinella, responsabile dei Progetti del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Quali sono gli obiettivi generali di questo progetto e come è strutturato?

Tutti noi partner del progetto LIBER@DI ESSERE siamo fortemente convinti che possiamo arginare efficacemente le discriminazioni e i pregiudizi attraverso la conoscenza. Che possiamo produrre veri cambiamenti culturali attraverso l’educazione e la formazione. Per tali motivi, con il nostro progetto realizzeremo dei percorsi di formazione rivolti a tutti quei professionisti che lavorano in diversi contesti (in diverse città italiane), dove risulta fondamentale la relazione con l’utente: psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, assistenti sociali e tante altre figure, che svolgono funzioni chiave in importanti servizi rivolti a tutta la cittadinanza.

Il progetto prevede misure/attività di informazione e formazione per operatori psico-socio-sanitari: quali sono nello specifico i loro fabbisogni?

Prima dell'estate abbiamo condotto un'indagine, prevalentemente tra psicologi e assistenti sociali. Le risposte hanno evidenziato la necessità di una adeguata formazione a partire dagli elementi di base legati ai temi Lgbt+, come ad esempio il significato di alcuni termini che definiscono l’identità di genere, l’identità sessuale, l’orientamento sessuale, soprattutto quando tali temi riguardano le persone transgender.

La maggioranza dei rispondenti dichiara di non essere soddisfatto della formazione ricevuta sui temi Lgbt+ (sia nel corso di studi universitari sia durante percorsi di specializzazione). Emerge, ad esempio, per gli Assistenti sociali, il desiderio di accrescere le proprie competenze sulle unioni civili, la genitorialità Lgbt+ e il coming out.

Avere figure professionali formate su tali argomenti porta ad avere una società più inclusiva. Ad esempio, alla Rainbowline (800110611) riceviamo spesso telefonate in cui si chiede di avere il contatto di un medico Lgbt-friendly, perché in passato si sono avute esperienze negative (alcuni si sono sentiti giudicati e colpevolizzati per il proprio orientamento sessuale). In un'indagine Emis di qualche anno fa, condotta su maschi gay in Italia (nell'ambito della prevenzione Hiv) è risultato che il 58.3% di coloro che aveva fatto almeno un test si dichiarava insoddisfatto del counselling e il 43.1% dichiarava di non aver potuto parlare di sesso tra maschi.

In particolare, quale saranno le azioni progettuali che le associazioni Lgbti partner realizzeranno?

Si prevedono una serie di moduli formativi che si svolgeranno a Roma e in altre città. Ogni associazione apporterà il proprio specifico e il proprio contributo. Nella prima fase preparatoria di progetto, attraverso riunioni periodiche e scambi, è stato già prodotto un piccolo manuale, che sarà disponibile anche sul sito. Durante i corsi di formazione tratteremo di orientamento sessuale e identità di genere, famiglie omoparentali e genitorialità Lgbt+, coming out, aspetti socio-culturali, differenze di vita, stereotipi e omotransfobia, unioni civili, stigma verso persone con Hiv e fattori di discriminazione multipla, identità transgender in età evolutiva e adulta e tutti gli altri temi dell’universo Lgbt+.

Vorrei poi evidenziare l'aspetto del lavoro collettivo fatto dalle diverse associazioni. Sicuramente un lavoro più faticoso (abbiamo percorsi e approcci differenti) ma di maggiore qualità, perché più completo e, decisamente, bello ed entusiasmante.

Cosa significa realizzare questi progetti in risposta ai fabbisogni della comunità Lgbti in un Paese ancora caratterizzato da molti episodi omofoboci , transfobici e con un alto tasso di bullismo nel sistema scolastico e sul lavoro?

A questo desiderio diffuso di "ritorno al passato", e quindi di rimessa in discussione di alcune importanti conquiste sul piano dei diritti civili, occorre rispondere innanzitutto con la cultura. Progetti come il nostro, nel quale sono previste attività formative e di scambio con diverse figure professionali, possono contribuire realmente a sviluppare una maggiore consapevolezza (che nel nostro Paese stenta ad affermarsi) necessaria a sconfiggere i pregiudizi verso le persone Lgbt+. È utile agire tutt* insieme, individualmente e collettivamente, soprattutto nel quotidiano per sensibilizzare e informare contro ogni forma di pregiudizio.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è sempre stato storicamente in prima fila nella lotta contro le diverse forme di discriminazione verso le persone Lgbti. Secondo te quali sono le priorità in questo momento storico caratterizzato da un razzismo ed una xenofobia elevata?

Fino a due anni fa si dibatteva all’interno del movimento Lgbt+ a proposito dell’utilità di una legge sulle unioni civili che non appariva compiuta, pur riconoscendone l'indubbio valore. In realtà, con maggiore freddezza e lungimiranza politica, era forse chiaro che si stavano consolidando, come forze maggioritarie nel Paese, percorsi politici che non solo non si sarebbero proposti di allargare i diritti delle persone Lgbt+, ma addirittura avrebbero messo in discussione i fondamenti dello stato di diritto.

La priorità, a mio parere, è insistere nel manifestare la propria idea di società aperta, attraverso azioni concrete e un forte dialogo con altre minoranze e associazioni, in modo da opporre un comune e solido progetto culturale e politico, capace di fronteggiare questa pericolosissima deriva illiberale, presente in alcuni Paesi europei e che sembra affermarsi anche in Italia.

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Il 2° weekend di settembre Berlino si riempie di fetish sopratutto gay. Ma in realtà persone di ogni orientamento sessuale prendono parte a uno dei principali eventi europei a caratura internazionale.

Berlino è città legata alla cultura leather da tempo e, da 15 anni, ospita il Folsom Europe ispirato al tradizionale Folsom Street Fair di San Francisco. La kermesse di cultura Bdsm e leather è gestita da una organizzazione che dà lavoro ai suoi addetti durante tutto l'anno e si sta sviluppando sempre di più in una collaborazione che coinvolge diverse organizzazioni a livello internazionale. 

L'aspetto leather fetish, che connota questo evento, è declinato in tantissime sfumature: dai sex party e cruise bar a momenti di socializzazione per gli amanti dei diversi generi (leather uniform, rubber, sporty, puppy) fino agli eventi culturali. Come la mostra fotografica a tema fetish More Pixx ospitata presso lo Schwules Museum, unico museo europeo dell'omosessualità. O come il concerto di musica classica Classics meets Fetish, dove musicisti, esponenti del mondo leather fetish e comprendenti talvolta celebri pornoattori come Dirk Caber e Jesse Jackman, eseguono brani di musica classica davanti a un pubblico in uniforme in pelle o in gomma. 

Non solo sex party, quindi, ma anche momenti di socializzazione e connessione fra tanti amanti del genere con l'instaurazione di una rete di contatti e relazioni, che sta creando una contaminazione sempre più profonda fra la cultura europea e quella americana a tutti i livelli. 

Ma il Folsom è anche occasione di fundraising come la cena di beneficienza e la raccolta organizzata dalle Sorelle della Perpetua Indulgenza (Spi Sisters), drag queen in abiti simil-monastici che, con un impegno assiduo durante tutto l'anno, presidiano gli eventi della comunità e raccolgono fondi per iniziative contro la diffusione delle Mts e HivLa fiera è poi l'appuntamento clou della kermesse con la presenza di stand di varie ditte del settore ma anche con talk show e interviste.

Sempre più forte al Folsom Europe la presenza della comunità leather italiana con tanto di "foto di famiglia" - scattata la domenica pomeriggio - davanti al ristorante lucano La  Montagnola, cui partecipano gli esponenti di tutti i club (Leather Clubs Roma, Leather Friends Italia e Leather & Fetish Milano, ai quali si è recentemente unita la neonata Tuscany Fetish & Leather League) e i detentori dei singoli titoli nazionali dell'anno: Mr Leather Italia, Mr Rubber Italia, Mr Puppy Italia.

Insomma, Berlino sempre più cuore fetish di Europa. Anzi, si potrebbe parlare di centralità fetish a livello intercontinentale insieme con Leather Pride Belgium e la Berlin Easter. Basterebbe inqatti pensare alla partecipazione dei vincitori degli specifici titoli europei agli eventi statunitensi come nel caso dei 12 Mister europei all'International Mr Leather. O anche come giudici ai concorsi d'oltreoceano: il prossimo novembre, ad esempio, Gennaro, Mr Rubber Italia 2017, parteciperà in tale veste a Mr Rubber Mexico mentre, a gennaio, Fabrizio, Mr Leather Italia 2017, sarà componente di giuria in occasione di Mr Mid-Atlantic Leather a Washington. 

Una connessione internazionale che va di pari passo col rafforzamento della battaglia sia contro i pregiudizi sessuali e di genere sia per la salute delle persone Lgbti con le campagne preventive delle Mst e Hiv. Ma anche con l'accettazione della propria sessualità e della propria identità, spesso rappresentata dal personale interesse feticistico. Aspetto, questo, cui sta contribuendo anche la derubricazione dei feticismi dall'Icd da parte dell'Oms (così come dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell'Apa).

Il cammino verso la liberazione dai tabù sessuali e dallo stigma relativo alle diversità ha dunque ulteriori armi a disposizione. Ed eventi come il Folsom Europe rappresentano un vero e proprio bagno di accettazione e rappresentazione di sé, libera da ogni giudizio.

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È iniziato oggi presso l’Hotel Ergife a Roma e proseguirà fino al 24 maggio il 10° Congresso nazionale Icar, Italian Conference on Aids and Antiviral Research.

Ma durante la sessione di apertura c’è stata una forte azione di protesta da parte di componenti di Anlaids, Arcigay, Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Lila, Nadir, Nps e Plus contro i tagli alla sanità che pregiudicano il diritto delle persone sieropositive a una vita dignitosa. Attiviste e attivisti hanno così occupato il tavolo dei relatori con cartelli recanti scritte diverse come quella I vostri tagli sulla nostra pelle Noi positivi, Voi distruttivi e col simbolico nastro rosso dipinto sul viso.

Come dichiarato nel comunicato congiunto «Le nuove terapie consentono oggi di sopprimere la carica virale di Hiv rendendo le persone in terapia non infettive. Questo può permettere una buona qualità della vita e ha importanti ricadute sul piano della prevenzione. Per ottenere questo risultato, però, devono essere garantiti adeguati standard di assistenza e cura. Oggi, i tagli imposti alla spesa e la conseguente contrazione dei servizi rischiano di compromettere i buoni risultati raggiunti e il perseguimento degli obiettivi ONU a cui anche l’Italia ha aderito.

Le Nazioni Unite giudicano possibile la sconfitta dell’Aids entro il 2030 purché venga rispettato, già entro il 2020, il target: 90-90-90 che prevede che almeno il 90% delle persone con Hiv siano consapevoli del loro stato sierologico, di assicurare almeno al 90% di loro l’accesso alle terapie e, almeno nel 90% di questi casi, la soppressione della carica virale. Oggi le associazioni rivendicano la necessità di perseguire anche un quarto obiettivo, il cosiddetto “4° 90”: la garanzia, cioè per le persone con Hiv in terapia di una buona qualità della vita correlata alla salute.

Nel Piano nazionale Aids approvato dal ministero della Salute e dalla Conferenza Stato-Regioni sono previsti gli interventi per rendere il percorso di cura delle persone con Hiv più efficace e in linea con gli obiettivi terapeutici. Le associazioni chiedono il finanziamento del Piano come atto dovuto perché questo documento di indirizzo possa essere introdotto nella pratica clinica.

Le persone con Hiv restano infatti portatrici di alte e specifiche esigenze di salute in ragione della complessità della cura, della particolare vulnerabilità sociale, del progressivo invecchiamento della popolazione interessata e della possibile insorgenza di gravi patologie concomitanti. I tagli rischiano invece di riportare l’orologio indietro di vent’anni.

In tutta Italia assistiamo infatti alla riduzione di controlli ed esami clinici fondamentali per il monitoraggio della salute del paziente e ad un indebolimento del ruolo del medico infettivologo che andrebbe anzi rafforzato e reso protagonista del rapporto con altri specialisti per un approccio multidisciplinare alla salute del paziente.

Per rispondere alle nuove necessità di oggi, bisogna garantire al medico infettivologo il coordinamento con altri medici specialisti adeguatamente formati sull’Hiv, quindi in grado di garantire interventi competenti, tempestivi, multidisciplinari di monitoraggio ordinario e con una diagnostica adeguata».

Sandro Mattioli, presidente di Plus Onlus, ha dichiarato: «In parecchi centri clinici italiani è stato, oramai, adottato il criterio della turnazione tra i medici che seguono il paziente. Le motivazioni sono di carattere gestionale, tra cui il contenimento della spesa sanitaria. Che fine ha fatto il rapporto medico-paziente, che è stato per anni considerato la chiave del successo terapeutico in Hiv? Sono oramai troppe le persone che ci riferiscono di essere costrette a spostarsi dalle loro città per ricevere un’assistenza clinica multidisciplinare: ci chiediamo, provocatoriamente, se le parole ‘Sistema sanitario nazionale" abbiano, oggi, ancora significato».

Gli ha fatto eco Margherita Errico, presidente di Nps Italia, che ha affermato: «La discriminazione è ancora troppo presente nel nostro Paese. Mi preme ricordare l’ambito lavorativo e l’ambito dei servizi ai cittadini, anche quelli socio-sanitari. Mi chiedo come possiamo parlare di ‘normalizzazione’, quando di normale c’è solamente la difficoltà quotidiana della persona con Hiv nel garantirsi una vita serena, di prospettiva, come le persone senza Hiv? Perché il progresso scientifico, oramai consolidato, non va di pari passo con quello sociale, di garanzia dei diritti?».

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Marco Patti è un giovane catanese che vive da anni nel Regno Unito. Sulla base della passata esperienza personale di assunzione di sostanze stupefacenti durante l’attività sessuale (il cosiddetto ChemSex, che è propriamente definito dalla combinazione di droghe quali metamfetamina, mefedrone, Ghb/Gbl ma, generalmente, anche da altre) ha deciso di rivolgere il suo impegno a informare e aiutare persone ricorrenti a tale pratica.

E a tal fine sta autofinanziando il progetto High & Healthy Uk - H&H Uk che presenterà a breve alla Lgbt Labour. Di esso ha parlato nell’ambito del 2° Forum europeo sul ChemSex che, tenutosi a Berlino dal 22 al 24 marzo, ha visto la partecipazione di 242 persone provenienti da 32 Paesi.

Per saperne di più, Gaynews lo ha ultimamente raggiunto nella sua casa londinese.

Secondo forum europeo sul ChemSex. Quali i motivi e le finalità sottese a un tale incontro?

Il secondo Forum europeo sul chem sex si pone in continuità con quello tenuto a Londra nel 2016. Esso è stato ideato da David Stuart (responsabile di specifici programmi presso la celebre clinica di 56 Dean Street che è gestita dalla Chelsea and Westminster Foundation Trust), in collaborazione con Gmfa e ReShape, a seguito dell’allarmante e perdurante numero di decessi nel Regno Unito e in tutta Europa, dove si riscontra un drastico cambiamento sociale nella comunità Lgbti e, soprattutto, tra gli MsM (maschi che fanno sesso con maschi).

Tale cambiamento è dovuto all’incessante pressione della crescita economica delle grandi città. Pressione che ha spinto non pochi a isolarsi e rinchiudersi in una “bustina” di piacere chimico.

Quali sono i dati venuti fuori dal Forum?

I punti salienti del 2° Forum europeo sul ChemSex possono essere così riassunti soprattutto in riferimento all'area britannica, dove il fenomeno è esploso ed è stato per la prima volta definito:

1) il Dr Mark Pakianathan, infettivologo presso il St. George Hospital di Londra, ha illustrato il rischio di Ist in riferimento a soggetti praticanti ChemSex. Al riguardo ha affermato che si sono registrati allarmanti dati di incremento di Hcv (epatite C), dovuti anche alla diffusione della PreP che, se ha ridotto le infezioni da Hiv, ha comportato un aumento delle altre Ist.

2) il Dr Chris Ward e l’infermiera Rebecca Evans (Manchester University Hospital) hanno esposto tre casi di crimini (omicidio e stupro) commessi da soggetti praticanti abitualmente ChemSex. Dai dati raccolti dalla Metropolitan Police il numero di crimini, connessi al ChemSex, è in netto aumento nel Regno Unito.

3) il Dr Bernad Kelly (St. George Hospital di Londra) ha insistito sull’importanza nel sostenere e disporre di fondi per una seria campagna di prevenzione nell’uso delle droghe. Il Dr Kelly ha soprattutto battuto sulla necessità di combattere una visione stigmatizzante al riguardo da parte dell’opinione pubblica. Ha affermato che è l’ignoranza a portare al facile giudizio e, ricordando poeticamente che noi non siamo venuti al mondo per giudicare ma per aiutarci a vicenda, ha invitato a lasciare l’ultima parola a Dio (ammesso che ci si creda) e ad attivarsi invece per un serio piano educativo a livello generale.

4) David Stuart ha illustrato il ChemSex Care Plan, volto a sostenere terapeuticamente chi usa droghe a scopo sessuale.

Il Forum ha messo altresì in luce un aspetto quanto mai importante: la sconcertante mancanza di dati numerici precisi in riferimento alle persone che praticano ChemSex e ai motivi che spingono all’utilizzo di droghe per scopi sessuali.

In Italia a differenza di altri Paesi si tende generalmente – fatta eccezione di qualche associazione come Plus – a non parlare di ChemSex. Che cosa hanno dichiarato al Forum i rappresentanti italiani?

Lo psicoterapeuta Giorgia Fracca, durante il Traning Day del 21 marzo 2018, ha speigato che in Italia, pur parlandosi poco o niente di ChemSex, si registra una buona preparazione universitaria nel campo della psicologia della psicoanalisi per la gestione anche di tale problematica.

Personalmente, pur credendo che il livello formativo di specialisti al riguardo sia elevatissimo, ritengo che l’Italia debba iniziare ad aprire delle strutture come la 56 Dean Street Clinic. Una tale questione è stato oggetto di conversazione tra me e l’intero team italiano formato da componenti di Arcigay, Università di Verona e Asa Onlus.

Tu hai lanciato un progetto nel Regno Unito: che cosa ti ha spinto a farlo e quali sono gli obiettivi?

Due anni fa ho creato il progetto High & Healthy Uk  - H&H Uk, che richiama quello promosso da Grindr. Con esso sto cercando di aiutare gli MsM (e non solo) a recuperare la  perduta capacità d’interrelazionrsi, che è alla base dell’isolamento e del connesso uso abituale di droghe. H&H Uk è partito come progetto online con E-Support: chiunque poteva richiedere aiuto o consigli su come fare uso di droghe in maniera non pericolosa, offrendo sia informazioni sulle modalità sicure per una pratica molto diffusa nel Regno Unito come lo slamming (assunzione di sostanze per via endovenosa)  sia supporto psicologico.

Ci siamo evoluti velocemente. Attualmente sto cercando di reperire fondi per l’apertura d’un primo centro ludico-sociale per persone Lgbti. Prossima tappa per H&H Uk sarà quella di tentare un’espansione in Europa, soprattutto in Italia, con l’apertura di centri terapeutici specifici.

Tra le tue ultime iniziative c'è anche il ChemSex Survey: di cosa si tratta?

Ho lanciato un sondaggio che permetterà d’avere una raccolta dati con riferimento all’area londinese sulle motivazioni che inducono le persone Lgbti a utilizzare sostanze stupefacenti, indicando età, genere, occupazione, preferenze sessuali, tipologia di droghe assunte, sensazioni provate durante il ChemSx e quello praticato in una condizione di “sobrietà”. Il sondaggio si chiama appunto High & Healthy UK – The ChemSex Survay.

Alla luce della tua esperienza l’atteggiamento proibizionistico nei riguardi del ChemSex porta a dei risultati?

No, ovviamente no. Come detto dal Dr Kelly, è l’ignoranza a guidare le persone nel giudicare e discriminare: la collettività Lgbti è sempre stata vittima del pregiudizio e lo sarà, dunque, anche per il ChemSex. È necessario far capire le ragioni che portano a tale pratica e cercare di ridurne i danni senza puntare il dito.

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Cinque anni di attività. Un anniversario importante per Anddos che dal 16 al 18 maggio celebrerà a Bologna il 2° Congresso nazionale. Nel cui ambito si procederà all’elezione del presidente e del suo vice, ponendo così fine alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

Ed è proprio Dartenuc, che ha guidato l’associazione nel delicato periodo susseguente l’affaire Iene-Unar e ha ingenerato un’entusiasta volontà di rinascita nei numerosi circoli sparsi per l’Italia, a risultare candidato alla presidenza. Affiancato per la seconda carica da Massimo Florio, presidente del club torinese 011 e componente del Coordinamento Torino Pride.

È quanto avanzato dalla mozione Time for change. Mozione che, sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei presidenti di circoli affiliati, reca il nome di Franco Grillini, presidente di Gaynet e leader storico del movimento Lgbti italiano, quale primo firmatario.

Tempo di cambiare. Un titolo programmatico che, scelto a riprova d’una necessaria inversione di rotta, si ispira alle celebri parole di Winston Churcill: Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Consapevolezza, questa, raggiunta a poco più di un anno dall’accennato «attacco mediatico rivolto – come si legge nel testo della mozione – non solo a noi ma in generale a tutto il movimento Lgbt, cui il perbenismo della morale comune addebita “la licenziosità” di comportamenti in un’ottica sessuofoba e puritana».

Consapevolezza che è il risultato di un'«analisi della sostenibilità economica dell’associazione, analisi che ci ha fatto rendere conto di come la macchina precedentemente approntata non avesse una sua capacità autonoma di reggere economicamente; ragione per cui si è provveduto a riorganizzare la compagine dei dipendenti, a eliminare costi per servizi dalla dubbia utilità o, peggio, completamente inutili. 

Alcuni settori dell’associazione hanno deciso autonomamente di abbandonarci e dissolversi per paura dello stigma sociale in seguito agli avvenimenti sopra detti, nonostante il tentativo, della nuova dirigenza, di proporre una soluzione alternativa per salvare il lavoro fatto e le relazioni costruite […]. Fino ad oggi abbiamo subito il cambiamento, oggi ci presentiamo a voi perché vogliamo essere attori del cambiamento. Il nostro agire fino ad oggi è stato improntato in base ad una visione che adesso, a nostro avviso, deve essere profondamente rivista».

Ma quali le proposte di revisione avanzate dalla mozione Dartenuc-Florio?

In primo luogo il diverso rapporto col movimento Lgbt non più nell’ottica d’una replica concorrenziale delle attività e iniziative delle altre associazioni ma in quella di sostegno alle stesse. Un essere, dunque, «al fianco di tutte esse. La nostra associazione può giocare un ruolo chiave in tutto ciò, mettendo loro a disposizione le risorse che abbiamo, prima fra tutte una ampia base associativa oltre ai luoghi dove questa grande moltitudine di cittadini e cittadine può essere efficacemente raggiunta, oltre a quello che possiamo dare in termini di concretezza legata ad una rimodulazione di tutto il nostro agire economico».

In secondo luogo la maggiore attenzione per i singoli circoli affiliati attraverso una più assidua e mirata formazione, l’attento «controllo della qualità e dell’aderenza dei nostri circoli al progetto associativo», la revisione delle quote sociali «per renderle più eque in relazione allo stato socio economico attuale del Paese» e la riorganizzazione stessa dell’associazione. Aspetto, questo, legato inevitabilmente al «cambiamento di nome: occuparsi più strettamente dei nostri circoli e dei nostri soci (che sono al 99% circoli frequentati da soli maschi omo/bisessuali), partire dal presupposto di coadiuvare e sostenere il movimento Lgbt, sottolineare la nostra identità omo/bi/transessuale, ci impone un adeguamento dei nostri scopi statutari che inevitabilmente cozzerebbero con l’attuale nome dell’associazione, troppo caratterizzato verso una attività ben specifica e, allo stesso tempo, aperto alle più disparate interpretazioni».

In terzo luogo l’impiego di risorse economiche e la piena collaborazione con le altre associazioni per informare e agire efficacemente nella prevenzione all’Hiv e alle Ist.

In quarto luogo la cura dei rapporti col mondo dell’imprenditoria e dell’informazione Lgbt. Al cui ultimo riguardo «potranno essere accese collaborazioni con quei soggetti dell’informazione Lgbt in grado di veicolare formazione all’interno del settore professionale della stampa di una corretta percezione delle nostre attività e dei nostri circoli».

In ultimo la promozione e produzione di eventi culturali e dei Pride.

Si tratta, insomma, di prospettive quanto mai incoraggianti per un’associazione che in molti, quasi un anno fa, credevano incapace di risollevarsi. E, invece, Anddos si appresta a vivere una nuova primavera realizzando in sé il motto di un emblema di distruzione e rinascita qual è Montecassino: Succisa, virescit. Tagliata, rinverdisce. Tagliata, si rafforza.

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Grindr nella bufera per aver condiviso con Apptimize e Localytics - che si occupano di migliorare le app - i dati personali dei propri utenti (ne conta 3,6 milioni). Tra questi anche quelli altamente sensibili come lo stato di sieropositività e la data degli ultimi test effettuati.

Gli altri dati, tra cui posizione Gps, identità del telefono cellulare, età, interesse dell'utente (amicizia o relazione), e-mail, sono stati spesso trasmessi tramite "testo normale" o non criptato sì da renderli vulnerabili agli hacker. 

A far esplodere il caso negli Usa BuzzFeed News e TechCrunch sulla scorta d’un’inchiesta condotta dal network svedese Svt e dall'associazione nonproft norvegese Sintef.

Ma il team di Grindr si è giustificato in nome di un miglioramento dell’applicazione grazie ad Apptimize e Localytics. Bryce Case, Cso di Grindr, ha fatto presente il carattere non commerciale dell’operazione aggiungendo che la condivisione dei dati è stata effettuata per garantire «il più alto livello di riservatezza, sicurezza dei dati e privacy dell'utente».

Che, al contrario, sarebbero messi in discussione proprio dalla possibilità - offerta da Grindr agli utenti - d'inserire tra i dati personali il proprio stato sierologico con riferimento alla data e agli esiti dell'ultimo test. A sostenerlo il team norvegese, per il quale la combinazione di dati sanitari con quelli concernenti la localizzazione e l’indirizzo mail può portare all’identificazione dell'utente.

Antoine Pultier, uno dei ricercatori di Sintef, ha spiegato a BuzzFeed News che «lo stato sierologico è collegato a tutte le altre informazioni». Le quali, come già sopra accennato, vengono spesso condivise attraverso un testo non criptato e sono perciò facilmente violabili.

Per James Krellenstein, attivista del gruppo Act Up di New York, quello di Grindr è stato un passo falso. «Grindr - ha dichiarato Krellenstein - è un sito piuttosto unico, soprattutto per la possibilità di essere chiari sulla propria sieropositività. Il fatto che questi dati sensibili siano stati condivisi con terze parti, senza alcuna comunicazione a riguardo, è una gravissima violazione degli standard di base, inaccettabile da parte di una compagnia che si vende come sostenitrice della comunità omosessuale».

Nel frattempo Bryce Case ha comunicato ad Axios che Grindr ha deciso di non condividere più con terzi dati sanitari dei propri utenti al fine d'una piena rassicurazione degli stessi.

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Con quest’intervista al perugino Hakim vogliamo raccontare le storie di quei giovani impegnati nella lotta contro ogni forma di discriminazione. In particolare contro le discriminazioni a danno delle persone Lgbti. Sono storie semplici ma ricche di significato  personale e collettivo. C’è un tempo nel quale si prende coscienza  della propria capacità  di libertà e del voler vivere sostenendo i diritti perché nessuno ne sia escluso. Come diceva Sandro Penna: Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune.

Ciao, Hakim? Questo nome da dove viene?

Sono uno dei famosi immigrati di seconda generazione: nato e cresciuto in Italia, ma figlio di due stranieri, e per questo divenuto effettivamente di nazionalità italiana solamente dopo il compimento dei 18 anni (e una lunga serie di pratiche). Padre tunisino, madre belga. È un nome arabo: i miei volevano mantenere un richiamo alle mie origini. O forse suonava bene e basta.

Conosco il tuo impegno a favore delle persone Lgbti. Quali sono le emozioni, i successi e le delusioni affrontate? 

Nonostante io sia un ragazzetto (25 anni a maggio) gravito attorno alla causa per i diritti da già quasi dieci anni. Sono stato fortunato: a 14 anni ho conosciuto un gruppo di amici, per la quasi totalità composto da altre persone Lgbti della mia età. La loro amicizia mi ha aiutato. Abbiamo potuto percorrere una strada non sempre semplice facendoci forza a vicenda. Ciò ha fatto sì che ci avvicinassimo tutti assieme all’associazione locale solo pochi anni dopo, permettendoci di costruire una coscienza sociale e politica sulle nostre identità che, una volta acquisita, è divenuta a un certo punto una parte fondamentale nella propria vita quotidiana. E oggi sono il coordinatore del gruppo giovani dell’associazione.

A livello emotivo? Un’urgenza impellente di sensibilizzare, di portare avanti temi e battaglie spesso socialmente scomodi, ricercando anche uno scontro – qualora costruttivo – con le barriere più spesse erette da anni e anni permeati di un bigottismo di facciata. Barriere che frequentemente trovano voce anche all’interno della nostra stessa comunità.

È una risposta necessaria in un’era storica in cui ci troviamo sempre più circondati da una crescente tolleranza – o, peggio ancora, una glorificazione – verso pensieri discriminatori e populismi vari.

Cos’è significato per te fare coming out?

Fare coming out è un atto politico. So che un pensiero simile spesso spaventa. Ma nel mondo attuale corrisponde a una rottura con anni e anni di dettami con i quali cresciamo. Insomma, un primo vero e proprio sovvertimento dell’ordine costituito. Il mio coming out è stato particolare, ma sereno. I miei trovarono per puro caso dei materiali dell’Omphalos (l’associazione locale) nel sellino del mio motorino. Mi fecero capire con piccoli indizi che l’avevano letti. Ma lasciarono passare qualche giorno, in attesa che fossi io ad andare da loro.

Poi una mattina in cui eravamo soli a casa, mio padre decise di affrontare la faccenda di petto. E da lì fiumi di parole – e di lacrime – ma il tutto con una certa tranquillità. Quel pomeriggio, quando lo dissi a mia madre tornata dal lavoro, lei rispose candidamente: “Sì, ma ricordati che io i nipotini li voglio comunque”. Mio fratello maggiore mi chiese subito se avessi un ragazzo, perché era ora di portarlo a casa. Ma non sono mai stato granché fortunato in amore.

Bullismo, violenza contro le donne e le persone Lgbti. Quali sono a tuo parere le azioni più urgenti da mettere in campo al riguardo?

Leggi, leggi e ancora leggi. Non fa piacere pensare che, a meno che non si costruisca una situazione di “minaccia punitiva” delle violenze, chi attua discriminazioni più o meno violente verso una fetta di popolazione non si fermerà mai. Ma mi chiedo spesso se non sia la triste realtà dei fatti.

Poi, che la sensibilizzazione ai temi citati sia necessaria e fondamentale sin dai primi anni di età, per me è indubbio. Ma un solido impianto legale a riguardo è un passo altrettanto imprescindibile.

Vivi a Perugia. Qual è la realtà locale in riferimento alle persone Lgbti?

L’Umbria è sempre stata la celebre isola rossa d’Italia. Ma negli ultimi anni il bombardamento di pensieri intolleranti, a cui siamo sottoposti quotidianamente, ha purtroppo iniziato ad attecchire. L’ultimo sindaco eletto a Perugia è stato il primo di centro-destra a ottenere la carica dal Secondo dopoguerra. E emmeno un mese fa è stata inaugurata la sede di Casapound locale nei pressi del centro storico.

Omphalos, la nostra associazione, ha una storia lunga (25 anni) e importante: essa rappresenta una realtà stimata e fortemente radicata nel territorio. Ma eventi, come quelli citati, non possono lasciarci indifferenti. Solo l’anno scorso, giunti alla quinta edizione del Perugia Pride Village, per la prima volta ci siamo visti togliere il patrocinio dal sindaco per una locandina dell’evento raffigurante una nostra drag vestita da Madonna, giudicata offensiva e blasfema. Però, ciò che ne è seguito è stato un sostegno massiccio nei nostri confronti su tutte le piattaforme, social e non, da parte di cittadini e altre associazioni.

Il che, se non altro, ci restituisce il celebre segnale che spesso la società sia effettivamente più avanti di quanto le istituzioni vogliano credere.

Essere giovane e tendere al futuro. È uno sguardo sereno o preoccupato il tuo?

Non so. Mi piacerebbe dire di avere una qualche forma di ottimismo a riguardo. Mi sono appena laureato alla magistrale e mi affaccio al mondo del lavoro: è un momento di grandi cambiamenti personali.

Ma ecco, i risultati delle scorse elezioni del 4 marzo non è che ci abbiano restituito un ritratto particolarmente roseo della forma mentis maggioritaria italiana. Quantomeno, se vogliamo cercare qualcosa di positivo, la lotta per i diritti Lgbti è divenuta un argomento dibattuto a molte riprese nei mass media italiani. Molto più di quanto lo fosse anche solo dieci anni fa. Poi, il tipo di comunicazione che si instaura solitamente sull’argomento, o il silenzio assordante dell’ultima campagna elettorale, quello è tutto un altro paio di maniche. Però non sono del tutto pessimista: momenti fondamentali nella storia della comunità hanno preso piede nei periodi più bui. Abbiamo saputo (o, a volte, dovuto) reagire con forza a momenti storici di discriminazione della nostra comunità. E proprio da lì sono nati alcuni degli eventi più significativi della vita del movimento.

Magari, un Salvini al governo è proprio la spinta di cui necessitavamo per risvegliarci dalla quiete che ha pervaso la comunità nel periodo post-unioni civili.

Hiv, Ist e prevenzione. Qual è il vostro impegno al riguardo sul territorio perugino?

In quanto coordinatore giovani di Omphalos Lgbti, spesso durante gli incontri si instaurano conversazioni sulla sfera sessuale. C’è un misto di timore e curiosità, perché la maggior parte di essi fa conoscenza di tali argomenti di nascosto, tramite il web, dopo che le scuole si rifiutano di costruire programmi solidi di educazione sessuale. Abbiamo casi di presidi che hanno vietato che venisse affrontato l’argomento a scuola. Forse anche per mettersi preventivamente al riparo da gruppi di genitori poco numerosi ma estremamente rumorosi, terrorizzati che i propri, angelici figli possano scoprire che far sesso fuori dal matrimonio non sia un’onta irrecuperabile.

Credo che l’aumentare di casi di Ist sia un’immediata conseguenza di questa atmosfera di terrorismo psicologico sull’argomento. Le nuove generazioni crescono pensando che l’Hiv si prenda bevendo dallo stesso bicchiere di una persona sieropositiva. Ma poi non sanno elencare nemmeno altre tre infezioni o pensano che il preservativo abbia una mera funzione di contraccettivo.

Per quanto riguarda l’associazione, oltre ai canonici incontri di formazione sull’argomento interna ai gruppi che la compongono, distribuiamo materiale informativo, promuoviamo azioni di sensibilizzazione sull’argomento tramite conferenze, incontri con scuole e università e banchetti nelle piazze principali. Abbiamo attivato da un anno a questa parte il Peg checkpoint, in collaborazione con il reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Perugia, che ci permette di offrire test gratuiti e anonimi per Hiv e sifilide a tutta la cittadinanza una volta al mese presso la nostra sede.

Per te Omphalos è?

Per me è stata innanzitutto una salvezza, l’acquisizione della coscienza di poter vivere ed esprimere liberamente la mia identità. Oggi è una seconda casa, un luogo sicuro e accogliente, dove ho potuto costruire una seconda famiglia e sentirmi circondato da affetto. Grazie ad Ha ho acquisito talmente tanto che forse il mio stesso mettermi in gioco personalmente come attivista non è altro che un restituire tutto il bene ricevuto. Ma non come resa dei conti, più come una reiterazione di qualcosa di talmente bello da cambiarti la vita.

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