Giornata storica. Così la branca portoghese dell’Ilga ha salutato ieri l’approvazione da parte dell’Assemblea della Repubblica della legge (109 sì, 106 no, 15 astensioni), che consentirà il cambio legale di genere senza previa certificazione medica a partire dal 16° anno d’età.

Fra i 16 e i 18 anni sarà tuttavia necessaria l’approvazione dei genitori o dei rappresentanti legali. Essa vieta inoltre gli interventi chirurgici sui bambini intersex, «eccetto in situazioni di comprovato rischio per la loro salute».

Presentato dai parlamentari di Bloco (sinistra radicale), il disegno di legge ha ottenuto i voti a favore di Ps, Pev, Pan nonché della socialdemocratica Teresa Leal Coelho

Il Pds ha infatti votato contro insieme con Cds, la cui deputata Vania Dias da Silva ha dichiarato: «Siamo totalmente in disaccordo. Chi ha 16 anni non possono sposarsi né guidare e nemmeno bere e non dovrebbero perciò poter prendere una decisione dalle conseguenze così gravi e definitive».

I socialdemocratici hanno espresso contrarietà perché avrebbero voluto vincolata alla previa certificazione medica la rettifica dei dati anagrafici. A essersi invece astenuti i parlamentari del Partito Comunista

Il Portogallo si aggiunge così alla lista di quei Paesi quali Malta, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Argentina, Colombia, Bolivia, in cui – come scritto da Ottavia Voza, responsabile Arcigay per le Politiche e i Diritti Trans - le persone trans sono finalmente liberate «dalle gabbie della patologizzazione e della sterilizzazione forzata».

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È iniziata oggi a Buenos Aires la prima delle tre udienze del processo a carico del 25enne Gabriel David Marino accusato d’aver pugnalato a morte, l’11 ottobre 2015, l’attivista transgender Diana Sacayán.

Al giovane, che nel compiere il delitto fu aiutato da Félix Alberto Ruiz e Federico Cardozo (i quali non andranno tuttavia a giudizio), è contestato «l’omicidio per violenza di genere triplamente aggravato da odio per l’identità di genere, tradimento e furto». È la prima volta nella storia della giustizia argentina che viene istruito un processo per transfemminicidio (o travesticidio) e si fa ricorso all’aggravante di odio di genere in riferimento all’uccisione d’una persona trans.

Secondo i pubblici ministeri Matías Di Lello e Mariana Labozzeta, titolare della Procura speciale per la violenza contro le donne (Ufem), il 25enne, che aveva conosciuto Diana durante un programma di recupero dalle dipendenze e aveva successivamente avuto rapporti sessuali con lei, l’avrebbe uccisa in ragione della sua condizione di donna trans e del suo impegno attivistico.

Sacayán, oltre ad aver fondato nel 2001 il Movimento antidiscriminatorio di Liberazione (Mal), era stata eletta nel 2014 segretaria aggiunta del Consiglio dell’Ilga.

Sui social si susseguono da giorni post e tweet invocanti giustizia per Diana “uccisa per travesticidio”.

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Simbolo di inclusività, ottimismo e dell’intera collettività Lgbti, l’arcobaleno è il concetto cardine intorno a cui s’impernia la nuova collezione di Burberry, che sarà presentata oggi a Londra (ore 17:00 locali) nell’ambito della settimana della moda. Tema dominante a partire dalla rivisitazione del classico motivo a tartan proprio nei colori rainbow.

Chiude così la sua esperienza di direttore creativo presso la plurisecolare casa di moda, insignita della Royal Warrant, Cristopher Bailey che ha affermato: «La mia ultima collezione per Burberry è dedicata ad alcune delle migliori e più illustri organizzazioni v»otate al sostegno della gioventù Lgbti nel mondo. Non c’è mai stato un momento più importante per dichiarare che la nostra forza e la nostra creatività nascono proprio dalla diversità».

Il 12 febbraio scorso Burberry ha infatti annunciato di aver effettuato donazioni a favore di tre importanti organizzazioni Lgbti: l’Albert Kennedy Trust, il Trevor Project e l’Ilga.

Entrambi britanniche, l’Albert Kennedy Trust e il Trevor Project si occupano rispettivamente di gioventù Lgbti senzatetto e di prevenzione del suicidio tra componenti della collettività rainbow di età inferiore a 25 anni. L'International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (Ilga) è, come ben noto, la federazione mondiale di organizzazioni impegnate sul fronte del riconoscimento della parità dei diritti umani per le persone Lgbti.

L’iniziativa è stata accolta con plauso dai rappresentanti delle tre associazioni. Per Tim Sigsworth, amministratore delegato dell’Albert Kennedy Trust, «la donazione di Burberry ci sosterrà nel nostro lavoro teso a dare ai giovani supporto e una casa sicura, ci consentirà di ampliare il nostro programma di coinvolgimento della gioventù e finanzierà i nostri piani per portare AKT in altre città al fine di aiutare le persone più vulnerabili in tutto il Paese». Si è detto invece entusiasta di una tale partnership Amit Paley, Ceo del Trevor Project, in quanto «attraverso il sostegno di Burberry saremo in grado di continuare a rispondere alla sempre crescente richiesta di assistenza da parte dei nostri servizi».

Così si sono infine espresse Ruth Baldacchino e Helen Kennedy, co-Segretarie Generalu dell’Ilga: «Questa generosa donazione – hanno dichiarato – permetterà di sostenere i nostri sforzi costanti volti a dare voce e a mobilitare la comunità Lgbti. Ci aiuterà a supportare gli attivisti impegnati a promuovere il rigetto delle leggi discriminatorie presso le Nazioni Unite, a fornire risorse e formazione ai promotori dei diritti umani Lgbti in Africa, Asia e America Latina affinché supportino i movimenti in queste regioni, a promuovere il cambiamento della società e a indagare sulle leggi e gli atteggiamenti che hanno ricadute concrete sulle nostre comunità, mettendo in luce la disparità di trattamento a cui vanno incontro le persone Lgbti nel mondo. Per tutte queste ragioni, vogliamo esprimere la nostra gratitudine».

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Si è conclusa il 5 novembre la conferenza annuale di Ilga Europe, la sezione europea della International Lesbian and Gay Association, che quest’anno ha scelto Varsavia come location.

Una scelta simbolica e politica, portata avanti insieme al partner polacco Kph (Kampania Przeciw Homofobii), che sta affrontando la difficile situazione politica del Paese. La Polonia ha infatti uno dei punteggi più bassi nel report Ilga relativo ai parametri di inclusione delle persone Lgbti, fermandosi al 18%. L’Italia è al 27%, dietro l’Ungheria al 45% mentre a guidare la classifica ci sono Malta, 88%, Norvegia, 78% e Regno Unito 76%.

La classifica considera numerosi parametri relativi al riconoscimento delle normative antidiscriminazione e contro il discorso d’odio, al riconoscimento delle famiglie, al riconoscimento delle identità di genere e all’integrità del corpo, al diritto d’asilo per i migranti Lgbti. Qui il report di Ilga sull’Italia per il 2016.

Con l’occasione di questa conferenza gli attivisti e le attiviste polacche hanno denunciato l’esistenza di «almeno 2 milioni di persone Lgbti nel proprio Pease che meritano il pieno riconoscimento dei diritti umani». Una rivendicazione frustrata «dal prevalere di continue violenze e discriminazioni delle persone Lgbti».

Le parole chiave di Varsavia 2017 sono state Change, Intersectionality, Community Mobilising. Il cambiamento è quello che vogliamo ma è anche una costante da interpretare anche all’interno del nostro movimento. Questo in sostanza lo spunto introduttivo ai lavori firmato dai Co-chairs Brian Sheehan e Joyce Hamilton.

Quali sono le voci fino ad ora lasciate fuori dal movimento? Qualcuno sta parlando anche per altri, invece di fare spazio? A queste domande la programmazione di Ilga cerca di rispondere dando ampio spazio nei dibattiti alle tematiche relative all’intersessualità, all’identità di genere e alla battaglia per la visibilità delle donne lesbiche.

Grande rilievo anche all’International Committee on the Rights of Sex Workers, un tema che attraversa la salute e la libertà sessuale rivolgendo domande dirompenti alla cittadinanza etero e Lgbti al tempo stesso. Interessanti anche i dati presentati sulla scuola dalla fondazione Glsen, risultato di un progetto che ha coinvolto anche il Centro Risorse Lgbti di Torino. Secondo questa ricerca il 46,6% dei ragazzi Lgbti in Italia si sente insicuro in classe per il proprio orientamento sessuale.

La conferenza si è conclusa con l’elezione di cinque nuovi membri del board, tra cui è stato confermato Yuri Guaiana, ex segretario nazionale di Certi Diritti, sostenuto dalle organizzazioni italiane presenti e anche da realtà di altri Paesi.

È stata anche votata la sede della conferenza del 2019, che ha visto prevalere la candidatura di Praga su Lisbona e Lubiana. L’appuntamento è ora per Bruxelles nell’autunno 2018.

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Glasgow, Colonia, Vienna e Budapest. Partendo da Roma. Il progetto Outsport di Gaycs e Aics, per combattere le discriminazioni omo-transfobiche e di genere nello sport, entra nel vivo con la recente Training of Trainers, l'elaborazione di "nuovi strumenti educativi per chi opera in ambito sportivo".

Ne abbiamo parlato con il coordinatore Rosario Coco.

 

Ci spieghi cosa è Outsport?

Outsport è un progetto europeo cofinanziato dal programma Erasmus+ della Commissione Europea e promosso da Aics (Associazione italiana cultura sport) e da Gaycs, il dipartimento Lgbt che ha lavorato per diversi anni alla progettazione dell'iniziativa.  Coinvolge cinque Paesi: oltre all'Italia abbiamo la Scozia, la Germania, l'Austria e l'Ungheria.

Le parole chiave di Outsport sono tre: ricerca, formazione, sensibilizzazione. Il principale obiettivo è studiare le discriminazioni all’interno dello sport per far diventare lo sport stesso uno strumento di inclusione.

Secondo la Fra (European Union Agency for Fundamental Rights) circa il 50% delle persone Lgbt intervistate (90.000 in tutta Europa) evita determinati spazi sociali “per paura di aggressioni, molestie o minacce dovute al proprio essere lgbti”. Ebbene, nel 42% dei casi, questi spazi sono associazioni sportive (sport club). Seppur molto grave, questo è l’unico dato europeo sul tema. Un’altra informazione ci arriva invece dallo studio australiano “Out of the field”, il primo al mondo relativo alla popolazione di Uk, Stati Uniti e Australia, secondo il quale almeno il 50% delle persone gay e lesbiche hanno subito molestie fisiche e verbali nello sport.

Il nostro obiettivo è prima di tutto migliorare la conoscenza del fenomeno, partendo dal presupposto che anche moltissime persone eterosessuali sono state colpite da insulti e disciminazioni omo-transfobiche e dal fatto che il fenomeno sia strettamente connesso al tema del sessismo. Per questo, Outsport promuove la prima ricerca scientifica organica dedicata al fenomeno, affidata all’interno del partenariato alla German Sport University di Colonia, ricerca che verrà ultimata nel novembre 2018.

Qual è stato l'ultimo evento importante?

Dopo la presentazione del progetto lo scorso luglio alla Camera dei Deputati e l’evento rivolto al grande pubblico nella cornice del Gay Village, dal 5 al 9 ottobre scorsi, si è tenuta la International Training of Trainers. Un gruppo di 12 formatori e formatrici è stato selezionato dalle realtà partner: Aics (Italia), Leap (Scozia), Vidc Austria), Frigo Ungheria).

È stata messa a punto una nuova metodologia basata sull’educazione non formale attraverso lo sport (Ets) per offrire nuovi strumenti educativi per chi opera in ambito sportivo: dagli atleti e agli allenatori, fino alle istituzioni sportive. È la prima volta che questo metodo viene applicato alle tematiche lgbti. Gli esercizi Ets permettono di lavorare sull’esperienza diretta, sulle attitudini e sulle capacità, che si affiancano alle conoscenze di base nel quadro delle competenze. L’obiettivo è quello di sviluppare ambienti sportivi sicuri in cui ognuno possa sentirsi pienamente rispettato a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Questo corso è un concreto passo avanti per fare dello sport stesso uno strumento educativo per contrastare questo genere ti discriminazioni nella società e punta a sviluppare nuovi progetti a livello nazionale.

 

Ma è davvero una priorità lo sport nell'agenda Lgbt?

Lo sport è uno spazio educativo, che lo si voglia oppure no. Pensiamo all’impatto educativo sulle giovani generazioni del nuovo contratto di Neymar. Non esattamente ai soldi. Ma alla clausola per cui può utilizzare il borsone con il proprio logo ad esempio. È autorizzato ad essere diverso in sostanza, anzi superiore. Per fortuna lo sport professionistico inizia a proporre anche esempi positivi, come la campagna dell’UEFA Equal Game.

La sfida che sia apre se consideriamo lo sport di base, i campi di periferia e tutto l’indotto di comunicazione e immaginario collettivo che ruota intorno allo sport è gigantesca. Dopo le unioni civili, il movimento è indubbiamente chiamato a un salto di qualità verso una battaglia sempre più universale, che reinterpreti l’elemento identitario e riesca a far capire al grande pubblico che i temi arcobaleno non riguardano solo “i gay” ma i diritti umani e la libertà di ciascuno e ciascuna.

In questo scenario, lavorare sullo sport come spazio educativo che si affianca alla scuola, come terreno di sensibilizzazione, come fenomeno di studio, diventa certamente una priorità. L’approccio della ricerca e del progetto Outsport in generale è trasversale: non ci occupiamo solo delle persone lgbti che fanno sport, bensì affrontiamo l’omo-transfobia considerandola un sistema di pregiudizi che investe l’intera comunità, dentro e fuori lo sport.

Nei campi di calcio, ad esempio, è molto facile sentire “frocio” usato come insulto anche verso persone etero o “maschiaccio”, usato verso una ragazza che gioca semplicemente in modo ritenuto “maschile”. Per lo stesso motivo, il nostro approccio al tema ritiene indispensabile lavorare insieme tanto sull’omo-transfobia quanto sul tema del maschilismo, che è il principale pilastro culturale dei luoghi comuni che affrontiamo.

Se chiediamo al bullo di turno cosa voglia dire con “frocio”, molto probabilmente ci risponderà “femminuccia”, “checca”. Specularmente, il “il maschiaccio” riferito alle donne, è un insulto che viene da chi percepisce “improprio” e “presuntuoso” che una donna che si comporti o sembri un maschio.

Quali sono i prossimi obiettivi?

In questi giorni siamo alla conferenza di Ilga Europe, un’occasione per imparare e creare una collaborazione con il principale network lgbti al mondo. L’obiettivo è quello di realizzare nuovi progetti che possano portare avanti i risultati del progetto, ad esempio la realizzazione di corsi di formazione su scala nazionale o l’estensione della ricerca che si concluderà nel 2018 anche ad altri Paesi. Infine, grazie a Gaycs, l'Italia ospiterà nel 2019 i prossimi Eurogames, l'evento sportivo lgbt riconosciuto a livello europeo dalla Eglsf (European Gay and Lesbian Sport Association), un'iniziativa alla quale sto collaborando insieme al presidente di Gaycs Adriano Bartolucci Proietti. Il progetto Outsport servirà anche per arrivare pronti a questo appuntamento con importanti contenuti e spunti di lavoro da offrire ai e alle partecipanti. 

 

Cosa ti aspetti dal mondo associativo?

Nel 2019, Roma ospiterà l’importante evento degli Eurogames, i giochi europei dedicati alla lotta contro l’omofobia. Spero che in questo lasso di tempo le associazioni lgbti possano maturare al proprio interno la consapevolezza di questa battaglia e comprenderne fino in fondo le potenzialità. Credo che lo sport possa essere per il movimento anche uno strumento per recuperare il contatto con la propria base, non solo con le persone lgbti, ma anche con tutte e tutti coloro che sostengono la nostra causa e che per una serie di motivi si sono allontanati dalle attività dell’associazionismo.

E dalla politica?

A livello europeo, è stato appena varato il Piano Europeo per lo Sport 2017-2020. Come negli anni precedenti, tra gli le priorità relative all’inclusione e all’integrazione sociale è stato inserito il tema della gender equality, ma non delle sexual orientation and gender identity discrimination. Con la propria azione, Outsport vuole contribuire in questa direzione. Si badi bene, che tale conquista avrebbe un impatto anche sulla causa dei diritti delle donne, proprio perché il tema della gender equality, pur concentrandosi sulla presenza delle donne nello sport, non implica direttamente il contrasto dei pregiudizi di genere.

I concetti di sexual orientation e gender identity, specie in un approccio trasversale, impongono invece azioni di portata culturale indubbiamente più ampia.

Per quanto riguarda l’Italia, la questione è legata indubbiamente al ruolo che le istituzioni scolastiche riusciranno ad avere. Il Coni ha approvato nel 2016 nel proprio regolamento la condanna delle discriminazioni omofobiche, ma sappiamo bene che si tratta di un principio che per ora rimane sostanzialmente sulla carta. Pochi giorni fa, il Miur ha finalmente emanato le linee guida del famoso comma 16 dell’articolo 1 de “La Buona Scuola”, quello che diede vita al polemica sul “gender” nelle scuole. Purtroppo, la parola “omofobia” non esiste e nello spot del Miur si omettono le discriminazioni per orientamento sessuale. Dopo tre anni dobbiamo accontentarci di un generico “contrasto di tutte le discriminazioni”, come se si trattasse di una piccola minoranza linguistica. E’ anche per questo che è necessario per il movimento quel salto di qualità in senso trasversale e universalistico di cui parlavo prima.

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