Esposti a raffica alla Corte dei Conti per contestare a oltre cento enti locali e regionali, che hanno concesso quest'anno il patrocinio ai 28 Pride italiani, l’illecito di danno erariale.

Presentati alle dodici procure territoriali di Campania, Lombardia, Piemonte, Umbria, Lazio, Toscana, Sicilia, Veneto, Sardegna, Liguria, Trento e Bolzano, gli esposti chiamano in causa le Regioni Lazio, Campania, Piemonte, Toscana, Umbria e molti Comuni importanti, tra cui Roma, Firenze, Napoli, Catania, Cagliari, Torino, Milano.  

Promotore dell’iniziativa Filippo Fiani, coordinatore dell'associazione Difesa dei valori, che ne ha parlato oggi in conferenza stampa alla Camera dei deputati col senatore leghista Simone Pillon e il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, già noto per i suoi attacchi al Toscana Pride.

«Decine di comuni a guida Pd, centrosinistra e Movimento 5 Stelle patrocinano e sostengono manifestazioni che promuovono la poligamia e la pratica barbara dell'utero in affitto - ha detto Donzelli -: è surreale e indecoroso associare il nome di istituzioni a pratiche raccapriccianti vietate dalla Costituzione italiana. Sosteniamo l'iniziativa dei promotori perché crediamo che non sia pensabile sprecare risorse per iniziative contro la legge.

Non possiamo accettare che una parte politica utilizzi le risorse pubbliche per diffondere pratiche raccapriccianti e diseducative. Chiediamo che la magistratura contabile intervenga per recuperare le risorse dai responsabili di scelte assurde».

Alla conferenza stampa erano presenti Jacopo Coghe (presidente Generazione Famiglia), Giusy D'Amico (Presidente Non si tocca la famiglia), Maria Rachele Ruiu (Comitato Difendiamo i Nostri Figli) e Filippo Savarese, che ne ha parlato in termini panegiristici su Facebook.

A illustrare i dettagli degli esposti l’avvocato Francesco Vannicelli.

Ma, come già successo con gli esposti presentati a cinque procure della Repubblica contro i “sindaci arcobaleno, anche in questo caso sono apparse sin da subito le criticità d'una tale iniziativa che, al di là della chiara matrice ideologico-politica, è stata condotta senza alcuna contezza della tematica affrontata.

Contattati da Gaynews, gli organizzatori di alcuni dei maggiori Pride di quest’anno (Roma, Pompei, Milano, Siena) hanno dichiarato di trovare tali esposti al limite della farsa dal momento che i patrocini concessi sono stati di tipo meramente morale e quindi senza alcuna erogazione di sorta.

Marco Giusta, assessore alle Pari Opportunità per il Comune di Torino, ha invece affermato: «Sono anni che viene concesso il patrocinio morale al Torino Pride e rivendichiamo con orgoglio una tale scelta.

Indipendemente da tale attestazione il Comune ha concesso quest’anno la somma di 2.000 euro a sostegno delle connesse manifestazioni di lotta alla discriminazione. Danno erariale? Staremo a vedere. Ma c’è veramente da ridere».

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Il prossimo 17 luglio ricorrerà per Federica Angeli il 5° anno di vita sotto scorta a seguito delle minacce ricevute per le sue inchieste sulle mafie a Ostia.

Di tale drammatica esperienza, che ha inciso e modificato a 360 gradi la sua quotidianità, la giornalista de La Repubblica ha parlato, il 5 luglio, al Padova Pride Village nell’ambito d’un seguito dibattito alla luce del volume autobiografico A mano disarmata.

Al termine Federica Angeli ha rilasciato a Gaynews un’intervista in cui ha detto di provare amarezza nel «vedere con quanta leggerezza, superficialità e rancore il ministro dell’Interno Matteo Salvini stia amministrando il suo dicastero. Sono prove di forza che non tengono conto del lavoro delle persone, del pericolo che rischiano.

Vivere sotto scorta non è un privilegio. Saremmo tutti più contenti di poter tornare alla nostra libertà e non essere sempre accompagnati nelle nostre giornate da persone delle forze dell’ordine.

Quindi il ministro prima di compiere azioni come quella nei riguardi della professoressa Donatella Di Cesare, cui è stata revocata lo scorta, o di lanciare proclami, come quello nei riguardi di Roberto Saviano, dovrebbe davvero capire quello che sta amministrando».

Non ha mancato poi di rivolgersi al ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana: «Sembrerà banale, ma si dovrebbe capire una volta per tutte che l’amore è un sentimento che va oltre qualsiasi formarmalismo in cui lui vuole incastrarlo e ricondurlo. Credo che quello di negare una realtà come le famiglie arcobaleno sia davvero un problema tutto suo. Un problema d'educazione all’apertura e al dialogo, che forse da piccolo non ha ricevuto».

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Una freccia indicante il loro negozio. Al di sopra la scritta frocio. Questa la scoperta fatta lunedì mattina dai fratelli Alberto e Riccardo Nicolai, titolari a Massa della centrale libreria Ali di Carta.

Un’offesa o un atto intidimidatorio nei riguardi di chi, come Alberto, non ha mai nascosto il suo orientamento omosessuale e continua a essere fortemente critico nei riguardi delle destre al comando. Quelle stesse che si sono affermate nel Comune toscano di tradizione rossa e hanno assicurato, alle recenti amministrative, l’elezione a sindaco del leghista Francesco Persiani.

Immediata la solidarietà da parte di tante persone. A partire da quella espressa da Alessandro Bandoni, ex presidente della Consulta per le Pari opportunità di Carrara, e dalla locale associazione Lgbti Audre Lorde.

Ma Alberto e Riccardo sono voluti andare oltre.

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Dopo aver denunciato l’accaduto sui social, hanno organizzato ieri sera un sit-in di fronte alla libreria in Piazza degli Aranci. L’appuntamento Cultura e Diversità  è stato rivolto a «tutti coloro che hanno un pensiero o un silenzio o un rumore» per reagire a un crescente clima intimidatorio, violento, discriminatorio.

L’invito è stato accolto con un tale entusiasmo che, dopo le 21:00, oltre 500 persone hanno partecipato al sit-in. Perché, come affermato, da Riccardo Nicolai davvero «la diversità è oro».

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Doveva essere una gaia invasione secondo lo slogan programmatico. E tale è stato il Perugia Pride che, sabato 30 giugno, ha visto sfilare per le vie del capoluogo umbro oltre 5.000 persone.

Tra i partecipantia anche una delegazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e l'ex presidente d'Arcigay Paolo Patanè

Ad aprire la marcia dell’orgoglio Lgbti una delegazione d’immigrati in segno d’evidente protesta alle politiche del governo giallo-verde in materia di migrazione e tutela delle minoranze. Una reazione a quell’emorragia d’umanità – per usare le parole di Don Ciotti – per fermare la quale Libera, Arci e Anpi hanno invitato a indossare, il 7 luglio prossimo, una t-shirt di colore rosso.

Così la gaia invasione perugina ha dato evidente prova di come le associazioni Lgbti intendano sempre più fare della trasversalità d’intenti il loro impegno primario. Anche per dimostrare come una cultura, che mette al centro l'individuo, il rispetto dell'identità, delle differenze e delle libere scelte, sia possibile e necessaria.

Via maestra per giungere a tutto ciò resterà sempre l’amore.

Quell’amor vincit omnia di virgiliana memoria, che utilizzato come titolo per l’ultima puntata di Sense8, ha trovato un’immagine plastica e riassuntiva al Perugia Pride nel bacio tra i due attivisti Lorenzo Ermenegildi Zurlo (Omphalos Lgbti) e Valerio Colomasi (Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli).

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Il 27 giugno il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini ha incontrato il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, il suo omologo all’Istruzione Marco Bussetti e il sottosegretario all’Interno Enrico Molteni. Il motivo, come evidenziato il 28 giugno da Filippo Savarese, è da ricercarsi nella presentazione delle «istanze del popolo del Family Day ai tre principali rappresentanti di Governo che se ne dovranno occupare».

Fortemente vicino al medico bresciano e al suo braccio destro Simone Pillon – la cui candidatura ed elezione a senatore promanano direttamente dal sostegno dell’area gandolfiniana del Family Day alla Lega durante le ultime elezioni politiche – il coordinatore delle campagne della Fondazione CitizenGo (a partire dal Bus No Gender) ha quindi dichiarato: «Con tutti e tre il confronto è stato aperto ed estremamente fruttuoso, sui principi e sulla volontà di collaborazione. Il lavoro di contaminazione della politica iniziato dopo il grande Family Day del 30 gennaio al Circo Massimo continua e sta conoscendo oggi la sua forma più alta e diretta».

In realtà il triplice incontro ha visto partecipe non solo Gandolfini ma anche ProVita nella persona del presidente Toni Brandi e Generazione Famiglia nelle persone di Jacopo Coghe, Giusy D’Amico, Maria Rachele Ruiu.

Come chiarito sulla pagina della branca italiana de Le Manif pour tous, «sono stati vari i temi trattati nell’incontro, è emersa infine la proposta di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica».

Espressione, quest’ultima, che, cara a Papa Francesco e presente anche in documenti come l’Amoris Laetitia, fa riferimento all’ideologia gender. Si deve fra l’altro proprio a Generazione Famiglia il successivo tweet del ministro Fontana sulla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora al Pompei Pride.  

Ma un dettagliato resoconto degli incontri è stato offerto il 28 giugno da ProVita sul suo notiziario in una con le valutazioni di Toni Brandi: «Il Comitato Difendiamo i nostri figli, organizzatore dei Family Day di piazza San Giovanni e del Circo Massimo, di cui fa parte anche Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, è stato al ministero della Pubblica istruzione. Gandolfini ha parlato di "incontri fruttuosi con esponenti del governo per tutelare la famiglia".

Lo scopo degli incontri è stato quello di ottenere una "più efficace collaborazione sul fronte della promozione della natalità e della cultura della vita, della libertà educativa e del diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma", ha detto Gandolfini.

Il Comitato ha incontrato Marco Bussetti, ministro della Pubblica istruzione, Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: "È emersa una comunione di vedute sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini all’identità e ad avere entrambe le figure genitoriali, di perseguire pratiche di mercimonio di gameti e dei corpi e di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica", ha concluso Gandolfini».

Circolata negli ambiti di tali organizzazioni, la notizia è oggi rimbalzata nuovamente sui social grazie alla parziale narrazione offerta dalla pagina Facebook L’unione falla forsee all’appello congiunto di Marilena Grassadonia e Alessia Crocini su quella di Famiglie Arcobaleno.

Toccata direttamente dalle parole del ministro Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle loro realtà familiari (parole ribadite anche sul palco di Pontida il 1° luglio), l’associazione si ritrova a essere bersaglio dei correlati attacchi concentrici di Generazione Famiglia e CitizenGo per gli esposti presentati alle procure delle Repubbliche presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci».

Operazione per la quale, da giorni, le due associazioni stanno chiedendo attraverso mail dai toni pressanti donazioni di 25, 50 o 100 euro perché «le consulenze legali a cui ci affidiamo per resistere a tutti i tentativi di distruggere la famiglia in Italia hanno un costo non indifferente».

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Non si può infine non ricordare come Generazione Famiglia e CitizenGo si siano fatti promotori anche di una raccolta firme perché il ministro Matteo Salvini dia incarico ai prefetti di annullare le registrazioni anagrafiche dei “bambini” arcobaleno fatte da vari sindaci.

Iniziativa che, presentata in conferenza stampa a Palazzo Madama il 20 giugno, è stata vanificata nel pomeriggio dello stesso giorno dalla risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5s) all'interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Cosa, questa, che non è passata inosservata al Popolo della Famiglia, critico nei riguardi del governo gialloverde e oggetto di passati attacchi da parte del senatore Simone Pillon.

Sulla pagina Fb di Mario Adinolfi è intercorsa, negli scorsi giorni, un’interessante diatriba tra il direttore de La Croce e Filippo Savarese che, come Costanza Miriano chiamata in causa nel relativo post, appare apertamente schierato a difesa dell’area gandolfiniano-leghista.

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28° edizione del raduno della Lega a Pontida. 75.000 persone provenienti da tutta Italia si sono radunate oggi in attesa dell’intervento di Matteo Salvini che, per la prima volta, ha parlato sul pratone del Comune orobico nella triplice veste di segretario di partito, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio.

Tra lo sventolio di  diverse bandiere (dalla veteroleghista della Padania a quella sarda coi Quattro Mori) l’uomo dagli slogan a effetto è stato acclamato quale leader carismatico di una comunità in cui le vecchie posizioni si sono mescolate alle nuove senza apparenti contraddizioni.

Matteo, Matteo è l’invocazione unanime che hanno elevato i presenti tanto con le storiche t-shirt verdi recanti la scritta Prima il Nord quanto con quelle più moderne di colore blue e tipicamente salviniane.

E il taumaturgo italico dei nostri giorni, che ha avuto la capacità di unire sotto il cielo di Pontida uomini e donne del Nord a quelli e quelle del Sud operando il miracolo dell’oblio di decenni di insulti e minacce verso i terroni, non ha deluso le aspettative dei suoi fedeli.

Un corale osanna si è innalzato quando Salvini nel suo intervento fiume (e un fiume sono stati i temi toccati) ha dichiarato: «Si rassegnino i compagni, governeremo 30 anni».

E poi il tradizionale giuramento. Ma, come già successo in piazza Duomo a Milano per la chiusura della campagna elettorale, scandito con una corona del rosario tra le mani. Corona del rosario, alla cui manifattura Salvini ha dedicato un apposito tweet.

Appare chiara la volontà di riaffermare la propria identità cattolica anche se le posizioni leghiste in materia di migranti non piacciono a papa Francesco e sono guardate come tutt’altro che cristiane dai vertici curiali e della Cei.

Ma anche una volontà di riaffermare un concetto di Chiesa cui guarda la Lega: quella preconciliare, quella in armi contro i nemici della fede. A cominciare da quei musulmani che, proprio tramite la recita del rosario come riteneva Pio V, furono battuti a Lepanto dalle armate cattoliche il 7 ottobre 1571.

Lorenzo Fontana: "Come ha detto san Pio X: Quando vi dicono queste cose, siatene fieri"

Non è un caso che il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana abbia nel suo intervento menzionato, ancora una volta, quel Pio X che fu campione della lotta al modernismo: «Abbiamo detto cose banali, che un bimbo ha diritto di avere mamma e papà: ci hanno detto che siamo retrogradi, clericali. Ma - come ha detto san Pio X - Quando vi dicono queste cose, siatene fieri. E noi siamo fieri di dire che ci devono essere una mamma e un papà».

Salvini: "Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto"

E il tema delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno non poteva non essere toccato da Salvini. Anche in considerazione delle proteste sollevate ieri dalla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora, al Pompei Pride.

«Noi non siamo qua per portare via diritti a nessuno – ha tuonato il vicepremier –. Se lo Stato non entra nei negozi con gli studi di settore figurarsi se entra nelle camera da letto. Ognuno a casa sua fa quello che vuole.

Ma finché avrò voce e sangue nelle vene, difenderò, fino alla morte, il diritto dei più deboli: il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà e il diritto delle donne a non essere un utero in affitto.

Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto, delle donne oggetto e dei bambini in vendita al centro commerciale. Questo non è progresso, è la fine della civiltà».

Parole che, ancora una volta, si rivelano come lesive dell’autodeterminazione delle donne e, soprattutto, delle persone omosessuali in riferimento non solo alla negata capacità genitoriale ma anche alla demonizzazione delle stesse, il cui ricorso alla pratica della gestazione per altri (trascendendo da tutte le altre considerazioni) è in percentuale pressoché nullo se raffrontato con quello messo in atto dalle coppie eterosessuali sterili.

Poi l’attacco si è spostatato alle «multinazionali come Coca-Cola che vanno a sponsorizzare le giornate dell'Orgoglio solo per guadagnare qualche consumatore in più».

Fedriga: "Daremo il patrocinio al Family Day"

Ma l’accennato concetto naturalfamilistico, tanto caro a leghisti e movimenti cattoreazionari, è tornato ampiamente anche nell’intervento del neopresidente della Regione friulana. Quel Massimiliano Fedriga che, da parlamentare, sembrava essere ossessionato dalle persone Lgbti, viste le sue innumerevoli dichiarazioni al riguardo

«Il Friuli Venezia Giulia tutela e difende la famiglia naturale - ha dichiarato sul palco -. Mai darà il patrocinio ai vari Gay Pride: diamo il patrocino al Family Day

Non si danno soldi pubblici a chi fa propaganda per il desiderio degli adulti, ma a chi difende i più piccoli che hanno diritto ad avere una mamma e un papà».

Parole, le sue, che vanno anche lette come un riconoscimento a quell’ampio elettorato leghista d’area Family Day. A partire da Massimo Gandolfini, il cui braccio destro Simone Pillon siede oggi, non a caso, sugli scranni senatori di Palazzo Madama.

Le dichiarazioni di Attilio Fontana e Matteo Salvini ai giornalisti

Al di fuori dei riflettori del palco i toni sembrano però smorzarsi.

Un serafico Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, spiazza ad esempio i giornalisti che gli chiedono una valutazione sui 250.000 partecipanti al Milano Pride. «Sono favorevole al riconoscimento dei diritti – risponde –  non a una manifestazione che mi sembra rischi di essere divisiva. Ma su tutto i diritti devono essere riconosciuti».

Sul caso Spadafora è Salvini invece a rispondere alle pressanti domande della stampa con l’oramai proverbiale ritornello del contratto di governo: «Spadafora parla a nome personale: il tema non è nel contratto di governo. Le sue sono opinioni personali, che sono benvenute, ma il governo è un'altra cosa».

Sarà pure un’altra cosa ma Spadafora, oltre a ricevere l’ampio sostegno del vicepresidente del Parlamento Ue Fabio Massimo Castaldo, ha incassato ieri il plauso del sottosegretario all'Istruzione Lorenzo Fioramonti che in un tweet ha scritto: Io sto con Spadafora: 'Su diritti non si torna indietro'.

Le contraddizioni tra Lega e M5s sulle tematiche Lgbti

Sembrano insomma apparire sempre più evidenti le contraddizioni del connubio Lega-M5s anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Camera Roberto Fico sulla non chiusura dei porti.

Cosa che non è sfuggita a tanti. A partire dal governatore della Regione Liguria Giovanni Toti che, dopo la kermesse di Pontida, ha detto: «Il governo con la Lega è solido e saldo: è un rapporto antico e sono certo che durerà per il futuro. Questo governo nasce in assenza di alternative. Stanno cercando di fare cose che aspettavamo da tempo. In queste ore si vede come M5s e Lega non siano la stessa cosa. 

Mentre siamo qua a Pontida qualcuno era al Gay Pride e qualcuno ha chiesto di aprire i porti. Ma si sapeva».

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A due giorni dalla consegna del premio di Persona Lgbti dell’anno a Zoro nell’ambito del Pride Village, Padova ha celebrato ieri la sua marcia dell’orgoglio Lgbti.

Un Pride che, nonostante il negato patrocinio da parte della Regione Veneto a guida Zaia, ha visto riversarsi, lungo le incantevoli strade del centro storico, quasi 15.000 persone, alla cui testa c'erano il sindaco Sergio Giordani e l'intera Giunta.

Ma il Padova Pride non è andato esente dagli attacchi di Lega e destra locale .

Il sottosegretario leghista all'Economia Massimo Bitonci, già sindaco di Padova, ha gridato alla vergogna in nome di un'offesa a sant’Antonio, per il quale il capoluogo veneto è popolarmente conosciuto come la Città del Santo.

Durissima la consigliera comunale forzista Eleonora Mosco (vicinissima a Bitonci, che ha affiancato nelle vesti di vicesindaca) che ha parlato di «pagliacciata esibizionista, di pessimo gusto e al limite del buon costume».

I loro post hanno scatenato una ridda di commenti di inaudita violenza. Se c’era Mussolini li portava nei forni crematori, oppure Certa gente merita veramente il rogo, e non perché sono gay. Ma perché sono inutili. Senza nessun rispetto. E tutto questo nell’assoluto silenzio di Bitonci e Mosco.

Immediata la reazione del deputato padovano Alessandro Zan (Pd): Dobbiamo dirlo con forza: siete vergognosamente responsabili di una omofobia istituzionale che può legittimare comportamenti e azioni violente contro le persone Lgbti, il passaggio dalle parole ai fatti è sottilissimo.

Queste frasi non possono essere lasciate impunite. Bitonci, Mosco, siete la vergogna di questa città, che è libera, aperta ed europea, come la nostra festa di ieri ha dimostrato.

Finché persone come voi avranno la forza di diffondere questo odio, troveranno sempre noi a lottare per i diritti di tutti. W il Pride».

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Nella serata d’ieri, mentre si rincorreva la notizia del negato patrocinio al Padova Pride (30 giugno) da parte della Regione Veneto, Diego Bianchi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Zoro, ha ricevuto proprio nella città veneta il Premio Persona Lgbt dell’anno.

Il riconoscimento è stato assegnato sul palco del Padova Pride Village, l’importante kermesse trimestrale, che ideata e fondata dal deputato dem Alessandro Zan, è giunta quest’anno all’XI° edizione.

La consegna del premio è stata preceduta da un dibattito tra Zoro, lo stesso Zan, l’ex parlamentare Franco Grillini e il caporedattore di Gaynews Francesco Lepore. A moderare l’incontro il direttore artistico Lorenzo Bosio. Diego Bianchi ha ripercorso con ironia il cammino dei diritti civili negli ultimi anni alla luce di alcuni video realizzati per Tolleranza Zoro e Gazebo.

Dopo un saluto del sindaco di Padova Sergio Giordani, Alessandro Zan ha letto le motivazioni del premio: «Le priorità sono altre. Allora a questo punto, compagni gay che siete qua, aspettate un attimo, mettetevi l’anima in pace. Ragionando così, il vostro matrimonio non sarà mai una priorità. Queste le parole con cui Diego Bianchi, in arte Zoro, controbatté nel 2012 a Massimo D’Alema che su matrimonio egualitario e famiglie arcobaleno aveva espresso parere negativo in nome dell’art. 29 della Costituzione.

Ma contrariamente a quanto si poteva pensare il Pd, di cui Diego è stato sin dagli inizi attento e ironico analista con la rubrica video Tolleranza Zoro, arrivò successivamente a considerare prioritario il riconoscimento delle coppie di persone dello stesso sesso e farne un cavallo di battaglia fino a ottenere il dibattimento e l’approvazione della legge sulle unioni civili. Nella precedente fase, ma soprattutto in quel fatidico 11 maggio 2016, Diego Bianchi ha inciso considerevolmente sull’opinione pubblica italiana in tema dei diritti delle persone Lgbti attraverso una divertentissima e oramai celebre puntata di Gazebo.

Tale sensibilità per le questioni arcobaleno è stata sempre mostrata dal conduttore televisivo anche nel corso della sua nuova trasmissione Propaganda Live. Da segnalare al riguardo la critica alle dichiarazioni del neoministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno. Critica resa in Commedia nera, cartoon finale di Makkox alla puntata di Propaganda Live del 2 giugno scorso.

Un impegno, dunque, quello di Diego Bianchi contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere profuso ampiamente attraverso la tv e tanto più rimarchevole in una persona esterna alla collettività Lgbti. Quella stessa collettività che, a sua volta, ha sposato nei programmi politici dei Pride di quest’anno la linea della trasversalità, consapevole di non poter essere estranea – soprattutto in questo particolare momento politico - alle battaglie di ogni minoranza a partire da quella dei migranti.

Per queste motivazioni il Padova Pride Village nel corso della sua XI° edizione ha deciso di nominare Diego Bianchi, in arte Zoro, Persona Lgbt dell’anno».

Ma del premio, come di lotta alle discriminazioni e dichiarazioni del ministro Lorenzo Fontana sulle famiglie arcobaleno, Diego Bianchi ne aveva parlato poco prima in treno nel corso di un’intervista video con Francesco Lepore.

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Tra le città che, sabato 30 giugno, a ridosso del 49° anniversario dei Moti di Stonewall,  saranno interessate dall’Onda Pride c’è anche Padova. Un’occasione importante per il capoluogo veneto dove, da meno di due settimane, è stata inaugurata l’XI° edizione del Pride Village.

A pochi giorni dalla parata abbiamo raggiunto Mattia Galdiolo, presidente del locale comitato d’Arcigay.

Fra pochi giorni il Padova Pride: quali le parole d'ordine quest'anno?

Quest’anno il Padova Pride darà molto risalto a temi come la salute, la libertà e l'inclusione. Ma resta in primo luogo la visibilità quale tema chiave. Ormai sempre più persone Lgbti sono visibili e questo, indubbiamente, è il motivo per cui sempre di più di questioni Lgbti si discute in ogni ambito, nel bene e nel male. Però oggi visibilità per un Pride è anche consapevolezza.

Questo Pride vuole ispirare tutti a compiere scelte coraggiose, a prendere posizione, a partecipare al dibattito sui diritti che, come comunità Lgbti, pretendiamo dal nostro Paese e alle lotte che dovremo fare per ottenerli.

Come valuti l’attuale clima politico in riferimento ai diritti delle persone Lgbti?

Un atteggiamento passivo e distaccato dalla politica ha dato come frutto uno dei peggiori governi degli ultimi dieci anni. Distacco anche da parte della nostra comunità che "si accontenta" di spazi sicuri nei locali e di una visibilità limitata ma sempre più facile. Ora abbiamo un governo populista in perpetua campagna elettorale e con un approccio ai temi sociali di stampo marcatamente fascista. Percepisco un machismo diffuso e tutto questo è molto preoccupante sia per i nostri (pochi) diritti faticosamente ottenuti sia per quelli che la nostra comunità chiede a gran voce: dalla tutela della genitorialità omosessuale alla revisione della legge Reale - Mancino. Più di tutto però mi preoccupa il fatto che questa politica possa finire col legittimare la violenza e i soprusi. Ci sono già i primi segnali.

Abbiamo visto le forze dell'ordine al Siracusa Pride vietare l'esposizione di uno striscione critico nei confronti di Salvini. La violenza verbale sui social è poi ai massimi storici e gli episodi di violenze e discriminazioni seguono a ruota tutto ciò con numeri sempre crescenti. Di fronte a tutto ciò noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un movimento di liberazione: la libertà o c'è totalmente o non è libertà. Pertanto è nostro dovere prendere posizione in modo forte e chiaro per la liberazione e il benessere della comunità Lgbti ma anche di tutte quelle libertà direttamente correlate alla nostra: penso all'autodeterminazione delle donne o al dovere dell'accoglienza per i migranti.

Hai fatto cenno a quanto successo al Siracusa Pride. Qual è la tua specifica valutazione?

Questo episodio, e lo dico soprattutto da portavoce di un comitato Pride, ci ha fatti incazzare di brutto. I Pride sono la rivendicazione di identità e libertà, in primo luogo quella d’espressione: una libertà che è stata guadagnata nel nostro Paese con il sangue e il sacrificio di molte vite. Oggi forse non serve più arrampicarsi sulle colline e le montagne per fare le lotte partigiane ma, anche sopra un paio di tacchi a spillo, possiamo rivendicare la nostra libertà con analoga determinazione.

Noi abbiamo puntato su un gesto simbolico: lo striscione fatto rimuovere a Siracusa sarà presente al Padova Pride. Scelta che, come comitato, abbiamo preso spontaneamente e immediatamente, e che siamo pronti a difendere a tutti i costi.

I risultati delle ultime amministrative hanno visto un’avanzata della Lega in pochi Comuni, roccaforti storiche della sinistra. Come valuti ciò con riferimento alle locali associazioni Lgbti e soprattutto alla futura organizzazione dei Pride?

Credo che bisogna ricordare come i Pride abbiano un valore educativo per tutta la città. Ma per farlo bisogna dare ai cittadini l'occasione per capire cosa sta succedendo, cosa è un Pride, perché è importante, qual è il senso profondo e molto umano che sta alla base delle richieste della comunità Lgbti. In tutto questo abbiamo amministrazioni che oggi hanno sempre più strumenti per rendere difficile la vita a chi vuole manifestare. Ricordo che oggi con la nuova normativa sulla sicurezza un Comune può vietare cortei e manifestazioni con ragioni anche abbastanza pretestuose.

Bisogna organizzarsi per fare un lavoro comunicativo incisivo ed efficace in occasione dei Pride, per far sentire la manifestazione come parte della città, come parte di quello scenario culturale che ne rappresenta le diverse anime. Per il Padova Pride abbiamo parlato con associazioni che si occupano di ambiente, territorio, commercio. Tutte queste realtà si sono confrontate per la nostra volta con i nostri temi, eppure hanno visto nel Pride un'occasione interessante per scoprire qualcosa di nuovo e prendere una posizione. Ecco, credo che il più importante deterrente alla destra che avanza sia proprio questo lavoro culturale: essere presenti sui nostri territori, dialogare con tutte le realtà e, se per farlo dobbiamo uscire dalle nostre comfort zone, non sarà mai troppo presto!

Secondo te quale dovrebbe essere l’impegno futuro delle associazioni in difesa dei diritti civili e sociali?

Dovremmo ricordare che non siamo soli. Molto spesso assisto sconfortato alle risposte campaniliste di alcune associazioni e di pezzi di movimento. O anche al silenzio imbarazzante delle nostre associazioni di fronte al razzismo e al sessismo dei nostri politici. Non basta essere in trincea col coltello fra i denti per i nostri diritti: dobbiamo formare un'unica frontiera o non potremo mai fare fronte a tutti gli attacchi che riceveremo. Per farlo come movimento Lgbti, dobbiamo imparare a dialogare, a trovare soluzioni che ci consentano di non perdere pezzi inultilmente, ma soprattutto che ci consentano di crescere. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi: è una frase del Vangelo che ci dice qualcosa di utile, che, cioè, i veri nemici sono altrove.

Sempre più persone Lgbti si mostrano vicine o favorevoli a istanze di matrice xenofoba. Cosa sta accadendo secondo te nella nostra comunità?

Èun errore banale pensare che le persone Lgbti siano più sensibili alle discriminazioni e, pertanto, immuni a razzismo o xenofobia. La triste realtà è che lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono uguali al resto del mondo anche negli aspetti peggiori. Anzi sono capaci di dare al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia nuove e interessanti declinazioni. Da gay penso a una banalissima schermata di Grindr (ma per chi ha più di 20 anni pensiamo anche ai siti di annunci, ecc) dove i profili sono pieni di frasi che discriminano per etnia, peso, forma fisica, gradazioni diverse di femminilità. La verità è che per chi non rientra in un'idea stereotipica di gay, lesbica, transessuale, ecc rischia l'emarginazione da parte della comunità Lgbti.

Questo è un impegno culturale ineludibile per le associazioni Lgbti: trovare metodi e azioni di contrasto al razzismo, al body-shaming e al femme-shaming, ma anche di inclusione nelle associazioni e più in generale nella nostra comunità. È un periodo questo di grande impegno e di grandi responsabilità per le nostre associazioni. Moltissime cose stanno cambiando, noi stessi siamo profondamente cambiati. Dobbiamo trovare il coraggio e la forza di far fronte a tutto tenendo sempre presenti i nostri valori e la nostra identità.

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Basta bugie nelle anagrafi. L’iscrizione di figli di “due madri” e “due padri” tra diritto e ideologia.

Questo il titolo della conferenza stampa che, organizzata dalla Fondazione CitizenGo e dall’Associazione Generazione Famiglia su iniziativa politica del senatore leghista Simone Pillon (cofondatore del Comitato Difendiamo i nostri figli e legale di Massimo Gandolfini), ha avuto luogo in mattinata a Palazzo Madama presso la Sala Caduti di Nassiriya.

Oggetto dell’incontro la presentazione di cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Finalità dei richiedenti l’«annullamento delle “iscrizioni illegittime”» nonché l’indagine sulla sussistenza dei reati di falso ideologico e alterazione di stato a carico dei sindaci in concorso con le coppie di persone dello stesso sesso interessate.

Ma sono emerse sin dagli inizi della conferenza stampa le contraddizioni e incongruenze sottese a tali esposti.

A partire dalla confusione tra iscrizione anagrafica e trascrizione di atti di nascita esteri sulla base di sentenze dei relativi Stati nonostante il distinguo iniziale dello stesso senatore Pillon.

È stato infatti fatto passare il caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro) quale iscrizione anagrafica di un bambino figlio di due mamme quando invece si è trattata di trascrizione degli atti di nascita esteri di due gemelli e del riconoscimento della doppia genitorialità d’una coppia di due uomini.

Si è plaudito al «sindaco di Roma Virginia Raggi» per essersi opposta all’iscrizione anagrafica della figlia di “due papà” quando, invece, il diniego è stato opposto a una coppia di donne, una delle quali ha partorito a Roma, a differenza della trascrizione (avvenuta in maggio) degli atti di nascita esteri di tre gemelli registrati, anche in questo caso, quali figli di due uomini.

Al solito tutto è stato ricondotto all'inappropriato argomento dell’”utero in affitto”, che non può riguardare i contestati casi d’iscrizione anagrafica. Perché essi sono unicamente relativi a bambini nati in Italia da una delle componenti delle coppie di mamme arcobaleno a seguito di tecniche di fecondazione eterologa.

Eppure i vari parlamentari che si sono susseguiti (da Gasparri a De Bertoldi, da Pagano a Rauti) - come anche Savarese di CitizenGo e lo stesso Pillon – non hanno fatto che agitare al solito lo spettro dell’”abominevole pratica dell’utero in affitto” e annunciare mozioni per renderla reato universale.

Non sono mancate affermazioni consentanee all’ormai noto lessico dei politici di destra. Come quelle del senatore Fdi Andrea De Bertoldi, che ha parlato di famiglie composte da uomo e donna quali "famiglie naturali e normali", o quelle dell’omologa Rauti, che ha invocato la necessità di colmare un vuoto legislativo affermante la genitorialità quale esclusiva prerogativa di un uomo e una donna  

Dichiarazioni che, come osservato durante il dibattito, sono però smentite dai pronunciamenti della Corte di Cassazione, tra cui la recente ordinanza 14007 sulla causa La Delfa-Hoedts), nonché in contrasto col bonum minoris da sempre tutelare indipendentemente dalla tecnica di pma con cui è stato concepito (art. 8-9 della legge 40).

Senza parlare dell'attacco riservato sempre da De Bertoldi a Niki Vendola, presentato quale «attempato signore che gira portando in carrozzina il figlio comprato all'estero».

Il senatore Simone Pillon ha anche affermato di «aver ricevuto conforto dal ministro dell'Interno, dal sottosegretario dell'Interno e dal capogruppo della Lega rassicurazioni affinché i bambini possano crescere con un padre e una madre».

Anche se, successivamente incalzato al di fuori della conferenza stampa in relazione alla dichiarazioni di Salvini sul fatto che “il tema delle famiglie arcobaleno non fa parte del contratto di governo”, ha risposto: «Il ministro parla per il ministro. Io parlo di ciò di cui mi è stato dato incarico di parlare».

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