Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

e-max.it: your social media marketing partner

Ulteriore emorragia per ArciLesbica Nazionale, che perde oggi – dopo PerugiaUdine, Treviso, Bergamo e Bologna -, il circolo napoletano Le Maree.

La decisione della disaffiliazione è stata presa il 14 aprile nel corso di un’Assemblea straordinaria e resa nota con un post su Fb.

«Siamo orgogliose – si legge in esso - di annunciare che oggi diventiamo l’APS Le Maree Napoli.

Fiere della nostra storia, iniziata 21 anni fa, cominciamo un nuovo capitolo rinnovando l’impegno di portare avanti tutte le nostre battaglie, all’insegna della democraticità, del rispetto e della pluralità che ci hanno sempre contraddistinto».

Parole, quest’ultime, che spiegano fin troppo inequivocabilmente il motivo della disaffiliazione e rimandano alle polemiche scatenatesi in seno ad ArciLesbica Nazionale a seguito della mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme.

La decisione del direttivo de Le Maree è stata definita un atto coraggioso da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Per noi non cambierà di concreto nulla. Non si può modificare la storia e Le Maree sono la storia del movimento Lgbt napoletano e nazionale. Non si possono modificare le lotte: continueremo a condividere gli spazi della nostra sede storica in Vico San Geronimo.

Continueremo a confrontarci, a lottare, a vincere e a resistere. Grazie al gruppo dirigente del circolo napoletano de Le Maree per il coraggio, la chiarezza, la determinazione e la coerenza».

e-max.it: your social media marketing partner

Quando si parla di violenza domestica, si pensa generalmente a un fenomeno riguardante coppie di persone di sesso opposto. Le stesse persone omosessuali tendono a negarlo: quasi un volersi difendere da una omologazione. Eppure alcune di esse iniziano a parlarne, percependosi come vittime.

Ne parliano con Daniele Paolini, psicologo-psicoterapeuta sistemico-relazionale e assegnista di ricerca presso l’Università degli studi Gabriele D’Annunzio di Chieti – Pescara.

Dr Paolini, lei ha iniziato a studiare il fenomeno della violenza domestica in riferimento alle coppie omosessuali. Quali i risultati della sua indagine?

Un giorno mi sono imbattuto in un post su Facebook di un’associazione inglese dal nome Broken Rainbow, oggi confluita nell'organizzazione Galop. Quest’associazione si occupa di violenza domestica all’interno di coppie omosessuali in Inghilterra. Nello specifico cerca di comprendere come si verifica la violenza e fornisce supporto e aiuto alle vittime. Questo è stato il primo momento in cui mi sono fermato a riflettere su questo tema ed è stato anche lo start che mi ha spinto verso un processo di ricerca e approfondimento. Purtroppo la conoscenza di tale fenomeno la dobbiamo mutuare, quasi totalmente, da contesti anglofoni.

In una recente ricerca, condotta in collaborazione con l’Università di Chieti e l’Università di Perugia, abbiamo esaminato la volontà degli astanti di fornire aiuto e sostegno a una vittima di violenza domestica sia essa gay che lesbica. Nel fare questo, la ricerca ha indagato se i meccanismi sottostanti l'intervento degli astanti sono simili o diversi a quelli osservati quando le persone assistono a casi di violenza domestica avvenuti all’intero di una coppia eterosessuale, nonché di identificare alcune condizioni che esacerbano la volontà oppure no di intervenire. Dalla nostra ricerca emerge che, se la violenza domestica viene perpetrata come esito di un tradimento, le persone valutano le vittime come meno morali e più responsabili dell’accaduto e tale valutazione influenza in modo negativo la loro disponibilità a fornire aiuto.

Questi esiti rispecchiano purtroppo ciò che drammaticamente emerge dalle ricerche che hanno indagato la violenza domestica in coppie eterosessuali a differenza del fatto che per quanto riguarda le coppie omosessuali l’effetto descritto emerge in modo più forte per le persone che presentano un orientamento ideologico conservatore. Senza ombra di dubbio, questi dati fanno accapponare la pelle, se la confessione di un tradimento viene considerata come una giustificazione alla violenza domestica subita al punto tale di non essere disposti a intervenire per mettere fine a tale atto. E, se quest’effetto è maggiormente esacerbato dall’orientamento politico di chi in una situazione di emergenza dovrebbe fornire aiuto, sembra emerga un quadro molto pericolo per il quale urge un attento e approfondito dialogo e intervento socio-politico.

Sulla base della sua esperienza di ricercatore e  psicologo le vittime omosessuali di violenza domesticachiedono aiuto e sostegno a un esperto nel momento del bisogno?

Purtroppo devo rispondere di no. In base alla mia esperienza come psicoterapeuta ho potuto osservare una forte reticenza nel chiedere aiuto perché vittime o perpetuatori di violenza domestica. È più probabile che tale problematica emerga in una fase più avanzata del processo terapeutico e, quindi, che esso non abbia inizio da una richiesta d’aiuto esplicita inerente una violenza domestica.

Da un lato credo sia un processo di normale protezione come se affrontare una tematica così importante e delicata in Italia necessitasse di una collaudata relazione di fiducia. Dall’altro, però, è necessario chiedersi se esistono luoghi, di qualsiasi forma, adibiti a raccogliere richieste d’aiuto esclusivamente legate alla violenza domestica in una coppia omosessuale. Ancora una volta, a malincuore, devo rispondere di no.

Sussistono al riguardo motivi e meccanismi differenti tra coppie di persone gay e lesbiche?

La difficoltà nel fare ricerca su questa tematica e, quindi, la scarsa presenza di ricerche che possono fornirci un quadro più dettagliato del fenomeno, rende impossibile, ad oggi, delineare specifiche differenze imputabili alle coppie di persone gay e lesbiche. Cedo sia importante concentrarsi non tanto sulle differenze ma sulla gravità di qualsiasi atto di violenza indipendentemente dalla loro forma.

Lei parlava d’un ritardo nel denunciare la violenza subita. Quanto pesa in proposito una cultura etero-sessista e omofoba?

La violenza domestica all’interno di coppie omosessuali sembra particolarmente difficile da rilevare e riportare a causa di diversi fattori che ostacolano la richiesta di aiuto da parte della vittima. Una prima riflessione da fare è che la denuncia di una violenza domestica per un’omosessuale presuppone che il processo di coming out si sia realizzato: le incertezze e la paura nell’affermazione del proprio orientamento sessuale possono ostacolare il processo di denuncia.

Un’ulteriore barriera è sicuramente il contesto eterosessista e omofobo nel quale le coppie omosessuali continuano a vivere. In quale luogo istituzionale un omosessuale vittima di violenza domestica può recarsi senza sentire il peso del proprio orientamento sessuale? Ovviamente legato a questo fattore non può essere ignorato il fenomeno dell’omofobia interiorizzata che può spingere le vittime omosessuali a sottovalutare l’accaduto stesso. Due aspetti connessi che, nonostante i recenti progressi, continuano ad alimentare la condizione di invisibilità sociale del mondo Lgbt esacerbando stereotipi e discriminazioni.

Inoltre, dalla letteratura emerge anche che un altro ostacolo è rappresentato dalla paura che denunciare una violenza domestica getterebbe una luce negativa su tutta la comunità Lgbti che da decenni combatte per il riconoscimento dei diritti. In realtà il quadro è molto complesso. Una serie di ostacoli impediscono la presa in carico di tale problematica. Ma è pur vero che ad oggi, nello specifico sul territorio italiano, non esistono servizi idonei a raccogliere tali denunce e a fornire un adeguato aiuto alle vittime. La strada da fare è lunga e tortuosa.

Sembra necessario però un’attenta analisi del fenomeno e del contesto sociale per riuscire a promuovere programmi di intervento efficaci ed efficienti sia per quanto riguarda le conseguenze psicologiche di una violenza domestica sia per un processo di sensibilizzazione sociale.

e-max.it: your social media marketing partner

Edito per i tipi catanesi Villaggio Maori, Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio è una raccolta di sei racconti, in cui Rosario Coco, project manager Erasmus Plus, narra l’amore tra tabù e pregiudizi. Tabù e pregiudizi che si annidano dentro e fuori un campo di calcio. All'interno di una società che fa ancora fatica ad accettare l'amore indipendentemente da chi lo prova e verso chi.

sto

Il volume sarà presentato a Roma in due date distinte: l’8 aprile presso il Caffè Letterario in Via Ostiense, 95 e il 10 maggio in Sala Nassirya a Palazzo Madama, dove prenderanno, fra gli altri, la parola la senatrice Monica Cirinnà, il presidente di Aics Bruno Molea e il direttore di Gaynews Franco Grillini.

Pubblichiamo di seguito il testo prefatorio al volume, scritto da Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews:

Sei storie coinvolgenti. Sei racconti in cui la realtà si mescola alla fantasia. Sei percorsi narrativi in cui orientarsi con una bussola speciale. Quella dell’amore. L’amore passionale tra i protagonisti e le protagoniste di questi récit al di là del loro orientamento sessuale o identità di genere. L’amore amicale che, al dire di Minucio Felice, unisce le persone simili o simili le rende: Amicitia semper aut pares accipit aut facit.

L’amore per il corpo, che si racconta attraverso il corpo e parla agli altri con il linguaggio del corpo. Linguaggio che non potrà mai scandalizzare, perché il corpo non è pietra di inciampo ma veicolo di unione, dialogo e arricchimento reciproco. L’amore in tutte le sue sfaccettature che è sempre in gioco ed entra sempre in campo nella vita come nello sport.

Già, perché anche nello sport non è possibile farne a meno. Perché quando se ne fa a meno, scompare l’aspetto ludico, l’aspetto gioioso, l’aspetto sanamente competitivo dell’attività sportiva e si lascia aperta la porta alla sopraffazione, alla violenza, alla discriminazione.

«Entra in campo, amore». Sono queste le parole con cui si chiude l’omonimo racconto della raccolta Storie fuorigioco. Parole che Jonathan sente sussurrarsi all’orecchio da Roberto. Parole che vanno però ben al di là della singola vicenda narrativa e si caricano d’un valore universale senza limiti di spazio e tempo. Parole da sussurrare alle orecchie del cuore, fare proprie e attuare come motto programmatico.

«Entra in campo, amore». Un imperativo ineludibile soprattutto per chi si impegna a contrastare le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nello sport. A rendere più friendly il mondo sportivo, dove sono ancora frequenti e diffuse le manifestazioni verbali e talvolta fisiche di rifiuto e stigmatizzazione delle persone «transgender/gender variant», gay o lesbiche. Una vera e propria depauperizzazione, questa, per quell’insieme di attività che, oltre a essere un bene sociale e culturale di grande portata, ha un elevato potenziale formativo ed educativo nonché capacità di veicolare alti valori e ideali.

L’autore di Storie fuorigioco tutto questo lo sa molto bene. Attivista Lgbti di lunga data e amante dello sport, in particolare del calcio, Rosario Coco è infatti coordinatore dell’importante progetto Outsport che, cofinanziato dalla Commisione Europea col programma Erasmus Plus, è finalizzato a valorizzare il mondo sportivo come luogo di formazione e contrasto all’omo-transfobia in continuità con la scuola e con la famiglia.

Nel solco d’un tale impegno pluriennale si pone la raccolta Storie fuorigioco, che dischiude alle lettrici e ai lettori uno spazio di riflessione e sensibilizzazione perché lo sport conservi un valore positivo e promuova una cultura dell’inclusione e valorizzazione delle differenze di ciascuno.

e-max.it: your social media marketing partner

«Amo New York e oggi annuncio la mia candidatura a governatrice». Questo il tweet lanciato ieri dalla 51enne Cynthia Nixon, che per anni ha interpretato Miranda Hobbes nella celebre serie tv Sex & the City. Trovano così conferma ufficiale le indiscrezioni che si susseguivano da mesi sulla sua candidatura alla guida di uno Stato a netta maggioranza democratica come quello di New York.

La vera sfida sarà perciò quella delle primarie del 13 settembre col governatore in carica Andrew Cuomo.

L'attrice 51enne, lesbica dichiarata e madre di tre figli, è da tempo esponente dell'ala più progressista del Partito Democratico e nota attivista per i diritti delle persone Lgbti.

Vicina al sindaco di New York Bill De Blasio, Cynthia Nixon ha ripetutamente criticato il governo Cuomo invitando i democratici a ritagliarsi una forte identità liberale invece di essere semplicemente il "partito anti-Trump". Nel gennaio scorso, durante un gala di beneficenza nella sua città, aveva dichiarato: «Nel 2018 non abbiamo solo bisogno di eleggere un numero maggiore di democratici. Abbiamo bisogno anche di eleggere democratici migliori».

Poi ieri il tweet con tanto di video esplicativo.

«New York è la mia casa – afferma in esso l’attrice –. Non ho mai vissuto altrove. Quando sono cresciuta qui, eravamo solo mia madre e io in una casa con una sola stanza da letto, al quinto piano. New York è il posto dove sono stata cresciuta e dove cresco i miei figli. Ho avuto chance che non vedo per la maggior parte dei bambini di New York». Nel dirsi orgogliosa della scuola pubblica mentre ha in braccio il figlio Max, Cynthia scandisce: «I nostri leader ci stanno deludendo, siamo lo stato con le più marcate diseguaglianze nell'intero Paese, con ricchezza incredibile e povertà estrema. Metà dei bambini nelle città del nord vivono al di sotto della soglia di povertà. Come è potuto accadere?».

E poi continua attaccando il governo Cuomo: «Amo New York e non ho mai voluto vivere altrove. Ma qualcosa deve cambiare: vogliamo che il nostro governo torni a lavorare sulla sanità. Ponga fine agli arresti di massa e sistemi la nostra metropolitana guasta. Siamo stanchi di politici che si preoccupano di titoli e potere, ma non di noi». E infine: «Sono Cynthia Nixon, sono di New York. E insieme possiamo vincere questa battaglia».

Non si è fatta attendere la risposta di Andrew Cuomo che attraverso un portavoce ha affermato di aver conseguito più vittorie progressiste di qualsiasi altro democratico nel Paese. Indicando a riprova di ciò la legalizzazione del matrimonio egualitario, le norme sulle armi pesanti, il salario minimo di 15 dollari e l’ampliamento dei fondi scolastici.

Intanto, secondo un primo sondaggio del Siena College (ad appena un giorno dall’annuncio della candidatura dell’attrice), Cuomo avrebbe il 66% delle preferenze, Nixon il 19%.

e-max.it: your social media marketing partner

Quella di Rio de Janeiro è stata l’ultima tappa brasiliana del Witness: The Tour della cantante californiana Katy Perry.

In una Praça da Apoteose gremita all’inverosimile la popstar ha voluto rendere omaggio alla consigliera del Psol Marielle Franco, assassinata con l'autista Anderson Pedro Gomes mercoledì 14 marzo. A metà concerto è stata proiettata su un megaschermo l’immagine dell’attivista lesbica, che ha speso la sua vita in difesa dei poveri delle favelas.

Poi Katy Perry ha fatto salire accanto a sé sul palco Anielle e Luyara Franco, rispettivamente sorella e figlia di Marielle, dicendo loro: «Siamo con voi e i nostri cuori sono spezzati. Vi amiamo». Ha quindi invitato le persone presenti a un minuto di silenzio.

Momenti d’intensa commozione sono stati quelli in cui Anielle Franco, ricordando la sorella, ha detto: «Grazie per tutta la forza che ci date. Riceviamo migliaia di messaggi. Grazie per questo momento. La gente attende giustizia. Marielle, presente! Marielle, presente! Anderson, presente!».

Dopo aver esortato Luyara a «brillare nel ricordo della madre» continuandone l’impegno per gli altri, Katy Perry ha abbracciato lei e Anielle tra gli applausi commossi della folla. Che ha poi cantato con la popstar il brano Unconditionally espressamente dedicato a Marielle.

e-max.it: your social media marketing partner

Quattro colpi di pistola per uccidere Marielle Franco. Quattro colpi di pistola per silenziare la voce di chi voce non ha o ne ha poca per essere presa in considerazione: i poveri delle favelas, i neri, le persone Lgbti, le donne, dei cui diritti lei, donna, nera, lesbica e nativa del Complexo da Maré (l’enorme favela di Rio de Janeiro comprendente 16 baraccopoli), è stata paladina instancabile.

Ma invano. Perché la 38enne consigliera municipale di Rio (eletta tra le file del Psol con quasi 47.000 preferenze) continua a parlare attraverso le battaglie condotte, continua a essere “presente” come ha gridato ieri la folla all'uscita del feretro dalla chiesa. «È mattanza di poveri, è mattanza di neri, è mattanza di chi lotta», aveva detto poco prima padre Geraldo Natalino durante le esequie religiose. Presenti al rito funebre la vedova e il figlio di due anni di Anderson Pedro Gomes, l’autista di Marielle, freddato anche lui, con tre colpi di pistola, la notte del 15 marzo.

Una mattanza che, come la stessa Marielle denunciava di continuo, chiama direttamente in causa le forze dell’ordine.

Il giorno prima d’essere uccisa, la consigliera era tornata a criticare la militarizzazione delle forze di polizia di Rio de Janeiro voluta nel febbraio scorso dal presidente Michel Temer per contrastare la criminalità dilagante nelle favelas. Commentando infatti in un tweet l’omicidio di un giovane, forse «realizzato per conto della polizia militare», Marielle s’era chiesta: «Quanti altri moriranno affinché questa guerra finisca?». Per poi definire il 41° battaglione della polizia militare "battaglione della morte" e denunciarne i componenti quali autori di abusi e crimini contro la popolazione delle favelas di Rio de Janeiro. Alle quali, come sempre sosteneva nei comizi, il governo avrebbe dovrebbe assicurare più servizi e istruzione in una con la lotta senza quartiere alle diseguaglianze laceranti il tessuto sociale del Brasile.

E proprio le indagini ancora in corso sembrano evidenziare progressivamente le responsabilità della polizia militare nell’esecuzione di quello che si configura sempre più come un agguato premeditato.

È stato infatti reso noto che i 13 bossoli calibro 9 trovati sul luogo dell'agguato appartengono a un lotto di munizioni venduto, nel 2006, alla polizia federale di Brasilia dall'azienda brasiliana Cbc. Lo stesso lotto usato nella strage dell’agosto 2015, durante la quale vennero uccise, nello stato di San Paolo, 23 persone. Per la strage sono stati poi arrestati tre agenti della polizia militare e uno della polizia civile, che avrebbero agito per vendicare la morte di due rispettivi commilitoni a Osasco e Barueri.

Chiarezza nelle indagini hanno invocato sia l’ex presidente Lula sia il leader del Psol Marcelo Freixo, che ha dichiarato: «Ci aspettiamo un'indagine rigorosa, dato che ci sono tutte le caratteristiche di un'esecuzione». E ieri è intervenuto nel merito anche l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhchr). In una nota a firma della portavoce Liz Throssell è stato chiesto che le indagini «siano eseguite il prima possibile» e in modo «completo, trasparente e indipendente», affinché i risultati «possano essere visti con credibilità».

Intanto in tutto il Brasile non si fermano le massicce manifestazioni di piazza per ricordare Marielle e invocare giustizia e verità per colei che è gia salutata quale martire della guerra contro la violenza e l'odio pervadenti la società brasiliana. A Rio, dove oggi a seguito di una sparatoria tra narcotrafficanti e polizia sono state uccise tre persone tra cui un bambino di due anni, la tensione resta altissima

Ma reazioni di cordoglio e indignazione per l’assassinio della consigliera del Psol si registrano in ogni parte del mondo.

Stasera alle 21:00 nell’ambito del Salento Rainbow Film Festival è stato proiettato il corto di Giovanni Minerba Orfeo, il giorno prima. Il cofondatore dell’importante rassegna cinematografica Lgbti Lovers Film Festival aveva infatti annunciato che avrebbe dedicato a Marielle «questo momento».

A Gaynews la dottoressa Vittoria Doretti, ideatrice del Codice Rosa, ha dichiarato: «L’omicidio di Marielle Franco, donna nera e lesbica dichiarata impegnata in difesa delle persone vittime d’ogni genere di violenza e discriminazione, addolora enormemente. Ma nel mondo saremo in migliaia e migliaia a raccogliere la sua eredità, a continuare le sue battaglie, a far risuonare la sua voce in difesa dei diritti dei poveri, delle donne, delle persone di colore, degli omosessuali».

e-max.it: your social media marketing partner

Le offese e le molestie sessuali subite da Viola F. durante una visita ginecologica, di cui la giovane 23enne aveva parlato su Fb in occasione dell’8 marzo e ieri su Gaynews in una lunga intervista, sono un’ennesima riprova di come le donne lesbiche siano troppo spesso doppiamente vittime. Vittime della violenza di genere e dell’omofobia.

Ma può anche succedere che alle storie da incubo, come è la vicenda di Viola e come la stessa Viola l’ha definita, se ne accompagnino altre. Storie belle, storie positive, storie in cui la parità di genere e il rispetto della persona a prescindere dal proprio orientamento sessuale sono non solo chiavi di lettura dell’accaduto ma realtà regolanti ogni rapporto umano.

Tale è la storia di Valentina, un’impiegata che vive alle porte di Roma. Una giovane donna come Viola. Una giovane donna che, come Viola, si è dovuta sottoporre a visita medica. Ma con esiti ben diversi.

Ecco come l’ha raccontata a Gaynews:

La mattina di mercoledì 14 non sono stata bene. Sono finita al pronto soccorso. Cosa, questa, che, nel rifletterci ora, mi appare solo particolare. Mentre il medico mi visitava, mi ha chiesto se poteva esserci possibilità di una gravidanza. Molto spontaneamente, quasi ridendo, data la situazione, gli ho risposto di no. Lui mi ha sorriso e mi ha chiesto: Come mai tutta questa convinzione? E io, molto serenamente: Perché sono lesbica. Mi ha sorriso di nuovo e mi fa: Anche le lesbiche possono essere incinta. E io, di rimando: Sì, ma lo saprei dato che non è tanto semplice. Lui allora ha commentato con un semplice: Purtroppo.

Quando mi ha consegnato la cartella clinica, senza neanche guardarmi in faccia e continuando a scrivere sul pc, mi fa: Lo sai che sei la prima persona che non si è fatta problemi nel dirmelo? Grazie, davvero. Complimenti, sei in gamba. In bocca al lupo per tutto a te e alla tua compagna.

Mi sono sentita così tremendamente orgogliosa di me e soprattutto del medico che avevo davanti. Sono orgogliosa degli uomini e delle donne che, come me, non trovano stranezze e diversità nell'amore.

Poi, a casa, ho letto prima della storia del 13enne di Scafati. Poi quella di Viola. Posso solo immaginare il trauma subito per quella visita ginecologica. Per la violenza usatale da quel medico. La mia è stata fortunatamente un’esperienza diversa grazie a un medico, di cui non dimenticherò mai il sorriso e le poche ma quanto importanti parole.

Le dichiarazioni di Valentina sono state così commentate dalla senatrice Monica Cirinnà: «Conosco Valentina come una donna sincera, forte, determinata e tale si è dimostrata anche durante la visita medica al pronto soccorso.

Quello che, dato lo stato di salute, poteva essere un episodio non piacevole si è rivelato un momento positivamente significativo per lei. La soddisfazione di essere in ogni circostanza sé stessa, di vivere in maniera pienamente risolta, di sapere d’amare al pari di altre senza differenze, perché l’amore è sempre tale al di là dell’orientamento sessuale, è emersa nel corso di quella visita. Grazie anche all’atteggiamento professionale e alla squisita sensibilità del medico, al quale va il mio plauso.

Un bell’esempio, e fortunatamente non sono pochi, nel mondo sanitario. Uno spaccato anche positivo di società italiana che, nonostante tutto, avanza nel cammino dell’altrui sentire, del sincero rispetto per tutti, della piena parità dei diritti».

 

e-max.it: your social media marketing partner

Circa una settimana fa, in occasione della Giornata internazionale della donna, l’attenzione della cronaca si è focalizzata nuovamente su un caso di omofobia e molestie in ambito sanitario.

Viola F., 23enne d’origine ischitana ma vivente a Roma per studi universitari, ha infatti denuncito quale incubo la visita ginecologica, cui si era sottoposta a fine gennaio nella capitale. Il medico, avendo appreso dalla paziente il suo orientamento sessuale, nel sottoporla a ecografia transvaginale, era arrivato a usare parole allusive, offensive e umilianti per la stessa.

«Ancora una volta registriamo un caso di discriminazione in ambito sanitario – ha così dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli –. Poco più di un mese fa, infatti, un attivista di Arcigay è stato schernito e deriso in quanto omosessuale durante una visita da un medico in servizio in una struttura ospedaliera campana. Oggi tocca a Viola essere discriminata da un ginecologo in quanto lesbica. Queste circostanze gravissime ci fanno riflettere, ancora una volta, sulla scarsa formazione e sulla scarsa sensibilità dei medici e del personale sanitario. Non è tutto così, ovviamente, ma c’è ancora tanto da fare perché un pezzo del nostro Paese è ancora drammaticamente resistente al cambiamento».

Per Gaynews, abbiamo deciso di raggiungere telefonicamente Viola per capire meglio come sono andate le cose.

Viola, ti era mai capitato di trovarti in situazioni simili, cioè di essere stigmatizzata o molestata perché lesbica ?

Sì, mi era già capitato, purtroppo, in due distinte occasioni. La prima volta avevo 17 anni. Mi trovavo a Ischia, dove sono nata, a una festa con la mia compagna di allora. Alcuni ragazzi hanno approfittato di un momento, in cui mi ero allontanata da sola, per andare a prendere da bere e mi hanno accerchiata. Uno di loro mi ha parlato per chiedermi: Perché baci una donna? Io ricordo che risposi: Anche tu baci le donne, no? Dovresti capirmi.

Gli altri allora hanno iniziato a darmi botte sulla testa e sulla schiena. Sono riuscita a uscire da quel cerchio umiliante e violento mettendomi in ginocchio e facendomi spazio tra le loro gambe, tutta bagnata dei drink che mi ero rovesciata addosso. Ricordo che ebbi bisogno di appartarmi per piangere, perché ero sopraffatta dal senso di impotenza e umiliazione. Non so ancora chi fossero quei ragazzi.

La seconda volta avevo 18 anni: entrai in classe una mattina e trovai tutti i miei compagni in piedi davanti al muro, dietro la cattedra. Mi avvicinai e lessi una grande scritta fatta col pennarello: Viola lesbica malata. I miei amici erano riusciti a coprire solo parzialmente quella scritta. Qualche tempo dopo fecero imbiancare l'aula.

Quando hai raccontato la visita che hai subito, quali reazioni hai raccolto nella tua cerchia di conoscenze? Hai ricevuto solidarietà o ti sei confrontata con atteggiamenti di chiusura?

Questa è una domanda fondamentale, la cui risposta chiarisce anche il perché io abbia deciso di raccontare la vicenda proprio in occasione della Giornata della donna.

Come ho già detto, ho raccolto dalle mie conoscenze e amicizie molto sostegno, comprensione e incoraggiamento, ma non da tutti.

La prima cosa che va precisata è che, quando sono uscita da quella visita, mi era venuta a prendere in auto la mia ragazza. Ero molto turbata e soprattutto nervosa, però ancora non avevo metabolizzato l’accaduto a causa dello shock. La mia ragazza mi ha fatto notare quanto assurdo fosse quello che il ginecologo avesse detto e fatto, quanto fosse fuori luogo e inaccettabile. E mi ha scossa da quell'apatia passiva in cui ero precipitata subito dopo.

In seguito, sono state proprio le reazioni di altre persone che mi hanno aiutata a raccogliere le forze: chi ha pianto per il nervosismo e l'ingiustizia, chi mi ha versato del vino e mi ha offerto il suo ascolto per tutta la notte, chi con gli occhi sgranati non sapeva come esprimermi quanto le dispiacesse, chi con le vene delle tempie ingrossate mi diceva che avrei dovuto denunciare. Tutte reazioni che hanno riempito il mio cuore, che mi hanno fatta sentire meno sola davanti a quell'evento che mi aveva profondamente segnata.

Tutti mi sono state accanto, tutti tranne una persona: la mia migliore amica. Era stata lei a consigliarmi il ginecologo, suo medico e amico di famiglia. E questo chiarisce come mai io abbia deciso di raccontare la vicenda l'8 marzo: perché quel giorno di celebrazione della donna, l'unica cosa che riuscivo a pensare era quanto fossi delusa dal mancato sostegno femminile che ritenevo il più importante.

Lei ha dubitato delle mie parole, forse per la sua natura intimamente subordinata al genere maschile, forse per la sua provenienza piccolo borghese, per la sua famiglia molto cattolica. La mia migliore amica ha messo in dubbio le mie parole per paura, per non vedere le cose che non le piacciono. Ecco perché ho invitato le donne, come lei, ad alzare la testa e amare di più sé stesse e le altre. Ma nel resto del mio mondo, per fortuna, ho trovato grande solidarietà.

Hai denunciato l’accaduto all’ordine dei medici? E alle forze dell’ordine?

Ho denunciato solo ai carabinieri, che hanno accolto con grande indignazione il mio racconto. Proprio i carabinieri mi hanno spinto a presentare il caso alla procura sotto la dicitura di "violenza sessuale" invece che come semplice molestia. Hanno detto che il mio caso si trova sulla linea di confine tra violenza e molestia dacché, mentre il ginecologo mi diceva che avrebbe voluto farmi cambiare idea sulla mia omosessualità, stava comunque usando i suoi strumenti su di me e dentro di me. E, inoltre, mentre mi diceva che ero una monella, riferendosi ai miei tatuaggi, aveva le mani sul mio seno. Cose che dovrebbero essere normali durante una visita ginecologica, ma che acquistano un altro colore se accompagnate da quel tipo di frasi.

All'Ordine dei medici non l’ho segnalato, ma spero vengano presto informati. Non vorrei correre il paradossale rischio di essere anche contro-querelata per diffamazione. Sarebbe il colmo.

Tra la visita e la denuncia pubblica della violenza è trascorso un po’ di tempo. Credi ti sia servito a metabolizzare e raccontare l’accaduto o avevi timore di scontrarti con il pregiudizio altrui?

La cosa strana è che ho provato per settimane a scrivere dell'accaduto. All'inizio non avevo la serenità mentale per rivivere tutto nel raccontarlo agli altri, pensavo che le parole avrebbero sminuito la frustrazione, il disgusto, l'umiliazione che avevo provato. Non avevo la forza adeguata per farmi capire. Ma l'8 Marzo è stata la delusione nei confronti della mia migliore amica che mi ha spinta a farmi portavoce della forza femminile. Per esortare le donne a lottare ancora, perché il mondo può migliorare sempre più nei nostri confronti, e per dire a tutte di avere coraggio, denunciare, alzare la testa.

Ci vuole forza perché ci si può ancora imbattere in ignoranza, menti ottuse e pregiudizi. Bisogna far capire a tutte le donne che non si guadagna niente nel denunciare una molestia, né soldi né fama né potere, ma è necessario farlo. Anzi, io ho dovuto affrontare molte difficoltà per esprimere cosa avessi subìto, e ho perso anche un'amica. Ma il torto subito ti dà la forza di gettarti anche in una vasca di squali.

Secondo te, personaggi come il medico che ti ha visitato, poggiano il proprio senso di impunità sulla consapevolezza di essere parte di una società maschilista e omofoba o sul senso di paura e vergogna che suggeriscono alla “vittima”?

Il ginecologo era il tipico maschio alfa, borghese, educato ma dagli atteggiamenti tipici dell’impunito. Sapeva di essere in una situazione di potere, sia come uomo bianco ed eterosessuale, sia come medico affermato, col camice addosso e la possibilità di dire qualsiasi cosa volesse a qualunque giovane e bella ragazza, nel suo intoccabile studio arredato in modo elegante, dove lavora da solo. Di certo, per le libertà che si è preso e la sua nonchalance nel biasimarmi apertamente fin dal primo momento perché omosessuale (con parole crude e dirette), credo abbia puntato anche sul mio senso di disagio, sulla mia inferiorità in quel momento. Lui medico, io paziente. Io mortale, lui Dio.

Giocava con la mia psiche con bastone e carota, alternando frasi di biasimo per la mia omosessualità (fino a dirmi anche: Non dirlo a nessuno perché penserebbero male di te, in ogni ambito della tua vita) a frasi viscide e moleste: dal Come sei bella al Ti avrei fatto cambiare idee, che mi hanno messo a disagio e mi hanno bloccata. Tanto era lui a dirmi di aprire le gambe, di togliere la maglietta, di rispondere a domande indiscrete, ed io lo facevo. Questo era per lui palesemente galvanizzante.

Come ti sentirai, la prossima volta che dovrai sottoporti a visita ginecologica? Pur cambiando medico, riuscirai a essere serena o credi che quest’esperienza comprometterà la tua fiducia nei confronti dei medici che incontrerai?

Per rispondere a questa domanda, devo precisare che sono una studentessa di medicina e che, in generale, non sono propensa a perdere la fiducia nei confronti della classe medica. Ma credo proprio che, nel momento in cui dovrò spogliarmi nuovamente davanti ad un dottore e farmi toccare in una situazione di vulnerabilità, sarà diverso. Se solo ci penso, mi viene la nausea. Purtroppo non solo in questo ambito ha influito la vicenda, non solo nei riguardi dei medici avrò problematiche.

Ma quel che è successo ha avuto riverbero per qualche tempo anche nella mia vita sessuale, nella fiducia nei confronti del genere maschile e ha anche peggiorato i sintomi dell'ansia, di cui già soffrivo in modo blando. Le sue parole, le sue mani, il suo sguardo viscido sul mio corpo giovane non mi condizioneranno solo nel momento in cui dovrò spogliarmi di fronte a un altro medico (che d'ora in poi sarà donna) ma hanno già leso molti aspetti della mia vita, tra cui la mia dignità. Spero davvero che sia condannato, radiato dall'Ordine dei medici e che non possa più traumatizzare nessuna ragazza.

Ormai io quest'orrore l'ho vissuto e niente me lo farà dimenticare… Ma spero almeno che questa brutta vicenda possa essere d'aiuto per le altre, per salvaguardarle, per incoraggiarle a denunciare. Magari stavolta la legge farà qualcosa di buono. E avremo un orco in meno di cui preoccuparci.

e-max.it: your social media marketing partner

Stalkerava e minacciava la figlia, di cui non condivideva la relazione sentimentale con una donna. Per questo motivo è stata denunciata per atti persecutori dai poliziotti del commissariato di Noto (Sr), cui la vittima aveva infine chiesto aiuto.

Una volta deciso di andare via da casa e di convivere con la compagna, la giovane è stata infatti ripetutamente importunata dalla madre con telefonate e messaggi dal contenuto offensivo e intimidatorio. La donna è arrivata persino a minacciarla di gettarle dell'acido sul viso o di investirla con l'auto.

In un'occasione si è anche appostata vicino al negozio dove la figlia era stata assunta da poco e ha affrontato i titolari pretendendo che la licenziassero altrimenti sarebbe tornata a fare una scenata. È così scattato il licenziamento per evitare conseguenze.

Convocata in commissariato, la madre-aguzzina è stata denunciata e diffidata dall'avvicinarsi alla figlia.

Sulla vicenda così si è espresso Armando Caravini, presidente di Arcigay Siracusa: «Rimaniamo sempre basiti dalla crudezza di alcune situazioni.

Questa ragazza sta subendo da anni i maltrattamenti di una madre che non accetta sua figlia. Perché, lo ribadisco, essere omosessuali è solo un modo di essere, non una scelta e tanto meno un voler offendere gli altri.

Come sportello e come associazione Arcigay ci mettiamo a disposizione di questa ragazza. Siamo con lei e la sua compagna». 

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video