Il Parlamento di Taiwan ha oggi legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Si tratta di una decisione storica, anche perché è la prima volta che un provvedimento del genere viene varato in un Paese del continente asiatico.

La legge, votata a larga maggioranza dai deputati taiwanesi, prevede che le coppie di persone dello stesso sesso possano formare "delle unioni permanenti esclusive". È inoltre contemplata l'iscrizione al relativo registro matrimoniale dell'anagrafe.

I conservatori avevano tentato all'ultimo di far passare una versione ammorbidita del provvedimento ma senza successo. 

Centinaia di persone hanno manifestato vicino al Parlamento di Taipei durante un dibattito lungo e faticoso su un tema che ha polarizzato l'opinione pubblica taiwanese. Questo voto è considerata una vittoria per la collettività Lgbti dell'isola, che per anni ha condotto una campagna a favore del matrimonio egualitario.

Con un risultato considerevole già nel 2017, quando la Corte Costituzionale si era espressa in favore delle nozze tra persone dello stesso sesso. Ma nonostante la sentenza dell’Alta Corte i passi intrapresi per un’attuazione legislativa erano stati pressocché nulli. Da qui l’organizzazione dei referendum, che avevano avuto luogo il 24 novembre scorso in concomitanza con le elezioni politiche.

Referendum che, però, avevano visto la maggioranza dei taiwanesi esprimersi contro la legalizzazione delle nozze tra persone dello stesso sesso. Ma, già all'epoca, il governo aveva avvertito che l'esito referendario non avrebbe alcun effetto sull’applicazione del verdetto della Corte. Oggi la conferma.

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Colpevole di molestie sessuali su due 13enni secondo cinque capi d'accusa: uno per aggressione e quattro per attentato al pudore.

Questo il verdetto che, emesso all’unanimità l’11 dicembre dai 12 giurati della County Court di Victoria a Melbourne nei riguardi del cardinale George Pell, è stato reso pubblico soltanto oggi dopo che il medesimo tribunale ha revocato il divieto ai media di notificare la condanna. Anche se sembra essere sfuggita a tutti la menzione esplicita fattane da Frédéric Martel nel suo ultimo libro Sodoma, dove a p. 118 si legge: «Il suo primo processo, che conta migliaia di pagine d’audizioni, si è concluso con la sua condanna alla fine del 2018».

Secondo la giuria, il porporato 77enne, già componente del Consiglio dei Cardinali (detto comunemente C9 bergogliano) e prefetto della Segreteria (Vaticana) per l’Economia, molestò nel 1996 i due adolescenti, componenti del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne (quando Pell ne era arcivescovo), dopo che gli stessi gli avevano servito messa. La giuria ha anche dichiarato che il presule si è reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei due adolescenti in un corridoio più di un mese dopo.

L'udienza di condanna inizierà domani. Il cardinale, che rischia fino a 50 anni di carcere, continua a dichiararsi innocente e il suo avvocato prevede di ricorrere in appello.

Conservatore della linea ratzingeriana e pubblicamente critico nei riguardi di Bergoglio, soprattutto all’indomani della pubblicazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia (in riferimento alla quale ha supportato i Dubia, sottoscritti dai cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra, Meisner), George Pell, che ama celebrare secondo il messale di Pio V o tridentino, si è reso noto in Australia come paladino dei valori tradizionali del cattolicesimo.

Noto per le sue crociate contro la legalizzazione dell’eutanasia e del matrimonio tra persone dello stesso sesso, il porporato si è sempre pronunciato criticamente contro l'ordinazione sacerdotale delle donne e l'abolizione del celibato cleriale.

Promosso nel 2001 ad arcivescovo di Sidney da Giovanni Paolo II (che lo avrebbe creato cardinale due anni dopo) ed entrato in diocesi il 10 maggio, Pell ebbe allora a dichiarare nell'omelia per la presa di possesso canonico: «L'insegnamento cristiano sulla sessualità è solo una parte dei Dieci Comandamenti, delle virtù e dei vizi. Ma è essenziale per il benessere umano e specialmente per il corretto sviluppo dei matrimoni e delle famiglie, per la continuità della razza umana».

Nel 2009, a seguito delle dichiarazioni di Benedetto XVI su la monogamia e l'astinenza sessuale quale soluzione all'Hiv/Aids in Africa, fecero enorme scalpore le affermazioni del porporato ben al di là degli stessi postulati ratzingeriani. 

«L'idea di poter risolvere - disse all'epoca nel corso di un'intervista televisiva - una grande crisi spirituale e sanitaria come l'Aids con alcuni congegni meccanici come i condom è ridicola. Se si guarda alle Filippine, si vedrà che l'incidenza dell'Aids è molto più bassa rispetto alla Thailandia, che è inondata di preservativi. Ci sono preservativi ovunque, eppure il tasso di infezione è enorme. I preservativi incoraggiano la promiscuità; i preservativi, dunque, incoraggiano l'irresponsabilità».

Si è fatto anche notare per l'opposizione alle tesi ambientalistiche del cambiamento climatico (in pieno accordo col pensiero di Trump) non risparmiando attacchi all'enciclica bergogliana Laudato si'.

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Il gabinetto Su Tseng-Chang ha presentato ieri un progetto di legge sulla legalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso in Taiwan.

Il testo pubblicato dal ministero della Giustizia propone di consentire a «due persone dello stesso sesso di formare un'unione permanente di natura intima ed esclusiva con lo scopo dichiarato di condurre una vita insieme» e «dare loro le stesse protezioni legali» accordate al matrimonio compresi i diritti successorii. Sarà inoltre consentita l’adozione del configlio biologico del/la partner. Resterà invece immutata nel Codice Civile la definizione di matrimonio quale unione tra un uomo e una donna.

Se approvata dal Parlamento, la legge entrerebbe in vigore entro il 24 maggio, data ultima data dalla Corte Costituzionale per modificare la legge che vieta alle coppie di persone dello stesso sesso di sposarsi. 

Il progetto di legge, presentato dal Partito Democratico Progressista (Pdp) al potere, è dunque, punta dunque a stabilire un punto d’equilibrio tra le promesse fatte in campagna elettorale alle associazioni Lgbti, la richiesta avanzata dalla Corte Costituzionale e gli esiti dei referendum di novembre, che ha visto il 67,26% dei votanti esprimersi contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Sempre ieri il premier Su Tseng-Chang si è espresso al riguardo con un post su Facebook, in cui ha chiesto ai connazionali di accettarsi e rispettarsi reciprocamente. Ha poi chiarito come il progetto di legge sia rispettoso dell’esito referendario ma costituisca un passo in avanti per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, le quali, al contarario, considerano il testo, in ultima analisi, discriminatorio

Secondo Jennifer Lu, coordinatrice di Marriage Equality Coalition Taiwan, la bozza di legge non fornirebbe protezioni legali complete alle coppie dello stesso sesso. Pur riconoscendo il sincero impegno del governo in materia, ha detto che gli attivisti continueranno a lottare per la parità di diritti.

Critiche serrate, soprattutto, da parte dei gruppi religiosi e conservatori, che hanno condotto un’aspra battaglia contro il matrimonio egualitario durante il referendum. La Coalition for the Happiness of Our Next Generation ha ieri definito la bozza «inaccettabile».

In ogni caso, se il testo fosse adottato, si tratterebbe della prima legge a normare le unioni tra persone dello stesso sesso in Asia. Simile percorso si sta attuando in Thailandia, dove il relativo progetto, approvato dalla giunta militare, dovrà passare, entro l'anno, al vaglio del Parlamento. 

Non ci sarebbe invece bisogno d'una legge sul matrimonio egualitario secondo premier cambogiano Hun Sen, che ha però invitato i connazionali a non discriminare le persone Lgbti.

Come riportato dal Khmer Times, Hun Sen, che è primo ministro del Regno di Cambogia dal 1998 (lo era già stato, una prima volta, dal 1985 al 1993), ha dichiarato che non è possibile varare nel Paese del Sud-est asiatico una legge «che consenta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Alcuni Paesi, fra l'altro, stanno affrontando anche polemiche su questo problema». Ha quindi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una tale legge perché non impediamo le relazioni omosessuali né arrestiamo le persone Lgbti, mettendole in prigione». 

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Nel giorno di San Valentino 13 coppie omosessuali (cinque di donne e otto di uomini) fanno causa al Governo giapponese per discriminazione rispetto alle omologhe eterosessuali in materia matrimoniale. Chiedono inoltre d'essere risarcite.

Nel ricorso si denuncia la vigente normativa proibente il matrimonio tra persone dello stesso sesso in violazione del principio costituzionale della piena uguglianza “di tutti i cittadini davanti alla legge”. Inoltre l’articolo 24 della Costituzione nipponica non interdice formalmente il same-sex marriage ma semplicemente non lo contempla. Motivo per cui i legali delle 13 coppie sono pronti ad adire alla Corte Suprema.

Non è da dimenticare come, secondo un sondaggio di Dentsu dello scorso ottobre, il 78% della popolazione giapponese, tra i 20 e i 59 anni, sia favorevole al matrimonio egualitario. D’altra parte, la società giapponese è stata, storicamente, sempre abbastanza tollerante nei confronti dell'omosessualità, come dimostra l’enorme documentazione sui samurai che avevano rapporti con uomini. Per non parlare delle numerose raffigurazioni artistiche nelle tradizionali ukiyo-e.

Ma con la piena restaurazione del potere imperiale a opera di Meiji, il Giappone nel 1868, nella misura in cui si apriva alla cultura occidentale (soprattuto quella britannica), industrializzandosi e modernizzandosi, ne accoglieva anche le posizioni dannatorie in materia d’omosessualità.

Al momento il Giappone e l’Italia (anche se nel nostro Paese sono state approvate, l’11 maggio 2016, le unioni civili) restano gli unici due Paesi del G7 a vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

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Classe 1986, udinese di nascita ma da tempo a Milano, Giacomo Cardaci è avvocato. Professione, la sua, che condivide col compagno Manuel Girola, che ha sposato a Copenaghen nel 2016.

Come Manuel anche Giacomo è socio di Rete Lenford e lotta per i diritti delle persone Lgbti. Ma dai 21 ai 23 anni Giacomo ha dovuto condurre una lotta ben diversa. Quella contro «un tumore aggressivo, inoperabile, recidivante», che lo ha «sbranato». Ma quella lotta Giacomo l’ha vinta e l’ha raccontata in un libro intitolato La forza chimica del dolore, leggendo il quale Manuel si è innamoraro di lui una decina d’anni fa.

Ieri Giacomo ne ha parlato in lungo post su Facebook, che ha commosso tante persone amiche. Perché questo post è stato scritto in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro, «giornata molto speciale», come lui stesso l’ha definita. 

Un invito, il suo, a non cadere in «meschinerie, squallori, brutture». Un invito, il suo, a ricordare che «la vita è bella anche se è brutta, vivere è il miracolo dei miracoli, ma sopravvivere, credetemi, è il regalo dei regali. Vedrete che andrà tutto bene. Vi voglio bene, voglio bene alla mia famiglia, alla mia sorellina meravigliosa che mi starnutì sulla testa pelata e si mise a ridere e ad asciugarmi dal muco, amo il mio Manuel e sono l'uomo più felice del mondo».

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Mantenimento della supremazia dell’America Latina (con eventuale accoglienza di basi statunitensi in Brasile per contrastare la crescente presenza russa in Venezuela), controllo delle ong, sfruttamento agricolo dell’area amazzonica a favore dei proprietari terrieri e a danno delle popolazioni indigene (la demarcazione dei cui territori è stata sottratta alla gestione della Fundaçao Nacional do Índio), riaffermato occidentalismo.

E su tutto l’ossessione rossa con l’annunciato licenziamento di 300 dipendenti contrattisti con idee di sinistra dalla Casa Civil. Perché, come detto, il 1° gennaio, da Jair Messias Bolsonaro nel discorso d’insediamento quale presidente del Brasile, la bandiera giallo-verde «non sarà mai rossa».

Ma le prime prese di posizione del governo dell’ex militare di estrema destra non sarebbero pienamente comprensibili se sganciate da quell’alveo di ostentata religiosità cristiana, di cui il neopresidente ha dato subito prova al termine del suo discorso del 1° gennaio: «Il Brasile sopra tutto, Dio sopra tutti».

Cattolico per tradizione familiare, Bolsonaro deve la vittoria elettorale anche all’appoggio entusiasta delle comunità protestanti. Sua moglie, Michelle de Paula Firmo Reinaldo, è una fervente evangelicale. Non a caso, dunque, il ministero della Donna, della Famiglia e dei Diritti Civili è andato a una predicatrice evangelicale quale Damares Regina Alves, che nel suo primo discorso ufficiale ha ribadito che «lo Stato è laico» ma che lei è «terribilmente cristiana».

Classe 1954 e avvocata, Alves, che è stata pastora della Chiesa Universale dell’Evangelo Quadrangolare (denominazione cristiano-evangelicale d’indirizzo pentecostale) e della Chiesa Battista da Lagoinha (megacomunità evangelicale di Belo Horizonte dall’indirizzo battista-carismatico), ebbe fra l’altro a dire nel 2016: «È giunta l’ora che la Chiesa annunci il nostro avvento. È giunta l’ora che la Chiesa governi».

Ma è proprio sulla riforma del ministero e sulla scelta della titolare che si è innescata una polemica sui social, che non accenna a placarsi. Polemica soprattutto sollevata da persone Lgbti e componenti delle associazioni in ragione, anzitutto, della cancellazione dello specifico diparimentimento loro dedicato

La Misura Provvisoria 870/219, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 gennaio, con riferimento al ministero affidato a Damares Alves non fa più menzione, come in precedenza, delle persone Lgbti nell’ambito della promozione e tutela dei diritti umani.

Il testo, infatti, enumera specificamente i diritti «delle donne, della famiglia, dei bambini e degli adolescenti, dei giovani, degli anziani, delle persone disabili, dei neri, delle minoranze etniche e sociali, degli indios». In riferimento a questi ultimi è anche incluso «il monitoraggio delle azioni sanitarie adottate a favore delle comunità indigene, ferma restando la competenza del ministero dell'Agricoltura, Zootecnia e Alimentazione». Le persone Lgbti potrebbero forse ricadere all'interno della voce minoranze etniche e sociali.  

La struttura di base del ministero sarà così formata: I) Segreteria nazionale delle politiche per le donne; II) Segreteria nazionale della famiglia; III) Segreteria nazionale per i diritti di bambini e adolescenti; IV) Segreteria nazionale della gioventù; V) Segreteria nazionale per la protezione globale; VI) Segretariato nazionale delle politiche per la promozione dell'uguaglianza razziale; VII) Segretariato nazionale per i diritti delle persone con disabilità; VIII) Segretariato nazionale per la promozione e la difesa dei diritti della persona anziana; IX) il Consiglio nazionale per la promozione dell'uguaglianza razziale; X) Consiglio nazionale per i diritti umani; XI) Consiglio nazionale per combattere la discriminazione; XII) il Consiglio nazionale per i diritti di bambini e adolescenti; XIII) Consiglio nazionale per i diritti delle persone con disabilità; XIV) Consiglio nazionale per i diritti degli anziani; XV) Comitato nazionale per prevenire e combattere la tortura; XVI ) Meccanismo nazionale per prevenire e combattere la tortura; XVII) Consiglio nazionale dei popoli e delle comunità tradizionali; XVIII) Consiglio nazionale della politica indiana; XIX) il Consiglio nazionale per i diritti della donna; XX) Consiglio nazionale della gioventù.

Le politiche per i diritti delle persone Lgbti saranno dunque trattate dal Consiglio nazionale per la lotta alla discriminazione. Assistenza alle stesse potrebbero essere anche fornite dalla Segreteria nazionale della Famiglia e dalla Segreteria nazionale della Protezione globale. Fra l’altro la ministra Alves ha ribadito come sarà compito del suo dicastero la tutela dei diritti delle persone Lgbti. Alla stampa ha rilasciato inoltre le seguenti affermazioni: «Le rivendicazioni delle persone Lgbti sono molto delicate, ma i miei rapporti con le associazioni Lbti sono molto buoni. È possibile avere un governo di pace tra il movimento conservatore, il movimento Lgbti e gli altri movimenti». Ha infine ribadito come non ci sia alcuna volontà di ripensamento sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, che in Brasile è legale in Brasile dal 2013.

Sulle sincere intenzioni di Damares Alves si era già espresso, in dicembre, Toni Reis, fondatore, ex presidente e attuale consigliere all’Educazione dell'Associação Brasileira de Gays, Lésbicas, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Intersexos (Abglt), ricordando come la predicatrice sia sia sempre impegnata nel combattere la violenza contro la collettività Lgbti e nel promuovere una migliore integrazione professionale delle persone transgender.

Secondo la Liga Brasileira de Lésbicas (Lbl) resta comunque «impossibile avviare un dialogo con i sostenitori dell'esistenza della cosiddetta "teoria del gender", che mette in discussione dibattiti e diritti duramente vinto grazie alle nostre lotte sociali». 

Già perché Damares Alves, oltre a essere fieramente antiabortista e critica del femminismo, è, al pari di Bolsonaro, ossessionata dalla gender theory. Ossessione che le ha fatto compiere, il 2 gennaio, uno scivolone non da poco. Al termine del discorso d’insediamento al ministero Alves, tra le acclamazioni dell’entourage, ha infatti gridato: «Attenzione, attenzione! Inizia una nuova era in Brasile: il bambino veste d’azzurro e la bambina veste di rosa».

La circolazione immediata in rete di un video con tali dichiarazioni ha suscitato immancabilmente un’ondata di reazioni e commenti ironici. Personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, da Fábio Assunção a Caetano Veloso, da Letícia Spiller a Monica Iozzi, hanno pubblicato foto in cui gli uomini posano con abbigliamento in rosa e le donne in blu. 

Sui social è nato il movimento Cor não tem gênero (Il genere non ha colore) con relativo hastag, mentre oggi si è tenuta sulla spiaggia di Copacabana la «Manifestazione delle donne in blu, degli uomini in rosa o nei colori che si preferisce». 

La ministra è stata costretta, il 4 gennaio, a fornire spiegazioni, dicendo che le sue dichiarazioni erano una «metafora contro la teoria del gender», cui il presidente Bolsonaro è molto ostile, ma che «i ragazzi e le ragazze possono vestirsi in blu, in rosa, in tutti i colori, come meglio preferiscono».

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I bulgari sono moderatamente aperturisti in tema di relazioni familiari.

È quanto emerge dai dati d’un sondaggio dell'agenzia demoscopica Gallup International Association, pubblicati a Sofia il 17 dicembre. La ricerca è stata condotta dal 30 novembre al 7 dicembre in prossimità delle festività natalizie, vissute nel Paese dell’Europa centro-orientale, a forte maggioranza cristiano-ortodossa, quale periodo di vacanze familiari per antonomasia.

Su divorzio, aborto, convivenze la popolazione bulgara appare a favore mentre mostra una netta contrarietà al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Solo il 12% delle persone intervistate approva la possibilità di una relazione coniugale tra uomo e uomo o tra donna e donna. Il 78% si oppone categoricamente a tale possibilità.

Quasi tre quarti, invece, degli intervistati e intervistate ritengono accettabile convivere senza matrimonio, anche quando nascono dei figli. Appena il 15% si è dichirato contro il divorzio e solo l'11% ritiene che gli aborti vadano proibiti.

Mutamento radicale d’opinione anche nei riguardi di matrimonio tra persone appartenenti a differenti etnie o credo religiosi. La maggioranza di circa due terzi (69%) si è dichiarata favorevole al riguardo.

Novità anche in riferimento alla violenza contro le donne, stigmatizzata dalla maggior parte della popolazione bulgara. Solo il 7% ritiene che un uomo possa colpire una donna. Bisogna tuttavia notare come il 7% in questione equivalga a oltre 300.000 persone e come, secondo la Gallup, possano «esserci risposte "nascoste”»: il che significa che la preoccupazione rimane alta.

In un tale contesto a sorprendere è la concezione stereotipica dell’uomo quale responsabile del reddito familiare: il 75% sostiene, infatti, che i soldi in famiglia devono essere prevalentemente prevalentemente portati dall'uomo. E a pensarla così sono sia gli uomini sia le donne intervistate. 

sondaggio

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I 583 deputati presenti (sui 605 complessivi) del Parlamento monocamerale cubano hanno ieri approvato il nuovo testo della Costituzione, che sarà sottoposto, il 24 febbraio, al definitivo voto referendario popolare

Approvato, dunque, al pari di tutti gli altri anche l’art. 82 che, senza definire i soggetti del contratto nuziale (indicati invece quale «uomo e donna» nella Costituzione del 1976), recita: «Il matrimonio è un'istituzione sociale e giuridica. È una delle forme di organizzazione delle famiglie. Si fonda sul libero consenso e sulla parità di diritti, obblighi e capacità legale dei coniugi. La legge determina la forma in cui si costituisce e i suoi effetti.

Si riconosce inoltre l'unione stabile e singolare con validità legale, formante di fatto un progetto di vita in comune, che, sotto le condizioni e circostanze indicate dalla legge, genera i diritti e gli obblighi che questa prevede».

In sintesi, l’art. 82 parla di famiglie al plurale (riconoscendone dunque le varie forme), ravvisa nel matrimonio una delle modalità d’organizzazione dell’istituto familiare, utilizza il termine neutro di coniugi e riconosce legalmente le unioni di fatto

Sull’importanza di esso ha insistito, nell’intervento previo alla votazione dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, il deputato e attivista Lgbti Luis Ángel Ádan Roble anche a fronte delle polemiche degli ultimi giorni, sollevate dalla cancellazione della ridefinizione del concetto di matrimonio dall’originario art. 68 (letta a livello internazionale come uno sbarramento costituzionale al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso).

Roble non solo ha ricordato come l’essenza di una tale riformulazione sia mantenuta nel nuovo art. 82 ma ha ribadito tanto l’importanza del sì al voto refendario del 24 febbraio quanto il comune impegno a far sì che la successiva legge sul Codice della Famiglia non sia poi in contrasto col principio di uguaglianza e non discriminazione sancito dalla nuova Costituzione.

A definire quali soggetti costituiranno il matrimonio spetterà infatti a tale Codice da approvarsi entro due anni dal referendum costituzionale di febbraio.

«Vorrei nuovamente sottolineare – ha esordito il parlamentare – che sono in totale accordo con la redazione e il contenuto dell'art. 82, non solo come deputato ma come persona Lgbt».

Richiamando i punti salienti dell’articolo in questione, Roble ha quindi aggiunto: «In fin dei conti non ci sono regressi di nessun tipo. Non ci sono fazioni vincenti, né perdenti. Perché l'unico che vince è il popolo.

Facciamo solo in modo che le famiglie, la cellula fondamentale della nostra società, escano favorite e rafforzate al di là delle forme in cui si organizzano. Sono sicuro che nel Codice di Famiglia, una delle leggi attraverso la quale si deve attuare la volontà costituzionale, daremo legittimità sociale al rispetto dei diritti di tutte le persone, realizzando un grande lavoro comunicativo per progredire nell'educazione integrale della sessualità ed evitare che una legge contraddica la Costituzione.

Spero che tutti i deputati siano coerenti con i principi di giustizia e uguaglianza contenuti nel progetto di Costituzione. Stiamo promuovendo, istruendo e formando una coscienza critica.

Per finire rivolgo solo un invito a tutto il popolo a votare sì. Questa rivoluzione ha sempre contato e conterà su la partecipazione e l’impegno di molte persone di sesso e genere diverse. La Patria è di tutti».

A ricalcare i punti dell’intervento di Roble la deputata Mariela Castro Éspin.

Ma a particolarmente colpire del suo discorso è stata la parte finale, quando la direttrice del Cenesex rivolgendosi al padre Raùl Castro, segretario del Partito Comunista di Cuba nonché presidente della Commissione per la Riforma della Costituzione, ha dichiarato: «Voglio congratularmi con un educatore molto speciale nella mia vita, che m’insegnò che si può amare la Rivoluzione senza abbandonare la famiglia e si può amare la famiglia senza abbandonare la Rivoluzione. Grazie per il suo esempio di padre e di rivoluzionario».

Mariela ha quindi concluso: «Chiedo come deputata di quest’Assemblea che mi sia permesso d’abbracciarlo». Cosa che è avvenuta tra gli applausi scroscianti dei parlamentari in piedi.

Tornata al suo posto, la deputata ha riferito come il padre, nell’abbracciarla, le abbia sussurrato che le ricordava la madre Vilma Espín Guillois, deputata che introdusse nel Parlamento cubano la lotta per la famiglia e l'inclusione sociale senza discriminazione

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Nessuna retromarcia sul matrimonio egualitario nel progetto di revisione della Costituzione cubana.

Ad assicurarlo su Facebook e Twitter Mariela Castro, figlia dell’ex presidente Raúl Castro e presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, dopo la notizia, rilanciata a livello internazionale dai media, sulla cancellazione dall’art. 68 relativo alla ridefinizione del concetto di nozze in linea col risultato della consultazione nazionale. Dimenticando però che è stato riformulato l’art. 82 sì da mantenere «l'essenza dell'articolo precedentemente proposto (68), poiche' cancella il dualismo di genere con cui il matrimonio e' stato definito nella Costituzione del 1976».

Con l’art. 82 è stato infatti incorporato uno specifico capitolo sulla famiglia, di cui si riconoscono i vincoli tanto giuridici quanto di fatto (con un riconoscimento alle unioni consensuali finora prive di tutela giuridica nel Paese centro-americano) e il diritto di ogni cittadino di formare una famiglia senza alcuna distinzione sulla sua natura.

Senza giri di parole Mariela Castra ha addebitato la diffusione della notizia sull’arretramento in materia di matrimonio egualitario proprio al Parlamento monocamerale cubano, che ha lanciato al riguardo un tweet privo di riferimento alla nuova proposta, facendo passare nella pubblica opinione «con approccio inadeguato ciò che molti hanno interpretato come una retrocessione».

Per cui, ha concluso la nipote di Fidel, «non c'è nessun arretramento, l'essenza dell'articolo 68 viene mantenuta, la lotta continua. Adesso approviamo la Costituzione. Poi serriamo le fila per realizzare un Codice della Famiglia avanzato come il nuovo testo costituzionale.

Cuba è nostra, Cuba è di tutti e tutte. Non abbiamo ceduto né cederemo ai ricatti fondamentalisti e retrogradi che si oppongono politicamente al progetto emancipatore della Rivoluzione cubana».

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La Commissione per la redazione del nuovo testo della Costituzione, guidata dall'ex presidente e leader del Partito Comunista di Cuba Raúl Castro, ha oggi proposto all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di eliminare dalla bozza originale l’emendamento che avrebbe aperto la strada al riconoscimento del matrimonio egualitario.

L’articolo 68 prevedeva, infatti, di sostituire la vigente definizione costituzionale di matrimonio (risalente al 1976) quella “unione tra un uomo e una donna" con quella di “unione tra due persone".

Dalla consultazione popolare, cui è stato sottoposta la bozza tra agosto e novembre, è infatti risultato che «l'articolo 68 è stato il più dibattuto dai cittadini durante la consultazione popolare nel 66% degli incontri organizzati – come annunciato dal Parlamento cubano via Twitter –. Dei 192.408 pareri espressi, 158.376 propongono di sostituire la proposta con quella attualmente in vigore».

Alla luce di un tale risultato il segretario del Consiglio di Stato Homero Acosta Álvarez ha dichiarato: «Il progetto di Costituzione di Cuba non definirà quali persone formano un matrimonio». Compito, questo, che sarà invece assolto dal Codice della Famiglia dopo un’apposita consultazione e referendum.

A pesare su tale decisione popolare anche la violenta campagna antigovernativa, condotta nei mesi scorsi dalle comunità evangelicali con tanto di raccolta firme e riti religiosi di protesta.

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