Certamente un iter procedurale atipico, quello con cui in Australia si arriverà presto alla legalizzazione del matrimonio egualitario.

Infatti, lo scorso settembre, con una consultazione referendaria indetta per posta, il governo aveva interpellato la popolazione sul riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso e ci sono voluti due mesi circa per conoscere l’esito del sondaggio che, come già si immaginava, ha visto una schiacciante vittoria del sì.

Nonostante si trattasse di un referendum non vincolante, il Primo Ministro Turnbull ha dichiarato che, davanti a un risultato favorevole tanto netto e inequivocabile (circa il 61,6%), il Parlamento non potrà che comportarsi in maniera consequenziale e coerente.

Ma per capire qualcosa in più della questione australiana, abbiamo fatto qualche domanda a Dave Di Vito, scrittore, traduttore, direttore didattico e blogger nato a Melbourne che vive da sette anni in Italia con il suo compagno.

Dave, un omosessuale vive meglio in Italia o in Australia?

Per la maggior parte, un gay vive meglio in Australia. Culturalmente hanno fatto più lavoro e progressi in Australia che in Italia. Generalmente, le  questioni e le polemiche che sono evidenti in Italia (es. la discriminazione omofobica nella casa vacanza in Calabria) sono ormai inconcepibili in Australia.

Forse, l'unica eccezione, è quando ci si confronta con i più giovani: infatti gli italiani sono molto più tranquilli rispetto all'idea di mascolinità e meno aggressivi degli australiani. Detto questo, non sono mai stato aggredito per strada per essere gay in Australia ma in Italia sì.

Cosa ne pensi del fatto che in Australia abbiano deciso di ricorrere a un atipico referendum non vincolante e con procedura “postale” per conoscere il parere dei cittadini sul matrimonio egualitario? Secondo te, si tratta di una procedura giusta e sensata?

Il sondaggio postale è stato veramente imbarazzante. Sono felice per il risultato ma sono molto arrabbiato per la procedura. È ridicolo che un governo - anche di destra - possa sfruttare i diritti per una mossa politica.

Ma, da quando abbiamo avuto Abbott come primo ministro, la destra ha fatto di tutto per rallentare progressi in diverse circostanze e ha abbassato il tono del dibattito. Trovo volgare che, per accontentare una decina di politici e i loro sostenitori (la chiesa e le sue lobby), migliaia di persone hanno dovuto esprimersi in un referendum postale per ottenere un risultato che non era neanche vincolante. Un risultato che poi riflette specularmente quasi tutti i risultati dei sondaggi svolti negli ultimi quattro anni.

Adesso che il referendum ha fatto emergere il largo consenso della popolazione per il matrimonio egualitario, cosa farà il Primo Ministro australiano? Secondo te, procederà all’approvazione della legge e o proverà a insabbiarla?

I risultati sono chiari e stanno già elaborando gli atti in Parlamento. Turnbull è già in una posizione precaria sia in Parlamento che con l’opinione pubblica. Dopo che il suo governo ha strumentalizzato la campagna per il matrimonio egualitario, i cittadini non hanno più pazienza per ulteriori mosse politiche. Adesso gli Australiani vogliono la legge dopo tutto questo spreco di soldi e tempo.

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Un vero e proprio plebiscito consultivo quello che è stato avviato in Australia, martedì 12 settembre, sulla legalizzazione o meno del matrimonio tra persone dello stesso sesso. I risultati, previsti per novembre e calcolati sulla base delle preferenze pervenute via posta, non saranno vincolanti. Ma l’eventuale vittoria del sì porterebbe automaticamente al voto parlamentare secondo la promessa del primo ministro Malcolm Turnbull.

Cosa, questa, che il fronte avverso al same-sex marriage, a partire dalla chiesa cattolica e dalle comunità cristiane riformate, vuole assolutamente scongiurare. E lo sta facendo con condanne reiterate della legalizzazione delle nozze delle persone omosessuali in nome d’una presunta violazione della libertà di religione.

Non meraviglia perciò se il pastore Seven North della comunità presbiteriana di Ebenezer St. John a Ballarat – che, per capirsi, è la stessa città in cui è stato parroco il card. George Pell, accusato d’abusi su minori compiuti negli anni ’70 del secolo scorso – abbia cancellato il previsto rito di benedizione nuziale d’una coppia, dopo che la futura sposa aveva pubblicato sul proprio profilo Fb un post in favore dell’approvazione del same-sex marriage.

In una lettera indirizzata alla giovane e al suo futuro marito il pastore ha dichiarato: «Potete certamente comprendere che il vostro impegno in favore delle unioni tra persone dello stesso sesso è contrario agli insegnamenti di Gesù Cristo oltre che alla posizione biblica della Chiesa presbiteriana di Australia e alla mia. Questa divergenza di vedute assume delle conseguenze pratiche per quanto riguarda il vostro futuro matrimonio. Celebrandolo, sembrerebbe che io sostenga le vostre opinioni sul matrimonio tra persone dello stesso stesso o che non mi importi di questa questione».

Sui social si sono susseguiti post in favore della coppia e parole d’attacco nei riguardi di North. Ma nel merito della decisione si è espresso anche il premier Turnbull che, nel difendere la presa d’atto del pastore, ha ricordato come le singole chiese siano «libere di sposare chi vogliono» e abbiano il «il diritto di sposare o non sposare chi vogliono. Fa parte della libertà religiosa. La mia stessa chiesa, la chiesa cattolica, si rifiuta di unire quelli che già sono stati sposati una volta».

Parole convinte, ma anche volte a smorzare i toni, quelle di Turnbull, promotore del sondaggio per la legalizzazione e personalmente favorevole al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso.

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Se n’è andata a 88 anni Edith Windsor, paladina delle battaglie per i diritti Lgbti e icona del movimento rainbow. Ad annunciarne la morte la consorte Judith Kasen, che Edie, com’era affettuosamente chiamata, aveva sposato in seconde nozze a New York nell’ottobre 2016. Un atto quasi a suggello del contributo fondamentale dell’ex tecnica della società Ibm alla legalizzazione del same-sex marriage negli Usa.

Nel 2009, infatti, Edith, rimasta vedova di Thea Spyer con cui, dopo una lunga relazione iniziata nel 1963, aveva contratto matrimonio nel 2007 a Toronto (non essendo ciò consentito nello Stato di New York), era stata costretta, quale erede designata, a pagare 360mila dollari di tasse federali per la successione. Somma che non avrebbe versato se fosse stata sposata a un uomo secondo quanto stabilito dalla Sezione 3 del Defense of Marriage Act (Doma). Edie fece allora causa al Governo federale e il 26 giugno 2013 la Corte Suprema le diede ragione con la storica sentenza United States v. Windsor, che stabilì l’inconstituzionalità della sezione terza del Doma sul diverso trattamento in materia matrimoniale tra persone di sesso opposto e dello stesso sesso.

Pur permettendo il same-sex marriage a livello federale e limitatamente a 13 Stati insieme col distretto di Columbia, il verdetto spalancò la strada all’Obergfell v. Hodges con cui, in data 26 giugno 2015, la Corte Suprema riconobbe quale diritto costituzionale il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la conseguente impossibilità di limitazione nei singoli Stati.

Con Edie Windsor se ne va oggi una delle più belle pagine di storia statunitense e del movimento Lgbti. A ricordarne l'imperitura lezione sociale anche l'ex presidente Barack Obama che in lungo post su Fb ha fra l'altro scritto: «Il lungo viaggio dell'America verso l'uguaglianza è stato guidato da innumerevoli atti di perseveranza e alimentato dall'ostinata volontà di eroi tranquilli che difendono a voce alta quello che ritengono giusto. Pochi sono stati piccoli in altezza come Edie e pochi hanno fatto una differenza tanto grande in America».

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