Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione.

Gaynews l'ha intervistato per sapere il suo parere su alcune tematiche Lgbti da sempre al centro della sua attenzione.

Nel libro Matrimoni del 2004 hai raccontato storie gay di “normale quotidianità”. Oggi po la legge sulle unioni civili, quella  quotidianità è sempre la stessa o qualcosa è mutato?

La quotidianità, diciamo relazione, è sempre la medesima. Allo stesso tempo l’acquisizione di diritti – che sempre ha  anche un benefico effetto sul piano sociale – modifica, a volte anche molto, le relazioni interpersonali. In meglio, ovviamente.  Sembra una risposta contradditoria. Penso invece siano vere entrambe le prospettive.

La richiesta di rivoluzione nei ruoli di generi non è più quella di un tempo?

La domanda è troppo ampia per una breve intervista. Risponderò con ciò che a me sembra più importante. Non i ruoli, ma la differenza di genere per me rimane cruciale, a tutti gli effetti (e dunque sbagliata ogni cosa che tende a negare, uniformare, rendere volubile questo aspetto della persona e della personalità). La differenza di genere rimane assai diversa, e assai più significativa, anche qui sotto ogni punto di vista, rispetto alle differenze di orientamento sessuale.

Le rappresentazioni delle unioni civili (feste, inviti, torte, confetti, ristoranti) non sono un po’ troppo omologate a quelle del matrimonio "classico"?

Ci sono fasi storiche in cui è utile sottolineare la “diversità”. E fasi in cui è utile sottolineare la parità, l’uguaglianza di fondo, la “normalità” di ciò che viene ritenuto – a torto – anormale, contro natura, eccetera. Non c’è una cosa più giusta dell’altra. Al di là delle scelte personali, tutte legittime e indiscutibili, sul piano della lotta per i diritti, a decidere cosa è meglio e cosa no (ripeto: nel senso di utile o controproducente) dovrebbe guidarci una lucida e responsabile visione politica (in senso lato), una valutazione di opportunità (non opportunismo) e di congruità/efficacia rispetto all’obiettivo. Questo dovrebbe valere a maggior ragione per la “forma” dei Pride. Senza aprire qui, adesso, un’annosa ma non abbastanza approfondita discussione, colpisce e dovrebbe fare riflettere che le immagini dei Pride di oggi (quasi vent’anni dall’inizio del nuovo secolo) siano pressoché indistinguibili da quelle degli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso.

Famiglie etero, famiglie omosessuali, famiglie allargate. Cosa è per te la famiglia?

Una mia cara amica, Luciana Castellina, ricordando le battaglie importanti e giustificate contro la famiglia degli anni Sessanta e Settanta, dice che lei alla “famiglia” preferisce la “tribù”, sottolineando con questo il valore della scelta delle persone con cui dividere la vita rispetto alle formule classiche (siano esse il matrimonio o il “sangue”). Mi piace questa immagine, ma – negli anni – mi è venuta sempre più piacendo proprio la parola “famiglia”, che io preferisco di gran lunga alla definizione di “coppia”. Famiglia dice – come la intendo e cerco di viverla io – legami forti ma anche aperti e soprattutto accoglienti in molte direzioni, coppia mi parla invece di qualcosa di chiuso e limitato a due sole persone. Ragionando così, famiglia e tribù finiscono per avere, alla fine, lo stesso significato. Scelta, appartenenza, luogo caldo. Protezione reciproca. Ma anche accoglienza. La ricerca mai data una volta per tutte fra quando chiudere la porta e quando aprirla, fra quando scaldarsi davanti al camino e quando farsi attraversare dalla forza imprevedibile, a volte sconquassante ma anche esaltante del vento (il vento che toglie il respiro mentre corri, riempirsi la bocca di vento).

C’è un ampia discussione nel mondo Lgbti, e non solo, sulla gpa. Tu cosa ne pensi?

Che la discussione sia legittima e debba continuare. Che manchi soprattutto la chiarezza, la capacità di non fare di ogni erba un fascio, di distinguere fra cose apparentemente simili in realtà diversissime fra loro. Senza questo passaggio preliminare, ogni discussione è insensata e non produce nulla, anzi fa danni enormi, oltre a essere insopportabilmente ignorante e sciocca. Allora, per esempio, un conto è una donna che sceglie liberamente e fuori da ogni logica di bisogno di donare un figlio portato nel proprio utero a una coppia/famiglia, un conto è chi lo fa in stato di schiavitù, di estrema necessità, debolezza, inferiorità. Vale anche per la prostituzione, per dire. E sono ogni giorno scandalizzato dal constatare che abbiamo dimenticato la differenza fra stuprare e uccidere un bambino di tre anni e innamorarsi di una ragazza di diciassette (“minorenne”) da parte di un uomo o una donna più grandi. Anche questo non solo non risolve nulla, ma ha tutti e due i piedi dentro la barbarie. A dirlo così sembra ovvio. Nella realtà purtroppo questa confusione estrema è ciò che domina il senso comune.

Quello che una volta si chiamava Gay Pride oggi è indicato con la sola parola Pride in quanto, si dice, è di tutti. Sei d’accordo?

Non molto. Qui sembra si vada nella direzione che io auspico ma facendo un salto inutile e che rischia il ridicolo. Hai presente quelle scene in cui volendo balzare su un cavallo si prende troppa rincorsa e si cade dall’altra parte? Ecco. Il Pride è di tutti perché i diritti di una minoranza sono questione di tutti, certo. Ma se io organizzo un corteo di disoccupati, è un corteo di disoccupati, al quale auspico partecipi più gente possibile e anche chi un lavoro ce l’ha. Ma non per questo lo chiamo genericamente “corteo” (corteo di cosa? per cosa?). Se organizzo una manifestazione contro i voucher, è una manifestazione contro i voucher. Non la chiamo genericamente “manifestazione” illudendomi che così partecipino tutti i cittadini. E via dicendo.

Nel Paese e in Europa crescono le forze massimaliste e populiste, che portano con loro i germi ancora vivi del fascismo e accrescono quelli del razzismo, dell'omofobia e della transfobia. Siamo un Paese che dimentica la propria storia?

Siamo un Paese che dimentica tutto. Il futuro, più ancora del passato. Abbiamo dimenticato il futuro e, questa, mi pare la tragedia più irreparabile.

Dalla prima uscita di quel meraviglioso libro, che è “Ragazzi  che amano i ragazzi” (1991), a oggi che cosa è cambiato?

Grazie per il “meraviglioso”. Non è mai scontato e fa sempre piacere. Anche questa domanda però abbisognerebbe almeno di un intero libro. Non tutto si può riassumere in poche righe. Quasi tutto. Ma non tutto. Ho tentato una risposta, comunque, lunga alcune pagine, nell’introduzione e nella postfazione scritte appositamente per l’edizione del ventennale, quella uscita nel 2012 appunto.

Sei scrittore, giornalista, autore televisivo e sceneggiatore. Quale testo della letteratura classica suggeriresti a un giovane che ha appena fatto coming out?

Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini (Feltrinelli). Scusami, ma te la sei cercata.

Dentro di noi, nessuno escluso, siamo tutti brutti anatroccoli, come recita il titolo di un altro tuo libro?

No.

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Un cambio di passo certamente giurisprudenziale e forse anche culturale. La sentenza della Corte di Cassazione, n. 11504 del 10 maggio 2017, rappresenta una svolta per la situazione postmatrimoniale circa le modalità di riconoscimento o meno dell'assegno divorzile alla parte che ne faccia richiesta e il relativo ammontare. La pronuncia della Corte, infatti, ha introdotto una grandissima novità, stabilendo che qualora riconosciuto, l'assegno divorzile non dovrà più garantire il tenore di vita che si aveva durante il matrimonio ma semplicemente assicurare una sussistenza autonoma dignitosa.

Apriti cielo. Alla sentenza sono seguite levate di scudi contro chi ne ha visto un attacco alle donne perché non riconosce loro una sorta di risarcimento, soprattutto nel caso di mogli che per dedicarsi alla famiglia hanno rinunciato a lavoro e carriera. A favore della Cassazione chi invece sostiene che finalmente viene spezzato, quanto meno in via teorica, un retaggio culturale che vuole la donna parassitaria rispetto al legame matrimoniale e quindi può fare da pungolo affinché si prenda ancor più coscienza dell'importanza del lavoro. Ma nel caso di unioni civili, cosa succederà? Varrà la stessa regola?

L'avvocato Mario Melillo, civilista matrimoniale e socio senior dello studio legale Lana – Lagostena Bassi di Roma, fa il punto della situazione spiegando la sentenza e i casi in cui si applica.

Avvocato Melillo, può spiegare quali sono le novità della sentenza della Cassazione in merito all'assegno divorzile?

La novità della sentenza della Cassazione, di alcuni giorni fa, sta nel fatto che stabilisce che il giudice, per concedere il diritto all'assegno divorzile al coniuge che ne fa richiesta, deve accertare semplicemente che questo non abbia né possa procacciarsi, per motivi oggettivi cioè senza sua colpa, i mezzi per l'autosufficienza economica. Questo vuol dire che l'adeguatezza dei mezzi di sussistenza non si può più basare sul tenore di vita matrimoniale, ma sulla possibilità di mantenersi autonomamente in modo sufficiente.

Prima di questa sentenza invece, nel 1990, la Cassazione a Sezioni unite stabiliva che per valutare se un coniuge avesse diritto all'assegno divorzile bisognava accertare non solo che non avesse beni o mezzi propri di sussistenza e che non se li potesse procurare per ragioni obiettive, ma soprattutto che, anche essendoci questi mezzi, non avrebbero consentito lo stesso tenore di vita del matrimonio. Questo perché - si diceva - che dal matrimonio nasceva fra i coniugi un dovere di assistenza e di solidarietà che permaneva pressoché intatto anche dopo il divorzio. Pertanto il coniuge più debole aveva diritto di ricevere dall'altro un sostentamento che gli facesse godere il tenore di vita precedente. La nuova sentenza pone fine a tutto questo: il dovere di sussistenza e assistenziale si deve limitare a garantire l'autosufficienza economica e non il tenore di vita del matrimonio.

Un'altra conseguenza di questa sentenza è l'auto responsabilità del matrimonio che non può essere una sistemazione economica per il futuro, ma un atto responsabile con cui due persone decidono di costituire una comunità di affetti e materiale. Se viene meno la comunanza d'affetto, viene meno il matrimonio e con esso tutti gli strascichi di natura economica.

Ovviamente quando si deve valutare se una persona ha diritto a ricevere l'assegno bisogna anche  considerare la realtà concreta: ad esempio vivere a Roma costa di più che vivere in una provincia del sud. Ci si deve basare su dati concreti: il luogo in cui si vive, il costo della vita usuale e anche la disponibilità di un'abitazione. Ad esempio l'assegno sarà maggiore se il coniuge che lo richiede non ha un'abitazione di proprietà.

Nella sua esperienza chi riceve, nella maggior parte dei casi, l’assegno divorzile?

Nel 90 - 99% dei casi è la donna che chiede l'assegno divorzile. Vuoi per ragioni culturali, per esigenze contingenti è ancora la moglie il soggetto debole che deve usufruire di questa forma assistenziale.

Secondo lei è una sentenza maschilista che penalizza le donne?

No, non ritengo che sia una sentenza maschilista. È una sentenza che risponde a una esigenza sociale sentita di non creare nel matrimonio posizioni di vantaggio che si incancreniscono nel tempo. Il matrimonio non deve mai costituire (come appunto si espresse la Cassazione nel 1990) una forma di “rendita parassitaria”. Ovviamente rimane il dovere di solidarietà garantito dall'articolo 2 della Costituzione in tutte le formazioni sociali (e dunque nella stessa famiglia) e che impone, una volta verificata la sussistenza del diritto all'assegno, di quantificarlo a favore dell'altro coniuge in base alla disponibilità economica di chi lo deve dare. In ogni caso, già nel 2015 la Cassazione aveva affermato che la donna giovane e comunque abile a spendersi nel mondo del lavoro non avesse, di regola, diritto all’assegno di divorzio.

Nella recente sentenza, poi, la Cassazione cita anche l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e dunque, attraverso tale norma, la tutela del diritto di formare una famiglia. Ci potrebbero essere infatti casi in cui il coniuge che versa l'assegno non possa formare una nuova famiglia perché è rimasto obbligato nei confronti dell'ex nonostante magari quest'ultima abbia una relazione stabile, guardandosi bene dal far trapelare una convivenza, con un altro compagno, o comunque disponga di altri mezzi di sussistenza indiretti e non dichiarati. Da queste considerazioni, ovviamente, rimane fuori l'assegno per i figli, retto dal principio secondo cui la genitorialitá impone in ogni caso il mantenimento dei figli sino al raggiungimento della loro indipendenza economica.

Questa sentenza stabilisce che l’assegno deve tener conto delle nuove condizioni economiche, di single, di chi lo deve corrispondere. Non si rischia di avere “nuovi ex mariti improvvisamente poveri”?

In questo caso si passa alla seconda fase, consequenziale a quella in cui si stabilisce se si deve dare o meno l'assegno, cioè quella in cui si determina l'entità dell'assegno.

In questa fase, scatta l'esame dei redditi dell'obbligato. Se chi deve dare i soldi dichiara redditi inferiori al suo effettivo tenore di vita, il giudice potrà disporre le opportune indagini tributarie per valutarne la reale consistenza reddituale e patrimoniale. Per questo motivo non ritengo che questa sentenza possa determinare un tale pericolo.

In un periodo di crisi economica come questo, essere giovani e abili non sempre è sufficiente per rientrare nel mondo del lavoro. Inoltre spesso le donne dopo il matrimonio si occupano di casa e famiglia su richiesta del marito

Questo aspetto a mio avviso la sentenza non lo esclude o comunque non lo lascia senza tutela. Se una donna da giovane con studi adeguati si è dedicata alla famiglia e ai figli, perdendo la possibilità di fare carriera, si entra nella considerazione che abbia maggiori difficoltà, oggettive, di reinserirsi nel mondo del lavoro. In questo caso, secondo la Cassazione, ha diritto a conseguire un assegno che le consentirà di vivere dignitosamente, ma non di godere dello stesso tenore di vita del matrimonio.

Alla luce di questa sentenza sarebbe consigliabile, così come hanno autorevolmente detto miei colleghi e colleghe, che quantomeno il coniuge apparentemente più debole, non dico pretenda, ma faccia leva affinché al momento del matrimonio sia scelto il regime della comunione dei beni. Questo consentirebbe, nel caso di non poter tornare a lavorare, per lo meno di “patrimonializzare” la comunione, penso ad esempio alla divisione di un appartamento o al denaro in un conto cointestato.

Questa sentenza della Cassazione non è una legge. Avrà un seguito nei tribunali, cioè farà davvero giurisprudenza?

Assolutamente sì che la farà. Anzi aggiungo che i tribunali dovranno osservare questa sentenza, si potranno discostare da quello che ha stabilito solo con motivazioni fondate plausibili. Diversamente devono applicarla. La Cassazione infatti ha la funzione di assicurare l'uniformità di interpretazione. Quello che deve cambiare è il modo di accertare la sussistenza del diritto all'assegno; la determinazione quantitativa, dal canto suo, deve avere comunque come riferimento i redditi del coniuge che dovrà corrispondere l’assegno.

Già nell'ottobre del 2015 la Cassazione aveva detto che la donna giovane abile al lavoro, era questo il caso su cui doveva decidere, non poteva aver diritto all'assegno divorzile. Si andava ampliando la componente responsabilistica del matrimonio come atto di autoresponsabilità che non può costituire rendite parassitarie.

Fin qui si è parlato di matrimoni, ma cosa succede nel caso delle unioni civili?

Sicuramente sarà una sentenza applicata anche alle unioni civili, poiché in caso di scioglimento la legge, disponendo che si applichino gli stessi criteri previsti per il divorzio, prevede che la persona più debole abbia diritto di ricevere un contributo dalla persona economicamente più forte. Naturalmente nella sentenza la Corte di Cassazione non parla di unioni civili perché esaminava il caso di un matrimonio. Tuttavia in caso di scioglimento, per il contributo economico si ragionerà verosimilmente negli stessi termini, perché altrimenti si creerebbe una ingiusta disparità di trattamento che consisterebbe nel poter ottenere, da parte del soggetto unito civilmente, quello che non viene più riconosciuto al coniuge nel matrimonio. Insomma, il giudice che non applicasse questa sentenza della Cassazione anche allo scioglimento di una unione civile, finirebbe per regolare casi uguali, o meglio simili, in maniera diversa.

Perché secondo lei questa sentenza ha suscitato polemiche?

La sentenza può essere letta sotto diversi angoli di visuale. In una società ancora permeata da un retaggio abbastanza arcaico, in cui la donna deve essere tutelata rispetto alla superiorità economica dell'uomo, si dice che non è giusto che dopo aver sacrificato la vita per una famiglia lei non debba ricevere un assegno che la ripaghi,  quasi come un risarcimento, dell'impegno profuso per la famiglia.

In questo modo però si potrebbero creare situazioni in cui, come detto prima, una donna si rifà una vita ma non si risposa, o non convive stabilmente, per non perdere il contributo sostanzioso dell'ex marito.

Quali conseguenze pratiche avrà sul suo lavoro?

A seconda di chi si difende, marito o moglie, ci saranno i pro e i contro. Verosimilmente spariranno le prese di posizione strumentali, per ottenere vantaggi da un matrimonio finito da tempo e in cui la componente affettiva è già tramontata.

Questa sentenza pone delle criticità?

Lascerà l'incertezza sulla seconda componente, perché non ci dice come verrà calcolato l'assegno, come si accerta l'esistenza dei presupposti, quali sono gli indici per poter accertare se un determinato importo è idoneo a mantenere una dignitosa autosufficienza economica di chi chiede l'assegno. Ad esempio, una sentenza del Tribunale di Milano, di pochi giorni fa, ha deciso che chi dispone da sé un reddito che arriva a mille euro, non ha diritto di richiedere l’assegno divorzile.        

Credo, in ogni caso, che la giurisprudenza dovrà applicare questo principio in modo molto responsabile e prudente caso per caso.      

La Cassazione ragiona per princìpi e i princìpi di diritto devono essere poi applicati al caso concreto dai giudici di merito. E qui è un'altra cosa. Prima che si consolidi devono esserci altre sentenze quantomeno conformi.

Questa sentenza può essere applicata retroattivamente ad assegni di divorzio già stabiliti?

Si è detto molto in questi giorni sulla retroattività di questa sentenza. Questa sentenza e i suoi principi dovranno essere tenuti in considerazione nei casi di divorzi ancora aperti, in cui si deve ancora stabilire se si deve dare o meno un assegno e poi l'eventuale importo.

Nei casi in cui il diritto all’assegno è stato accertato con sentenza passata in giudicato, non credo si possa riaprire la questione. Lo vieta la stessa legge sul divorzio che prescrive che le sentenze che abbiano regolamentato l'assetto economico tra le parti possono essere oggetto di revisione ma solo per giustificati motivi: si pensi ai casi in cui il coniuge che deve corrispondere l’assegno perda il lavoro, o quando chi riceve l'assegno ha un incremento dei redditi per aver ricevuto una eredità o perché ha trovato un lavoro più remunerativo.

Al di fuori di questi casi, a mio avviso, quando vi è stata sentenza definitiva, l'importo dell'assegno non può essere rivisto solo perché è cambiata l'interpretazione giurisprudenziale dei presupposti per attribuire l'assegno stesso.  

                    

                                            

                                                                                                                             

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