Catolicadas, la campagna messicana di animazione realizzata dall’onlus Católicas por el Derecho a Decidir e trasmessa sul relativo canale YouTube, giungerà giovedì prossimo al settimo capitolo della nona stagione ossia, complessivamente, al centesimo capitolo.

Segno incontrovertibile dell’enorme successo d’una serie che, presentata in anteprima in occasione della Giornata internazionale delle donne nel 2012, è arrivata a realizzare otto milioni di riproduzioni su YouTube e ad avere oltre 300mila follower, di cui il 50% sono giovani con meno di 24 anni.  

Si tratta di episodi che vogliono illustrare temi quali aborto, uso dei contraccettivi, omofobia, violenza sulle donne e di genere, lavoro delle donne, immigrazione, pedofilia, intervento della Chiesa nella politica, distanza tra vescovi e fedeli. E tutto questo attraverso i personaggi di Suor Juana (che esprime valori e sentimenti comuni in accordo con la genuina tradizione evangelica) e del Padre Beto (che incarna l’immagine d’una Chiesa arroccata sul conservatorismo e sulla rigorosa adesione alle dichiarazioni magisteriali).

Come dichiato all’agenzia di stampa spagnola Efe da Sandra Fosado, portavoce dell’organizzazione no-profit (fondata nel ’94 da donne e uomini di fede cattolica per difendere in prospettiva femminista e laica i diritti delle donne e dei giovani), «Suor Juana è la nostra eroina, perché lei è la voce che ci rappresenta, perché è dietro ogni cosa che vogliamo trasmettere: una religiosa investita del ruolo di difensora dei diritti umani». E che ricorda alle gerarchie come i loro atteggiamenti e insegnamenti siano non di rado contrapposti al messaggio del Cristo.

L’ultima puntata trasmessa dal titolo La otra cara de la Luna, ad esempio, è stato incentrato sui femminicidi in Messico e le dinamiche di vittimizzazione. Suor Juana s’impegna nel difendere la famiglia di Luna, la ragazza assassinata, e si rivolge a un’avvocata. Entrambe chiedonon alle autorità d’indagare sul caso in una prospettiva di genere e denunciano l'impunità dilagante nel Paese. «Dio sta con quanti lottano per la giustizia», spiega Suor Juana.

Nell’episodio El triunfo del respeto, invece, due giocatrici della Nazionale messicana femminile festeggiano la vittoria nella finale della Coppa del Mondo dandosi un bacio sulle labbra. Il Padre Beto, antagonista di Suor Juana, considera ciò un disonore per la comunità ecclesiale. Ma Suor Juana gli ricorda che «il pregiudizio acceca le persone». Decide allora di costituire un gruppo che educhi la cittadinanza al rispetto per la collettività Lgbt perché «Gesù amò senza eccezioni».

La gerarchia cattolica non ha finora criticato il progetto. Il motivo, secondo Sandra Fosado, sta nel fatto di fondare gli episodi sui «documenti ufficiali della Chiesa o sulle testimonianze dei teologi, compresi quelli dalle posizioni più progressiste».

Sulla rete non sono mancati gli insulti ma la serie ha ricevuto soprattutto elogi. Al punto tale che la onlus cattolica ha deciso di trasformare le storie di Catolicadas in materiale didattico attraverso uno specifico manuale. Nelle prossime settimane sarà inoltre lanciato un videogioco per smartphone basato sulle avventure e gli insegnamenti di Suor Juana.

Guarda il video dell'episodio El triunfo del respeto contro l'omofobia

 

 

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In El Salvador, Guatemala e Honduras la vita e la sicurezza delle persone Lgbti sono sempre più minacciate perché le autorità di questi Paesi non assicura loro alcuna protezione. Cosa questa che le costringe a fuggire dalla loro terra e affrontare altri pericoli in Messico.

A evidenziarlo è Amnesty International nel nuovo rapporto No Safe Place che, pubblicato ieri, descrive l’odissea di omosessuali e donne transgender in fuga dalla discriminazione e dalla violenza di genere. Realtà queste che, a opera di bande criminali ed esponenti delle forze dell’ordine, stanno registrando un vertiginoso aumento in El Salvador, Guatemala e Honduras.

Ma il rapporto pone sotto accusa anche le autorità messicane, resposabili di non proteggere dalla sistematica violazione dei diritti i profughi Lgbti all’interno del Paese, e denuncia l'insostenibile esperienza vissuta nei centri statunitensi di detenzione per migranti.

«A causa della loro identità di genere e del loro orientamento sessuale – ha dichiarato Erika Guevara-Rosas – queste persone subiscono una crudele discriminazione in America centrale. E non c'è alcun luogo dove possano trovare salvezza». La direttrice di Amnesty International per le Americhe ha quindi aggiunto: «Terrorizzate nei loro Paesi e sottoposte a violenza estrema quando cercano riparo altrove, queste persone costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili di rifugiati delle Americhe. Il comportamento delle autorità messicane e statunitensi, che stanno a guardare, è semplicemente criminale».

Secondo le cifre ufficiali El Salvador, Guatemala e Honduras hanno alcuni dei più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti, incontrati da Amnesty International, ha raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. Secondo l'ong Cattrachas in Honduras, tra il 2009 e il 2017, sono state uccise 264 persone Lgbti. Nella maggior parte dei casi gli autori non sono stati mai stati perseguiti penalmente.

La maggior parte delle persone, le cui dichiarazioni sono servite per la redazione del rapporto No Safe Place, ha inoltre riferito di aver subito ulteriore discriminazione e violenza da parte di pubblici ufficiali in Messico. Secondo uno studio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra il 2016 e il 2017 due terzi dei rifugiati Lgbti provenienti dall’America centrale sono state vittime di abusi sessuali in Messico.

Alcune donne transgender, che erano riuscite a concludere indenni il viaggio all'interno del Messico, hanno invece denunciato il disumano trattamento ricevuto nei centri di detenzione statunitensi. Altre, poi, sono state espulse dagli Usa e dal Messico per essere rinviate nei Paesi d’origine.

Cristel, una 25enne transgender salvadoregna, ha denunciato di essere stata posta in isolamento in un centro di detenzione per migranti non appena varcata la frontiera con gli Usa nell'aprile 2017. Dopo una settimana è stata trasferita in una piccola cella dove c'erano otto uomini. Alla fine è stata rimandata in El Salvador, dove continua a subire le minacce delle bande criminali. «Io non voglio essere clandestina – ha dichiarato ad Amnesty International –. Non voglio altro che vivere in sicurezza».

Alla luce di tali dati Erika Guevara-Rosas ha commentato: «Più le autorità di El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico e Usa non agiranno per proteggere alcune delle persone maggiormente vulnerabili delle Americhe, più le loro mani saranno macchiate di sangue. I governi di questi Paesi devono intraprendere azioni decisive per contrastare il moltiplicarsi di violenze contro le persone Lgbti. Devono altresì migliorare le loro politiche e procedure per garantire l'accesso alla protezione internazionale a tutte le persone che ne hanno bisogno».

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