Nata a Pesaro nel 1998, Arcigay Agorà continua a essere l'unico comitato territoriale dell'associazione nelle Marche. Per sostenere e aiutare migranti Lgbti ha attivato, negli scorsi giorni, uno specifico sportello. Pubblichiamo di seguito il relativo comunicato stampa.

Il Comitato territoriale Arcigay Agorà di Pesaro e Urbino ha attivato un servizio che intende fornire supporto alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali/transgender, intersessuali) immigrate in Italia e accolte nella Regione Marche, per motivi legati alla propria identità di genere od orientamento sessuale che le rende di fatto soggette a forti discriminazioni nel Paese d’origine.

Lo sportello offre i seguenti servizi:

- assistenza nella richiesta di protezione internazionale;
- accompagnamento  lungo l’iter burocratico in collaborazione con i sistemi Sprar e Cas locali;
- attività di integrazione dei migranti nella comunità lgbti locale;
- promozione  e organizzazione di incontri per favorire la socializzazione e il dialogo interculturale;
- iniziative di ascolto e sostegno a supporto di categorie particolarmente esposte al rischio di isolamento ed emarginazione sociale.

Lo sportello si avvarrà della collaborazione di personale specializzato con esperienza pluriennale nella gestione di queste problematiche.

Arcigay Agorà intende offrire uno spazio di ascolto e supporto a persone che si trovano in una situazione di grave difficoltà, costretti ad abbandonare il proprio paese a causa delle leggi dei propri Paesi di origine, per alcuni dei quali l’omosessualità è ancora considerata reato.

Dopo lo sportello legale e lo sportello di ascolto psicologico, attivati entrambi negli scorsi mesi, questo è un ulteriore strumento di sostegno alla comunità Lgbti promosso da Arcigay Agorà.                                          

Lo sportello è aperto su appuntamento presso la Casa della Associazioni, in Via del Miralfiore 4 a Pesaro. Per contatti chiamare il numero 351 1870978 dalle ore 14:00 alle ore 15:00 dal lunedì al venerdì, in alternativa lasciare un messaggio WhatsApp. 

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Sono più di 62mila le persone che vivono ufficialmente in Grecia con lo status di rifugiato. Status, cui si aggiunge per alcuni anche quello di appartenere alla collettività Lgbti. Il che, in Grecia, significa libertà ma non sicurezza assoluta. È per questo motivo che il 28enne siriano Daas Aljatib ha istituto ad Atene un’associazione per migranti e rifugiati Lgbti.

«Con la crisi in atto – così ha dichiarato il giovane originario di Damasco all’agenzia di stampa spagnola Efe –  la maggior parte delle organizzazioni umanitarie si sono concentrate sulla popolazione dei rifugiati in generale. Ma è anche necessario per le persone Lgbti, fuggite dal proprio Paese d’origine, avere qualche associazione che le rappresenti». Aljatib, che in tal senso ha già preso contatti con diverse organizzazioni, ha ottenuto dei locali in cui poter organizzare riunioni e fare impartire lezioni d’inglese, tre volte alla settimana, a migranti Lgbti.

Il giovane, che in Siria ha dovuto sempre tenere nascosto il proprio orientamento sessuale altrimenti sarebbe «finito in prigione», ha potuto contare per la sua iniziativa sull’appoggio della ong Solidarity Now, che assegna appartamenti in Atene e Salonicco a rifugiati Lgbti perché possano avere un «punto sicuro di partenza grazie al quale raggiungere una propria autonomia». A spiegarlo Fay Kutzúku – una delle coordinatrici dello specifico progetto finanziato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) –, che sempre all’agenzia Efe ha ricordato come molti dei rifugiati Lgbti siano stati vittime di violenza nei Paesi d’origine o in quelli in cui sono migrati.

È proprio Aljatib a ricordare come alcune amiche transessuali siano state costrette ad abbandonare la propria abitazione al Pireo dopo essere state prese ripetutamente a sassate. Saad, rifugiato siriano di 23 anni e uno dei 25 componenti del collettivo istituito da Aljatib, dice a sua volta di sentirsi «libero ma non sicuro in Grecia» – dove vive da dieci mesi – e di vedere il proprio futuro in un altro Paese.

Una tale percezione trova riscontro nei dati dell’ultimo Eurobarometro (2015) sulle discriminazioni in area Ue. Secondo questo sondaggio il 63% della popolazione ellenica ritiene che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non dovrebbe essere consentito, mentre il 54% considera come qualcosa di negativo le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso.

In ogni caso l’esperienza del collettivo riesce a infondere speranza nei partecipanti e aiuta ognuno di loro a sentirsi meno soli. È sempre Aljatib, che desidera studiare ingegneria delle telecomunicazioni, a ricordare all’agenzia Efe di avere «iniziato in Grecia da zero e di aspirare ad avere qui un giorno la mia casa, il mio lavoro e il mio ragazzo».

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Oggi presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti a dieci anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità

Una delle primarie attività a sostegno dei migranti e richiedenti asilo Lgbti è svolta dagli sportelli assistenziali, gestiti a livello territoriale dalle varie associazioni. Tra questi è da segnalare su Roma il Gruppo internazionale del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, della cui esperienza Gaynews pubblica la sintesi curata da Mario Colamarino e Tiziano De Masi.

Il gruppo internazionale al Mieli nasce nel novembre del 2014 a seguito della presenza sempre più frequente di persone migranti all'interno dell'associazione. Lo sportello nacque all'epoca con la principale finalità di soddisfare a esigenze di natura giuridica. Si provò con il direttivo del tempo e alcuni volontari ad andare oltre l'aiuto legale ai singoli e a creare uno spazio sicuro per rifugiati, richiedenti asilo e migranti Lgbti, che si trovavano a Roma e avevano bisogno di un aiuto, di socializzare, di parlare e stare insieme.

Da allora, a cadenza settimanale, il gruppo si è riunito presso il Circolo senza mai fermarsi negli anni. In un primo momento ognuno che passava da noi si è raccontato, aperto, iniziando un percorso di consapevolezza della propria sessualità che nel proprio Paese era negato. Abbiamo organizzato eventi, corsi e workshop sulle maggiori tematiche Lgbti: dall'Hiv all'omofobia fino al Pride. I migranti sono stati sempre insieme con noi, in prima linea, ai presidi per la legge sulle unioni civili l'anno scorso, a sventolare le bandiere del Circolo al Pride, a fare i banchetti in strada. 

Ognuno di loro, venendo al Mieli, ha trovato una famiglia, un sostegno, un posto dove poter essere se stessi senza paure e timori. In quest'ultimo anno, a fianco alle iniziative prima accennate, abbiamo avviato un corso di italiano per migranti fatto grazie alla collaborazione di volontari esperti sul tema. 

Da quando esiste il Gruppo migranti, saranno passate orientativamente un'ottantina di persone, di cui alcune spesso solo di passaggio, altre, invece, fisse a Roma e presenti ancora al Mieli. La maggior parte di loro proviene da Paesi africani o dall'ex Urss, dove essere gay può essere pericoloso o addirittura portare all'arresto a causa di un'omofobia dilagante e stratificata nella società. Alcuni di loro hanno trovato lavoro e l'amore in Italia: il primo migrante gay rifugiato, che si è  unito civilmente, è Maxim, scappato dal Crimea anni fa. Unitosi civilmente col compagno un mese fa circa a Civitavecchia, Maxim è stato tra le colonne portanti in questi anni del gruppo rifugiati del Mieli. Di questo siamo fieri nonché felici che abbia trovato l'amore e una vita migliore qui in Italia.

In quest'anno il gruppo fisso di ragazzi gay e ragazze lesbiche è stato composto da circa 15 persone, provenienti da Pakistan, Uganda, Senegal, Bielorussia, Georgia, la maggior parte dei quali sono arrivati da pochissimi mesi qui in Italia e non parlano italiano. Tra questi almeno una decina si è rivolto al Mieli come prima fonte di aiuto e sostegno alla socializzazione e all'incontro con altre persone Lgbti prima ancora di comparire davanti alla commissione per l'ottenimento dello status di rifugiati.

 

 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

In preparazione di tale appuntamento Gaynews pubblica la testimonianza di Farzan Farzanegan che, fuggito dall'Iran, ha ottenuto lo status di rifugiato grazie anche al supporto del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Mi chiamo Farzan e sono iraniano. Come saprete, l'Iran è uno di quei 79 Paesi in cui le persone omosessuali possono essere condannate a morte o subire altre forme punitive. Spesso ragazzi omosessuali sono perciò costretti a dichiararsi transessuali e intraprendere un percorso sanitario. La transessualità è infatti considerata una malattia e, come tale, nel mio Paese è possibile solo essere operati così da essere accettati.

Non sono qui per parlare della mia storia personale, di cosa mi sia accaduto o dell'Iran. Voglio invece dirvi alcune cose che hanno riguardato la mia vita come richiedente asilo e, ora, come rifugiato. Condizioni che, credo, tanti altri come me hanno sperimentato e sperimentano in questo percorso che porta a fuggire dal proprio Paese fino a quando non si ottiene - anche con un po' di fortuna, se nel nostro percorso troviamo persone, associazioni, istituzioni competenti - il diritto di poter rimanere nel nuovo Paese.

Molti di noi lasciano il proprio Paese probabilmente con una consapevolezza di chi si è, della possibilità di andare altrove e chiedere protezione (anche se non si sa bene come funziona e quali siano le regole, i diritti, i doveri) ma senza sapere come realmente sarà, chi incontreremo, quali possibilità si avranno. In Iran, pur non essendoci un associazionismo gay visibile e ufficiale, vi sono però diverse persone che in qualche modo e con attività diverse, cercano di portare avanti le richieste delle persone Lgbti.

Per quanto mi riguarda, avevo paura di venire in Italia. Sapevo che non ci sono leggi che proteggono i gay e che non ci sono leggi che riconoscono i matrimoni delle persone Lgbti. Avevo sentito dire che l'Italia non ha buone politiche per i richiedenti asilo e i rifugiati. Che molto probabilmente la mia domanda sarebbe stata rifiutata e mi avrebbero rimandato in Iran. Queste paure le abbiamo in tanti. Ma io ho avuto la fortuna di essere messo in contatto con un'associazione che mi ha spiegato come sarebbe stata la procedura della mia domanda di asilo e che avrei avuto un aiuto per questa. Un'associazione, che mi ha dato una mano per trovare un posto dove stare e che mi ha dato l'occasione di frequentare altre persone Lgbti.

Ma questo non accade sempre. Molti di coloro che scappano dal proprio Paese non sanno nulla della possibilità della domanda di asilo in quanto persone Lgbti. Molti hanno paura di dichiararsi tali. Spesso non sono in grado di entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli e restano molto isolati. In questo modo la loro domanda può essere rifiutata proprio perché non sono stati in grado di spiegare bene cosa è successo. Entrare in contatto con le associazioni Lgbti non è poi sempre facile. Sia per problemi linguistici sia per problemi organizzativi in quanto non sono sempre aperte o hanno orari particolari. Molte non sono neppure preparate ad accogliere migranti Lgbti e non sembra abbiano neppure l'interesse a farlo.

A Roma, fortunatamente, c'è un progetto del Mario Mieli, che dà la possibilità d'incontrarsi un giorno alla settimana. Questo permette di entrare in contatto con l'associazione, conoscere persone ed avere anche eventualmente un aiuto per la domanda di asilo. Le associazioni possono essere molto importanti per i richiedenti asilo e rifugiati gay. Offrono la possibilità di conoscere nuovi amici a chi non ha altri contatti in Italia. Noi che scappiamo dal nostro Paese, difficilmente abbiamo nel nuovo Paese dei connazionali disposti ad aiutarci se sanno che siamo gay. Poter frequentare le associazioni aiuta a toglierci dall'isolamento, che per tanto tempo abbiamo avuto. 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

Gaynews pubblica in anteprima parte della relazione di Luca Trentini, responsabile Immigrazione del direttivo di Arcigay Orlando Brescia.

La mia testimonianza viene da un territorio, quello di Brescia, particolarmente investito dalla questione migratoria e da un comitato territoriale, Orlando Arcigay Brescia, che in questi anni ha profuso un grande sforzo per far fronte alle numerose richieste di aiuto provenienti da giovani immigrati richiedenti asilo.

Da ormai sei anni la nostra associazione ha attivato uno sportello migranti dedicato alla consulenza, all'affiancamento e alla socializzazione dei richiedenti asilo per omosessualità. Negli anni passati il fenomeno era ancora minoritario, ma ha subito una vera e propria esplosione nel corso dell'anno sociale 2016 – 2017.

In passato avevamo assistito tre ragazzi cubani, un ragazzo afgano e un ragazzo pakistano. Nel 2015 era stata la volta di due giovani senegalesi e di un cubano. Tutte queste richieste avevano avuto buon esito. Al contrario, nel corso dell'anno associativo 2016/2017 ci siamo trovati a gestire un flusso estremamente consistente di richieste a seguito dei numerosi sbarchi provenienti dalla Libia e dalla conseguente redistribuzione di profughi su tutto il territorio nazionale. Ad oggi tra pratiche concluse ed altre tuttora in corso abbiamo assistito e stiamo seguendo 29 ragazzi, di cui 27 provenienti da tutta la fascia centrafricana (Nigeria, Niger, Senegal, Mali, Gambia), 1 dal Bangladesh e 1 dall'India.

Allo stesso tempo in questa  fase si è assistito ad un notevole irrigidimento da parte della commissione territoriale per i richiedenti asilo che ha competenza sulle provincie di Brescia, Cremona, Bergamo e Mantova. Secondo l'osservatorio permanente sui rifugiati la percentuale dei rigetti è superiore al 70% delle richieste, con un picco imbarazzante di respingimenti che è salito al 97% delle richieste nel trimestre dicembre-febbraio.

In tale contesto anche i rifugiati che si sono rivolti a noi hanno dovuto affrontare notevoli difficoltà nella gestione delle loro pratiche, tanto che è ormai diventata una prassi il respingimento della domanda da parte della commissione e l'accoglimento della stessa in sede di ricorso. Su 29 casi che abbiamo gestito solo 3 hanno avuto l'accoglimento dell'istanza in sede di commissione territoriale.

Mi rendo conto che l'aumento esponenziale di richieste di asilo nel nostro paese abbia generato la necessità di sveltire le pratiche e di snellire l'arretrato. Tuttavia reputo che sia assolutamente necessario agire sulla formazione delle forze di polizia e sui funzionari addetti alla gestione delle pratiche d'asilo che si dimostrano molto spesso del tutto inadeguati nella trattazione della specifica LGBT dei richiedenti protezione.

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