Associazioni del mondo della scuola, organizzazioni sindacali, volontariato, terzo settore uniti dal motto Educazione sconfinata per l'infanzia, i diritti e l'umanità: nasce il tavolo SaltaMuri che, costituito da oltre 50 realtà, è stato presentato stamani in conferenza stampa presso la Camera dei deputati.

Come ha spiegato il portavoce Giancarlo Cavinato, presidente del Movimento Cooperazione Educativa, l'iniziativa è partita dalla crescente preoccupazione legata al diffondersi di linguaggi e pratiche discriminatorie nelle nostre scuole, in particolar modo di natura etnica.

Gli episodi di MonfalconeLodi sono purtroppo gli ultimi di una lunga serie di accadimenti che, come spiegano gli organizzatori, sta aprendo la strada all'erosione dell'immagine dell'infanzia e dei diritti del bambino. Molti sono stati i ricorsi delle organizzazioni sul piano legale, come ha spiegato Fabrizio Dacrema della Cgil, ma si rende necessaria un'azione di carattere pro-attivo.

Per questo motivo, il tavolo ha lanciato per il prossimo 10 dicembre la campagna Mille scuole per una società aperta, esortando tutte le scuole d'Italia a realizzare nella settimana dal 10 al 17 dicembre incontri e momenti di discussione in occasione dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani.  

Angela Nava, presidente del Coordinamento Genitori Democratici e portavoce di Laicità Scuola Salute, è intervenuta per sottolineare la deriva di esclusione che si sta perpetrando a livello istituzionale negli istituti scolastici. In più di un caso, alcune scuole si sono presentate ai genitori scrivendo nel proprio rapporto di autovalutazione sul sito del Miur che offrono ambienti di apprendimento migliori perché non accettano migranti e disabili.

A rincarare la dose anche Anna Fedeli della Flc Cgil, la quale ha sottolineato l'impegno del sindacato per il ripristino della precedente normativa sui servizi essenziali di base nella scuola, dal 2016 purtroppo non più obbligatori per regioni e comuni.

Tra gli interventi dei presenti anche il Cidi (Centro di Iniziativa Democratica per gli Insegnanti) con Alba Sasso, che ha denunciato i rischi della proposta di legge sulla revisione delle competenze delle regioni, che potrebbe ulteriormente aumentare le disparità territoriali in termini di opportunità formative e diritto allo studio. È compito invece della Repubblica, ha ribadito Sasso, rimuovere gli ostacoli che impediscono di fatto il concretizzarsi del principio di uguaglianza, come recita il comma 2 articolo 3 della Costituzione.

Secondo Vanessa Pallucchi di Legambiente, infine, bisogna riflettere molto sul livello di assuefazione rispetto ai fenomeni di esclusione e vessazione che stiamo vivendo, che ricordano le riflessioni di Hanna Arendt in La banalità del male.

Al portavoce Cavinato Gaynews ha chiesto se il tavolo possa diventare in un futuro un laboratorio politico per nuove proposte di riforma della scuola «È una possibilità - ha risposto - anche se la priorità immediata resta quella di richiamare l'attenzione sul clima di crescente intolleranza nel Paese. Bisognerebbe comunque riflettere in maniera seria e metodica su tutte le riforme da Berlinguer in poi».  

La conferenza stampa si è chiusa con l'annuncio di un prossimo convegno nazionale a Roma il prossimo 24 novembre.  

 

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Una coppia di donne ha avuto ieri la gioia di vedere riconosciuta dal Tribunale dei minori di Venezia l’adozione coparentale per la madre non biologica.

Nel 2017 la medesima corte si era già espressa allo stesso modo in riferimento a Silvia e Miriam, due giovani donne che, unitesi nel 2016 e residenti a Marghera, hanno una figlia di sei anni. Un sospirato traguardo, coronatasi poi, nel giugno scorso, con l’anteposizione del cognome di Silvia a quello di Miriam sull'atto di nascita della loro figlia, cui è stato conseguentemente assegnato il doppio cognome

Ma quello d’ieri rappresenta un unicum, essendo il primo caso di adozione coparentale in riferimento a una coppia di gemelli.

Viva soddisfazione è stata espressa da Umberto Saracco e Valentina Pizzol (la quale è anche componente di Rete Lenford), legali della ricorrente, per la sentenza emessa dal collegio presieduto da Maria Teresa Rossi e composto da Alessandra Maurizio, Giorgio Mattei, Antonella Pietropoli. In essa è rilevato come «la ricorrente e la madre dei minori costituiscaono una coppia coesa, con un legame solido che si protrae da più di vent’anni» e «come entrambe vivano la relazione genitoriale con i bambini in modo adeguato». 

Sta suscitando invece reazioni, a partire da quelle di Mattia Galdiolo (presidente di Arcigay Padova), il seguente inciso: «Consapevoli che dovranno avere un atteggiamento aperto verso la loro identità di genere per permettere loro uno sviluppo adeguato e l’opportunità di relazionarsi con persone ad orientamento non omosessuale». Una tale frase, è in ogni caso, un virgolettato nel testo della sentenza ed è stata tratta dalla relazione redatta dall’Equipe Adozioni.

Sul caso veneziano abbiamo raggiunto il deputato Alessandro Zan (Pd), che ha dichiarato: «La prima stepchild adoption di due gemelli da parte di una coppia omosessuale di Venezia è una notizia storica. Ancora una volta una sentenza ha sostituito il vuoto lasciato dalla politica sul tema dei figli di coppie omogenitoriali: questo caso deve ricordare al Parlamento che è urgente riconoscere gli stessi diritti a tutte le famiglie, e garantire uguali tutele a tutti i bambini. La realtà è più forte di qualche dichiarazione omofoba del ministro della medievalità Fontana.

Trovo però insensato e discriminante che il Tribunale dei Minori di Venezia abbia dovuto specificare – pur rimandando a un passo della relazione dell’Equipe Adozioni – l’obbligo di frequentare persone eterosessuali, come se l’orientamento sessuale possa modificarsi in base all’ambiente in cui vive una persona: è una visione retrograda e priva di basi scientifiche. Questi due bambini vivranno la loro vita, cresceranno e frequenteranno i loro compagni di scuola, di sport, di giochi esattamente come tutti gli altri. Congratulazioni a queste due madri, a questa splendida famiglia, sapranno crescere i propri figli nel migliore dei modi».

Non sono mancate, in giornata, le voci critiche contro la sentenza del Tribunale dei Minori di Venezia.

Se il senatore Antonio De Poli (Udc) ha parlato di «decisione creativa che viola il principio della Costituzione secondo cui una famiglia è formata da un uomo e una donna», il suo omologo forzista Maurizio Gasparri ha detto «basta con le adozioni da parte di coppie omosessuali a colpi di sentenze. A Venezia un'altra decisione temeraria apre alla stepchild adoption, approfittando dell'ambiguità della legge voluta dalle sinistre, che non la prevede ma lascia spazio a iniziative assurde.

Occorre un'azione politica e legislativa che proponga l'abolizione dell'utero in affitto ovunque e che vieti le adozioni gay. Chiedo alla Lega, che condivide queste posizioni, di associarsi a una decisa iniziativa parlamentare.

Chiedo al ministro della Famiglia Fontana di prendere posizione e di assumere iniziative. Ha fatto un paio di interveniste apprezzabili e poi? Scenda in campo con chiarezza e coraggio e dica cosa vuole fare. Non taccia»

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Non si placano le polemiche sul ddl che, relativo all’affido condiviso, vede come primo firmatario il senatore leghista e “papista” – seconda una di lui stessa autodefinizione – Simone Pillon.

Un disegno di legge che, secondo Linda Laura Sabbadini, «è un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili. Uccide la genitorialità, quella vera, del cuore e della responsabilità. Uniamoci tutti. Indietro non si torna».

Tra le tante persone che hanno mosso un duro j’accuse al ddl Pillon anche l’avvocata Andrea Catizone, responsabile del Dipartimento Pari Opportunità del Pd.

L’abbiamo raggiunta per conoscerne meglio le valutazioni

Avvocata Catizone, la sua è stata una delle prime voci critiche nei riguardi del ddl Pillon. Che cosa non le piace?

È un provvedimento che riesce a violare contemporaneamente una serie di diritti acquisiti dalle varie parti coinvolte nella fase, spesso drammatica per gli adulti e traumatica per i figli, della separazione tra i coniugi. Ma oltre a contenere delle norme che non passerebbero il vaglio di disposizioni di rango superiore, come la costituzione ad esempio, è l’impianto culturale sottostante che non può essere accettato, perché si fonda su un’idea non egualitaria nel rapporto affettivo tra le persone e ripatrimonializza le relazioni umane contro una tendenza che, invece, vuole superare questa concezione e mettere al centro la vita e non il portafoglio tra chi ha avuto un legame di tipo affettivo. Oltre alla pericolosità di certe disposizioni lì contenute è proprio la concezione della famiglia e delle relazioni umane che mi preoccupa maggiormente. Con la separazione vi è un impoverimento di tutto il nucleo familiare e non è certo acutizzando un rapporto conflittuale che si risolve questa situazione di disagio.

Si dovrebbero, al contrario prevedere delle misure fiscali per agevolare la costituzione di nuovi nuclei familiari, soprattutto in presenza di minori, in seguito alla separazione, consentire delle detrazioni fiscali per esempio della somma data come mantenimento dal coniuge economicamente più forte, consentire locazioni agevolate e un accesso alle abitazioni meno faraggionso e che tenga conto della reale situazione economico-patrimoniale delle persone che interrompono un progetto di famiglia e intendono costituirne uno nuovo.

Il senatore leghista ha parlato del suo disegno di legge come finalizzato alla tutela dei minori. Da esperta di tale settore che cosa ne pensa?

I minori sono tutelati nel sistema giuridico al di là e meglio di quanto il ddl Pillon paventi, perché godono oggi di uno statuto giuridico che li fa assurgere a soggetti di diritto svincolati dalla necessaria preminenza delle figure genitoriali. Non è certo facendoli transitare da una casa ad un’altra che li tuteliamo meglio, ma prevedendo delle forme di assistenza che siano in grado di provvedere ai loro bisogni soprattutto in condizioni di conflittualità. Per esempio le decisioni dei giudici non sempre sono in linea con le specificità di quella famiglia e anche il ricorso ai servizi sociali richiede uno sforzo ulteriore da parte dell’autorità giudiziaria, oltreché una necessaria riforma degli attori istituzionali che intervengono in questa materia. Ad esempio la formazione e la composizione dei servizi sociali nel nostro paese era pensata in una società dove le esigenze erano diverse e dove il conflitto era nascosto e risolto mediante l’assunzione di decisioni unilaterali di una società in cui i ruoli dei padri e delle madri e delle famiglie erano differenti

Contro il ddl sono state soprattutto le donne a reagire. Da responsabile del Dipartimento Pari Opportunità del Pd perché, a suo parere, esso danneggerà soprattutto le donne?

Le donne oggi hanno un ruolo molto diverso nella società e nelle famiglie. Resta prevalente la presenza della donna nelle funzioni di cura delle persone e delle cose che riguardano le relazioni e scapito di una progressione professionale che, invece dovrebbe essere agevolata. Non esistono norme giuridiche che dicono di mantenere la donna, sia ben chiaro, ma leggi che prevedono una forma di aiuto per il coniuge economicamente più debole e se i dati dimostrano che ancora oggi questa figura corrisponde con quella femminile dobbiamo allarmarci perché ciò accade ancora e non puntare il dito contro le donne fannullone e mantenute.

Serve un processo di ripensamento del ruolo della donna in tutti gli ambiti e in chiave moderna, anche considerando che gli uomini oggi sono molto più attenti a quello che succede intorno a loro e nel rapporto con la prole e che serve un reciproco patto tra i generi per migliorare le condizioni di vita. Nella mia vita professionale di avvocato di famiglia vedo tante donne che per orgoglio e dignità personale rinunciano all’assegno di mantenimento e fanno crescere rinunciando a tutto, i propri figli. Poi nel mucchio c’è di tutto indubbiamente, ma dipingere oggi la donna come una che vuole necessariamente trarre lucro dal matrimonio non è giusto e non corrisponde alla verità della società.

Nel corso d'un'intervista a La Stampa Pillon ha parlato di aborto come realtà da impedire alle donne. Alla luce anche di dichiarazioni dello stesso attinenti alla fede quale fattore pubblico, che cosa si cela in questo gandolfiniano di ferro da un punto di vista culturale e concettuale?

Sull’aborto c’è una visione del tutto irrealistica, perché non esiste una donna che pratichi l’interruzione volontaria di gravidanza con leggerezza e disinvoltura e i dati dimostrano che diminuiscono sempre di più in termini percentuali. Sono esperienze che restano nella vita e nell’animo di ogni donna che vi ha dovuto ricorrere, ma mettere in discussione leggi che permettono di determinare la propria vita e di assumere autonomamente delle decisioni lo trovo realmente incomprensibile. Oggi non è quello il problema del nostro paese, ma semmai è che nascono sempre meno bambine e bambini e che non esiste un sistema di welfare adeguato a permettere alle famiglie di generare.

Allora il governo si preoccupi di attuare misure di tutela dei minori e di aiuti alle famiglie realmente, non alzando sempre polvere per annebbiare l’orizzonte sui problemi reali che la quotidianità solleva. Io come avvocato di famiglia parlo tutti i giorni con i padri e con le madri e dai loro racconti saprei indicare un’agenda di priorità che con questa visione medievale della vita non ha nulla a che vedere.

Il tema dell’omosessualità, declinato in tutte le sue sfumature compresa l’omogenitorialità, è una delle ossessioni di Pillon. Che cosa risponderebbe a chi nega l’esistenza di coppie omogenitoriali e vorrebbe abrogare le unioni civili?

Una delle prime cose che ha detto questo governo è che avrebbe messo mano alla legge sulle unioni civili facendo impallidire ogni essere umano che ogni mattina si sveglia nel ventunesimo secolo. Quella legge non si tocca e non permetteremo che sia messa in discussione in nessun punto perché è già stata il frutto di un compromesso, per certi versi anche al ribasso, di alcuni aspetti di regolamentazione delle relazioni affettive tra gli esseri umani. La mentalità del senatore Pillon genera delle gigantesche violazioni di diritti fondamentali degli esseri umani e peggiora la qualità di vita di ciascuno di noi. Io non voglio vivere in una società e in un paese in cui è di nuovo vietato riconoscere dei diritti a chi si ama e mi spaventa chi afferma, come Pillon che offrirà somme di denaro ingenti per chi rinuncia ad abortire - la libertà non si compra caro senatore!- o che alla domanda sul matrimonio gay risponde “quale matrimonio gay, non esiste perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le abolirei” perché vuole disegnare un modello di società dal quale con tanta fatica siamo riusciti ad uscire e che non vorremmo mai, mai, mai più riproporre.

Ci ripensi onorevole Pillon, se vuole andiamo a fare una passeggiata insieme la mattina nei tribunali civili dove la gente si separa, nelle scuole dove vengono educati i nostri figli e nei supermercati… sarà sorpreso da una società più bella e più ricca in cui chi si ama può esprimere liberamente il proprio sentimento senza doversi rinchiudere o vergognare. Di naturale ci sono solo i diritti fondamentali delle persone che lei calpesta ogni giorno.

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ieri respinto la richiesta avanzata dall’organizzazione no-profit Catholic Socials Service (Css) di Filadelfia che aveva fatto ricorso contro l’amministrazione locale in materia d’adozioni.

In marzo, infatti, i funzionari della città della Pennsylvania avevano annunciato che la municipalità non avrebbe più lavorato con l’agenzia per il ricollocamento dei minori e di conseguenza sospeso l’erogazione dei fondi destinati a tale fine.

In nome del principio dell’obiezione di coscienza Catholic Social Services s’era detta infatti contraria a riconoscere come candidati idonei alla genitorialità le coppie di persone dello stesso sesso regolarmente sposate. Anche se, come noto, il matrimonio egualitario è legale in tutti gli Stati Usa dal 2015 a seguito della storica sentenza Obergefell v. Hodges della medesima Corte Suprema.

L’agenzia cattolica, facente parte dell’arcidiocesi di Filadelfia, aveva quindi fatto causa alla locale amministrazione presso un tribunale federale, sostenendo che erano stati violati i diritti di libertà religiosa e d’espressione ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti. Ma dal giudice competente era arrivato il divieto a Catholic Social Services di accettare nuove richieste per i programmi di ricollocamento finché il contenzioso non fosse stato giudiziariamente risolto.

In luglio l’agenzia aveva quindi chiesto alla Corte Suprema un'ingiunzione per imporre all’amministrazione di continuare la collaborazione in materia d’adozione durante l’iter processuale. Senza spiegare il motivo del diniego, la Corte (benché i giudici Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch avevano affermato che avrebbero acconsentito alla richiesta dell'agenzia) ha confermato la precedente decisione del tribunale federale in merito al divieto di accettare nuove richieste.

Come ribadito dall'amministrazione di Philadelphia, se l’agenzia cattolica vorrà continuare a ricevere fondi municipali per la sua attività, dovrà rispettare l'ordinanza antidiscriminatoria cittadina. Ordinanza che impone di certificare i possibili genitori adottivi a prescindere dalla loro religione, etnia o orientamento sessuale. Altrimenti il gruppo sarà libero di sciogliere ogni vincolo contrattuale con il Dipartimento cittadino per i Servizi sociali. 

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«Veni.. ca ti offru n’arancinu. Ecco la frase che ogni amico vorrebbe sentirsi dire appena si “sbarca” a Catania».

Con queste parole l’attore e attivista Lgbti Silvio Laviano ha lanciato ieri su Facebook un’insolita iniziativa di solidarietà per i 177 migranti della nave Diciotti.

«Ecco mi piacerebbe che noi catanesi comprassimo subito 177 arancini... (Facemu ducentu va') - ha scritto Laviano su Facebook - e almeno 600 olivette di Sant'Agata e andassimo tutti insieme al Porto... ad accogliere! Certo! Anche arancini al burro, e anche qualche pasta di mandorla... Su Andiamo! Muvitivi...col cuore!».

Si tratta di «una semplice considerazione che ogni catanese farebbe, di pancia, diretta e senza logiche di partito o analisi economiche/filosofiche, un pensiero di umanità e di moto attivo sociale e civicamente organico. Un desiderio che è stato raccolto velocemente ed emotivamente da Nellina Laganà, attrice e cara amica, e dalla sensibile Giusy Marraro, donne forti e molto attente al sociale».

E così, a partire dalle ore 20:30, alla banchina 19 davanti al Molo di Levante Laviano, Laganà e Marraro si sono mescolati con gli annunciati arancini al migliaio di persone ivi presenti, per protestare contro il divieto salviniano di sbarco dei 177 migranti al grido di Catania accoglie.

All'iniziativa ha dato la propria adesione anche Enzo Bianco, sindaco uscente della città etnea e attuale presidente del Consiglio nazionale Anci, che in un post su Facebook aveva  scritto in mattinata: «Questa sera i catanesi porteranno arancini ai migranti segregati! Mi unisco all'appello. Manifestiamo in ogni modo lecito la nostra indignazione e la nostra umanità.

Quella di una città che ha saputo affrontare con dignità l'emergenza immigrazione quando era veramente un'emergenza ed eravamo soli. Non oggi che è soprattutto un'occasione per mostrare i muscoli anziché la testa e il cuore».

Ecco il video con le dichiarazioni di Silvio Laviano per Gaynews

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Fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), Polis Aperta è l’associzione che riunisce persone Lgbti appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine.

Il Consiglio direttivo ha ieri lanciato un appello alle rappresentanze sindacali di settore perché siano velocizzate le procedure di rilascio del passaporto di minori, figli di coppie omogenitoriali.

«La battaglia contro l'oscurantismo – così nel relativo comunicato – passa anche dalla rimozione delle pastoie burocratiche che attanagliano le famiglie mono e omogenitoriali».

Invocando le «medesime tempistiche previste per tutti i cittadini», Polis Aperta parte da una chiara premessa: il rilascio degli estratti di nascita di bambini, indicati quali figlie di coppie di persone dello stesso sesso, rende necessario l'inserimento di entrambi i genitori sul passaporto del minore.

«Il software in dotazione alle Questure attualmente non permette tale inserimento - continua Polis Aperta – e, all'interno degli uffici dove si provvede al corretto rilascio del passaporto del minore, gli ostacoli informatici sono stati superati solo grazie alla buona volontà degli operatori. Con un notevole allungamento dei tempi.

Il mancato aggiornamento di una procedura informatica è una cecità burocratica, che ignora diritti già esistenti, nella quotidianità della famiglia e per la legge italiana, perché riconosciuti dall'atto di nascita. Far rispettare le leggi rimuovendo gli ostacoli che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge è il nostro lavoro, la missione scritta sulla divisa che indossiamo tutti i giorni, impossibile, dunque, tacere al cospetto di una tale inutile vessazione burocratica».

Spirito, questo, con cui l’associazione, nella persona della vicepresidente Micaela Pascali, ha «preso parte al primo tavolo ufficiale tra le associazioni del modo Lgbt e il sottosegretario del Consiglio dei ministri con delega alle pari opportunità, Vincenzo Spadafora, che si è svolto lo scorso martedì a palazzo Chigi.

All'interno dell'incontro, Polis aperta ha portato la specificità del lavoro che gli operatori di polizia e delle forze armate svolgono sul territorio. Un potenziale enorme che potrebbe aiutare notevolmente le istituzioni fungendo da anello di congiunzione fra la comunità Lgbt e la governance per una corretta prevenzione dei crimini d'odio, di episodi di bullismo e violenza».

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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Storica, importantissima e coraggiosa. Così il Coordinamento Torino Pride ha definito in una nota la decisione della sindaca Chiara Appendino di procedere alla registrazione dell’atto di nascita di Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni indicando altresì «che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca».

Ma non solo, perché la prima cittadina del capoluogo sabaudo trascriverà anche «tutti gli atti di nascita dei bambini e delle bambine nate all’estero da coppie omogenitoriali».

Una riserva sciolta dopo «molti incontri e giornate di riflessione insieme ai rappresentanti del Coordinamento Torino Pride» dalla stessa sindaca con un lungo post sulla sua pagina Fb.

«L'amore di una famiglia – si legge in esso - è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente impostaQuesto semplice principio, che da sempre guida la nostra azione politica, vogliamo ribadirlo in questi giorni con rinnovata forza.

Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli.

Oggi l’Italia non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare. Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima. Lo è sin da quando all'inizio del nostro mandato, insieme all’assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine “famiglia” con il plurale “famiglie"».

Un importante risultato, dunque, al cui raggiungimento ha largamente contribuito l’avvocato Alexander Schuster. Il quale, oltre a essere il legale di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni, lavora da novembre col Comune di Torino su mandato di alcune coppie di mamme, i cui figli sono nati all’estero.

A Gaynews ha espresso la sua soddisfazione dichiarando: «Abbiamo appreso dalla stampa dello scioglimento della riserva della sindaca nel tardo pomeriggio e non tramite fonti dirette. Presumiamo che in queste ore sia stato formato il primo atto di nascita di un bimbo nato in Italia riconosciuto subito con due madri. Finalmente si è fatto breccia grazie al piccolo Niccolò Pietro».

Raggiunto telefonicamente durante un viaggio all’estero, l’assessore Marco Giusta ha dichiarato da parte sua: «Sono felicissimo e orgoglioso di questo risultato. Spero che il volo di ritorno mi consenta di essere presente a questo momento storico. Ringrazio la sindaca per il coraggio, l'assessora Pisano e gli uffici per il lavoro di mesi ma anche il Coordinamento Torino Pride e le singole associazioni impegnate sul territorio».

Il momento storico è chiaramente quello della registrazione dell’atto di nascita di Niccolò Pietro e delle accennate trascrizioni, che dovrebbe cadere agli inizi della prossima settimana.

Ciò renderà davvero speciale la Festa delle famiglie fissata al 6 maggio. Come detto da Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride, «l'appuntamento è dalle 11:30, in piazza Carlo Alberto, per la più grande e felice Festa delle Famiglie che mai si sia vista per non dimenticare mai che “i diritti dei bambini vengono prima di tutto”».

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Basta diagnosi che certificano una patologia, basta trattamenti, basta umiliazioni. La proposta di legge che è stata presentata al Parlamento spagnolo permetterà - qualora approvata - alle persone trans di cambiare sesso anagraficamente senza doversi dichiarare malate e senza l'autorizzazione di un medico. Anche i minori di età potranno richiedere il cambio dei documenti, con il sostegno dei genitori o di un giudice, e anche gli stranieri residenti avranno lo stesso diritto.

Tutti i gruppi parlamentari, escluso il Partito popolare che esprime un governo di minoranza, hanno approvato con 200 voti a favore e 128 contari che il progetto di legge si discuta in Parlamento. Cosa che avverrà martedì 5 dicembre mentre la votazione avverrà due giorni dopo.

Le associazioni che difendono i diritti Lgbt e, in particolare, la Piattaforma per i diritti trans hanno accolto con soddisfazioni questa iniziativa, che corregge la legge precedente del 2007: "La discriminazione che noi persone trans subiamo – ha detto la presidente Mar Cambrollé – non si combatte solo con il cambio di nome e di sesso legale: è provocata infatti dalla transfobia vigente nella legislazione, che non riconosce l'autodeterminazione, il diritto al proprio corpo e le varie espressioni di genere possibili”.

Proprio in questa direzione va la proposta che va in discussione in Parlamento: non sarà più necessario che una persona trans dichiari di essere malata per accedere al cambio di nome, al contrario di quanto succede ora che si richiede una diagnosi medica o psicologica che stabilisca la presenza di una disforia di genere curata per almeno due anni. In base alla nuova norma non servono altri requisiti all'infuori della “dichiarazione espressa della persona interessata del nome proprio e del sesso con cui si sente identificato/a”.

Non sarà obbligatorio essersi sottoposti a trattamenti chirurgici, ormonali, psicologici o psichiatrici, perché – secondo la deputata socialista María Dolores Galovart, relatrice della proposta - “lo Stato deve garantire che l'identità riconosciuta dalla società sia quella perecepita dalla persona”.

Questa facoltà di autodeterminazione sarà riconosciuta anche ai minori d'età che potranno richiedere il cambio di sesso sui documenti attraverso i propri genitori; se uno di essi o entrambi si dovessero opporre, il minore potrà ricorrere a un giudice per rivendicare il proprio diritto, sempre “nel superiore interesse del minore”.

Su questo punto il Partito popolare (Pp) ha espresso la propria contrarietà, anche se si è dichiarato disposto a discutere la legge per arrivare a una formulazione condivisa.

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(continuazione della Parte 1)

Dall'analisi del testo legislativo, in una coi recenti indirizzi della giurisprudenza di legittimità, emergono ulteriori cirticità, relative a una disparità di trattamento fra soggetti uniti civilmente e soggetti coniugati. 

In primis si evidenzia come lo scioglimento dell'unione civile non preveda la previa separazione giudiziale della coppia, potendosi accedere direttamente allo scioglimento della unione civile, secondo la disciplina relativa al divorzio/cessazione degli effetti civili del martimonio. La scelta di non prevedere l'applicazione dell'istituto della separazione - a prescindere dalla valutazione di merito sull'utilità di un doppio passaggio per lo scioglimento del matrimonio fra coppie eterosessuali - ha comportato concrete conseguenze sul piano pratico, per le coppie unite civilmente, laddove per le stesse non trovano applicazione alcuni elementi tipici dell'istituto della separazione e non presenti nella disciplina del divorzio.

In particolare:

  1. per le coppie unite civilmente non è previsto l'addebito della separazione e le conseguenze che ne derivano.

Pur avendo la legge Cirinnà esteso alla coppia unita civilmente i diritti e doveri nascenti dal vincolo matrimoniale (ad esclusione dell'obbligo di fedeltà) non ha poi previsto un sistema sanzionatorio in caso di loro violazione, sistema, invece, garantito per la coppia eterosessuale mediante l'istituto dell'addebito della separazione (istituto che non trova applicazione nel divorzio). Le conseguenze pratiche di tale omissione sono evidenti, laddove il coniuge cui è addebitata la separazione non ha diritto all'assegno di mantenimento.

Per le coppie unite civilmente, invece, l'unico sistema “sanzionatorio” per le condotte violative degli obblighi coniugali potrà essere, eventualmente, quello di ricorrere all'illecito “endofamiliare” ex art. 2043 c.c., laddove ne sussistanto i presupposti.

  1. per le coppie unite civilmente è previsto unicamente l'assegno divorzile, la cui portata applicativa è stata ampiamente ristretta dalla Cassazione, e non l'assegno di mantenimento.

Si pensi alla recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 11504/17 (“Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile come detto - non e' il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione - esclusivamente - assistenziale dell'assegno divorzile.”), che delegittimando di fatto, il parametro del tenore di vita dalla determinazione della somma dovuta a titolo di assegno divorzile, ne ha ridotto ampiamente la portata, escludendo dalla titolarità del diritto all'assegno tutti quei soggetti economicamente indipendenti, ma con redditi di gran lunga inferiori rispetto all'altro coniuge, ed inidonei a consentirgli di conservare il tenore di vita matrimoniale.

Sono evidenti le ripercussioni concrete della recente pronuncia della Cassazione, che, diversificando i presupposti tra assegno di mantenimento e assegno divorzile, ha comportato un sistema a due step in caso di scioglimento del matrimonio: 1. assegno di mantenimento dall'ampia portata applicativa, 2. assegno divorzile  di portata applicativa ristretta, in considerazione della sua funzione esclusivamente assistenziale e dello scioglimento totale del vincolo coniugale.

Ebbene tale pronuncia investe anche  le coppie unite civilmente, laddove mentre al coniuge beneficiario di coppia unita in matrimonio è garantita la possibilità di riorganizzarsi a seguito della disgregazione del nucleo familiare, godendo dell'assegno di mantenimento, sino alla pronuncia di divorzio, all'unito civilmente non è garantita tale possibilità avendo direttamente accesso all'istituto del divorzio con ogni conseguenza che questo comporta, anche sotto il profilo economico.

Queste peculiari differenziazioni rendono, dunque, auspicabile un intervento legislativo che si ponga come obiettivo quello della oggettività della tutela, specie in favore dei minori.

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