Con la firma del governatore John Rankin è entrata in vigore, mercoledì scorso, in Bermuda la legge che, approvata l’8 dicembre scorso dalla Camera dell’Assemblea, sbarra l’accesso al same-sex marriage e consente le sole unioni civili. Un notevole passo indietro per l’arcipelago caraibico.

Il matrimonio tra persone dello stesso era infatti divenuto legale a seguito della sentenza emessa, il 5 maggio 2017, dalla presidente della Corte Suprema, Charles-Etta Simmons, a favore dei ricorrenti Winston Godwin e Greg DeRoche. Sentenza che ha così consentito la celebrazione del same-sex marriage (il primo in data 31 maggio per un numero complessivo di sette matrimoni fino all’8 dicembre) in Bermuda. Che, come noto, è un territorio d'oltremare britannico e componente della comunità caraibica (Caricom).

Ma i cui abitanti (poco più di 60mila) sono nel complesso tutt’altro che gayfriendly. Riprova ne è (anche se poi considerato invalido per il mancato raggiungimento del quorum previsto) il risultato del referendum non vincolante del 23 giugno 2016 su unioni civili e nozze tra persone dello stesso sesso: su 20.804 votanti ben 13.003 e 14.192 si erano rispettivamente espressi contrari (63.03% e 68.54 %) di contro al 31 e 37% dei favorevoli.

Dal Regno Unito – essendo l’arcipelago bermudino un dominio di Sua Maestà Elisabetta II – non si sono fatte attendere le reazioni. A partire da quella del deputato laburista Chris Bryant che ha presentato al riguardo un'interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Boris Johnson.

Nel frattempo Harriet Baldwin, sottosegretaria agli Esteri, ha riferito che il governo è «ovviamente contrariato» per quanto successo in Bermuda.  Ma che per il caso in questione non ci sarebbero gli estremi per esercitare il potere di bloccare le leggi non gradite nei territori d'oltremare. Tanto più che Londra non è mai intervenuta nel processo legislativo di Bermuda da quando (1968) vi è stata introdotta la costituzione. Motivazioni ritenute inaccettabili da laburisti e attivisti, che hanno bollato quale vergognoso il mancato intervento di Boris Johnson.

Disappunto anche da parte della premier Theresa May, che attraverso il suo portavoce James Slack ha rilevato come il governo britannico sia «seriamente deluso che il Domestic Partnership Bill rimuova il diritto per le coppie dello stesso sesso di sposarsi a Bermuda» Ma aggiungendo che «la legge è stata democraticamente approvata dal Parlamento. E la nostra relazione con i territori d'oltremare è basata su collaborazione e rispetto per il loro diritto di auto-governo democratico».

In ogni caso la messa al bando del same-sex marriage rischia di avere ricadute economiche nell’arcipelago bermudino. Come hanno sottolineato esperti di turismo Lgbti, sarebbe un "disastro" dal momento che la recente normativa viene a interessare anche le compagnie di crociera, le cui navi sono registrate in Bermuda. Proprio a bordo di queste si sono celebrati nei mesi scorsi matrimoni tra persone dello stesso uso. Cosa che non sarà più possibile con la recente legge.

Dalla Carnival Uk, legata alla P&O Cruises and Cunard, hanno fatto sapere di «essere molto scontenti di questa decisione. Non sottovalutiamo lo scontento che causerà negli ospiti che avevano pianificato le loro nozze».

e-max.it: your social media marketing partner

Quanto successo domenica a Bucarest continua a dividere gli animi in Romania. La proiezione del film 120 battuti al minuto - vincitore, lo scorso anno, del Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes - è stata infatti interrotta da un gruppo di ultranazionalisti e cristiani ortodossi.

Entrati nella sala cinematografica del Museo nazionale del contadino rumeno, i manifestanti hanno intonato l’inno nazionale e canti sacri. Molti di essi, nello stringere tra le mani croci, icone mariane e striscioni, gridavano: La Romania non è Sodoma oppure Soros, lascia soli i bambini con questa gente. Chiaro richiamo alla teoria complottistica che indica nel magnate magiaro-americano George Soros il principale promotore della lobby gay liberista e finanziatore delle associazioni Lgbti europee per scardinare i valori "tradizionali" del vecchio continente.

I manifestanti hanno anche dichiarato che il film è offensivo per il popolo romeno, nel quale non ci sarebbero persone gay, lesbiche o trans.

Immediata la reazione del MozaiQ, la massima associazione Lgbti del Paese, che attraverso il suo presidente Vlad-Levente Viski ha condannato «i gesti estremi di alcuni gruppi ultra-ortodossi e conservatori che propagano l'odio contro la collettività rainbow».

Ha poi chiesto segnali concreti alla classe politica nazionale in risposta a un'escalation di «violenza fisica e verbale contro le persone Lgbti negli ultimi due anni. Crediamo che la discriminazione è inaccettabile in una democrazia e che tutti i cittadini debbano essere  trattati con rispetto. E noi, persone Lgbti, abbiamo diritto alla pari dignità e vogliamo essere protetti dalle istituzioni statali».

e-max.it: your social media marketing partner

Secondo un’antica tradizione le feste di Carnevale lungo la costa dalmata sono caratterizate dal rogo di immagini rappresentanti il male e le sfortune dell’anno precedente. I cui resti vengono poi gettati in mare.

Quale simbolo di tutto il negativo del 2017 la popolazione di Kaštela, città a nordovest di Spalato, ha scelto le famiglie arcobaleno. Domenica, infatti, durante i riti carnascialeschi è stato bruciato un pannello rainbow recante su ambo i lati due cuori con le rispettive scritte Mama+Mama e Tata+Tata. Riferimento diretto al libro illustrato per bambini Moja dugina obitelj (La mia famiglia arcobaleno) che, realizzato da Ivo Šegota e finanziato dall’Ambasciata francese in Grecia, è stato edito in 500 copie alla fine del 2017.

Una forma di satira secondo gli organizzatori del carnevale di Kastela. Un atto vergognoso incitante alla discriminazione e all’odio secondo tanti a partire da esponenti della collettività Lgbti nazionale. Tanto più che in Croazia le unioni civili sono legali  dal 2014 in una con l’adozione del configlio del partner, mentre quella congiunta resta ancora preclusa alle coppie di persone dello stesso sesso.

L’associazione Dugine Obitelji (Famiglie Arcobaleno), che ha promosso la pubblicazione del libro, ha espresso «tristezza nel vedere immagini del rogo di un’opera il cui unico scopo è quello d’educare i bambini all'amore, al rispetto e alle differenze».

Ferma condanna, lunedì 5 febbraio, anche da parte della ministra dell'Istruzione Blazenka Divjak che ha affermato: «Non è necessario trovarci d'accordo su tutto. Ma sicuramente non dobbiamo esporre i bambini a situazioni incitanti all’odio e all’intolleranza né tanto meno a quelle in cui i roghi di libri sono presentate come soluzione dei problemi».

GUARDA LA GALLERY

 

e-max.it: your social media marketing partner

Quest’anno per la prima volta dal 2014 la Casina di Pio IV nei Giardini vaticani non ospiterà l’8 marzo Voices of the Faith. Evento che, ideato dall’avvocata Chantal Götz e organizzato dalla Fidel Götz Foundation e Liechtenstein No Profit Foundation con la collaborazione del Jesuit Refugee Service, è incentrato su dibattiti e testimonianze internazionali, nella maggioranza al femminile, in occasione della Giornata internazionale della donna.

La scelta di puntare sulla Curia generalizia dei Gesuiti (a due passi da piazza San Pietro e anch’essa zona extraterritoriale) quale luogo della kermesse – che quest’anno avrà il titolo Why Women Matter – è stata voluta proprio da Chantal Götz in reazione alla mancata approvazione di alcune (tre in tutto) delle relatrici da parte del cardinale Kevin Farrell, prefetto del neodicastero vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita. Una di queste è l’ex presidente irlandese Mary McAleese (che ha un figlio gay), nota per le sue ferme critiche alle posizioni cattoliche sulle persone Lgbti e sull’ordinazione sacerdotale delle donne.

Benché il porporato non abbia fornito alcuna motivazione, sarebbe questo il motivo – secondo Chantal Götz – dell'esclusione di McAleese. Tanto più che, come dichiarato ieri da Deborah Rose Milavac, componente del comitato consultivo di Voices of Faith, a essere stata ostracizzata da Oltretevere è anche l’attivista Lgbti ugandese, Ssenfuka Juanita Warry. Non si conosce il nome della terza relatrice non gradita al card. Farrell ma da indiscrezioni sembra che si tratta della giovane teologa polacca Zuzanna Radzik.

La questione sta sollevando grande attenzione in Irlanda anche perché il dicastero vaticano, guidato da Farrell, è il principale organizzatore del prossimo Meeting mondiale delle Famiglie, che si terrà a Dublino dal 21 al 26 agosto. Alla kermesse è prevista anche la presenza di Papa Francesco.

Interpellato al riguardo, l'arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha preso venerdì nettamente le distanze dalle polemiche dichiarando di non «essere stato consultato dal Vaticano» sulla questione McAleese per l’evento dell’8 marzo. Mentre ha auspicato che il meeting di agosto abbia un carattere inclusivo.

Mary McAleese che, sta per conseguire un dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma, ha intanto scritto una lettera al papa in merito alla questione Voices of the Faith. Cui, in ogni caso, parteciperà addirittura nelle vesti di relatrice principale perché, come dichiarato da Chantal Götz, «è fondamentale portare voci che rappresentino prospettive spesso non ascoltate in Vaticano».

Da parte sua padre Thomas H. Smolich, direttore del Jesuit Refugee Service, ha dichiarato: «Non siamo necessariamente d'accordo con le opinioni di tutte le relatrici. Ma è importante avere una vasta gamma di voci femminili in quest'evento, comprese le donne rifugiate». Al riguardo ha quindi affermato che la quinta edizione di Voices of the Faith presenterà le testimonianze di donne provenienti dal campo profughi di Dzaleka nel Malawi.

e-max.it: your social media marketing partner

A meno d’un mese dal sondaggio governativo (che aveva visto il 61,6% dei partecipanti a favore) il Parlamento federale dell’Australia aveva approvato il 7 dicembre scorso il disegno di legge che legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il giorno dopo con la ratifica da parte del governatore generale Peter Cosgrove, rappresentante della Regina nell’isola, la norma entrava in vigore.

Ma solo oggi i primi scambi d’anello nuziale tra le coppie in fila per dire il proprio sì.

Hanno scelto lo scoccare della mezzanotte per contrarre matrimonio i due atleti Luke Sullivan (23 anni) e Craig Burns (29 anni) a Summergrove Estate nel Nuovo Galles del Sud, lo Stato australiano con capoluogo Sidney. «Ci sentiamo molto fortunati ad essere una delle prime coppie di persone dello stesso sesso ad essersi sposate in Australia», ha dichiarato Craig Burns.

Hanno invece atteso il primo minuto dopo la mezzanotte per dire il loro sì Diana e Deanna Ribero, che si sono sposate a Balaclava, sobborgo di Melbourne. 

e-max.it: your social media marketing partner

Svolta in India nel processo di depenalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso adulte e consenzienti. La Corte Suprema  ha infatti oggi annunciato la revisione della sentenza dell’11 dicembre 2013, con cui aveva dichiarato non contrario alla Costituzione l’articolo 377 del Codice penale indiano.

Una norma quanto mai ambigua che, risalente all’epoca vittoriana, prevede l’ergastolo o la reclusione fino a dieci anni nonché l’irrogazione di un’ammenda a «chiunque abbia volontariamente un rapporto carnale contro l'ordine della natura con un uomo, una donna o un animale».

L’articolo era stato qualificato una palese «violazione dei diritti fondamentali» dall’Alta Corte di Delhi con disposto del 2 luglio 2009 e, in quanto tale, abrogato nel territorio della metropoli. Ma la sentenza del 2013 comportò di fatto il ripristino della norma nella capitale.

Da allora non sono mancate le proteste da parte di attivisti lgbti e personalità del mondo politico, culturale, sociale indiano per la cassazione dell’articolo 377. Già nel dicembre 2013 Raul Gandhi, vicepresidente del Congresso Nazionale Indiano, si esprimeva al riguardo dichiarando che la questione riguardava le libertà individuali. In occasione delle elezioni del 2014 il Partito Comunista d'India (Marxista) aveva parlato dell'abolizione della norma nel proprio programma elettorale.

Oggi finalmente la decisione della Corte Suprema che ha dichiarato come «effettivamente la nostra precedente ordinanza debba essere riconsiderata».

L’atto tiene dietro al ricorso presentato da cinque attivisti Lgbti che, nel denunciare la criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso, hanno sostenuto di «vivere in un costante clima di terrore per possibili azioni della polizia». Essi hanno fatto inoltre notare come l'articolo 377 «violi i diritti fondamentali garantiti dall'articolo 14 (diritto all'uguaglianza) e 21 (diritto alla vita) della Costituzione».

Nel ribadire il dato dell’evoluzione della morale in ogni società, la Corte Suprema ha infine annunciato l'esame della questione da parte di una speciale commissione di magistrati senza però fissare alcuna data.

e-max.it: your social media marketing partner

Il 26 dicembre si è tenuta a Kathmandu la seconda edizione di Mr Gay Nepal. Il concorso ha avuto così luogo dopo un vuoto di quattro anni. Il motivo – come spiegato da Pinki Gurung, donna transessuale e presidente di Blue Diamond Society, associazione organizzatrice della kermesse – è da individuarsi nella «difficoltà di trovare partecipanti dal momento che la nostra società non accetta ancora pienamente le persone appartenenti a minoranze sessuali».

Questa volta sono stati 18 i concorrenti sebbene due candidati si siano dimessi per motivi sconosciuti. Ad aggiudicarsi la fascia del vincitore e la somma di 50,000 rupie il 28enne Mahedra Singh, che negli ultimi due anni si è impegnato quale attivista per i  diritti delle persone Lgbti. Al secondo e al terzo posto, invece, Birendra Chaudhary e Anuj Rai Petter.

Ancora una volta, come nel 2013, fine della manifestazione è stata la rivendicazione dei diritti delle minoranze sessuali in Nepal, l'unico tra i Paesi centroasiatici in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso adulte e consenzienti non sono reato (a partire dal 2007). «L'evento è fondamentale per sensibilizzare i nepalesi alle tematiche delle persone Lgbti e per favorirne la loro progressiva accettazione sociale», ha detto all’agenza ispanica Efe la stessa Pinki Gurung.

Benché sulla base di una sentenza della Corte Suprema della fine del 2008 siano all’esame la proposta di legge sull’introduzione del matrimonio egualitario e il relativo riferimento normativo nella nuova Costituzione in corso di elaborazione, continuano a registrarsi nella Repubblica federale democratica del Nepal casi di aggressione, violenza, stupro nonché di discriminazione sul posto di lavoro a danno delle persone Lgbti. Bisogna però tenere in conto come solo a partire dal 2007 numerosi esponenti del Partito Comunista Unificato del Nepal abbiano abbandonato la concezione maoista dell’omosessualità quale risultanza deviata del sistema capitalistico.

Resta di fatto che il Nepal è l’unico Paese himalayano in cui è riconosciuta un'effettiva tutela alle minoranze sessuali.

Secondo i dati della Blue Diamond Society circa mezzo milione degli oltre 27 milioni di nepalesi appartengono alla collettività trans mentre 1,2 milioni sono nel complesso le persone Lgbti.

e-max.it: your social media marketing partner

La Corte Costituzionale in Indonesia ha respinto ieri la la richiesta avanzata da un’organizzazione conservatrice per ascrivere tra i reati i rapporti sessuali prematrimoniali e quelli tra persone dello stesso sesso. La petizione non è stata accolta col voto di cinque dei nove magistrati componenti il tribunale.

Presentata a metà dello scorso anno da un docente universitario e da 11 componenti dell’Alleanza dell’ Amore Familiare (Aila in indonesiano), l’istanza pretendeva di modificare gli articoli del Codice penale riguardanti l’adulterio, il rapporto con minori e lo stupro con estensione alle persone omosessuali.

Nel corso del procedimento presso la Corte Costituzionale l’iniziativa di Aila, che sulla propria pagina web si definisce quale associazione che «difende la famiglia in Indonesia», aveva ricevuto il sostegno di gruppi di musulmani conservatori. Non poche associazioni e attivisti hanno denunciato un escalation d’omofobia verbale e di repressione da parte delle autorità indonesiane proprio a partire dal 2016.

Non per niente la decisione della Corte Costituzioanle non migliorerà affatto la situazione delle persone omosessuali a causa della vigente quanto discussa normativa antipornografia.

Nel solo maggio scorso una retata presso il club Atlantis di Giacarta ha portato all’arresto di 141 persone, colpevoli, secondo la polizia locale, di partecipare «a una festa a sfondo omosessuale». Ma la maggior parte degli arrestati è stata poi rilasciata. Le autorità giudiziarie hanno infatti ritenuto l’assenza di violazione della legge contro la pornografia da parte degli stessi.

Violazione che, invece, è stata contestata a otto persone, condannati ieri a a due anni di reclusione. Si tratta del direttore dell’Atlantis, di un addetto alla reception, un istruttore di palestra,  una guardia di sicurezza e alcuni spogliarellisti. 

e-max.it: your social media marketing partner

L'Italia ha violato l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani (diritto al rispetto della vita privata e familiare) rifiutando di registrare i matrimoni contratti all'estero (Canada, California, Usa e Paesi Bassi) da sei coppie di persone dello stesso sesso. In  tal modo ha così negato loro protezione legale e altri diritti associati.

Questa, in sintesi, la sentenza emessa oggi dallo Corte europea dei diritti dell'uomo (con cinque voti favorevoli e due contrari) che ha così accolto i ricorsi presentati congiuntamente nel 2012. Quattro anni prima, cioè, dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Motivo, questo, dirimente per la Corte di Strasburgo.

Infatti, «sebbene gli Stati – come recita la sentenza - abbiano un ampio potere discrezionale sulla questione se consentire o meno di registrare i matrimoni omosessuali», l'Italia ha comunque commesso «una violazione dei diritti». E questo in ragione del fatto che «la legge italiana non forniva alcuna protezione legale né riconoscimento prima del 2016, quando la legislazione sulle unioni civili dello stesso sesso è entrata in vigore».

Secondo la stessa Corte «gli Stati sono liberi di restringere il matrimonio alle coppie eterosessuali, ma le coppie dello stesso sesso hanno bisogno di riconoscimento legale e di protezione della loro relazione».

L'Italia dovrà risarcire di 5mila euro ogni singolo ricorrente per i danni morali. In più versare una cifra forfettaria di 10mila euro da dividere tra tutti per il rimborso delle spese procedurali.

La notizia è stata accolta con esultanza da Rete Lenford che ha seguito una delle coppie.

e-max.it: your social media marketing partner

«Quando ho vissuto a Milano per l'Erasmus, a 21 anni, ho avuto prima un fidanzato, Paolo, e poi una fidanzata, Elena. La storia con lei è durata due anni ed è stata molto importante per me». Ieri sera in diretta tv, la sindaca di Barcellona Ada Colau – ospite di una trasmissione di Telecinco che lei stessa ha ammesso di non aver mai seguito – ha raccontato così, implicitamente, di essere bisessuale e ha aggiunto di aver avuto in seguito relazioni con altre donne, anche se meno importanti di questo amore dei tempi dell'università.

Ada Colau, che è la prima donna alla guida della capitale catalana, adesso ha 43 anni, ha un compagno (Adrià Alemany) e due figli, Luca nato nel 2011, e Gael nato quest'anno. Era ben noto il suo legame affettivo con l'Italia e il sostegno al movimento Lgbti. Ma nessuno mai prima d'ora aveva fatto menzione a questa ragazza che era diventata «parte della famiglia».

La sindaca, infatti, ha raccontato che la relazione è durata due anni e che i suoi genitori ne erano perfettamente al corrente: «Era la prima volta - così ha detto - che mi innamoravo di una donna. In casa mia era qualcosa di perfettamente naturale. Avevamo tanti amici gay e la possibilità di avere una storia con una persona del tuo stesso sesso era la normalità nel nostro ambiente». Alla fine la storia finì, per il passare del tempo e anche a causa della distanza. E dopo Elena ci furono anche altre donne, ma «nessuna fu così importante come quella».

Colau – la donna forte di Catalunya en Comù che fa parte della galassia di Podemos – non è il primo personaggio politico spagnolo che “esce dall'armadio”. Prima di lei ci furono esponenti del partito socialista come Pedro Zerolo, che però entrò in politica proprio in rappresentanza delle persone omosessuali, o come Francesc Lopez Guardiola – che era assessore a Badalona e fu il primo politico eletto a fare coming out – e l'attuale segretario del Partito socialista catalano, Miquel Iceta, che adesso è candidato alla presidenza della Catalogna.

Il caso della sindaca di Barcellona, però, è nuovo sia perché si tratta di una donna sia perché riguarda la bisessualità sia perché arriva da un personaggio politico che ha costruito la sua popolarità non tanto sulla rappresentanza delle minoranze ma su battaglie sociali. In particolare, la lotta contro gli sfratti, una piaga a Barcellona e in tutto la Spagna negli anni della crisi economica.

«I tuoi consiglieri non si arrabbieranno per questa rivelazione?», le ha chiesto il conduttore di Sálvame Deluxe, Jorge Javier Vázquez. «Non credo - ha risposto Ada -. Magari nemmeno lo sapevano. Viviamo in una società moderna: viva l'amore e che ognuno ami chi vuole».

e-max.it: your social media marketing partner

weTest

Featured Video