Come fatto da Monica Cirinnà al Senato, Alessandro Zan ha presentato alla Camera una mozione relativa al logo e al patrocinio del Governo alla XIII° edizione del Congresso mondiale delle Famiglie. La mozione, che dovrebbe essere calendarizzata nelle prossime ore con l’adesione di tutti i deputati dem, potrebbe raccogliere anche il supporto di parlamentari di altri schieramenti politici.

Sulla necessità di un tale atto così si è espesso lo stesso Zan, ricordando come «a soli 10 giorni dall’inizio di questa fiera mondiale del sessismo e dell’omotransfobia, sul sito ufficiale del convegno e dell’organizzazione rimane ancora il simbolo e il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Più di una settimana fa Palazzo Chigi aveva fatto sapere di aver revocato patrocinio e logo: di fatto però l’organizzazione del Wcf continua a usarlo.

O siamo davanti all’ennesima balla di questo governo, che offende la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo Paese che non vogliono un ritorno al medioevo, o il Wcf utilizza in modo abusivo i loghi delle istituzioni governative italiane, fatto di una gravità inaudita.

Era stato reso noto che il Segretario Generale di Palazzo Chigi aveva anche aperto un'istruttoria sulla questione, ma sta di fatto che il logo del governo resta. Vogliamo capire quale sia realmente la situazione».

Il deputato padovano si è dunque chiesto «se la Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia veramente realizzato cosa significhi patrocinare questo evento, cioè istituzionalizzare un’idea della donna succube e soggiogata e condividere le idee di chi vorrebbe il carcere per le persone gay e lesbiche, se non addirittura la pena di morte.

Se i ministri leghisti parteciperanno al festival del medioevo, lo facciano come rappresentati di un partito che ormai ha assunto posizioni aberranti e fasciste, ma non come rappresentati del governo. Sarebbe un’offesa e un insulto inaccettabile ai principi costituzionali che tutelano l’autodeterminazione della persona. Di sicuro il Partito Democratico sarà in piazza a Verona a manifestare contro questa follia».

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«Noi partiamo dall'idea, suffragata dalla scienza, e lo dico anche come psichiatra, che il bambino, per avere un'adeguata costruzione della sua personalità, ha bisogno di un padre e di una madre, di due persone con le quali identificarsi e diversificarsi. L'ambiente più vantaggioso per la crescita di un figlio è la famiglia naturale. Pensare che si possa dare per via giuridica e legislativa il consenso a poter adottare dei bambini a delle coppie omogenitoriali, attraverso pratiche di alchimia biotecnologica e soprattutto attraverso quella via incivile e abominevole che è l'utero in affitto, ecco questo non può essere accettato, e mi assumo la responsabilità di quello che dico». 

Queste le parole che Massimo Gandolfini, leader del Family Day e portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, ha pronunciato ieri a Firenze nel corso dell’evento Più famiglia, più Italia organizzato da Fratelli d’Italia. Richiamandosi poi espressamente al suo intervento di venerdì «in conferenza stampa a Verona», dove ha co-presentato i temi del Congresso mondiale delle famiglie, ha «chiarito la nostra posizione. Noi vogliamo difendere e portare sempre sul candelabro, in maniera che si veda, questa famiglia come società naturale. Questo non vuol dire che neghiamo i diritti civili legati alla persona e che la persona può usare in quella formazione sociale che si chiama unioni civili. Ma vogliamo tenere chiara che esiste una differenza fra l'unione civile e la famiglia come società naturale, e la differenza fondamentale riguarda i figli».

Lo psichiatra bresciano, che alle elezioni politiche del 4 marzo aveva fatto convergere i voti del Family Day sulla Lega riuscendo così a portare in Senato il suo braccio destro Simone Pillon, ha ieri invece annunciato il sostegno a Fratelli d'Italia alle europee di maggio.

«Noi riconosciamo – ha così dichiarato - che Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni stanno portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e per la libertà educativa dei genitori, assolutamente coerente rispetto al Family Day e alle nostre iniziative. Ed è per questo che alle prossime elezioni europee sosterremo i candidati di FdI perché è il partito che ha graniticamente sostenuto le istanze del Family Day».

Affermazioni che sono state salutate con entusiasmo da Giorgia Meloni, che ha ringraziato «Massimo Gandolfini per le importanti parole che ha pronunciato oggi per il sostegno a Fratelli d’Italia. Difesa della vita, centralità della famiglia naturale, libertà educativa e la lotta all’ideologia gender: sono queste le istanze che condividiamo con il popolo del Family Day e che vogliamo portare anche in Europa».

Meloni, che il 15 marzo ha presentato il simbolo con cui Fdi correrà all’europee (recante la sottodicitura Sovranisti conservatori), ha tenuto poi a ricordare la sua presenza in veste di relatrice al World Congress of Families di Verona.

«Penso che francamente - ha detto - siano deliranti alcune affermazioni su questa manifestazione che sono arrivate da esponenti del governo. Segnatamente quella secondo la quale chi va a quel congresso vorrebbe ridurre le donne in schiavitù. Segnalo che ci vado io che sono fino a prova contraria sono l’unico segretario di un partito donna che esiste in Italia e che sono noi quelli che fanno le battaglie per chiedere che le donne non debbano scegliere tra poter lavorare e avere un figlio. Su questo purtroppo il Governo non è molto presente.

Devo dire che iniziative a sostegno della natalità, della famiglia e della conciliazione tempi di vita-tempi di lavoro sono assolutamente assenti. Lo stesso reddito di cittadinanza favorisce i singoli rispetto alle famiglie numerose. Quindi se gli esponenti del M5s, invece di starnazzare cose senza senso, si occupassero di aiutare le famiglie e le donne a poter lavorare senza dover per questo rinunciare ad essere madri sarebbero più credibili».

Ma l’intervento di Gandolfini è stato anche segnato dall’attacco alla senatrice Monica Cirinnà, per aver sfilato l'8 mazro a Roma col cartello Dio, patria e famiglia, che vita de merda: «Si è trattato di un delirio paranoide – ha detto - e parlo da psichiatra. A Milano, invece, c’era un corteo di femministe che portavano un cartello che recitava: Il corpo è mio e non di quel…. Il resto lo sapete. Lo trovo di un’offesa talmente grande che offenderei me stesso se lo dicessi. Il resto lo lascio alla vostra immaginazione, ma soprattutto amici, lo lascio alle vostre preghiere».

Raggiunta telefonicamente, la senatrice Cirinnà, che oggi è stata confermata tra i 120 componenti del direttivo del Pd, ha così commentato a Gaynews l'intervento del leader del Family Day: «Gandolfini è un odiatore seriale e oggi ne ha dato ulteriormente prova. Il fatto di essere anch’io, come tante, oggetto del suo odio è per me una medaglia e non un affronto».

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Sarà revocato ogni utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle Famiglie, che si terrà a Verona dal 29 marzo al 31 marzo. È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Nei giorni scorsi il premier Giuseppe Conte aveva preso le distanze dall'iniziativa che, promossa da Family Day, Generazione Famiglia e ProVita con l'appoggio  dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità), Matteo Salvini (Interno), risultava formalmente patrocinata dal Governo con tanto di logo.

«Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana - era scritto in una nota di Palazzo Chigi -, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio».

Ciò aveva spinto la senatrice Monica Cirinnà a presentare, il 7 marzo, una specifica mozione (cofirmata da 58 senatori) al riguardo, mentre All Out aveva lanciato, il giorno prima, due campagne contro il patrocinio. 

Ora si apprende che sarà revocato anche l'uso del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri dal materiale informativo e cartellonistica del Congresso di Verona.

Il primo a esprimersi al riguardo è stato Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, che ha dichiarato: «Se confermata la notizia che Palazzo Chigi oltre al patrocinio revocherà pure l'uso del logo ufficiale del Governo italiano, utilizzati dal cosiddetto Congresso Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Verona, è una buona cosa.

È quello che abbiamo chiesto pubblicamente e in varie interrogazioni parlamentari delle ultime settimane. Nessun riconoscimento, nessuno spazio a chi vuole riportare la condizione delle donne del nostro Paese al Medioevo».

Soddisfazione anche da parte della senatrice Monica Cirinnà che, pur attendendo una conferma ufficiale da Palazzo Chigi, ha dichiarato: «La parte più libera e laica del Paese non potrebbe che sentirsi sollevata. Vedere accomunato il logo del Governo su una locandina con tanti volti e nomi di persone note nel mondo per le loro politiche discriminatorie è un'offesa alla laicità dello Stato e alla nostra Costituzione.

La mozione presentata in Senato, a mia prima firma, era dunque fondata, oltre che ampiamente condivisa: il patrocinio del Governo avrebbe garantito alibi e coperture a tali posizioni retrograde. Se alcuni ministri si sentono vicini a tali posizioni oscurantiste e liberticide, è giusto che se ne prendano la responsabilità e partecipino a titolo personale. Sono certa che questo giusto atto di Palazzo Chigi contribuirà a svelenire il clima e a consentire uno svolgimento tranquillo delle contromanifestazioni, già indette il 30 marzo a Verona».

Ha fatto loro eco, in area associativa, Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che con Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, e Leonardo Monaco, segretario di Certi Diritti, s'era fatta portavoce, già in gennaio, della necessità d'una tale revoca presso Vincenzo Spadafora.

«Se sarà confermata, la notizia della revoca dell'utilizzo del logo della Presidenza del consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, è una vittoria delle associazioni e di chi, nella società civile e nella politica, si è attivato in queste settimane per contrastare un'iniziativa scandalosa e vergognosa - così in una nota Grassadonia -. Dietro l'asettica dicitura “Congresso mondiale delle famiglie” si nasconde una inquietante Internazionale del peggio della misoginia e dell'omofobia della galassia dell'ultradestra europea, asiatica e americana.

Per questo come Famiglie Arcobaleno, insieme ad altre associazioni, avevamo chiesto formalmente il ritiro del patrocinio e di ogni appoggio da parte del Governo durante l'ultimo incontro con il sottosegretario Spadafora.

Allo stesso modo ringraziamo i tanti e le tante parlamentari che hanno preso posizione e, in primo luogo, la senatrice Monica Cirinnà, promotrice di una mozione in Parlamento che chiedeva il ritiro del patrocinio e che ha ottenuto appunto consensi trasversali. Adesso tutte e tutti a Verona, il prossimo 29-31 marzo, per dimostrare che l'Italia non è Dio, patria e famiglia, ma un Paese inclusivo e accogliente, dove i diritti dei migranti, delle donne, delle minoranze, il valore dell'autodeterminazione sono un patrimonio che sta alle fondamenta della convivenza civile, come per altro prescrive la Costituzione».

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Non si placano le polemiche sul patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri al World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo e che vedrà la partecipazione, nella veste di relatori, dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità) e Matteo Salvini (Interno). 

Tanto più che detto patrocinio è stato pubblicamente smentito dal premier Giuseppe Conte alcuni giorni addietro, eppure «ad oggi sul sito del WCF così come sul materiale informativo relativo al congresso continua a comparire il logo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, seppure con la dicitura Ministro per la Famiglia e le Disabilità».

Rilievo, quest’ultimo, messo in luce dalla senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria di una mozione, che, depositata nella giornata di oggi, «impegna il Governo a revocare ogni forma di patrocinio al World Congress of Families, che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019; a porre in essere politiche di contrasto all’omotransfobia, con strumenti culturali e specificamente giuridici; a sostenere attivamente la condizione femminile, in particolare attraverso una tutela adeguata delle lavoratrici madri e la salvaguardia del modello italiano di diritto di famiglia, solidamente basato – come impone la Costituzione – sull’eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi».

La mozione è stata cofirmata non solo da tutti i restanti senatori del Pd (51) a partire dal capogruppo Andrea Marcucci ma anche dagli omologhi di Leu (Pietro Grasso, Laura Boldrini, Loredana De Petris, Vasco Errani), Psi (Pietro Nencini), Gruppo Per le Autonomie (Gianclaudio Bressa), +Europa (Emma Bonino), M5s (Paola Nugnes).

Il World Congress of Families, che gode, fra gli altri, anche del patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Verona, è stato segnalato con la dicitura di gruppo istigatore all’odio da organismi internazionali quali Southern Poverty Law Center (SPLC) e Human Rights Campaign. Il motivo? È indicato ampiamemte nel testo della stessa mozione, in cui si legge: «Tra gli obiettivi del WCF - non rientra soltanto la difesa della “famiglia naturale”, ma anche la promozione di una concezione delle relazioni familiari basate sulla subordinazione della donna all’uomo e su una decisa compressione dell’autodeterminazione femminile, ad esempio per ciò che riguarda la conciliazione tra vita familiare e lavoro».

Inoltre, «come ampiamente riportato dagli organi di stampa, tra i soggetti organizzatori del WCF figurano associazioni e gruppi – anche stranieri – che si distinguono per un messaggio gravemente omofobo e di sostegno a leggi liberticide e miranti alla repressione penale dell’omosessualità, oltre che alla limitazione dell’autodeterminazione in materia affettiva e familiare;

secondo il programma ufficiale dell’evento, al congresso interverranno alcune personalità di spicco dell’antiabortismo e dei sostenitori della famiglia tradizionale come il russo Dmitri Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità che ha lo scopo di influenzare il parlamento russo, la Duma, e di aiutare il presidente russo Vladimir Putin a sviluppare politiche in linea con le indicazioni della chiesa ortodossa; la ministra per la famiglia del governo ungherese, Katalin Novak e il presidente moldavo Igor Dodon, che ha spesso espresso posizioni omofobe;

all’evento interverranno inoltre anche Theresa Okafor, un’attivista nigeriana che nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso, e Lucy Akello, Ministro ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che nel 2017 ha presentato al parlamento ugandese una legge contro le coppie omosessuali, già proposta nel 2014, che prevedeva originariamente la pena di morte per “omosessualità aggravata”».

Nella giornata d’ieri, inoltre, All Out (con l’adesione di Agedo, Arci, Arcigay, Associazione Radicale Certi Diritti, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno - Associazione genitori omosessuali, Gaynet, IPPFEN, Rebel Network, Rete Lenford - Avvocatura per i diritti LGBTI, Uaar, Ufficio Nuovi Diritti CGIL Nazionale) ha lanciato, grazie al fattivo impegno di Yuri Guaiana, una campagna per «mostrare ciò che il Congresso Mondiale delle Famiglie sostiene in realtà e una raccolta firme «per dire al Governo italiano e a tutte le altre Istituzioni di non sostenere questo evento e di ritirare tutti i patrocini al Congresso Mondiale delle Famiglie».

La mozione ha suscitato le prevedibili reazioni di ProVita e Generazione Famiglia, co-organizzatori del Congresso di Verona col Comitato Difendiamo i nostri figli (presieduto da Massimo Gandolfini). I rispettivi presidenti Toni Brandi e Jacopo Coghe (i quali ricoprono le cariche di presidente e vicepresidente dell'edizione veronese del World Congress of Families) hanno diramato una nota, in cui, eludendo i rilievi circostanziati della mozione, hanno assunto toni vittimali.

«Ci mancava – si legge nel comunicato congiunto - la mozione per il ritiro di tutti i patrocini al Congresso Mondiale delle Famiglie. Monica Cirinnà e Andrea Marcucci insieme a tutti i senatori Pd evidentemente non hanno molto da fare in Parlamento se dedicano tanto tempo a noi. Odiare le famiglie che chiedono sostegni e aiuti è il loro sport preferito. Si tratta di un vero e proprio famiglicidio quotidiano.

Non ci stupiscono poi gli altri firmatari eccellenti che vorrebbero zittire le famiglie e quanti di adopereranno per metterle al centro del dibattito politico tra cui spiccano i nomi di Emma Bonino, Pietro Grasso e Loredana De Petris.

Fa sorridere poi il richiamo di Cirinnà & Co all'importanza delle voci plurali. La censura che vorrebbero mettere in atto è davvero tutto meno che un esempio di rispetto del dettame costituzionale, la Repubblica infatti riconosce diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Quanto alla regressione politica e culturale, cara Monica, è contenuta tutta nel fango e nelle fake news del 'bullismo interattivo Lgbt' che stiamo subendo per il semplice fatto di organizzare una tre giorni sulla bellezza della famiglia».

Una tre giorni sulla bellezza della famiglia, in ogni caso, alla quale non interverrà come relatore - fatta eccezione del 75enne patriarca siro-cattolico Ignazio Giuseppe III - alcuna figura dell’episcopato cattolico né, tanto meno, del Collegio cardinalizio.

Su una tale bellezza familiare apporteranno invece la loro testimonianza, ad esempio, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni (mai coniugata con Andrea Giambruno, da cui ha avuto la piccola Ginevra nel 2016) o il ministro dell’Interno Matteo Salvini (che dopo il divorzio dalla moglie Fabrizia Ieluzzi – da cui è nato Federico nel 2003 – ha avuto prima una relazione con Giulia Martinelli – da cui è nata Mirta nel 2012 – e, poi, con Elisa Isoardi, conclusasi nel dicembre 2018).

Guarda il Video promozionale del WCF di Verona

 

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Ennesimo atto di omofobia, mista a razzismo e antisemitismo, nella Capitale. Stamattina nel quartiere della Garbatella è stata scoperta sul muro di un cortile condominiale la scritta vergata in nero Nel forno che vorrei froci, zingari e giudei. Accanto una svastica. La scrittà è stata poi cancellata per interessamento del consigliere dem Flavio Conia dell’VIII° Municipio.

Tra le prime voci a condannare la senatrice Monica Cirinnà, che ha detto: «Questa mattina, per l’ennesima volta in pochi mesi, Roma si è svegliata in un clima di razzismo, antisemitismo e omofobia. Nel quartiere Garbatella è comparsa una scritta dal contenuto irripetibile, accompagnata da una svastica».

Contattato da Gaynews, Sebastiano Francesco Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, ha dichiarato: «Come ogni anno lo scorso 27 Gennaio omosessuali, ebrei, rom e sinti hanno ricordato insieme le persecuzioni e i massacri di cui furono protagonisti nel secolo scorso.

Scritte come queste sono la dimostrazione tuttavia che il ricordo non basta: occorre riflettere e prestare attenzione per cogliere i segnali ed evitare il ripetersi di una storia non troppo lontana. Una riflessione che assume un carattere particolarmente indicativo alla vigilia della Giornata internazionale contro le discriminazioni.

La classe politica, che ci governa, non solo non interviene in tal senso ma continua ogni giorno ad alimentare lo stigma del diverso in una perenne campagna elettorale, vissuta purtruppo sulla pelle del Paese».

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Chissà quanti italiani e italiane, stamattina, saranno andati in edicola ad acquistare il quotidiano. E chissà quanti avranno scelto di leggere Libero, il cui direttore editoriale è Vittorio Feltri. Questi ultimi saranno rimasti certamente sorpresi dal titolo in prima pagina. Un titolo tanto illogico e scorretto quanto insultante: C’è poco da stare allegri. Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay.

Un titolo che, in maniera assolutamente fuorviante, accosta situazioni e circostanze verificabilmente prive di inferenze: le problematiche economiche e le presunte criticità legate alla ricevuta elettronica sono messe in relazione con l’incremento di persone che dichiarano di essere omosessuali (dati forniti dall’Istituto nazionale inglese per le statistiche, Ons).

Un titolo che, in maniera subdola e artata, suggerisce al lettore medio una possibile responsabilità delle persone Lgbt e delle loro legittime rivendicazioni esistenziali rispetto alla crisi economica in corso: l’economia del Paese va male? Gli imprenditori vedono il proprio fatturato calare? L’introduzione della ricevuta elettronica incide sulla crisi della nostra imprenditoria? Colpa dei gay che sono sempre di più!

Un titolo che, tra l’altro, è ingeneroso anche nei confronti dell’articolo di Costanza Cavalli, attenta editorialista del quotidiano, che ha analizzato i dati forniti dall’Ons relativamente all’aumento di individui che si definiscono omosessuali e ha riportato in maniera corretta le dichiarazioni del caporedattore di Gaynews, Francesco Lepore, e del sociologo Raffaele Lelleri, che hanno messo in luce quanto il fenomeno sia legato all’apertura di nuovi spazi di libertà e all’avanzamento dei diritti civili. 

Come era inevitabile, l'odierno titolo di apertura di Libero ha suscitato una marea di polemiche.

Tra i primi a intervenire l’europarlamentare Daniele Viotti, che sul suo profilo Facebook ha scritto: «Al netto dell’assurdità di tutta questa vicenda, voglio però rimarcare quanto sia vergognoso questo modo di fare informazione. Lanciando messaggi sbagliati e falsi, giocando sulle paure e le insicurezze della gente. Che è proprio il modus operandi di Salvini, e della Lega, in fin dei conti».

Lo stesso Viotti è poi tornato sulla questione con un altro post chiedendo a Ristora, il marchio di bevande solubili che fa capo all'azienda bresciana Prontofoods, di dissociarsi dalle posizioni del quotidiano, sulla cui prima pagina compare il proprio banner pubblicitario: «Il mio è un piccolo gesto: non comprerò più - e chiederò a tutti di fare altrettanto - prodotti Ristora fino a quando l'azienda non prenderà distanza dalle posizioni del giornale».

Reazione che, unita a quelle di tante altre persone e associazioni a partire dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli e da Possibile Lgbti+, ha portato l’azienda a ritirare nel tardo pomeriggio di oggi la pubblicità da Libero.

Duro anche il deputato dem Alessandro Zan che, sempre sulla propria pagina Facebook, ha scritto: «Fare un titolo che allude all’accostamento tra problemi strutturali del Paese e la maggior libertà della comunità lgbt di vivere pienamente la propria condizione personale, è fascismo e come tale va combattuto».

Ha puntato, invece, sull'ironia la senatrice Monica Cirinnà, il cui post è divenuto virale con quasi 4.000 like e più di 800 condivisioni.

Ma critiche contro Libero sono arrivate anche dal M5s a partire dal vicepremier Luigi Di Maio e dal sottosegretario Vito Crimi, sulle cui dichiarazioni non sono però mancate le precisazioni della Fnsi.

Sulla questione è inoltre intervenuto anche il nostro direttore Franco Grillini, che ha dichiarato: «A Libero diciamo che la collettività Lgbt fa bene all'economia. Laddove le collettività lgbt sono più libere migliore è la qualità della vita di tutta la città e più elevati gli standard economici. Ed è così anche in Gran Bretagna, da cui provengono i dati citati dal giornale di Feltri (che non riguardano l'Italia): in Inghilterra ci sono 700mila italiani, tra cui molti gay, che vi si sono trasferiti per le migliori opportunità. Non è un caso che proprio in Gran Bretagna sia riconosciuto il matrimonio egualitario e ci sia una legislazione a tutela delle persone omosessuali tra le migliori del mondo.

Quest'anno ricorre il 50/o anniversario di Stonewall si stanno preparando in Italia 50 Pride in altrettante città e mezza Italia manifesterà con noi. Probabilmente Libero potrà scrivere una delle stupidaggini preferite dalla destra, cioè che vogliamo 'omosessualizzare' la società: peccato che noi vogliamo solo renderla più libera, contribuendo in questo modo al benessere generale, vale a dire il contrario di quello che scrive oggi Libero».

Insomma, ancora una volta il titolo di Libero, pur di attrarre l’attenzione morbosa dei lettori e pur di solleticare gli istinti più biechi e cloacini delle masse verso le minoranze, solito capro espiatorio di tutti i mali del mondo, sembra voler intorbidire la comprensione e l’interpretazione di notizie che, singolarmente vere, risultano essere palesemente mistificatorie se messe artatamente in relazione tra loro: tra crisi economica e coming out non esiste, per fortuna, alcuna inferenza!

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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Si è tenuta ieri sera a Milano, presso l’Open in viale Montenero, la 4° edizione del Premio Cild per le libertà civili

Istituito dalla Coalizione Iraliana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), il riconoscimento «vuole contribuire a rafforzare la convinzione che il rispetto dei diritti umani sia uno degli elementi imprescindibile per una democrazia, aiutando il nostro Paese a riconoscere e valorizzare coloro che si impegnano per la loro affermazione in un momento decisivo per le libertà fondamentali».

A vincerlo, secondo otto categorie, Aboubakar Soumahoro (Attivista dell’anno), Maria Teresa Ninni (Dipendente pubblico), Nicola Canestrini (Avvocato), Saverio Tommasi (Giornalista), Sara Gama (Sportivo), Lucky Red e Cinema Undici (Media), Casa Internazionale delle Donne (Voce Collettiva).

Quello alla Carriera è invece andato al direttore di Gaynews e presidente di Gaynet Franco Grillini.

Nel tracciarne l’excursus biografico sì da indicare le motivazioni sottese all’assegnazione del riconoscimento, Patrizio Gonnella, cofondatore e presidente della Cild, ha ricordato come Grillini si sia «speso senza sosta per informare correttamente su quella che veniva chiamata la “peste gay”, cercando di arginare lo stigma sociale da un lato e di sviluppare dall’altro lato una cultura della conoscenza e della prevenzione per ciò che riguarda l’Hiv/Aids.

In anni in cui la stragrande maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali viveva in maniera nascosta, ha portato avanti con determinazione la lotta per la piena visibilità, mettendoci la faccia alla luce del sole soprattutto in programmi televisivi molto popolari, dove, al di fuori da contesti prettamente artistici, non si era mai vista una persona omosessuale parlare tranquillamente del proprio orientamento sessuale.

Eletto a vari incarichi politici ha sempre saputo unire la sua attività politica alla lotta per l’uguaglianza, la visibilità e la piena dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender di questo Paese».

Nel ringraziare il direttore di Gaynews non ha mancato di condire il breve discorso con una battuta improntata alla sua proverbiale lepidezza: «Spesso vengo considerato il padre storico del movimento omosessuale. Non sono solo un padre... Sono anche un po' madre».

La consegna del Premio Cild 2018 a Franco Grillini è venuta a cadere alla vigilia di quella del Nettuno d’Oro che, fissata nel pomeriggio a Bologna presso Palazzo d’Accursio, vedrà la partecipazione, fra i tanti, della senatrice Monica Cirinnà, del deputato Ivan Scalfarotto, dell’ex presidente d’Arcigay Flavio Romani, del cofondatore del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Vanni Piccolo nonché dell’avvocato Federico De Luca in rappresentanza ufficiale del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora.

Sempre ieri, infine, è giunta anche la proposta avanzata da GayLib al presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché nomini il direttore di Gaynews senatore a vita.

«Franco Grillini – ha dichiarato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib – è la più preziosa risorsa di cui la comunità Lgbti italiana ha la fortuna di giovarsi in mondi vicini e decisivi per lo sviluppo e la promozione sociale come la politica e la comunicazione.

Dopo il nobilissimo riconoscimento della sua città, ci piacerebbe che l'Italia intera possa tributare i giusti onori a una figura da ritenersi di riferimento nella società  tutta e sarebbe davvero meraviglioso, per la comunità Lgbti, se il presidente Mattarella volesse nominare Grillini senatore a vita».

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Sarà presentato il 3 dicembre a Roma, presso Cappella Orsini (via di Grotta Pinta, 21), il volume collettaneo Infami macchie. Sessualità maschili e indisciplina in età moderna.

A intervenire, oltre al padrone di casa Roberto Lucifero, Vincenzo Lavenia (professore associato di Storia moderna, Università degli studi di Bologna), Vincenzo Lagioia (assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Università degli studi di Bologna), la senatrice Monica Cirinnà (Pd), il deputato Ivan Scalfarotto (Pd). Modererà il dibattito il caporedattore di Gaynews Francesco Lepore.

Curato da Fernanda Alfieri e Vincenzo Lagioia, Infami Macchie si compone di sei contributi, redatti da storici del mondo accademico nazionale sulla base di un ampio materiale documentale proveniente da archivi italiani ed europei.

Essi consegnano al pubblico di lettori, non solo specializzati del settore, pagine interessanti di indagine sui sui modi in cui la sessualità, nei secoli dell’era moderna, si è espressa o spesso si è repressa. Storia sociale e storia religiosa. Ma anche storia di genere che analizza, attraverso le carte processuali, l’identità maschile nella sua formazione e nel suo modo d’essere.

Dalle prediche del santo domenicano Vincenzo Ferreri, caratterizzate dalle retoriche narrative richiamanti il disciplinamento dei costumi e accompagnate dalle pratiche odiose del fuoco purificatore che tocca e annienta le vite di sodomiti senza nome, alle molestie criminali del confessore e teologo del granduca Ferdinando I de’ Medici.

Saggi che rivelano con estrema attualità le pratiche di controllo sulle vite di uomini e donne ai quali non viene data altra possibilità d’essere che quella richiesta dalla società nel suo bacio con la religione. Vite e ruoli di persone che, in base al ceto, ricevono trattamenti più o meno tutelanti rispetto ai crimini commessi.

Ancora una volta l’attualità è stringente. Coprire per non punire il reo. Interessante appare la modalità attraverso la quale si ingaggia una resistenza verso il potere costituito attraverso il racconto licenzioso e sovversivo che coinvolge addirittura i progenitori Adamo ed Eva. Quale fu il peccato commesso da loro?

Un ambasciatore omosessuale bloccato nella sua carriera diplomatica a motivo di una fama evidentemente considerata cattiva e strumentalizzata politicamente. Ancora, il racconto di vicende riguardanti due religiosi indisciplinati che male sopportano il celibato e le sue regole ferree che trasgrediscono attraverso pensieri e pratiche licenziose.

Gli autori dei saggi, nella messa in scena delle diverse storie, permettono al lettore di entrare in un mondo che, se da un lato appare cronologicamente distante, dall’altro ci riporta al centro della dimensione problematica di una sessualità spesso non vissuta. I temi, quindi, che in qualche modo si richiamano nelle pagine di ricca documentazione, sono quelli di una sessuofobia e omofobia diffusa come pure quelli di pratiche sessuali lesive verso persone più deboli per età e per posizione sociale.

Un libro che permette di discutere di temi diversi e attuali in una prospettiva seria di indagine storiografica. Indagine che aiuta maggiormente a non dimenticare ciò che la pratica sistematica di repressione dei sentimenti, delle emozioni e delle sessualità può comportare.

Se in piena epoca moderna il peccato, considerato tale, della sodomia o di una sessualità non disciplinata secondo i canoni sociali e religiosi, costituiva reato, ancora oggi nella contemporaneità le forme, in cui l’identità si esprime attraverso i suoi modi, costituisce peccato e, in molti Paesi, reato.

Un libro che ci aiuta a non dimenticare ciò che è stato e ciò che ancora è.  

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«Spiccato senso di responsabilità» e «comprovata esperienza politica». Sarebbero queste per Massimiliano Romeo le doti che legittimano l’elezione della senatrice Stefania Pucciarelli alla presidenza della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, che nella scorsa legislatura è stata esercitata dall’attuale coordinatore dell’Unar Luigi Manconi.

Una soddisfazione, quella del capogruppo della Lega a Palazzo Madama, espressa in una nota congiunta coi senatori salviniani William De Vecchis, Cesare Pianasso e Marzia Casolati, componenti della medesima Commissione.

Ma agli scontatati toni panegiristici d’area Carroccio si sono susseguite e continuano a susseguirsi le critiche serrate e compatte di tutta l’opposizione di sinistra nei confronti della nomina della parlamentare, classe 1967, che come ha ricordato l’ex senatore Sergio Lo Giudice, attuale responsabile del Dipartimento Diritti Civili del Pd, «è stata indagata per istigazione all'odio razziale per un suo mi piace sotto a un post che chiedeva i forni per gli immigrati. Invoca le ruspe nei campi rom.

Ha invitato a prendere bene la mira per uccidere i ladri in casa. È contraria al riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt e a una legge contro la tortura. Affidare a un profilo simile la presidenza di quella delicata Commissione è stato peggio che affossarla. Da oggi chi ha a cuore i diritti umani dovrà stare attento ai siluri provenienti da quella postazione».

La senatrice dem Monica Cirinnà, che è stata eletta segretaria della medesima Commission, ha affidato a un tweet il suo pensiero: «A Stefania Pucciarelli dico che essere inclusivi significa non discriminare. Il nostro lavoro sui diritti deve essere uno strumento di critica costante, profonda e costruttiva nello spirito degli artt. 2 e 3 Costituzione. O si è per i diritti, di tutte e tutti, o si è medievali».

Durissimo il deputato del Pd Alessandro Zan, che in una nota ha anche ricordato che il «senatore Pillon è divenuto membro della Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza, lo stesso senatore che ha promosso un disegno di legge pericoloso e retrogrado, che apre la strada a gravi violazioni dei diritti delle donne e dei minori.

Questa è una giornata nera per i diritti, mercificati dal M5S, pronto a fare battaglie per approvare condoni fiscali ed edilizi, ma muto e complice della Lega nel far arretrare il Paese sulle questioni sociali».

Mentre per Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa, si è scelta una «pasionaria xenofoba», per Laura Boldrini (LeU) è un «nuovo passo verso una deriva culturale e politica». Ha parlato di «scelta quanto mena inopportuna» la senatrice della Svp Julia Unterberger

Per Pippo Civati, fondatore di Possibile, «la Commissione sui diritti umani viene travolta dalla ruspa leghista ed è difficile immaginare che possa portare avanti un lavoro all'altezza del compito istituzionale che gli spetta. Ma non è certo stato un caso o un infortunio: è tutto frutto di un disegno ben preciso per calpestare i diritti umani. Con i 5 Stelle pienamente coinvolti».

Amaramente ironico Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana, per il quale una tale nomina è «come invitare Hannibal Lecter a un convegno vegano. Siamo messi bene».

Sulla questione like Stefania Pucciarelli è intervenuta nel pomeriggio nel corso d’un’intervista all’agenzia Dire, dicendo: «Vede, io non è che mi devo pentire di una cosa sulla quale già all'epoca avevo chiarito quanto avvenuto. Era semplicemente un like in un commento di una persona che io conosco, una persona che come me era volontario in Croce Rossa, per cui ci siamo sempre prodigati per aiutare il prossimo indipendentemente dall'etnia o dal colore della pelle. Non abbiamo mai fatto distinzioni in questo».

«Avevo messo un like alla persona e non al contenuto - ha spiegato la neopresidente della Commissione -. Nel momento in cui mi è stato fatto presente il contenuto del post me ne sono immediatamente dissociata e ho chiesto scusa. Da lì è partita una denuncia nei confronti all'autore del post e di conseguenza anche alla sottoscritta, denuncia che ha portato a un'archiviazione perché non vi era nessun reato».

Nonostante le chiarificazioni è arrivata la dura nota di disapprovazione di Amnesty International Italia attraverso il portavoce Riccardo Noury, che ha dichiarato: «C'è sempre tempo e sempre possibilità per farsi una cultura dei diritti umani. Al momento questa nomina ci sembra del tutto inadeguata e inopportuna.

La senatrice è nota per aver fatto dichiarazioni contrarie ai diritti umani. Non capiamo come possa presiedere un organismo il cui scopo è quello di promuoverli e tutelarli».

È passato invece al momento sotto silenzio il primo post di Stefania Pucciarelli da presidente della Commissione, in cui, ribadendo la necessità di affrontare il caso Asia Bibi, l'ha fatto in una chiara ottica di scontro nonché islamofobica come testimoniano le parole conclusive: «Basta persecuzioni contro i cristiani. Accendiamo i riflettori sul loro genocidio».

Parole che sembrano destinate a suscitare reazioni anche da parte della Chiesa.

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