La gioia immensa per l’attesa nascita, a Roma, della loro bambina dopo parto cesareo. E, poi, la delusione, la tristezza, la rabbia delle due mamme, V. e E., che, recatesi lunedì mattina 28 maggio all’Ufficio anagrafe, si sono viste rilasciare, nel tardo pomeriggio, un certificato recante il nome di una sola di esse. Ma non solo.

Ignorando volutamente che il concepimento della neonata è avvenuto a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo, come peraltro indicato nella relativa cartella clinica, è stato fatto risultare un vero e proprio falso in atto pubblico. Sul certificato è infatti attribuita alla madre riconosciuta la dichirazione secondo cui la bambina è nata da un rapporto sessuale sì da negare alla stessa il diritto a un’identità corrispondente alla realtà.

Una prassi inaccettabile ma pressoché generale a fronte di una realtà ben diversa. «Un bambino su venti nasce in Italia da tecniche di riproduzione assistita – ricordava recentemente a Gaynews l’avvocato Alexander Schuster –. Ma per lo Stato civile italiano tutti sono nati da un rapporto sessuale».

Tale è stato l’atteggiamento avuto al riguardo dalla sindaca Virginia Raggi che, come denunciato da Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford in un comunicato congiunto, «si è rifiutata di prendere atto della reale situazione di fatto, vale a dire del ricorso alla fecondazione eterologa con seme di donatore sconosciuto».

È quanto spiegato dalle avvocate Francesca Quarato (gruppo legale di Famiglie Arcobaleno) e Federica Tempori (gruppo legale di Famiglie Arcobaleno e di Rete Lenford), che seguono la coppia: «Le due madri si sono trovate davanti all’imbarazzo dei dirigenti del Comune, a cui la sindaca, diversamente da quanto avviene in altri Comuni, ha delegato la pratica, dimostrando di non voler prendere posizione».

Come se non bastasse, Virginia Raggi si è sempre rifiutata di ricevere Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford, anche solo per un colloquio, nonostante le numerose richieste avanzate.

Le presidenti delle due rispettive associazioni, Marilena Grassadonia e Maria Grazia Sangalli, hanno dichiarato al riguardo: «Stupisce il fatto che Chiara Appendino, sindaca di Torino e collega di partito di Virginia Raggi, si sia resa protagonista di una nuova stagione dei diritti Lgbt, mentre la sindaca di Roma sia rimasta sorda alle istanze delle numerose famiglie omogenitoriali della capitale.

A Roma si è creata una situazione paradossale, poiché mentre si trascrivono – correttamente– i certificati di bimbi con due padri perché nati all’estero, i figli e le figlie di due madri nati in Italia rimangono totalmente privi di tutele».

Dell’accaduto si parlerà stamani nel corso della conferenza stampa di presentazione del Roma Pide, che avrà luogo alle 12.00 presso Largo Venue in via Biordo Michelotti 2.

E Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride e presidente del Circolo di Cultuta omosessuale Mario Mieli, rincalza: «Abbiamo appreso con rabbia e sconcerto la scelta del comune di negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini. Adesso è giunto il momento che la sindaca Virginia Raggi e la sua giunta prendano una posizione netta come hanno già fatto Sala a Milano, Appendino a Torino, Orlando a Palermo e tutti gli altri sindaci illuminati che hanno a cuore il benessere di tutti i bambini.

Quei certificati di nascita vanno trascritti subito perché ogni minuto di inerzia comporta un’inaccettabile violazione di diritti umani fondamentali».

«Il Pride di Roma del 9 giugno – continua Secci - sarà l’occasione per ribadire che nella nostra città non c’è spazio per la discriminazione. Lo diremo in maniera forte e chiara: giù le mani dai nostri figli.

Per questo mi auguro che dalla giunta capitolina e dalla sindaca Raggi arrivi presto un segnale inequivocabile in merito, dando indicazioni agli uffici dell’anagrafe di procedere alle iscrizioni degli atti di nascita dei figli di coppie formate da persone dello stesso sesso. Ne va della dignità e dei diritti di tutti i cittadini e su questo non possiamo accettare compromessi».

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L’11 maggio 2016 la Camera dei deputati approvava in via definitiva con 372 voti favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti il ddl sulle unioni civili e convivenze di fatto. Quella che, tecnicamente indicata come legge 76/2016, è comunemente conosciuta come legge Cirinnà dal nome della relatrice, ha segnato non solo una pietra miliare nel cammino dei diritti civili ma ha consentito nell’ultimo biennio a circa 14mila persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli matrimoniali.

Sulla base degli specifici dati del ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre 2017, sono infatti 6073 le coppie di persone omosessuali unitesi civilmente – cui va aggiunto il migliaio di celebrazioni avvenute all’estero – sì da far registrare rispetto al 2016 un incremento pari al 149,5%.

È innegabile che il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente. Ma è parimenti vero che le cifre dimostrano come una tale legge fosse non più prorogabile e del tutto necessaria a raccorciare il percorso verso la piena parità dei diritti.

In occasione del 2° anniversario dell'approvazione della legge 76 Gaynews ha intervistato colei che è ormai indicata come la madrina della legge sulle unioni civili.

Senatrice Cirinnà, sulla base dei dati del Viminale si è registrato nel 2017 un incremento di unioni civili pari al al 149.5%. Come giudica ciò a fronte di chi lo scorso anno parlava di flop?

Sono molto soddisfatta dei dati forniti dal ministero dell'Interno. Le unioni civili sono ormai una meravigliosa e gioiosa realtà in tantissimi Comuni d’Italia. Come si può vedere dalle tabelle, non ci sono oramai più grandi città in cui non si siano celebrate unioni civili. Questo va appunto ricordato a coloro che parlavano lo scorso anno di numeri troppo bassi e di conseguente flop della legge. Finalmente gli italiani e le italiane che amano persone dello stesso sesso possono dire d’essere riconosciute dallo Stato in quanto coppia e d’avere una nuova opzione. Quella, cioè, di unirsi civilmente. La legge 76 ha dato finalmente alle persone omosessuali, al pari di quelle eterosessuali, la possibilità di scegliere. È questo il grande risultato ottenuto.

Due anni dall’approvazione della legge che porta il suo nome: quale il momento più brutto del lungo dibattito parlamentare e quale quello più bello?

Certamente il momento più brutto e più basso è stato costituito delle volgarità e degli insulti lanciati dal senatore Maurizio Gasparri all’indirizzo del collega Sergio Lo Giudice accusandolo di aver comprato i figli. E a rendere la situazione ancora più grave il totale silenzio del presidente di turno Roberto Calderoli, che non richiamò Gasparri. Cosa che m’indusse a raggiungere in tutta fretta Sergio e condurlo fuori dall’Aula.

I momenti belli durante quelle lunghe ore di Aula? Ricordo le parole profonde, inaspettate dolorose ma piene di significato del senatore Sandro Bondi. Il bellissimo intervento di solidarietà, stima e affetto della senatrice Valeria Fedeli. E quello in difesa dei bambini delle Famiglie Arcobaleno della collega Rosanna Filippin. Momenti di politica altissima purtroppo legati a momenti di inaudita trivialità e scompostezza nei toni. Conseguenza anche dell’elevatissimo numero d’interventi in Aula, di cui il ddl è stato oggetto.

Ha celebrato tante unioni civili: ne ricorda qualcuna che le è particolarmente a cuore?

Ho celebrato tantissime unioni civili e colgo l’occasione, offertami da Gaynews con quest’intervista, per scusarmi con tutte e tutti coloro che non ho sposato. Ho ricevuto centinaia e centinaia di richieste: così tante che dovrei cambiare mestiere e mettermi a fare la celebrante di unioni civili. Ricordo sicuramente l’emozione immensa, fortissima, indescrivibile che ho provato nel celebrare la prima unione civile. Quella di Giorgio Zinno, sindaco di San Giorgio a Cremano, e Michele Ferrante. La ricordo attimo per attimo perché ha significato per me il passaggio concreto dalle parole ai fatti. Prima aver scritto la legge per oltre due anni, aver combattuto in Commissione, averla portata in Aula, averla seguita fino all’approvazione alla Camera, averla vista pubblicata nella Gazzetta ufficiale. E poi, quel 24 settembre, vederla finalmente concretata nella lettura degli articoli, nello scambio delle fedi, nel bacio tra Giorgio e Michele: un’emozione e una commozione tale che non potrà mai dimenticare quella unione civile.

Ricordo anche con particolare gioia quella delle amiche Maria Laura Annibali e Lidia Merlo. Ma sicuramente non posso non rammentare anche le tante celebrazioni di unioni tra persone che hanno a lungo vissuto nell’ombra il proprio amore. Sicuramente le unioni civili tra persone viventi insieme da tantissimi anni sono state tra le più commoventi e significative.

Lo stralcio dell’ex art. 5 è stato uno dei più dolorosi e meno digeriti dalla collettività Lgbt. Crede che quando stiano compiendo tanti sindaci col riconoscimento anagrafico della doppia genitorialità sia una riprova di quanto gli amministratori locali e, in generale, la pubblica opinione siano più avanti rispetto al legislatore?

Quello dell’art. 5, relativo all’adozione coparentale del figlio del partner, è stato lo stralcio il più doloroso e più brutto che mi è capitato di vivere durante l’iter parlamentare della legge. È stato il frutto del tradimento dei patti col Movimento 5Stelle. Tradimento che si è riverberato sulla vita dei bambini di tante coppie omogenitoriali. Se i pentastellati hanno politicamente ritenuto di fare uno sgarbo a me e al Pd, al di fuori del Parlamento l’hanno fatto a dei bambini che sono ancora in una grave situazione di debolezza giuridica. D’altra parte è pur vero che le poche righe del comma 20 ex art. 1 offrono ai giudici la possibilità di riconoscere con sentenze l’adozione coparentale del figlio del partner.

E poi c’è questa straordinaria evoluzione nell’agire da parte dei sindaci che è stata giustamente indicata come primavera arcobaleno. Si tratta ovviamente di due situazioni diverse: un conto è l’adozione, un conto è il riconoscimento della genitorialità alla nascita. Con le trascrizioni degli atti di nascita esteri di bambini quali figli di due papà o due mamme e l’iscrizione anagrafica di quelli nati in Italia i sindaci stanno dando il riconoscimento della doppia genitorialità a due persone dello stesso sesso. Al riguardo essi non stanno compiendo alcuna forzatura. Non fanno che «dare – come chiarito dal magistrato Marco Gattuso su Articolo29 – un’applicazione corretta delle norme già presenti nel nostro ordinamento».

Lei ha accennato prima - e l’ha scritto anche nel suo importante libro – a un tradimento del M5S durante l’iter parlamentare della legge 76. Oggi, a fronte di atteggiamenti come quelli di Chiara Appendino o di vari esponenti pentastellati nell’invocare la necessità d’una legge contro l’omotransfobia, è portata a fidarsi oppure è troppo scottata da quella esperienza?

Credo che sia forse un modo per farsi perdonare dell’orrendo tradimento. Resta comunque il punto che i sindaci, al di là del partito o corrente d’appartenenza, rappresentano tutte e tutti. Quanto dunque fatto a partire dalla sindaca di Torino Chiara Appendino risponde a una richiesta ineludibile come quella di dare tutela ai bambini. Circa una normativa contro l’omotransfobia ritengo che solo una seria trasversalità politica in un Parlamento, veramente intenzionato ad affrontare una tale emergenza educativa, culturale e sociale, potrà portarci alla legge.

Temo che questi argomenti però non saranno purtroppo una priorità nell’eventuale governo M5S-Lega che sembra debba nascere a breve.

Immaginava di diventare un giorno un’icona per la collettività Lgbti italiana e quali saranno in campo di diritti gli impegni primari per i quali si batterà in Parlamento?

Più che un’icona del movimento Lgbti io mi sento parte del movimento. Devo dire che mi avete accolto e mi amate come una di voi. Questo mi dà una forza infinita, perché entrare in una collettività e vedere accettate le proprie diversità è il segno vero che solo la trasversalità e l’unione d’intenti possono portare all’uguaglianza piena. Ogni volta che partecipo a un Pride o a una manifestazione e ogni volta che accade una cosa bella come un’unione civile o la trascrizione di un atto di nascita d’un figlio di due papà o due mamme, io festeggio. Sento nel mio cuore la stessa gioia.

Per il resto il mio è un impegno a 360 gradi perché la legge sulle unioni civili è solo il primo passo. Ho depositato il mio testo sul matrimonio egualitario. Resta poi per me una priorità il raggiungimento di una legge volta a prevenire e constrastare omofobia e transfobia. Ci si riuscirà in questo governo politico che forse sta per nascere? Non posso che augurarmelo pur consapevole, per quanto riguarda la mia parte, dei differenti livelli di agibilità rispetto al passato per una senatrice di minoranza quale io sono.

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Esattamente due anni fa il Parlamento, dopo decenni di battaglie politiche, approvava la legge sulle unioni civili. Le aspettative su questa legge erano fortissime: va da sé che tutti noi avremmo preferito che anche l’Italia, sulla scia di tutti i Paesi della vecchia Europa, si approvasse una legge sul matrimonio egualitario. Che fosse, perciò, in grado di superare definitivamente la divisione in cittadini di serie A  e B.

La legge sulle unioni civili, quindi, non è certamente una legge perfetta e, questo, soprattutto per due motivi. Il primo è di principio: era ed è inaccettabile la definizione di coppie di persone dello stesso sesso come “formazione sociale specifica” che, voluta da Alfano e dai centristi nonché dall’area cattodem del Pd, è stata scelta per affermare il concetto, del tutto irricevibile,  che quella omosessuale non è una famiglia come le altre. Il secondo motivo è di principio e di sostanza: la legge non riconosce i figli delle coppie omosessuali. Basti ricordar la ben nota vicenda dell’articolo 5 sulla stepchild adoption che venne stralciato subito prima del voto di fiducia in Parlamento.

Va detto, per altro, che proprio la richiesta del voto di fiducia rappresenta una pagina molto positiva nella storia del governo di centrosinistra: un’azione di coraggio il cui valore storico è, a mio parere, innegabile.

Nonostante questi limiti la legge è stata utilizzata finora (al 31 dicembre 2017) da più di 12mila persone come ci dicono i dati pubblicati in anteprima da Huffington Post. La crescita esponenziale delle celebrazioni delle unioni civili delle coppie di persone dello stesso sesso è aumentata del 149,5% nel 2017 rispetto al 2016Il che ci permette di fare un’agevole previsione sull’intero 2018: raggiungere 10mila unioni civili entro la fine dell’anno in corso.

A queste vanno aggiunte le celebrazioni all’estero che, trascritte in Italia, sono circa un migliaio. Come ha sottolineato Marzio Barbagli, uno dei più importanti analisti della famiglia in Italia, la percentuale di celebrazioni di unioni civili in rapporto con i matrimoni tra persone di sesso opposto è tra le più alte d’Europa. Possiamo dunque parlare, a ragion veduta, di grande successo della legge sulle unioni civili in barba alle giaculatorie trasversali di media che hanno parlato di flop.

La legge Cirinnà è stata, invece, un grandissimo successo al punto che anche io stesso ho fatto il celebrante, su delega del sindaco di Bologna Virginio Merola, in diverse unioni civili e lo farò ancora in tante altre nel corso dell’anno. A tutte le persone legittimamente dubbiose in ambito Lgbti dico che, nonostante tutto, la legge sulle unioni civili è stata e resta una grande vittoria e come tale va celebrata anche tenendo conto delle numerose cerimonie.

Buona parte delle celebrazioni riguarda persone non più giovanissime: il che significa che la legge ha una fortissima “utilità” nel sistemare questioni proprie della vita a due come, ad esempio, quelle riguardanti  il piano patrimoniale e assistenziale. Ci sono state, certo, anche molte celebrazioni tra coppie giovani, soprattutto tra donne.

Ciò che rende estremamente interessanti i dati sulle unioni civili è la loro ripartizione territoriale con l’indiscusso primato della capitale con 845 celebrazioni (vale la pena ricordare che la prima è stata celebrata dalla sindaca Virginia Raggi). In seconda battuta troviamo Milano con 799, terza Torino con 378 e, quindi, Bologna con 219. Va sottolineato che, in alcuni casi, come quello di Milano, il numero delle unioni civili si avvicina a quello dei matrimoni non religiosi.

Questo cambiamento, unito alle numerose sentenze di tribunale che riconoscono l’omogenitorialità e la registrazione anagrafica dei bambini quali figli di due papà o due mamme (un elenco, quest’ultimo, che con Torino e Bologna si va allungando di giorno in giorno) ha ridefinito finalmente sul piano sia giuridico sia sociale l’idea stessa di famiglia che non può più essere pronunciata al singolare ma con il termine plurale e inclusivo di “famiglie”.

La pretesa da parte di quel fascioleghismo, che nega i patrocini ai Pride nei numerosi Comuni e Regioni laddove ha vinto le elezioni, di definire un unico modello familiare, vale a dire quello di una famiglia eterosessuale, è infatti ormai del tutto anacronistica di fronte all’esistenza di pluralità di forme familiari che lo stesso diritto riconosce. Si tratta non più di una scelta come le altre ma di una necessità. Cosa ben comprensibile alla luce della drammatica frantumazione del corpo sociale provocata da politiche economiche liberiste, che hanno precarizzato la quotidianità e il lavoro rendendo indispensabile ripensare le rigidità di un diritto di famiglia oramai inadeguato a riconoscere tutte le nuove forma di vita familiare.

Mi piace ricordare due concetti che sono e restano i cardini di altrettante battaglie culturali fondamentali. Quello di “parentalità affettiva”, che ricorda la necessità di dare valore, in un mondo fatto di solitudini, alle relazioni anche tra persone non legate da ius sanguinis. Quello di “democrazia domestica”, alla cui luce ognuno paritariamente partecipa alla vita quotidiana della propria casa (ogni giorno le donne nelle coppie etero lavorano ancora mediamente cinque ore in più degli uomini).

Parentalità affettiva, democrazia domestica, libertà nelle relazioni, famiglie plurali, omogenitorialità sono tasselli importanti di una nuova idea di società. A due anni dall’approvazione della legge Cirinnà è ora di ripensare l’intero diritto di famiglia.

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Una festa dedicata ai giovani la Primavera di Bagnoli che, protrattasi dal 5 al 6 maggio, ha visto nel Parco della Conoscenza e del Tempo Libero (ex area Nato) di Napoli stand e laboratori ludico-espressivi, sportivi, culturali dei circa 80 organismi aderenti del Terzo Settore e di enti pubblici e istituzionali. A organizzare l’iniziativa la Fondazione Banco di Napoli per l'assistenza all'infanzia (Fbnai) con il sostegno dell'assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania e della la X Municipalità di Napoli nonché con il contributo di vari sponsor.

Nell’ambito della kermesse, che è stata aperta dal sindaco Luigi De Magistris e caratterizzata ieri dall’importante tavola rotonda Le Primavere che verranno, è caduta anche la Festa delle Famiglie. Giunta alla sua decima edizione e celebrata in nove città italiane in occasione dell’International Family Equality Day (ma a Genova avrà luogo il 19 maggio), quella napoletana si è appunto caratterizzata per la durata di due giornate.

Particolarmenti significativi i lunghi momenti di condivisione presso lo stand delle Acli tra il gruppo di famiglie siriane e il gruppo campano delle famiglie arcobaleno in piena sintonia col tema nazionale dell’edizione 2018: quello, cioè, dello ius soli e omogenitorialità.

Giustamente Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli – il cui stand è presente alla Primavera di Bagnoli per il Pompei Pride –, ha potuto scrivere in un post su facebook: «Bagnoli ex nato, dal Pride del 2016 questo luogo troppo a lungo di guerra è sempre più luogo di pace e di accoglienza».

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Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

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Il Comune di Perugia dovrà procedere all’immediata trascrizione dell’atto di nascita del piccolo Joan che, figlio di due donne, era nato lo scorso anno in Spagna. A deciderlo il collegio della Prima sezione del locale Tribunale civile, composto da Paola De Lisio, Loredana Giglio e Mary Fabroni.

«Giustizia è fatta» ha commentato Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbti, con riferimento alla posizione assunta dal sindaco Andrea Romizi che aveva negato lo scorso anno la trascrizione. Perché, come ebbe a motivare, la normativa vigente «non disciplina» quelle riguardanti figli di genitori dello stesso sesso. Da qui la battaglia legale, intrapresa dalle due donne, che, col sostegno di Omphalos, si era rivolta agli avvocati Vincenzo Miri e Martina Colomasi di Rete Lenford.

È a loro che è stato comunicato l’oggetto del decreto del Tribunale civile di Perugia. Un traguardo quanto mai significativo, al cui riguardo abbiamo intervistato una dei due legali.

Avvocata Colomasi, può ricostruire l’iter procedurale che ha portato al provvedimento odierno del Tribunale civile di Perugia?

Una volta nato il piccolo Joan, le madri hanno iniziato le pratiche burocratiche per ottenere la trascrizione dell’atto di nascita presso il Comune di Perugia, in una prima fase, a mezzo del Consolato italiano di Barcellona. Il Comune ha deciso di procedere chiedendo un parere preliminare alla prefettura di Perugia circa la trascrivibilità dell’atto di nascita del minore. La prefettura, pur richiamando la giurisprudenza favorevole alla trascrivibilità, ha invitato gli ufficiali di Stato civile alla stretta applicazione della normativa vigente che non consente la trascrizione dell’atto di cui trattasi.

Nonostante i nostri numerosi tentativi bonari di ottenere la trascrizione sulla scorta dei precedenti giurisprudenziali in materia, il 30 maggio 2017 gli ufficiali dello Stato civile hanno formalizzato il rifiuto di provvedere alla trascrizione. Abbiamo quindi proceduto con il ricorso ex art. 95, co. I. D.P.R. 396/2000, al fine di veder dichiarare l’illegittimità del rifiuto e di ordinare la trascrizione integrale dell’atto. Dopo circa sei mesi dall’inizio del procedimento presso il tribunale di Perugia il Comune ha deciso di trascrivere parzialmente l’atto di nascita assegnando a Joan il solo cognome della madre partoriente. Un atto, questo, gravemente lesivo dei diritti fondamentali del minore. A tre mesi di distanza dalla trascrizione parziale è arrivata il decreto che ha accolto le nostre richieste e ha ordinato la trascrizione integrale dell’atto con l’apposizione di entrambi i cognomi delle madri.

Al sindaco è stato ingiunto per decreto di procedere alla trascrizione: è stata indicata la motivazione?

Il collegio ha ribadito che la trascrizione di un atto di nascita formato validamente all’estero non è contraria all’ordine pubblico. Il concetto di ordine pubblico va valutato con riferimento ai diritti fondamentali dell’uomo desumibili dalla Costituzione e dai trattati internazionali e tenendo sempre presente la tutela dell’interesse superiore del minore e la tutela del diritto delle persone di autodeterminarsi e di formare una nuova famiglia. Il collegio affronta coraggiosamente, inoltre, la questione dell’omogenitorialità affermando testualmente che «se l’unione tra persone dello stesso sesso è una formazione sociale dove la persona svolge la sua personalità e se quella dei componenti della coppia di diventare genitori e di formare una famiglia costituisce espressione della libertà di autodeterminarsi, come affermato dalla Corte costituzionale, allora deve escludersi che esista a livello costituzionale un divieto per le coppie dello stesso sesso di accogliere e generare figli».

Sulla base di questo presupposto arriva a riconoscere l’esistenza di un progetto familiare dal quale è venuto al mondo Joan e afferma espressamente che l’essere stato desiderato e poi generato da quella coppia di genitori è parte irriducibile della sua identità personale.

Qual è stata la reazione delle due mamme del piccolo Joan?

Le mamme aspettavano con ansia questa decisione dopo più di un anno di incertezza a forti disagi dovuti al mancato riconoscimento della nascita di Joan da parte dello Stato italiano.

A suo parere il decreto odierno quale valore può avere per altri sindaci?

Il decreto d’ieri è sicuramente un ottimo risultato perché aderisce ai precedenti giurisprudenziali sul tema in ordine alla non contrarietà all’ordine pubblico internazionale della trascrizione di un atto di nascita di un minore con genitori dello stesso sesso e allo stesso tempo perché si pronuncia, incidentalmente, sul tema dell’omogenitorialità.

È vero anche che, in parecchi uffici di Stato civile italiani, in presenza di casi similari non è stato necessario ricorrere al tribunale in quanto gli ufficiali hanno autonomamente provveduto alla trascrizione degli atti di nascita di minori con genitori dello stesso sesso validamente formati all’estero. Una tale disparità di trattamento non dovrebbe esistere, speriamo quindi che la pronuncia di oggi disincentivi sempre di più gli ufficiali di Stato civile a procedere con il rifiuto delle trascrizioni

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Il 28 settembre nelle sale cinematografiche italiane uscirà Una famiglia, film drammatico diretto da Sebastiano Riso, con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi, Matilda De Angelis, Ennio Fantastichini.

Il film parla della relazione tra Vincent e Maria che abitano alla periferia di Roma e conducono una vita apparentemente ordinaria. Eppure, a uno sguardo più attento, quell’apparenza di normalità lascia trapelare un progetto portato avanti da Vincent con lucida determinazione e accettato da Maria in virtù di un amore senza condizioni. Un progetto che prevede di aiutare a pagamento coppie che non possono avere figli. Quando Maria intuisce di essere alla sua ultima gravidanza, un egoistico istinto materno prevale sull'ambiziosa visione del compagno. Maria decide che è giunto il momento di formare una sua famiglia. La scelta si porta dietro una conseguenza inevitabile: la ribellione a Vincent, l'uomo della sua vita.

Il film, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, affronta in maniera “documentata” il mercato nero dei bambini e la pressante esigenza di genitorialità di coppie che non riescono a soddisfare questo desiderio.

Incontriamo Sebastiano Riso all’indomani del suo ritorno dal successo di Venezia.

Sebastiano, di cosa parla, in sintesi, Una famiglia?

Parla di un rapporto sentimentale fortissimo tra un uomo e una donna, un rapporto che rasenta la patologia perché i due stanno insieme per perseguire un business, cioè il mercato nero di bambini. Un mercato che è sempre esistito. Noi abbiamo fatto delle vere e proprie indagini per capire quanto questo fenomeno sia radicato e quanto sia serio.

Come avete proceduto in queste indagini?

In primis, abbiamo raccolto la profonda disperazione di questi aspiranti genitori, che potremmo essere io e il mio compagno, che in Italia non possono adottare e non sono ritenuti idonei all’adozione né possono avere figli in altri modi e allora ricorrono al mercato nero. Un mercato che esiste dall’estremo nord all’estremo sud: i bambini vengono venduti a prezzi diversissimi e abbiamo capito che spesso sono gli stessi ginecologi che iniziano giovani coppie a questo tipo di mercato. Poi lo sanno tutti: in Italia registrare un bambino all’anagrafe è molto semplice e questa è una cosa paradossale perché da un lato le leggi non ci rappresentano, dall’altro, invece, la burocrazia incoraggia questo tipo di mercato.

Tra le coppie protagoniste del film, c’è anche una coppia gay…

Certo, nel film abbiamo raccontato anche la storia di una coppia omosessuale, una coppia in cui mi sono molto identificato e c’è Ennio Fantastichini che interpreta il personaggio che potrebbe assomigliare al mio compagno. Io ho dato una grande responsabilità a questa coppia e ho cercato di rendere questa relazione quanto più normale possibile perché sono stufo di vedere film in cui le coppie gay vengono raccontate in maniera edulcorata o politicamente corretta. Io ho affrontato questa coppia cercando di renderla vicina alla realtà, i personaggi di questo film sono tutti segnati dalla disperazione e anche nella coppia omosessuale c’è disperazione per il diritto frustrato di essere genitori. Mi aspetto che gli spettatori empatizzino molto con questa coppia ma non in quanto omosessuali ma in quanto espressione di un’autentica e profonda disperazione.

Voglio chiarire che il film non dà risposte ma vuole porre seriamente delle domande perché non si può ignorare che gli omosessuali abbiano un forte desiderio di genitorialità. Anche io ho un desiderio molto forte di genitorialità.

Tu e il tuo compagno avete mai pensato di vere un figlio?

Io e il mio compagno abbiamo riflettuto tante volte su come agire per realizzare questo desiderio. Io non riesco a pensare di soddisfare questo diritto in cambio di denaro, lo trovo inaccettabile perché so che ci sono tantissimi bambini che potrebbero essere adottati. Per me questa è l’unica strada e spero di poterlo fare in futuro. Spero che le cose cambino e che presto le persone omosessuali possano adottare liberamente .

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Domani, alle 17:30, si uniranno civilmente presso Palazzo Loggia, sede del Comune di Brescia, Stefano Simonelli e Luca Trentini. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche numerosi esponenti del movimento Lgbti italiano. Già segretario nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attualmente coordinatore di Sinistra Italiana per la provincia di Brescia, Luca è infatti noto come militante per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Tema, questo, di cui si occupa anche come blogger per Huffington Post. 

Per saperne di più lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, si avvicina il gran giorno: come ne avete vissuto, tu e Stefano, la preparazione?

Con grande emozione. Siamo partiti assai presto con l'organizzazione della nostra unione, supportati da una grande comunità di amiche e amici che hanno voluto condividere con noi il percorso, la preparazione e la realizzazione di quello che sarà sicuramente un momento indimenticabile della nostra vita. Abbiamo voluto coinvolgere non solo l'associazione in cui militiamo da anni, Arcigay, ma anche tutte e tutti coloro che ci sono stati vicini in questi lunghi anni di lotta civile. Come abbiamo condiviso la fatica delle battaglie politiche, così ora vivremo insieme l'entusiasmo e la gioia di un momento, personale e politico, che coinvolge tutte e tutti. C'è stato molto da organizzare, ma ognuno ha contribuito a un pezzo di quella che sarà una grande giornata.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

In realtà la scelta è stata del tutto naturale. Dopo cinque anni di storia e due di convivenza l'idea dell'unione è arrivata spontaneamente. Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune a una serata al Mamos di Bergamo. Lì è iniziata la nostra relazione che è proseguita e si è consolidata nel tempo. Abbiamo condiviso la quotidianità, le battaglie civili e politiche e siamo cresciuti come coppia. Il giorno del quarto anniversario del nostro fidanzamento ho preso l'iniziativa e ho fatto la dichiarazione a Stefano, consegnandogli l'anello in un luogo molto romantico di Brescia. Ha detto sì ed eccoci qui.

Il motivo principale che ci ha spinti al passo dell'unione è sicuramente prima di tutto sentimentale. Volevamo celebrare il nostro amore pubblicamente, con amici e parenti, con una festa che li tenesse insieme tutti. Inoltre abbiamo voluto formalizzare di fronte alla legge la nostra famiglia, che già esiste nei fatti ed essere riconosciuti di fronte allo Stato come un bene sociale basato sul vincolo di amore e solidarietà, al pari di ogni altra famiglia. Da ultimo avremo la possibilità di accedere ai diritti e di assumerci i doveri che la legge prevede per consolidare e tutelare la nostra famiglia. 

Come attivista con un lungo impegno in Arcigay alle spalle qual è il tuo giudizio sulla legge Cirinnà? 

La legge Cirinnà è un primo, sostanziale e positivo passo avanti sul fronte dei diritti civili. Ha avuto il merito di rompere quel muro di gomma che ci impediva di progredire come paese e di essere riconosciuti come cittadine e cittadini. Tuttavia la scelta di creare un istituto esclusivo, dedicato solo alle famiglie omosessuali, ben distinto e differenziato dal matrimonio pone dei problemi non indifferenti in termini di uguaglianza sostanziale. E poi la scelta di escludere l'adozione, anche nei termini della stepchild adoption, è stata un’enorme ferita per le famiglie arcobaleno e per i diritti dei loro bimbi. Un atto inaccettabile, servito sul tavolo della mediazione partitica, che ci ha impedito di godere di un successo più grande.

Date le condizioni dettate dagli equilibri parlamentari non era probabilmente possibile ottenere di più. Un passo avanti che deve però essere il primo di una lunga serie.

Qual è a tuo parere l'incidenza che il movimento ha avuto durante il dibattito parlamentare e quale gli obiettivi che deve prefiggersi per il futuro? 

Credo che la legge sulle unioni civili, sebbene parziale, sia il primo grande successo politico del movimento Lgbt italiano, avvenuto attraverso la determinazione e l'impegno di Monica Cirinnà. Nella società dell'immediato tendiamo a dimenticarci la genesi, lo sviluppo e i processi che determinano i cambiamenti sociali. È stata la lotta, il sacrificio e la militanza di migliaia di attiviste ed attivisti che ha attraversato gli ultimi quarant'anni della nostra storia a costruire la possibilità di vedere approvata una legge sulle nostre famiglie. Attraverso la visibilità, la cultura, le iniziative, la lotta sociale e politica, le sentenze dei tribunali, della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell'uomo il movimento è riuscito a convincere in modo capillare la maggioranza dell'opinione pubblica a schierarsi al suo fianco e ha costruito le condizioni sociali e politiche perchè quella legge potesse essere proposta, condivisa e votata. Siamo stati noi ad operare una “rivoluzione gentile”, secondo la felice espressione di Franco Grillini, i cui frutti sono stati raccolti nella società prima e nel parlamento poi.

Grande e a mio parere determinante è stata la mobilitazione posta in essere dal movimento nell'imminenza del voto parlamentare. Reputo che la mobilitazione nazionale del 23 gennaio sia stata una dimostrazione di forza e di determinazione capace di far giungere nelle aule parlamentari la voce della maggioranza del Paese, bloccando così in modo ferale l'ennesimo tentativo dei gruppi clericali di bloccare l'approvazione della legge.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

A chi dice - ed è successo anche a Brescia - che le unioni civili sono un flop che cosa rispondi? 

Rispondo che, per definizione, i diritti di una minoranza non si determinano dai numeri che esprime, soprattutto se li si rapporta a quelli della maggioranza della popolazione. Ricordo loro che una possibilità non determina necessariamente un obbligo sociale ad assumersi una scelta. Evidenzio che in inverno, cioè il periodo preso in esame da queste forzate analisi statistiche, è assai improbabile che qualcuno decida di organizzare la festa della propria unione. 

Ma sottolineo soprattutto che, quando si parla di diritti civili e di uguaglianza, il metro di misura debba essere esclusivamente quello della giustizia sociale, e non un banale calcolo numerico. Se una legge porta a migliorare la qualità della vita e determina il benessere e la serenità anche di una e una sola famiglia, è giusto approvarla.

Nel progetto futuro di Luca e del suo compagno rientra anche quello della genitorialità?

Abbiamo grande rispetto e sincera ammirazione per chi compie una scelta così grande, ma non rientra nei nostri progetti. La responsabilità genitoriale è un compito troppo impegnativo e alto per poterlo inserire nelle nostre vite, che sono già talmente cariche di impegni, responsabilità e incombenze da non consentirci il tempo e l'attenzione che merita la cura di una nuova vita.

Tuttavia abbiamo la fortuna di avere famiglie molto numerose, che ci hanno circondato di nipoti. Sono sei, per ora. Proprio domenica scorsa durante un pranzo in famiglia Alberto, il più piccolo dei miei nipotini, ci si è avvicinato e ci ha candidamente chiesto: “Ma zio Luca, da venerdì posso chiamare zio anche Stefano?”. Questo oggi ci basta.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

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Attrice, doppiatrice e scrittrice, Lella Costa porterà stasera sul palco del Padova Pride Village lo spettacolo Questioni di cuore ispirato all’omonima fortunata rubrica, che Natalia Aspesi tiene dal 1992 su Il Venerdi di Repubblica. Un emozionante viaggio attraverso la vita sentimentale e sessuale degli italiani nel corso degli ultimi 30 anni alla luce dell’ampia corrispondenza che la giornalista milanese continua a intrattenere coi propri lettori e lettrici.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Lella Costa a poche ore dall'evento padovano.

Lella, qual è il filo conduttore dello spettacolo Questioni di cuore?

L'idea dello spettacolo è nata durante la manifestazione La Repubblica delle idee, che lo scorso anno ha celebrato il 40° anniversario di fondazione del quotidiano. In quell'occasione ho avuto voglia di festeggiare Natalia con una serata caratterizzata dalla lettura della sua corrispondenza. Io leggevo le risposte e c’erano le registrazioni in video di amici attori, che davano invece lettura delle lettere inviate a Natalia. Il risultato è stato così carino che abbiamo avuto l’idea di un reading, in cui leggessi tanto i quesiti quanto le risposte. Il tutto collegato da alcuni accenni musicali di Ornella Vanoni. Non è stato facile effettuare la scelta delle lettere, che sono tantissime e abbracciano sia quelle pubblicate su Il Venerdì sia quelle raccolte nel libro Amore mio, ti odio (edito nel 2014 da Il Saggiatore) sia quelle che Natalia continua ancora a ricevere. Ho cercati di alternare le più serie e commoventi a quelle più ironiche e divertenti.

C’è qualcuna di queste lettere che l’ha particolarmente colpita?

C’è da dire che sono tutte molto belle. Quello che colpisce in primo luogo è la proprietà di linguaggio o comunque l’intensità di chi scrive. Leggerò fra l’altro anche qualche lettera critica come quella di Aldo Busi, che accusa amichevolmente Natalia di "affaturare" ossia di correggere le missive. E la risposta è meravigliosa. Ce ne sono poi alcune di persone omosessuali, che raccontano la propria storia: so che esse sono particolarmente a cuore a Natalia. Altre, invece, sono molto divertenti e Natalia risponde sempre con grande ironia senza mai essere giudicante. Senza contare la lettera finale d’una 60enne vicentina, che è davvero una poesia struggente. 

Ha appena detto che le persone omosessuali stanno particolarmente a cuore a Natalia Aspesi. Per Lella Costa, invece, che ruolo esse hanno avuto e hanno nel corso della propria vita?

Citando il titolo del libro dell’amico Filippo Maria Battaglia, mi verrebbe subito da dire: Ho molti amici gay. Battuta a parte, a me risulta davvero incomprensibile come possano sussistere difficoltà a causa dell’orientamento sessuale o identità di genere di una persona. Per mia fortuna sono cresciuta in un ambiente familiare in cui l’omosessualità non è mai stata percepita come un problema se non per il fatto che era un problema per il mondo esterno. Ciò ha fatto sì che io vada particolarmente fiera, ad esempio - rispetto a tanti riconoscimenti ricevuti -, d’essere socia onoraria di Arcigay o di aver ricevuto il premio Queen of Comedy. Ho educato alla stessa sensibilità e attenzione verso tutte e tutti anche le mie figlie. Fra l'altro le coppie più solide di amici sono proprio quelle di persone omosessuali.

Tra i tanti episodi uno in particolare è per me significativo in riferimento al mio rapporto con la collettività Lgbti. Lo scorso anno a Milano ho fatto da "madrina" a una bellissima manifestazione di cori rainbow. C’erano anche cori di bambini. A un tratto un coro tutto maschile, proveniente da Bologna, ha eseguito Va, pensiero – al cui ricordo ancora adesso mi commuovo – e ho pensato: Porca miseria. Se lo ascoltasse Salvini, si indignerebbe contro "questa manica di gay". Quell’evento mi ha dato una sintesi perfetta del mondo e mi ha fatto maggiormente comprendere la necessità di aprire i cuori prima ancora di aprire le menti delle persone.

Lo scorso anno è stata promulgata la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Che cosa ne pensa?

Penso che in Italia ci fosse bisogno d’una legge che normasse, per altro, una realtà esistente. Si è trattato dunque di sanare una situazione che dal punto di vista giuridico era spaventosamente carente. Credo che non sia una legge perfetta come credo che sulla questione dell’adozione del figlio del partner o della partner si sia persa una grande occasione.  In un tale ambito emerge davvero la spietatezza di chi, in in nome di una superiore religione o ideologia, ha a cuore tutto tranne che la tutela e il benessere dei bambini. Credo perciò che si possa e si debba fare meglio. È chiaro ovviamente che una legge non basta perché deve cambiare il sistema educativo e culturale.

Il tema della genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso chiama in causa anche quello della gestazione per altri. Qual è il suo parere al riguardo?

Ho da poco scritto la prefazione a un libro di un amico - che conosco da quando era piccolo – che tre anni fa ha avuto col proprio compagno una bambina ricorrendo alla gestazione per altri negli Usa. Ho ribadito innanzitutto come quella della gpa sia una questione molto delicata. La maternità, infatti, oltre ad avere delle implicazioni fisiche, biologiche ne ha anche di emotive e molto profonde.

Ciò detto, ritengo che, fatta salva l’autentica libertà della donna – che non ci sia cioè un ennesimo sfruttamento del suo corpo. Il che sarebbe aberrante -, non vedo in tutta sincerità perché dire a priori no. Tanto più che l’adozione è impraticabile in Italia per coppie di persone omosessuali. Fra l’altro bisogna notare come le coppie lesbiche abbiano un’agevolazione in più perché possono molte volte concepire con le donazioni amichevoli di persone conoscenti.

Non capisco dunque perché si debba precludere la genitorialità a coppie di uomini e perché soprattutto si debba generalizzare. Come esistono tante coppie di persone etero che non desiderano diventare genitori così ce ne sono altrettante di persone omosessuali che non desiderano esserlo. Ma è necessario garantire ciò a chi invece lo desidera senza porre differenze. Ecco perché anche sulla gpa sarebbe necessaria una regolamentazione legislativa. Come cittadina mi auguro che si arrivi a dibattere ciò in Parlamento per avere una norma ponderata ed equilibrata quanto imprescindibile.

Affrontiamo la questione delle persone trans. Alcuni giorni fa si sono verificati a Rimini due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna transgender peruviana. Come giudica il fatto che noi giornalisti abbiamo liquidato in poche battute la vicenda dello stupro della giovane peruviana e, soprattutto, utilizzato termini scorretti, quando non offensivi, come trans o addirittura viado?

A me è venuto il magone nel leggere una tale notizia: il dato dello strupro della donna transgender è stato dato solo in quanto corroborava la versione della giovane polacca. Ma lo stupro è sempre un crimine odioso. Solo che nel nostro Paese si fa fatica a rubricarlo come reato perché noi siamo quelli che affermano: Ma lei ha detto no, però intendeva sì. Per cui sarebbe necessario non stabilire una graduatoria di stupri.

Auspicherei inoltre che i giornalisti o comunque chi si occupa di comunicazione avessero più cura nello scrivere e nel parlare di determinati accadimenti. Le parole sono importantissime. Inoltre mostrare chiarezza verbale nonché pietas anche verso la vittima, partendo dalla considerazione che apparteniamo tutti allo stessa grande famiglia umana, sarebbero già un grande passo in avanti. 

Che cosa, in conclusione, si aspetta stasera Lella Costa al Padova Pride Village?

Far suonare in primo luogo le parole di Natalia e dei suoi lettori, che sono un bellissimo ritratto del nostro Paese. E poi sarò in un contesto a me molto caro, dove sono sicura che certe sfumature, certi dettagli, certe “questioni di cuore” saranno colte e apprezzate in maniera particolare dal pubblico presente.

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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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