«Crema ha un'anima profondamente democratica, solidale, orientata alla difesa dei diritti di ogni essere umano». Parole, queste, non certamente di maniera sulla bocca della sindaca Stefania Bonaldi, che le aveva riportate, il 27 ottobre, in un post di reazione alla manifestazione di Forza Nuova nella cittadina della Bassa.

E Crema continua a dare davvero prova d’un’anima orientata alla difesa dei diritti di ogni essere umano. A partire da quelli dei figli e figlie di coppie omogenitoriali, in riferimento ai quali il Comune del Cremasco può vantare un indubbio primato

L’8 novembre Stefania Bonaldi ha infatti provveduto a iscrivere anagraficamente il piccolo Paolo e a riconoscerne legalmente la genitorialità delle due mamme.

È il quarto di atti consimili effettuati nell’anno a Crema: il 9 maggio la trascrizione degli atti di nascita esteri di due fratellini quali figli di due uomini; il 2 agosto la dichiarazione  successiva di riconoscimento della mamma non biologica sul certificato di nascita di un bambino di sei anni; il 12 ottobre l’iscrizione anagrafica di una nenonata quale figlia d’una coppia di due donne.

Non stupisce, perciò, che il 22 ottobre Stefania Bonaldi sia stata invitata a parlare dell’esperienza cremasca a Bologna in occasione della due giorni organizzata dalla Rete RE.A.DY.

Dell’ultimo caso di registrazione anagrafica di un bambino arcobaleno nel suo Comune la sindaca ha dato notizia attraverso le parole di ringraziamento, che le hanno rivolto le mamme di Paolo.

«Per una volta – così Stefania Bonaldi su Facebook - anche io Ricevo e pubblico: "Cara Stefania, volevamo ringraziarla ancora personalmente per il traguardo di oggi. Qualsiasi strada incontri questo atto di nascita, è un pezzo per iniziare di certo un percorso di diritto per nostro figlio. La responsabilità genitoriale ti invade in ogni caso, la senti vedendolo sgambettare nelle prime ecografie e diventa un treno al primo suo vagito. Sai che difenderai e amerai la creatura che hai chiamato al mondo in ogni modo.

La responsabilità genitoriale la pretende in modo naturale l'amore, non di certo un pezzo di carta, o una legge, ma quella legge e quel pezzo di carta significano tutela giuridica e diritto e non renderemo vano il suo gesto, lottando per mantenerlo pienamente attivo e valido per tutta la vita di Paolo e per la sua piena tutela e dignità. Grazie infinite. P. S. Un caro saluto a lei da tutti noi. Tutta la nostra famiglia (nonni, zii, bisnonni di Paolo), la ringraziano moltissimo per aver legittimato tutti quanti".

Ricevuta questo pomeriggio in occasione della iscrizione di Paolo, neonato, nei registri dello stato civile, insieme alle sue due mamme. Mi pareva bello, e giusto, condividerla».

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Chi ha vinto e chi ha perso le elezioni di midterm negli Usa?

È incontrovertibile il successo del Partito Democratico alla Camera dei Rappresentanti con un margine molto forte (senza dimenticare, inoltre, che le schede dovranno essere riconteggiate in Florida e dovrà terminare lo spoglio in Arizona così da poter arrivare a ben 35 seggi rispetto ai 30 sicuri di maggioranza) e per di più con una serie di esponenti dell’ala radicale, femminista, Lgbti, antirazzista e socialista (che negli Usa è bestemmia politica) come mai era successo prima. Altro che semplice increspatura blu, come aveva liquidato, in un primo tempo, i risultati degli avversari Donald Trump.

Anche il voto al Senato è significativo, perché i dem hanno preso 10 milioni di voti in più rispetto ai repubblicani anche se ciò non si è tradotto in un numero più ampio di seggi sulla base della ripartizione degli stessi che ha favorito l’area repubblicana.

C’era chi sperava in un colpo mortale al presidente Trump. Tutti noi lo speravamo. Ma è sbagliato pensare che le ragioni per cui Trump ha vinto le elezioni presidenziali, due anni fa, siano improvvisamente venute meno.

Nel mondo occidentale c’è un ciclo sovranista e populista che è arrivato al suo apice e che preme per ulteriori successi. Si pensi, ad esempio, alle prossime elezioni europee, alle quali il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) e quanti a esso s’ispirano (come Austria e nazionalisti nostrani) vorrebbero vincere su larga scala: vincere per governare un’Europa delle singole nazioni, chiudere tutti i confini, stringere così in una morsa autoritaria e bigotta Paesi laici e di lunga tradizione democratica come quelli dell’Occidente europeo.

Io sono tra coloro che gioiscono per la vittoria degli anti-Trump negli Usa. Intanto perché alla Camera (che gestisce i cordoni della borsa del bilancio Usa e può decidere la messa in stato d’accusa del presidente in carica) non passerà più uno spillo che non sia concordato con la nuova maggioranza. Maggioranza – ed è qui è la novità vera – composta da un mosaico di persone tra le più diverse, a partire dalla 29enne lesbica nativa Sharice Davidson per finire al senatore Zach Walhs, figlio di due donne dello Iowa.

Conosciamo tutti la polemica persino sul termine omogenitorialità, sui figli delle coppie Lgbti: fenomeno relativamente recente sia sul piano dei numeri sia su quello politico-culturale. Ma che un giovane (etero), figlio di due lesbiche e militante sul fronte omogenitoriale, sia eletto con la maggioranza del voto popolare rappresenta, a mio parere, un’autentica rivoluzione politico-istituzionale. Tale da consentirci di chiudere la bocca ai reazionari vecchi e nuovi che sbraitano contro i figli delle persone Lgbti.

L’altra foto simbolo di queste tornata è l’elezione del governatore del Colorado Jared Polis, la cui immagine simbolo è quella che lo vede ripreso (qualche anno fa) con il marito e i due figli alla Casa Bianca con Obama. Imprenditore e filantropo, Polis è stato eletto con la maggioranza del voto popolare (51,1%). Per non parlare del referendum in Massachusetts, che ha  respinto la richiesta di cancellare le norme antidiscriminatorie verso le persone trans.  

Quindi, non solo Trump e i repubblicani hanno perso la Camera, ma a vincere è stata l’ala più nettamente di sinistra, radicale e inclusiva del Partito Democratico. È la qualità della vittoria a Capitol Hill che ci rende un po’ più tranquilli e un po’ più sereni, per non dire ottimisti, sul futuro delle elezioni Usa, sull’inizio del declino del sovranismo omofobo, sulla percezione che la maggioranza della popolazione ha della collettività Lgbti e dei suoi diritti.

Prova ne è anche il sondaggio - di cui Gaynews ha dato notizia -  sui temi dei diritti civili in Brasile all’antivigilia della malaugurata elezione del militarista Bolsonaro a presidente del più popoloso Stato dell’america latina. Da questa rilevazione dell’Istituto di ricerca Datafolha risulta che ben il 74% della popolazione brasiliana è contraria a ridurre i diritti della collettività Lgbti. Ciò significa che la società è profondamente cambiata sia culturalmente sia socialmente, incorporando i diritti delle persone Lgbti come diritti irrinunciabili rispetto ai quali non si ritorna indietro.

L’elezione di rappresentanti Lgbti (ben nove) e gay-friendly al Congresso negli Usa è per me un fatto di grande rilievo, perché indica una positiva inversione di tendenza e perché persone decise e motivate possono fare grandi cose in un Parlamento democratico. Ma anche perché tutto ciò serve anche a noi, nella nostra piccola Italia, per far capire a governanti e opposizione che non si tratta più di sparute minoranze ma di rappresentani politici e istituzionali, che parlano a tutta la nazione.

Infine una vittoria così massiccia dei dem alla Camera smentisce il penoso dibattito italiano sulla sinistra nostrana, che avrebbe perso le elezioni per essersi occupata troppo di diritti civili e poco di quelli sociali. Al contrario il rinnovamento della rappresentanza parlamentare e la messa in mora di molti scialbi candidati centristi ha permesso ai dem di tornare a fare il pieno dei voti di “sinistra”.

Spero pertanto che qui da noi finalmente qualcuno cominci a sentirci da quest’orecchio: le elezioni si vincono con più radicalità e dando rappresentanza alle minoranze che, negli Usa, sono così tante da fare maggioranza da sole.

Per i militanti Lgbti italiani quella Usa non è quindi una “mezza vittoria” ma una vittoria a tutto campo.

Nel prossimo anno si celebreranno il 40° anniversario del martirio di Harvey Milk e il 50° anniversario dei moti di Stonewall: la società americana non poteva prepararsi a questi avvenimenti in modo migliore.

Ma sono celebrazioni che vanno al di là dei confini statunitensi. Come noto, lo Stonewall Inn Bar, da cui partirono i moti del 28 giugno 1969, è stato dichiarato dell’allora presidente Obama National Monument a memoria perenne della rivolta contro i soprusi alla collettività e alle persone Lgbti. Ma potrebbe essere definito International Monument, perché esso resta un simbolo ben al di là dei confini statunitensi.

Vita, cultura, storia di una collettività si fanno anche, a volte soprattutto, con i simboli e la memoria collettiva della propria storia. Memoria, di cui non possiamo che andare fieri, anche qui in Italia come in altre parti del mondo, perché alla fine riguarda tutte e tutti.

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A rispondere al secondo manifesto di ProVita e Generazione Famiglia in versione femminile ci ha pensato il sindaco di Fiumicino (Rm) Esterino Montino.

«A Fiumicino c'è una nuova famiglia». Ha esordito così ieri su Facebook il primo cittadino della cittadina laziale nell’annunciare l’iscrizione anagrafica della piccola Ginevra, nata in Italia, alla quale sono state riconosciute sul certificato di nascita le sue due mamme: Claudia e Ilaria.

«Fiumicino deve essere la città di tutti e di tutte le famiglie - ha proseguito Montino -. Riconoscere entrambe le mamme di Ginevra significa riconoscere a lei tutti i diritti e ai suoi genitori tutti i doveri.

Sebbene non ci sia ancora una legge che riconosca le famiglie arcobaleno in Italia, i tribunali hanno tracciato una strada che non possiamo ignorare e che si basa sul principio imprescindibile del superiore interesse del minore».

Ad associarsi all'esultanza di Montino sua moglie, la senatrice Monica Cirinnà, che ha preferito rilanciarne su Facebook alcune parole: «Dove alcuni tacciono davanti ai bisogni dei cittadini e altri discriminano i bambini per il colore della pelle o per l'orientamento sessuale dei genitori, noi non ci tiriamo indietro».

Soddisfatto il commento di Marilena  Grassadonia, presidente appena riconfermata di Famiglie Arcobaleno: «Ginevra è una bimba fortunata perché crescerà con le sue due mamme che si prenderanno cura di lei assumendosi la piena responsabilità di essere genitori. Ginevra è una bimba fortunata perché vive nel ‘posto giusto’».

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Al termine della tre giorni congressuale, tenutasi a San Vincenzo (Li), è stato eletto, domenica 21 ottobre, il nuovo direttivo di Famiglie Arcobaleno – Associazione di Genitori omosessuali.

Riconfermata alla carica di presidente ad triennium Marilena Grassadonia, che col suo dinamismo e combattività ha contribuito a imporre l’organizzazione alla pubblica attenzione e a conferirle un ruolo di rilievo nel dibattito su famiglia e omogenitorialità.

Ad affiancarla nel nuovo mandato Giancarlo Goretti quale vicepresidente, Roberta Zangoli ed Elisa Dal Molin, invece, nei rispettivi ruoli di tesoriera e  segretaria. Sono infine risultate elette come componenti del Consiglio  Delfina Alongi, Gabriella Giarratano, Laura Giuntini, Ryan Luca Spiga, Francesco Zaccagnini.

Come dichiarato da Grassadonia su Facebook, «dopo 13 anni di storia è arrivato per noi il momento della maturità: vogliamo crescere come interlocutore delle istituzioni e come associazione di rilievo nel mondo Lgbtqi. Per questo, tra le altre cose, lanceremo una campagna per attirare nuovi sostenitori che accompagnino i soci ordinari, genitori e aspiranti, nel nostro cammino».

La stessa presidente ha poi così enumerato gli obiettivi politici di Famiglie Arcobaleno per i prossimi anni: «Il riconoscimento alla nascita di entrambe le madri ed entrambi i papà, anche attraverso una campagna che sottolinei la responsabilità di tutti e due i genitori indipendentemente dalla relazione che li lega: single all’anagrafe, uniti civilmente, separati o divorziati.

La revisione della legge 40 per il pieno accesso alla pma per le donne single e le coppie lesbiche. Una campagna informativa e culturale sulla gestazione per altri e la promozione di una proposta di legge per una Gpa etica. Il matrimonio egualitario, la revisione della legge sulle adozioni, perché sia accessibile a single e coppie gay o lesbiche.

Un rinnovato e rafforzato impegno nelle scuole per la piena applicazione della legge contro le discriminazioni e per l’ingresso della nostra associazione nel Fonags, il forum delle famiglie consulente del Miur».

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Nel pomeriggio di oggi sono stati resi noti i nomi dei nuovi Responsabili dei 28 Dipartimenti tematici del Pd, che affiancheranno il Segretario e la Segreteria nazionale in vista del lavoro dei prossimi mesi. Tra questi l’avvocata Andrea Catizone alle Pari Opportunità e Sergio Lo Giudice ai Diritti civili.

L’ex senatore, già presidente d’Arcigay, ha così commentato una tale nomina su Facebook: «Sono stato nominato da Maurizio Martina responsabile del Dipartimento Diritti civili del Partito Democratico. Ringrazio il Segretario per la fiducia data a me e all’esperienza che rappresento.

Spero di essere utile nell’unico modo in cui i dipartimenti tematici Pd potranno svolgere un ruolo efficace nella fase che si apre: contribuire alla costruzione di un percorso congressuale vero e partecipato, in cui tante voci, interne ed esterne al partito, possano ricostruire un progetto di cambiamento.

In questi mesi si sente dire spesso che il Pd avrebbe dovuto spendersi più per i diritti sociali e meno per i diritti civili. È vera solo la prima parte: l’aver trascurato di trovare le risposte adeguate ad alcuni bisogni sociali non ha a che vedere con quelle importanti (ma comunque ancora insufficienti) azioni sui diritti civili, peraltro a basso costo, messe a segno in questi anni.

I diritti civili vanno intesi per quel che sono: una parte della più ampia famiglia dei diritti umani fondamentali - penso oggi ai diritti dei migranti di cui questa squadra dovrà riuscire a farsi carico - intrecciati, mai contrapposti ai diritti sociali, con cui viaggiano assieme.

Buon lavoro a tutti/e noi, a quel popolo della sinistra che insieme dovrà trovare una nuova strada per assolvere al suo compito maestro: ridurre le ingiustizie e le diseguaglianze di ogni tipo».

Soddisfatto e contento di una tale scelta Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, che ha dichiarato: «Esprimiamo i nostri più sentiti auguri nonché viva soddisfazione per la nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile nazionale del Dipartimento Diritti civili del Partito Democratico. Crediamo che Maurizio Martina, segretario del Pd, abbia fatto molto bene a scegliere Sergio Lo Giudice per un incarico che, di per sé, connota chiaramente il partito in materia di diritti della persona.

D’altra parte Martina, partecipando il 7 giugno all’imponente Roma Pride, aveva riaffermato che il Pd è apertamente schierato per la laicità dello Stato e i diritti civili».

Per Franco Grillini «quella di Sergio Lo Giudice è una storia di militanza di lungo corso. Storia che lo qualifica, a mio parere, come la persona più adatta per svolgere un compito particolarmente impegnativo in questo difficile momento politico.

Tale militanza si è soprattutto concretata in tre grandi battaglie. Quella per una legge efficace contro l’omofobia e la transfobia a partire dall’estenzione della legge  Mancino a tali specifici reati.

Quella per la conquista della piena uguaglianza delle coppie omosessuali attraverso il matrimonio egualitario e il riconoscimento dell’omogenitorialità con buona pace dei ministri Fontana e Salvini. Quella, infine, per la concessione di servizi alle persone Lgbti in difficoltà».

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La gioia immensa per l’attesa nascita, a Roma, della loro bambina dopo parto cesareo. E, poi, la delusione, la tristezza, la rabbia delle due mamme, V. e E., che, recatesi lunedì mattina 28 maggio all’Ufficio anagrafe, si sono viste rilasciare, nel tardo pomeriggio, un certificato recante il nome di una sola di esse. Ma non solo.

Ignorando volutamente che il concepimento della neonata è avvenuto a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo, come peraltro indicato nella relativa cartella clinica, è stato fatto risultare un vero e proprio falso in atto pubblico. Sul certificato è infatti attribuita alla madre riconosciuta la dichirazione secondo cui la bambina è nata da un rapporto sessuale sì da negare alla stessa il diritto a un’identità corrispondente alla realtà.

Una prassi inaccettabile ma pressoché generale a fronte di una realtà ben diversa. «Un bambino su venti nasce in Italia da tecniche di riproduzione assistita – ricordava recentemente a Gaynews l’avvocato Alexander Schuster –. Ma per lo Stato civile italiano tutti sono nati da un rapporto sessuale».

Tale è stato l’atteggiamento avuto al riguardo dalla sindaca Virginia Raggi che, come denunciato da Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford in un comunicato congiunto, «si è rifiutata di prendere atto della reale situazione di fatto, vale a dire del ricorso alla fecondazione eterologa con seme di donatore sconosciuto».

È quanto spiegato dalle avvocate Francesca Quarato (gruppo legale di Famiglie Arcobaleno) e Federica Tempori (gruppo legale di Famiglie Arcobaleno e di Rete Lenford), che seguono la coppia: «Le due madri si sono trovate davanti all’imbarazzo dei dirigenti del Comune, a cui la sindaca, diversamente da quanto avviene in altri Comuni, ha delegato la pratica, dimostrando di non voler prendere posizione».

Come se non bastasse, Virginia Raggi si è sempre rifiutata di ricevere Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford, anche solo per un colloquio, nonostante le numerose richieste avanzate.

Le presidenti delle due rispettive associazioni, Marilena Grassadonia e Maria Grazia Sangalli, hanno dichiarato al riguardo: «Stupisce il fatto che Chiara Appendino, sindaca di Torino e collega di partito di Virginia Raggi, si sia resa protagonista di una nuova stagione dei diritti Lgbt, mentre la sindaca di Roma sia rimasta sorda alle istanze delle numerose famiglie omogenitoriali della capitale.

A Roma si è creata una situazione paradossale, poiché mentre si trascrivono – correttamente– i certificati di bimbi con due padri perché nati all’estero, i figli e le figlie di due madri nati in Italia rimangono totalmente privi di tutele».

Dell’accaduto si parlerà stamani nel corso della conferenza stampa di presentazione del Roma Pide, che avrà luogo alle 12.00 presso Largo Venue in via Biordo Michelotti 2.

E Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride e presidente del Circolo di Cultuta omosessuale Mario Mieli, rincalza: «Abbiamo appreso con rabbia e sconcerto la scelta del comune di negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini. Adesso è giunto il momento che la sindaca Virginia Raggi e la sua giunta prendano una posizione netta come hanno già fatto Sala a Milano, Appendino a Torino, Orlando a Palermo e tutti gli altri sindaci illuminati che hanno a cuore il benessere di tutti i bambini.

Quei certificati di nascita vanno trascritti subito perché ogni minuto di inerzia comporta un’inaccettabile violazione di diritti umani fondamentali».

«Il Pride di Roma del 9 giugno – continua Secci - sarà l’occasione per ribadire che nella nostra città non c’è spazio per la discriminazione. Lo diremo in maniera forte e chiara: giù le mani dai nostri figli.

Per questo mi auguro che dalla giunta capitolina e dalla sindaca Raggi arrivi presto un segnale inequivocabile in merito, dando indicazioni agli uffici dell’anagrafe di procedere alle iscrizioni degli atti di nascita dei figli di coppie formate da persone dello stesso sesso. Ne va della dignità e dei diritti di tutti i cittadini e su questo non possiamo accettare compromessi».

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L’11 maggio 2016 la Camera dei deputati approvava in via definitiva con 372 voti favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti il ddl sulle unioni civili e convivenze di fatto. Quella che, tecnicamente indicata come legge 76/2016, è comunemente conosciuta come legge Cirinnà dal nome della relatrice, ha segnato non solo una pietra miliare nel cammino dei diritti civili ma ha consentito nell’ultimo biennio a circa 14mila persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli matrimoniali.

Sulla base degli specifici dati del ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre 2017, sono infatti 6073 le coppie di persone omosessuali unitesi civilmente – cui va aggiunto il migliaio di celebrazioni avvenute all’estero – sì da far registrare rispetto al 2016 un incremento pari al 149,5%.

È innegabile che il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente. Ma è parimenti vero che le cifre dimostrano come una tale legge fosse non più prorogabile e del tutto necessaria a raccorciare il percorso verso la piena parità dei diritti.

In occasione del 2° anniversario dell'approvazione della legge 76 Gaynews ha intervistato colei che è ormai indicata come la madrina della legge sulle unioni civili.

Senatrice Cirinnà, sulla base dei dati del Viminale si è registrato nel 2017 un incremento di unioni civili pari al al 149.5%. Come giudica ciò a fronte di chi lo scorso anno parlava di flop?

Sono molto soddisfatta dei dati forniti dal ministero dell'Interno. Le unioni civili sono ormai una meravigliosa e gioiosa realtà in tantissimi Comuni d’Italia. Come si può vedere dalle tabelle, non ci sono oramai più grandi città in cui non si siano celebrate unioni civili. Questo va appunto ricordato a coloro che parlavano lo scorso anno di numeri troppo bassi e di conseguente flop della legge. Finalmente gli italiani e le italiane che amano persone dello stesso sesso possono dire d’essere riconosciute dallo Stato in quanto coppia e d’avere una nuova opzione. Quella, cioè, di unirsi civilmente. La legge 76 ha dato finalmente alle persone omosessuali, al pari di quelle eterosessuali, la possibilità di scegliere. È questo il grande risultato ottenuto.

Due anni dall’approvazione della legge che porta il suo nome: quale il momento più brutto del lungo dibattito parlamentare e quale quello più bello?

Certamente il momento più brutto e più basso è stato costituito delle volgarità e degli insulti lanciati dal senatore Maurizio Gasparri all’indirizzo del collega Sergio Lo Giudice accusandolo di aver comprato i figli. E a rendere la situazione ancora più grave il totale silenzio del presidente di turno Roberto Calderoli, che non richiamò Gasparri. Cosa che m’indusse a raggiungere in tutta fretta Sergio e condurlo fuori dall’Aula.

I momenti belli durante quelle lunghe ore di Aula? Ricordo le parole profonde, inaspettate dolorose ma piene di significato del senatore Sandro Bondi. Il bellissimo intervento di solidarietà, stima e affetto della senatrice Valeria Fedeli. E quello in difesa dei bambini delle Famiglie Arcobaleno della collega Rosanna Filippin. Momenti di politica altissima purtroppo legati a momenti di inaudita trivialità e scompostezza nei toni. Conseguenza anche dell’elevatissimo numero d’interventi in Aula, di cui il ddl è stato oggetto.

Ha celebrato tante unioni civili: ne ricorda qualcuna che le è particolarmente a cuore?

Ho celebrato tantissime unioni civili e colgo l’occasione, offertami da Gaynews con quest’intervista, per scusarmi con tutte e tutti coloro che non ho sposato. Ho ricevuto centinaia e centinaia di richieste: così tante che dovrei cambiare mestiere e mettermi a fare la celebrante di unioni civili. Ricordo sicuramente l’emozione immensa, fortissima, indescrivibile che ho provato nel celebrare la prima unione civile. Quella di Giorgio Zinno, sindaco di San Giorgio a Cremano, e Michele Ferrante. La ricordo attimo per attimo perché ha significato per me il passaggio concreto dalle parole ai fatti. Prima aver scritto la legge per oltre due anni, aver combattuto in Commissione, averla portata in Aula, averla seguita fino all’approvazione alla Camera, averla vista pubblicata nella Gazzetta ufficiale. E poi, quel 24 settembre, vederla finalmente concretata nella lettura degli articoli, nello scambio delle fedi, nel bacio tra Giorgio e Michele: un’emozione e una commozione tale che non potrà mai dimenticare quella unione civile.

Ricordo anche con particolare gioia quella delle amiche Maria Laura Annibali e Lidia Merlo. Ma sicuramente non posso non rammentare anche le tante celebrazioni di unioni tra persone che hanno a lungo vissuto nell’ombra il proprio amore. Sicuramente le unioni civili tra persone viventi insieme da tantissimi anni sono state tra le più commoventi e significative.

Lo stralcio dell’ex art. 5 è stato uno dei più dolorosi e meno digeriti dalla collettività Lgbt. Crede che quando stiano compiendo tanti sindaci col riconoscimento anagrafico della doppia genitorialità sia una riprova di quanto gli amministratori locali e, in generale, la pubblica opinione siano più avanti rispetto al legislatore?

Quello dell’art. 5, relativo all’adozione coparentale del figlio del partner, è stato lo stralcio il più doloroso e più brutto che mi è capitato di vivere durante l’iter parlamentare della legge. È stato il frutto del tradimento dei patti col Movimento 5Stelle. Tradimento che si è riverberato sulla vita dei bambini di tante coppie omogenitoriali. Se i pentastellati hanno politicamente ritenuto di fare uno sgarbo a me e al Pd, al di fuori del Parlamento l’hanno fatto a dei bambini che sono ancora in una grave situazione di debolezza giuridica. D’altra parte è pur vero che le poche righe del comma 20 ex art. 1 offrono ai giudici la possibilità di riconoscere con sentenze l’adozione coparentale del figlio del partner.

E poi c’è questa straordinaria evoluzione nell’agire da parte dei sindaci che è stata giustamente indicata come primavera arcobaleno. Si tratta ovviamente di due situazioni diverse: un conto è l’adozione, un conto è il riconoscimento della genitorialità alla nascita. Con le trascrizioni degli atti di nascita esteri di bambini quali figli di due papà o due mamme e l’iscrizione anagrafica di quelli nati in Italia i sindaci stanno dando il riconoscimento della doppia genitorialità a due persone dello stesso sesso. Al riguardo essi non stanno compiendo alcuna forzatura. Non fanno che «dare – come chiarito dal magistrato Marco Gattuso su Articolo29 – un’applicazione corretta delle norme già presenti nel nostro ordinamento».

Lei ha accennato prima - e l’ha scritto anche nel suo importante libro – a un tradimento del M5S durante l’iter parlamentare della legge 76. Oggi, a fronte di atteggiamenti come quelli di Chiara Appendino o di vari esponenti pentastellati nell’invocare la necessità d’una legge contro l’omotransfobia, è portata a fidarsi oppure è troppo scottata da quella esperienza?

Credo che sia forse un modo per farsi perdonare dell’orrendo tradimento. Resta comunque il punto che i sindaci, al di là del partito o corrente d’appartenenza, rappresentano tutte e tutti. Quanto dunque fatto a partire dalla sindaca di Torino Chiara Appendino risponde a una richiesta ineludibile come quella di dare tutela ai bambini. Circa una normativa contro l’omotransfobia ritengo che solo una seria trasversalità politica in un Parlamento, veramente intenzionato ad affrontare una tale emergenza educativa, culturale e sociale, potrà portarci alla legge.

Temo che questi argomenti però non saranno purtroppo una priorità nell’eventuale governo M5S-Lega che sembra debba nascere a breve.

Immaginava di diventare un giorno un’icona per la collettività Lgbti italiana e quali saranno in campo di diritti gli impegni primari per i quali si batterà in Parlamento?

Più che un’icona del movimento Lgbti io mi sento parte del movimento. Devo dire che mi avete accolto e mi amate come una di voi. Questo mi dà una forza infinita, perché entrare in una collettività e vedere accettate le proprie diversità è il segno vero che solo la trasversalità e l’unione d’intenti possono portare all’uguaglianza piena. Ogni volta che partecipo a un Pride o a una manifestazione e ogni volta che accade una cosa bella come un’unione civile o la trascrizione di un atto di nascita d’un figlio di due papà o due mamme, io festeggio. Sento nel mio cuore la stessa gioia.

Per il resto il mio è un impegno a 360 gradi perché la legge sulle unioni civili è solo il primo passo. Ho depositato il mio testo sul matrimonio egualitario. Resta poi per me una priorità il raggiungimento di una legge volta a prevenire e constrastare omofobia e transfobia. Ci si riuscirà in questo governo politico che forse sta per nascere? Non posso che augurarmelo pur consapevole, per quanto riguarda la mia parte, dei differenti livelli di agibilità rispetto al passato per una senatrice di minoranza quale io sono.

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Esattamente due anni fa il Parlamento, dopo decenni di battaglie politiche, approvava la legge sulle unioni civili. Le aspettative su questa legge erano fortissime: va da sé che tutti noi avremmo preferito che anche l’Italia, sulla scia di tutti i Paesi della vecchia Europa, si approvasse una legge sul matrimonio egualitario. Che fosse, perciò, in grado di superare definitivamente la divisione in cittadini di serie A  e B.

La legge sulle unioni civili, quindi, non è certamente una legge perfetta e, questo, soprattutto per due motivi. Il primo è di principio: era ed è inaccettabile la definizione di coppie di persone dello stesso sesso come “formazione sociale specifica” che, voluta da Alfano e dai centristi nonché dall’area cattodem del Pd, è stata scelta per affermare il concetto, del tutto irricevibile,  che quella omosessuale non è una famiglia come le altre. Il secondo motivo è di principio e di sostanza: la legge non riconosce i figli delle coppie omosessuali. Basti ricordar la ben nota vicenda dell’articolo 5 sulla stepchild adoption che venne stralciato subito prima del voto di fiducia in Parlamento.

Va detto, per altro, che proprio la richiesta del voto di fiducia rappresenta una pagina molto positiva nella storia del governo di centrosinistra: un’azione di coraggio il cui valore storico è, a mio parere, innegabile.

Nonostante questi limiti la legge è stata utilizzata finora (al 31 dicembre 2017) da più di 12mila persone come ci dicono i dati pubblicati in anteprima da Huffington Post. La crescita esponenziale delle celebrazioni delle unioni civili delle coppie di persone dello stesso sesso è aumentata del 149,5% nel 2017 rispetto al 2016Il che ci permette di fare un’agevole previsione sull’intero 2018: raggiungere 10mila unioni civili entro la fine dell’anno in corso.

A queste vanno aggiunte le celebrazioni all’estero che, trascritte in Italia, sono circa un migliaio. Come ha sottolineato Marzio Barbagli, uno dei più importanti analisti della famiglia in Italia, la percentuale di celebrazioni di unioni civili in rapporto con i matrimoni tra persone di sesso opposto è tra le più alte d’Europa. Possiamo dunque parlare, a ragion veduta, di grande successo della legge sulle unioni civili in barba alle giaculatorie trasversali di media che hanno parlato di flop.

La legge Cirinnà è stata, invece, un grandissimo successo al punto che anche io stesso ho fatto il celebrante, su delega del sindaco di Bologna Virginio Merola, in diverse unioni civili e lo farò ancora in tante altre nel corso dell’anno. A tutte le persone legittimamente dubbiose in ambito Lgbti dico che, nonostante tutto, la legge sulle unioni civili è stata e resta una grande vittoria e come tale va celebrata anche tenendo conto delle numerose cerimonie.

Buona parte delle celebrazioni riguarda persone non più giovanissime: il che significa che la legge ha una fortissima “utilità” nel sistemare questioni proprie della vita a due come, ad esempio, quelle riguardanti  il piano patrimoniale e assistenziale. Ci sono state, certo, anche molte celebrazioni tra coppie giovani, soprattutto tra donne.

Ciò che rende estremamente interessanti i dati sulle unioni civili è la loro ripartizione territoriale con l’indiscusso primato della capitale con 845 celebrazioni (vale la pena ricordare che la prima è stata celebrata dalla sindaca Virginia Raggi). In seconda battuta troviamo Milano con 799, terza Torino con 378 e, quindi, Bologna con 219. Va sottolineato che, in alcuni casi, come quello di Milano, il numero delle unioni civili si avvicina a quello dei matrimoni non religiosi.

Questo cambiamento, unito alle numerose sentenze di tribunale che riconoscono l’omogenitorialità e la registrazione anagrafica dei bambini quali figli di due papà o due mamme (un elenco, quest’ultimo, che con Torino e Bologna si va allungando di giorno in giorno) ha ridefinito finalmente sul piano sia giuridico sia sociale l’idea stessa di famiglia che non può più essere pronunciata al singolare ma con il termine plurale e inclusivo di “famiglie”.

La pretesa da parte di quel fascioleghismo, che nega i patrocini ai Pride nei numerosi Comuni e Regioni laddove ha vinto le elezioni, di definire un unico modello familiare, vale a dire quello di una famiglia eterosessuale, è infatti ormai del tutto anacronistica di fronte all’esistenza di pluralità di forme familiari che lo stesso diritto riconosce. Si tratta non più di una scelta come le altre ma di una necessità. Cosa ben comprensibile alla luce della drammatica frantumazione del corpo sociale provocata da politiche economiche liberiste, che hanno precarizzato la quotidianità e il lavoro rendendo indispensabile ripensare le rigidità di un diritto di famiglia oramai inadeguato a riconoscere tutte le nuove forma di vita familiare.

Mi piace ricordare due concetti che sono e restano i cardini di altrettante battaglie culturali fondamentali. Quello di “parentalità affettiva”, che ricorda la necessità di dare valore, in un mondo fatto di solitudini, alle relazioni anche tra persone non legate da ius sanguinis. Quello di “democrazia domestica”, alla cui luce ognuno paritariamente partecipa alla vita quotidiana della propria casa (ogni giorno le donne nelle coppie etero lavorano ancora mediamente cinque ore in più degli uomini).

Parentalità affettiva, democrazia domestica, libertà nelle relazioni, famiglie plurali, omogenitorialità sono tasselli importanti di una nuova idea di società. A due anni dall’approvazione della legge Cirinnà è ora di ripensare l’intero diritto di famiglia.

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Una festa dedicata ai giovani la Primavera di Bagnoli che, protrattasi dal 5 al 6 maggio, ha visto nel Parco della Conoscenza e del Tempo Libero (ex area Nato) di Napoli stand e laboratori ludico-espressivi, sportivi, culturali dei circa 80 organismi aderenti del Terzo Settore e di enti pubblici e istituzionali. A organizzare l’iniziativa la Fondazione Banco di Napoli per l'assistenza all'infanzia (Fbnai) con il sostegno dell'assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania e della la X Municipalità di Napoli nonché con il contributo di vari sponsor.

Nell’ambito della kermesse, che è stata aperta dal sindaco Luigi De Magistris e caratterizzata ieri dall’importante tavola rotonda Le Primavere che verranno, è caduta anche la Festa delle Famiglie. Giunta alla sua decima edizione e celebrata in nove città italiane in occasione dell’International Family Equality Day (ma a Genova avrà luogo il 19 maggio), quella napoletana si è appunto caratterizzata per la durata di due giornate.

Particolarmenti significativi i lunghi momenti di condivisione presso lo stand delle Acli tra il gruppo di famiglie siriane e il gruppo campano delle famiglie arcobaleno in piena sintonia col tema nazionale dell’edizione 2018: quello, cioè, dello ius soli e omogenitorialità.

Giustamente Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli – il cui stand è presente alla Primavera di Bagnoli per il Pompei Pride –, ha potuto scrivere in un post su facebook: «Bagnoli ex nato, dal Pride del 2016 questo luogo troppo a lungo di guerra è sempre più luogo di pace e di accoglienza».

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Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

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