Charles Aznavour, il re degli chansonnier, si è spento all'età di 94 anni nella sua casa in Provenza a pochi giorni da un tour in Giappone.

Aznavour, nome d'arte di Shahnour Varinag Aznavourian, nacque a Parigi nel 1924 da genitori armeni (negli anni si sarebbe sempre battuto per la causa armena con una fitta attività diplomatica fino a diventare nel 2009 ambasciatore dell'Armenia in Svizzera) e debuttò a teatro a soli 9 anni.

Fu nel dopoguerra che, grazie a Edith Piaf – la quale lo portò in tournée in Francia e negli Stati Uniti –, si mise in luce come cantautore. Il riconoscimento mondiale arriva nel '56 all'Olympia di Parigi con la canzone Sur ma vie.

Negli anni ’60 fu un’escalation di successi a partire da Tu t'laisses aller (1960). E poi Je m'voyais déjà (1961), Il faut savoir (1961), La mamma (1963), For me formidable (1964) Que c'est triste Venise (1964) e La Bohème (1965).

Il fatto che cantasse in molte lingue (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco, armeno, russo e perfino in napoletano) gli consentì di esibirsi in tutto il mondo diventando ovunque famosissimo.

Ma c’è un brano che ha una storia e un messaggio tale da non poter essere dimenticato.

Si tratta di Quel che si dice che, cantato per la prima volta in francese con il titolo Comme ils disent, è la prima hit musicale ad aver sdoganato il tema dell’omosessualità nella storia del èop. Era il 1972 e nessun brano era mai stato così chiaro ed esplicito prima di allora.

A ricordarlo lo stesso Aznavour, che in passato dichiarò: «Il brano prende in considerazione per la prima volta il destino degli omosessuali, ma anche quello delle loro madri, delle loro sorelle etc». 

Quel che si dice, infatti, racconta la storia di un uomo che ha un legame molto forte con la madre e che di giorno conduce una vita ordinaria mentre di notte si esibisce in un locale in abiti femminili.

La canzone, inoltre, per la prima volta denuncia la dimensione di stigma e solitudine in cui vivevano le persone omosessuali negli anni '70. Anni, questi, in cui il progetto di coppia e di relazione era molto raro mentre frequente era l’insulto e lo scherno omofobo da parte dei benpensanti.

Insomma, Aznavour non solo fu un acuto precursore ma fu un uomo veramente coraggioso che, da eterosessuale, in una società ancora fortemente segnata dal primato eteronormativo, decise di interpretare il dolore e il disagio vissuto da tanti amici che non avevano la possibilità, gli strumenti o la forza di raccontarsi e di lottare.

Come sempre, se l’immaginario collettivo negli anni è cambiato, lo dobbiamo soprattutto a uomini di cultura e spettacolo come Aznavour, che hanno infranto un tabù per la prima volta e hanno spianato così la strada ad altri artisti che si sono misurati con l’argomento.

E gli amici omosessuali del cantautore francese, dopo aver ascoltato in anteprima il brano, come reagirono?

Purtroppo male e infatti chiesero ad Aznavour: «Non canterai mica questa canzone qua?». Ma questa è la vecchia e drammatica storia relativa all’interiorizzazione dello stigma e della vergogna con cui, purtroppo, dobbiamo ancora misurarci.

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Con la cattura di un minorenne tunisino si è ieri conclusa l’Operazione Zona che, condotta dalla Squadra Mobile e dal Commissariato di Vittoria (Rg), ha portato all’arresto di una banda di giovanissimi rapinatori.

Le vittime erano persone omosessuali che, adescate nella zona industriale di Vittoria e successivamente condotte in luoghi appartati, venivano improvvisamente assalite dal branco, insultate, umiltate, pestate selvaggiamente e, quindi, rapinate.

Tre dei sei aggressori (tutti residenti tra Acate e Vittoria) erano stati arrestati in agosto. Gli altri due, invece, negli scorsi giorni. Insieme con il minorenne tunisino sono tutti indagati per rapina, estorsione e lesioni aggravate.

Il minore, ieri costituitosi, era tra i più attivi della banda: era stato indicato da ben cinque vittime come quello che li picchiava e ingiuriava maggiormente. In agosto i poliziotti si erano presentati presso la sua abitazione ad Acate: per lui la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Catania aveva richiesto e ottenuto dal gip il collocamento all'istituto di pena per minori nella città etnea. Ma la misura non era stata eseguita perché il giovane si era recato dalla sorella in Francia.

Immediato è scattato il mandato di arresto europeo. Rientrato in Italia, il giovane è stato ieri arrestato.

«Si è presentato alla stazione dei carabinieri di Acate dove vive con la famiglia - hanno spiegato gli investigatori della Squadra mobile - e i colleghi della Polizia hanno subito fornito il mandato di cattura da eseguire».

Dopo le formalità di rito è stato condotto nell'istituto di pena per minori di Catania a disposizione dell'autorità giudiziaria, che lo interrogherà nei prossimi giorni.

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Domani, alle ore 10.30, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo il sindaco Luigi de Magistris registrerà il nome del genitore non biologico su gli atti di nascita delle figlie e dei figli di nove coppie arcobaleno (sette coppie di donne e due di uomini), che saranno presenti alla cerimonia.

Un'annotazione, questa, che riconoscerà ufficialmente il loro diritto alla bigenitorialità.

Interverranno, oltre al primo cittadino, l'assessora alla Trasparenza e all'Efficienza amministrativa Alessandra Sardu, la consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità Simona Marino e l'avvocata Francesca Quarato dell'associazione Famiglie Arcobaleno.

«Un riconoscimento - come sottolineato in una nota del comune di Napoli - che si inserisce nel solco di quanto già sancito dalla Corte di Appello di Napoli e dai tribunali di Pistoia e Bologna, fortemente voluto dal sindaco e da tutta l'amministrazione, che ha inteso sostenere i diritti delle persone e, in particolare delle/dei minori, abbandonando un concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico, così come già accaduto con il piccolo Ruben, e cercando di tutelare tutte le famiglie con atti amministrativi che siano al tempo stesso precisi e ben definiti gesti di civiltà giuridica».

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Figlio di immigrati, nero e omosessuale - Con la legge sull’asilo e l’immigrazione io non esisterei (Fils d'immigrés, noir et pédé, avec la loi Asile Immigration je n'existerais pas). Queste le due scritte (rispettivamente avanti e dietro) sulla t-shirt che il dj Kiddy Smile ha indossato in occasione della Fête de la Musique.

Celebrata dal 1981 il 21 giugno per salutare l’arrivo dell’estate, la manifestazione si è tenuta quest’anno, per la prima volta, nel cortile dell’Eliseo. Tra le 1500 persone, che hanno ballato sulle note di Kiddy Smile e dei grandi nomi della musica elettronica francese come Kavinsky, Cézaire, Chloé, Busy P, anche il presidente Emmanuel Macron e sua moglie Brigitte per breve tempo.

Già qualche giorno fa Kiddy Smile aveva scritto su Facebook di voler «riportare la mia comunità nera e omosessuale al centro del sistema». Questo il significato della t-shirt scelta per la kermsse perché, come spiegato al magazine Tsugi, «la politica migratoria condotta da questo governo mi ripugna. Se la legge sull'asilo e immigrazione fosse stata adottata prima della mia nascita, io, figlio di immigrati nero e omosessuale, non esisterei».

Il dj, che si è esibito coi suoi ballerini tutti appartenenti alla collettività Lgbti, è stato ricevuto privatamente da Macron, che su Twitter ha ringraziato tutti per questa festa "storica".

Ma hanno gridato subito allo scandalo e all’indignazione componenti del Partito Repubblicano e del Rassemblement National che, da Marine Le Pen a Florian Philippot, hanno scatenato sui social la polemica. 

A seguirne le orme in Italia Magdi Cristiano Allam che è arrivato ad accusare su Facebook Macron di aver sdoganato la pedofilia: «Kiddy Smile, un disc jockey o più semplicemente dj, professionista dell'intrattenimento che seleziona i brani musicali, si è esibito con una maglietta con sopra scritto «Figlio di immigrati, nero e pederasta». - ha scritto. Nel vocabolario della lingua italiana la «pederastia» indica il rapporto sessuale di un adulto con un adolescente ed è sanzionata dalla legge. Non so che cosa «pederastia» significhi per i francesi ma di certo da ieri Macron l'ha sdoganata, consentendo che la si pubblicizzi all'interno del Palazzo presidenziale».

Ignorando però che pédé – forma apocopata di pédéraste – è il termine con cui le persone omosessuali sono state e continuano a essere spregiativamente indicate senza necessaria correlazione con la pedofilia.

Termine che (come tutti gli altri connotati negativamente) ha conosciuto una risemantizzazione da parte delle stesse persone omosessuali francesi, che lo utilizzano non solo ironicamente ma anche con la finalità di permettere a tale parola – al pari di tutto il lessico omofobico – di agire contro gli scopi per cui era stata pronunciata in un determinato contesto di violenza verbale

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Volantini e striscioni con frasi e immagini a sfondo razzista, omofobo e fascista contro la Cgil a firma di Progetto nazionale che, nato da una scissione del Movimento sociale-Fiamma tricolore, è sostenitore d’un radicale sovranismo nazionale.

A essere prese di mira nella notte le sedi di Pavia, Mantova e Crema, come denunciato dallo stesso sindacato, che ha parlato di «una nuova provocazione che si somma alle precedenti denunciate da tempo, che dà chiaro il senso del clima minaccioso e intimidatorio che si respira in diverse città della Lombardia». Riferimento esplicito alla recente provocazione di CasaPound con la raccolta a Vigevano di cibo per soli italiani.

Il sindacato ha ribadito come le sue sedi siano «un luogo di risposta e individuale e collettiva ai bisogni di tutte e tutti i cittadini, a prescindere dal colore della pelle e dalle scelte personali, nonché un presidio territoriale democratico contro qualsiasi forma di fascismo e razzismo».

Ferma denuncia anche da parte di Cgil Lombardia che in un tweet ha parlato di «frasi razziste e omofobe che danno idea del clima minaccioso che respiriamo. Non ci fermeranno: continueremo a denunciare e difendere lavoratori, pensionati e senza diritti».

Ma blitz di Progetto nazionale si sono registrati anche a Reggio Emilia e a Modena con le stesse modalità e sempre a danno delle sedi locali della Cgil.  

Ed è proprio dalla Camera del Lavoro di Modena che arrivano le notizie più dettagliate su Progetto nazionale identificato come «gruppo legato agli skinheads, al mito della violenza, composto da personaggi che lavorano come buttafuori nei locali».

reggio emilia

«Recentemente - aggiunge la Cgil modenese - erano in sette sotto i portici del Collegio a Modena a propagandare fascismo e razzismo, evidentemente autorizzati a ciò». Ribadendo di essere «profondamente antifascista e antirazzista», anche la Cgil di Modena assicura che «non si lascerà certo intimidire da queste provocazioni. Continueremo a difendere un'idea di società aperta e le istanze dei discriminati e dei diversi, anche perché siamo convinti che proprio partendo dalla garanzia dei più deboli si garantiscano i diritti di tutti».

Ma l'episodio dimostra anche come sia «innegabile che ci sia stata in questi mesi una escalation di queste provocazioni e il clima politico che si sta respirando in questi ultimi tempi ha dato fiato a queste istanze che rigurgitano temi e modalità del fascismo. Pensiamo che non siano segnali da sottovalutare e chiediamo a tutte le istanze che si riconoscono nei valori della Carta costituzionale di prendere le distanze da questi atteggiamenti».

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Jean-Marie Le Pen è ricoverato in ospedale da martedì pomeriggio in una struttura nei pressi di Parigi a seguito d’una perdurante situazione di affatticamento generale.

Motivo per cui è stata rinviata al 3 ottobre l'udienza processuale a suo carico per pubblica ingiuria e incitamento all’odio nei riguardi delle persone omosessualiIl confondatore del Front National (il cui attuale nome è Rassemblement National) sarebbe dovuto infatti comparire oggi presso la 17° Aula del Tribunale penale di Parigi.

Il suo consigliere Lorrain de Saint Affrique ha dichiarato che l'ex europarlamentare dovrà restare in ospedale fino a lunedì, pur senza escludere il protrarsi della permanenza ospedaliera. Frédéric Joachim, legale di Le Pen, ha comunicato alla stampa che il suo assistito non ha mai avuto intenzione di sottrarsi al procedimento giudiziario, volendo dissipare quello che lui ritiene essere «un fraintendimento del senso delle sue dichiarazioni».

Dichiarazioni, queste, risalenti al marzo 2016, quando correlò la pedofilia all’omosessualità, e al dicembre del medesimo anno, quando ai giornalisti de Le Figaro disse: «Gli omosessuali sono come il sale nella zuppa: se non ce n’è abbastanza è insipida, se ce n’è troppo è immngiabile».

Ma, soprattutto, all’aprile 2017 quando, dopo l’attentato agli Champs-Elysées, criticò il pubblico atto di omaggio a Xavier Jugelé da parte del compagno Etienne Cardilès. Il quale si è costituito parte civile contro Le Pen.

Espulso nel 2015 dal Front National dalla figlia Marine, succedutagli nell’incarico di presidente, e approdato, lo scorso anno, al partito neofascista europeo Apf guidato da Roberto Fiore, Jean-Marie Le Pen è stato condannato più di 25 volte per apologia dei crimini di guerra, incitamento all’odio e alla discriminazione, antisemitismo e pubbliche ingiurie. 

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Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Inaugurata oggi alle 19:00 a Bologna presso Il Cassero Lgbt Center la mostra fotografica e documentaria Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano. Si tratta di un progetto di Agedo Torino a cura di Cristoforo Magistro in occasione della Festa di Liberazione.

Fino al 5 maggio sarà possibile ripercorrere, attraverso foto e documenti, le biografie di 28 uomini provenienti da tutta Italia e confinati durante il fascismo nella provincia di Matera con l'accusa di pederastia. Oltre alle 28 storie c’è anche quella di una donna, Gilda, confinata nel 1940 perché tenutaria di una casa di tolleranza nel quale si consumavano rapporti sessuali tra uomini.

In occasione dell'inaugurazione, l'attore e regista bolognese Alessandro Tampieri presenterà in anteprima nazionale il reading Confino. Frammenti per una tragedia mancata, ispirato proprio alle storie raccontate nella mostra.

Poco prima dell’inaugurazione della mostra incontriamo Cristoforo Magistro, curatore della mostra, e il prof. Lorenzo Benadusi, docente associato di storia contemporanea presso l'Università degli studi Roma Tre e massimo esperto della storia delle persone omosessuali durante il regime fascista.

Dr Magistro, quali sono state le difficoltà relative all'allestimento della mostra Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano?

Questa mostra è nata da una ricerca del curatore presso l'Archivio di Stato di Matera protrattasi per cinque estati poiché ì fascicoli dei confinati omosessuali non sono distinti dagli altri contenuti nel fondo confino ricco di ben novanta pacchi. Quindi una gran fatica e una certa spesa poiché in quegli anni la consultazione costava tre euro a pacco. Ciò detto va precisato che quel materiale e la mostra che ne è nata non avrebbe visto la luce o non avrebbe avuto nessuna circolazione senza il supporto di Agedo  e della rete di associazioni del mondo Lgbt.  Nonostante tutto devo anche dire che questo non sarebbe bastato senza l'aiuto di mia moglie che si occupa dell'organizzazione degli eventi, spedizione dei pannelli, ecc. e senza il supporto di un altro “padre” della mostra, Giovanni Zardini  che ha prestato gratuitamente la sua grande professionalità per realizzarla

Per l'allestimento di Bologna, ci saranno delle novità rispetto alle precedenti realizzazioni della mostra? Nel curare la mostra a quali elementi o significati ha avuto interesse a dare maggiore attenzione e rilevanza?

L'allestimento di Bologna avrà tre pannelli in più rispetto alla precedente, tre pannelli relativi ai tre fascicoli conservati nell'Archivio di Stato di Potenza. Tenendo presente che i confinati nel Potentino (100 comuni) in genere furono più del doppio di quelli nel Materano (31 comuni), il loro numero apparirà estremamente limitato. Ciò è dovuto alla distruzione di gran parte del fondo confinati causato dal bombardamento alleato su Potenza del settembre 1943.

Sul piano della ricerca credo di poter dire che una sistematica esplorazione degli archivi provinciali del Mezzogiorno potrebbe dare un'idea approssimata del confino omosessuale. Approssimata poiché, come si è detto per Potenza, non tutto il materiale è arrivato fino a noi.

Quello che risalta anche in questa mostra è che persino le popolazioni del mezzogiorno più povero e arretrato avevano una concezione più moderna di quella della classe dominante della diversità. Gli omosessuali non furono discriminati dalla gente in Lucania e molti di loro fecero sincere amicizie, alcuni arrivarono al punto di sposarsi con ragazze di quei paesi. Alcuni altri, pochi per fortuna, incapparono in sorveglianti che fecero di tutto per rendere loro la vita difficile nella consapevolezza che nessun loro abuso sarebbe stato punito.  

Prof. Benadusi,  qual è la storia "sconosciuta" che la mostra Adelmo e gli altri finalmente rivela? Quanto lavoro c'è dietro questa interessantissima operazione?

L'aspetto più interessante della ricerca è quello di aver individuato le cartelle biografiche di questi confinati, in modo da ricostruire la loro vita prima e durante il confino. Si tratta di 25 persone provenienti da ogni parte d'Italia, di bassa estrazione sociale (vi è anche un marchese che però evita il confino trasferendosi in Svizzera), tranne poche eccezioni mandati al confino comune. 

La ricerca fornisce un tassello importante per ricostruire la storia dell'omosessualità nell'Italia fascista perché attraverso quest'indagine su scala locale è possibile individuare nuovi documenti che rendono più chiaro il fenomeno della repressione della pederastia, sia a livello numerico, sia nelle strategie messe in atto dalle forze dell'ordine.  

Nei precedenti allestimenti della mostra ha mai riscontrato resistenze e difficoltà? Come è stata accolta la storia delle persone omosessuali durante il fascismo?

La mostra è stata già presentata a Torino, a Parma e a Ragusa Ibla, dove in occasione dell'inaugurazione è stato organizzato, in collaborazione con l'Università di Catania, un convegno specifico sul tema. L'accoglienza da parte del pubblico è stata molto buona, con una partecipazione numerosa e un vivo interesse. Purtroppo proprio a Matera non è stato invece possibile organizzare la mostra e la proposta di creare un evento in occasione del 2019 Matera capitale europea della cultura, non è stata accolta. 

L'interesse mostrato per queste storie "dimenticate" ha inoltre favorito la nascita di una sorta di network con persone, associazioni e società, come quella della Public History, che stanno portando aventi progetti, documentari e ricerche proprio a partire da quanto fatto sui casi dei confinati nel materano.

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti.

Oggi è la volta del 26enne Francesco Vetica. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out e l’impegno quotidiano nella lotta alle discriminazioni in un territorio difficile qual è quello di Latina. Al cui riguardo con un pizzico d’ironia ha detto: Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

Francesco, che cosa significa essere e dichiararsi gay a Latina?

È estremamente liberatorio, quasi rivoluzionario. Durante il mio percorso di accettazione il sogno è sempre stato quello di poter essere gaiamente felice a Latina, parlare delle mie esperienze con qualcuno, parlare di autodeterminazione, del movimento Lgbti o di transfemminismo. Le solite cose, insomma. È difficile essere sé stessi nella mia città (ancora chiamata Littoria da molti dei suoi cittadini): è possibile che si trovino delle sacche di resistenza, dei rigurgiti fascisti che minano la tua stabilità ma ogni volta cammino a testa alta. Ho fatto coming out con parenti e amici quando vivevo a Torino (dove ho iniziato i miei studi universitari).

Per vari motivi sono tornato nella mia città natale e all’inizio è stato difficile. Torino è una città molto aperta dove non ho mai trovato difficoltà ad essere accettato negli ambienti che frequentavo. Latina era tutta un’altra storia. Essere dichiarato e fiero a Latina mi fa sentire in dovere di non provare paura e di resistere per chi non è nella mia stessa condizione, per chi soffre come ho sofferto io quando rinnegavo me stesso anche per colpa di una città che non ti accetta (ancor meno del resto d’Italia!). Adesso mi trovo a essere libero, felice e soprattutto fiero di quello che sono.

C'è un comunità di giovani Lgbti a Latina?

Quando sono tornato a Latina ho notato una totale assenza di giovani Lgbti. Mi sembrava di essere l’unico! La comunità in generale non sembrava esserci: non solo i giovani. Con il tempo ho scoperto la loro esistenza, nella clandestinità. Per la prima volta ho scoperto una serata gay-friendly (Popcorn). Poi pian piano ho conosciuto altre ragazze e ragazzi e da lì la visione si è fatta più serena. Adesso inizio realmente a vedere, a conoscere e a legare con la comunità di giovani, connessi soprattutto alla SEIcomeSEI, al locale circolo Arci e alla nuova serata gayfriendly Matrioska. Con la fondazione, nel novembre del 2017, del gruppo giovani Le Rospe sto finalmente riscontrando che la comunità è viva, attiva, avida di crescere e di avere anche un ruolo politico. Ci sono ancora alcuni di noi che hanno paura ma stiamo lavorando proprio per far saldare le connessioni che ci legano e permettere a tutti di esprimere il proprio orientamento o la propria identità di genere.

Attualmente nutro molte speranze su una “rivoluzione culturale” nel territorio pontino: sempre più giovani si avvicinano al gruppo. Gli argomenti che affrontiamo (che sono quasi sempre i componenti del gruppo a trovare) diventano di volta in volta più interessanti e stimolanti. Abbiamo voglia di condividere e trasformare la nostra esperienza di autocoscienza in pratiche giornaliere. Stiamo entrando prepotentemente nello scenario latinense: resistiamo alle coatte repressioni con l’intento di scardinare l’educastrazione e dare senso e significato frocio alla vita, nostra e della nostra città. Sfondiamo piano piano le barriere dell’eteronormatività e ne usciamo favolose!

Come sono i rapporti con le istituzioni e, in particolare, con le scuole?

Il Comune ci è vicino, ha patrocinato moltissimi dei nostri eventi ed è sempre pronto ad ascoltarci. Per quanto riguarda le scuole, ci stiamo lavorando. Per ora siamo entrati solo in pochi istituti e i primi semi sono stati piantati: dal prossimo anno scolastico sicuramente raddoppieremo gli sforzi ma riusciremo a essere presenti in molte più scuole.

C’è da dire che il muro dell’intolleranza è stato eretto da parecchi professori che non accettano la nostra presenza e quella di determinati temi nelle aule scolastiche. A Latina non si parla di tematiche Lgbgti, soprattutto nelle scuole. Grazie però ad alcuni docenti, e soprattutto ad una delle pioniere che mi aiutò molto nel mio percorso di autoaccettazione e a cui sarò eternamente grato, i progetti vengono accolti e caldamente richiesti in situazioni di bullismo.

Quali sono le iniziative che proponete ai vostri concittadini sulle tematiche Lgbti?

L’associazione opera sul territorio dal 2014. Piano piano è cresciuta e lo sta ancora facendo. Lo scorso anno, ad esempio, è stata realizzata una rassegna cinematografica, che a breve ripeteremo. Pensiamo che tramite il grande schermo o con presentazioni di libri si possa coinvolgere un numero elevato di persone e instillare fortemente la cultura del rispetto.

Ci impegniamo quotidianamente per far sì che si parli di tematiche Lgbti, con piccole campagne (come abbiamo fatto noi Rospe, ad esempio, distribuendo cioccolatini e cartoline raffiguranti baci tra persone dello stesso sesso in occasione di San Valentino) o con grandi manifestazioni (come, ad esempio, il recente sciopero generale dell’8 marzo con altre associazioni). Il lavoro importante però, prima che su tutta la popolazione, va fatto sulla comunità Lgbgti. Il problema dell’omofobia interiorizzata è radicato e spaventosamente importante. Per questo nasceranno a breve altri gruppi, che insieme a quello giovani, creeranno la base (anche associativa) con cui lavorare sulla città.

Latina: regno della destra. Eppure voi siete riusciti a trovare uno spazio o più spazi. Ci racconti questa esperienza?

Una delle mie caratteristiche è avere un forte approccio intersezionale e così anche la mia associazione. Facciamo rete con altre realtà (Non una di meno, il Centro Donna Lilith, il Collettivo Cigno rosso antifascista e molte altre) e insieme al loro aiuto stiamo creando una solida base di accettazione all’interno della città. I momenti di debolezza sono molti. Le minacce sui social network (e paradossalmente anche su chat di incontri per persone omosessuali) sono praticamente all’ordine del giorno.

Latina può considerarsi una città con un fascismo ancora particolarmente radicato. L’ondata nera, che sta travolgendo l’Italia e l’Europa, a Latina è arrivata già da parecchio tempo ed è particolarmente importante. È una città difficile: per la prima volta dopo anni è stata eletta una Giunta non di destra ma le resistenze da parte della componente della destra estrema sono ancora preponderanti e pericolose. Non è una destra con cui si può dialogare: gli atti intimidatori sono il loro modus operandi. Quando è stata cambiata la toponomastica dei giardini comunali, prima dedicati ad Arnaldo Mussolini e ora a Falcone e Borsellino, sono arrivate minacce e intimidazioni alla Giunta comunale. Ogni cosa che vada fuori dalla norma estremamente destrorsa e conservatrice è vista come un attacco all’identità italiana e storica della città.

È difficile trovare uno spazio ma noi stiamo creando le condizioni adatte per la comunità. Per farla crescere e vivere in maniera serena. Forse gli anni ’70 a Latina non sono ancora arrivati: la paura di tutto ciò che vada al di fuori dell’eteronorma bigotta, imborghesita e stantìa è forte. Siamo stati salvati, in un certo senso, dall’arrivo delle femministe negli anni del "Processo del Circeo” che ci hanno introdotto alle pratiche del femminismo e che hanno portato gli strumenti di lotta adatti a sradicare i “pariolini” fascisti dalla città. Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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È stato arrestato ieri a Bari un giovane di 18 anni con le accuse di rapina pluriaggravata e lesioni aggravate in concorso ai danni della coppia di 30enni omosessuali, aggrediti lo scorso anno nel capoluogo pugliese. A eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del locale Tribunale dei minori, gli agenti della polizia.

Il 18enne, minorenne all'epoca dei fatti, sarebbe uno dei sette responsabili del violento pestaggio di stampo omofobo, avvenuto in largo Adua (cuore della movida barese) l’8 giugno 2017. La coppia, composta da un italiano e da uno spagnolo, fu prima offesa verbalmente. Quindi, colpita ripetutamente con calci e pugni al viso e alla testa nonché derubata di collanine e un anello.

Le immagini video acquisite dalla Squadra mobile hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la vicenda e d’identificare quasi tutti i componenti del gruppo di aggressori. Nell’ottobre 2017, a seguito delle prime indagini, la polizia arrestò i due maggiorenni del gruppo, rispettivamente di 19 e 20 anni.

Furono riscontrate responsabilità anche a carico di altri tre minorenni, già gravati da precedenti penali per rapina pluriaggravata, che il 24 febbraio scorso sono stati arrestati in esecuzione della medesima ordinanza di custodia che ha colpito ieri il 18enne. Continuano invece le indagini per risalire all’identità del settimo componente del branco.

Raggiunta telefonicamente, Titti De Simone, consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’attuazione del programma, ha così commentato la notizia: «Vanno ringraziate polizia e magistratura per il lavoro d’indagine svolto, che ha consentito d’individuare quasi tutti i componenti di quello che si è configurato come un vero e proprio commando punitivo nei confronti d’una coppia gay. Si è trattato d’un episodio d’incredibile violenza omofoba.

Oltre all’augurio di non dover più assistere a fatti di tale gravità è necessario ribadire ancora una volta la necessità di una legge nazionale contro l’omotransfobia, da troppe legislature giacente in Parlamento. Mi piace ricordare come durante la mia esperienza parlamentare sono stata la prima firmataria di un progetto di legge per l’estensione della legge Mancino. Ritengo essere ancora questa la strada maestra per poter giungere in Italia al perseguimento penale di specifici reati contro le persone Lgbti.

Ritengo al contempo essenziale che le Regioni contrastino efficacemente le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere con delle normative positive – rispondenti al proprio ambito di competenza –  soprattutto su un piano strettamente culturale ed educativo.

Il caso barese dimostra purtroppo come spesso si abbia a che fare con giovanissimi e anche minorenni. Appare perciò fondamentale e prioritario lavorare sul terreno cultuarle ed educativo per poter contrastare efficacemente omofobia e transfobia e, più in generale, tutte le forme di discriminazione basate sulle differenze.

Il centrodestra pugliese sostiene invece che l'omofobia non esiste. Lo sostengono anche alcune associazioni integraliste, inventandosi la teoria Gender per impedire che il pregiudizio, lo stereotipo, la violenza contro le persone omosessuali e transessuali venga censurata e sanzionata, e si faccia un lavoro culturale ed educativo serio. Cosa che la Regione si propone di fare con una propria legge regionale».

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