È stata capace di tornare a parlare di dittature delle minoranze con riferimento alle persone omosessuali (insieme – e sembrerebbe un ossimoro – con quelle musulmane) e del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, quale destinatario di un “fiume di denaro pubblico” pur essendo intitolato a un “suicida” e a un “pedofilo”, anche nel corso di una trasmissione dedicata alla manovra di bilancio.

Una vera e propria ossessione, dunque, quella che affligge Silvana De Mari nei confronti della collettività rainbow, il cui fine (secondo le tesi à la page del complottismo omosessualista) sarebbe quello di “gaizzare” ogni realtà e imporre le proprie vedute sì da sovvertire i tradizionali modelli valoriali, familiari, societari.

A stupire non sono le ennesime dichiarazioni discriminatorie e offensive nei riguardi delle persone Lgbti. L’endoscopista d’origine casertana, ma torinese d’adozione, è infatti fin troppa nota per i suoi interessi di cattivo gusto nonché antiscientifici su ciò che attiene all’area anorettale tanto da poter essere chiamata Doctrix culiNon per niente è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata e continuata a mezzo stampa in ben due processi a suo carico: l’uno contro le persone Lgbti a nome del Coordinamento Torino Pride, l’altro contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

A stupire, invece, è stata la partecipazione di Silvana De Mari alla puntata di Otto e Mezzo che, andata in onda ieri sera e intitolata I conti non tornano, è stata incentrata sulla manovra di bilancio. Stupisce in riferimento al tema trattato, perché non si comprendono quali siano le competenze di De Mari al riguardo. Stupisce, soprattutto, in riferimento all’omofobia conclamata della medica, di cui si è sopra parlato. E infatti, come volevasi dimostare, Silvana De Mari è riuscita con le magiche parole “dittatura delle minoranze” a spostare rapidamente l’attenzione laddove desiderava.

È vero che i tre ospiti in studio, Giovanni Floris, Aldo Cazzullo e Paolo Giordano, hanno tacitato con validi argomenti e ridicolizzato la collaboratrice de La VeritàMa resta pur sempre difficilmente accettabile l’avere dato alla stessa occasione di parlare in una trasmissione in prima serata e così seguita come Otto e Mezzo. In un momento politico così complesso e difficile, in cui si assiste a un'escalation di violenza verbale e fisica a danno delle persone Lgbti nonché di appartenenti alle varie minoranze, dare spazio a Silvana De Mari significa aumentarne la visibilità e contribuire ad alimentare un clima omotransfobico tra ascoltatori e ascoltatrici meno attente. Di cui sinceramente ne faremmo proprio a meno. 

Conoscendo il personaggio De Mari – ed è difficile credere che una giornalista di vaglia come Lilli Gruber non ne fosse al corrente –, un ulteriore sbaglio è stato il non aver invitato in studio qualche esperto del pensiero e degli scritti di Mario Mieli. Lo avrebbe richiesto il contesto visto che, come da copione, Silvana De Mari ha poi sciorinato a memoria il ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, per inferirne ancora una volta che Mario Mieli era pedofilo e per ribadire con supponenza: «Questa è la verità». Affermazione, cui tanto Gruber quanto gli ospiti sono stati incapaci di controbbattere non avendo strumenti cognitivi al riguardo.

Al di là della corretta o meno valutazione del passo a interessare veramente è stato l’attacco al Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli sulla linea di quanto già dichiarato al quotidiano adinolfiano La Croce il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?». 

Un modo di argomentare, questo, che fa acqua da tutte le parti perché l’aver intitolato un’associazione a una figura storica del movimento contemporaneo di liberazione sessuale  quale Mario Mieli (volendo ipoteticamente ammettere una valutazione letteralista ed estrapolata dal contesto dell’incriminato passo dell'intellettuale milanese) non comporta affatto il ritenerne pensiero, scritti, vita quali interamente infallibili e indefettibili. Né tantomeno come interamente validi per i tempi attuali.

D’altra parte, secondo il ragionamento di Silvana De Mari bisognerebbe, ad esempio, chiedere la cancellazione di odonimi riferentesi al cardinale Giovan Battista De Luca e chiederne la rimozione della statua dal Palazzaccio, visto che l’esimio giurista nel suo Dottor volgare ebbe a parlare in termini difensivi di «quello stimolo, ovvero istinto naturale, il quale si suol dare verso i giovanetti di bello aspetto».

Oppure bisognerebbe, ad esempio, deprecare l’intitolazione di associazioni e scuole a un Ugo Foscolo che con le Ultime lettere di Jacopo Ortis fu cantore, sulle orme di Alfieri, del suicidio come vera manifestazione dell’ultima libertà. Già, perché Silvana De Mari non ha potuto esimersi dal ricordare che Mieli morì suicida nel tratteggiarne a tinte fosche il profilo.

Insomma, una serie di errori che non ci saremmo aspettati nel corso di una trasmissine di qualità come Otto e mezzo.

D’altra parte appare parimenti erronea la valutazione di chi, ex post, sostiene che Silvana De Mari non abbia diritto, in generale, a esprimere le sue opinioni. È un clamoroso autogol da parte di militanti Lgbti. Con un tale argomento (di fondo comprensibile perché dettato dall’esasperazione nel vedere le violenze omotransfobiche pressoché sdoganate), non si fa che alimentare quella che Adolfo Omodeo chiamava “la querula retorica vittimale dei clericali”. Della quale, anche, faremmo volentieri a meno.

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Meno di una settimana fa una coppia di giovanissimi palermitani (15 e 16 anni) veniva aggredita nel parco di Villa Giulia da un branco di 20enni. Pugni in bocca e in faccia mentre il più giovane dei due fidanzati riceveva anche un colpo di casco sulla testa.

Un episodio di violenza omofoba che ha scosso il capoluogo siciliano anche per il suo carattere di unicità. Mentre proseguono le indagini della questura per fare piena luce sulla vicenda e identificare gli autori dell’aggressione, i due adolescenti hanno trovato un immediato sostegno in Alessandra Barone, Miss Trans Europa 2015, e dell’intero comitato di Arcigay Palermo.

Abbiamo perciò raggiunto Gabri, una delle vittime, e sua madre, per sapere come stanno vivendo quanto accaduto.

Gabri, come ti senti dopo la drammatica esperienza del 29 agosto?

Sono molto sofferente sia fisicamente sia psicologicamente. Vado avanti grazie a delle gocce calmanti e antidepressive.

Ti è stata manifestata solidarietà?

Sì, ho ricevuto attestati di solidarietà da tutti. Nessuno mi ha voltato la faccia.

Signora, prima dell’aggressione subita da suo figlio, era a conoscenza della sua omosessualità?

Certo, lo sapevo.

Come vive l’omosessualità di suo figlio?

Male. Molto male. Ci sto lavorando ma la vivo male.

Perché?

Non glielo posso spiegare. Lei è genitore?

No...

Allora non può capire!

Però può provare a spiegarmelo...

Io, oggi, sono accanto a mio figlio, lo sostengo e lo rispetto. Rispetto la sua personalità e il suo orientamento sessuale. Ma non è certo questa condizione quella che una madre desidera per il proprio figlio.

Ma, intorno a lei, quale atteggiamento ha notato rispetto alla violenza subita da Gabri?

Un atteggiamento di grande civiltà e grande vicinanza.

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A nulla sono valse le proteste avanzate da Amnesty International. Come previsto, le due donne d’etnia malese (di età compresa tra 22 e 32 anni), condannate in agosto per rapporti omosessuali, sono state oggi sottoposte alla pubblica fustigazione nel sultanato di Terengannu (uno dei 13 Stati federali della Malaysia).

La pena – che sarebbe dovuta essere inflitta il 28 agosto ma poi differita per motivi tecnici alla giornata odierna – era stata irrogata, all’inizio del mese scorso, da un tribunale della Shari'a.

Condannate anche a una multa di 3.300 ringgit (690 euro), le due giovani donne erano state arrestate ad aprile dopo essere state scoperte insieme in un'auto in una piazza pubblica.

Stamani, vestite di bianco e coperte dal velo, sono state fatte sedere su uno sgabello e, quindi, colpite sei volte con un bastone di rattan. Una di loro è scoppiata in lacrime. Oltre 100 persone hanno assistito alla pubblica fustigazione, cui Amnesty International ha levato ripetutamente la voce quale misura ingiusta e crudele configurabile alla tortura.

Ma per Abdul Rahim Sinwan, vicepresidente nazionale dell’Associazione Avvocati Musulman, la pena inflitta secondo le leggi islamiche non è stata né dolorosa né severa, avendo come scopo quello d’educare le donne perché si pentano. Riprova di ciò, sarebbe l’assenza di pianti e urla da parte delle condannate che, al contrario, «mostravano rimorso. Il pentimento è lo scopo ultimo della punizione per il loro peccato».

Non si può non ricordare come in tutti gli Stati malesi si registri un clima crescente di discriminazione e odio verso le persone Lgbti. Poche settimane fa autorità locali hanno fatto rimuovere i ritratti di due attivisti Lgbti da un pubblico evento.

Il ministro per gli Affari religiosi Mujahid Yusof Rawa ha inoltre dichiarato che il governo non sostiene né sosterrà in alcun modo la promozione della cultura Lgbti nel Paese. Nel mese d’agosto, infine, una donna transgender è stata fortemente picchiata da un gruppo di persone in uno Stato meridionale della Malaysia.

In Malaysia, come noto, quasi i due terzi della popolazione (che si compone di 31 milioni di abitanti) sono musulmani. Su di essi hanno competenza tribunali islamici in materia di famiglia, matrimonio e sessualità.

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Per la prima volta un film guatemalteco arriva alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che, iniziata il 29 agosto, terminerà l’8 settembre.

Si tratta di José che, girato dal regista cinese Li Cheng e prodotto da George Roberson (il quale ne è anche il co-autore), è in cartellone per le Giornate degli Autori e in gara per il Queer Lion Award. Due sezioni collaterali della Biennale, rispettivamente giunte alla 15° e 12° edizione.

La pellicola affronta il tema dell’amore e dell’omosessualità sullo sfondo sociale e politico di uno dei Paesi più pericolosi, violenti e religiosi al mondo qual è il Guatemala.

Il 19enne José (interpretato da Enrique Salanic) vive con sua madre, che si divide tra chiesa e vendita di panini. Il giovane passa le giornate consegnando cibo in strada e su bus affollati. Rassegnato e introverso, nei momenti liberi gioca col telefono e cerca sesso occasionale. L’incontro con Luis (interpretato da Manolo Herrera), però, spinge José verso passioni, sofferenze e una riflessione sulla propria esistenza che non aveva mai immaginato prima.

«La felicità sembra a portata di mano – commenta il critico cinematografico Fabio Canessa – ma acchiapparla richiede un passo decisivo che José forse non è pronto a fare. Perché non è facile uscire da una vita adagiata sulla rassegnazione, schiacciata da una realtà sociale difficile e anche contraddittoria come quella del Paese latino americano dove il machismo, la morale cattolica, la violenza segnano la comunità».

Violenza di cui sono spesso vittime le persone Lgbti e di cui sono stati testimoni, durante le riprese del film, Li Cheng e George Roberson.

Il film è infatti un forte richiamo alle attuali battaglie per i diritti civili in Guatemala. Aspetto, questo, che mette in luce tanto il coraggio dell’intero staff quanti i seri rischi cui vanno soprattutto incontro i due giovai attori protagonisti.

Nel corso di due anni di permanenza in Guatemala per le riprese di José, regista e produttore hanno personalmente sperimentato e assistito a vessazioni di ogni sorta. Una sera, nel corso di una visita d’entrambi a uno dei pochissimi gay bar della capitale, oltre 12 poliziotti fecero irruzione nel locale molestando e umiliando i clienti.

Da alcuni giorni, inoltre, attivisti Lgbti e associazioni umanitarie, a partire da Human Rights, stanno levando la voce contro il disegno di legge 5272 Para la protección de la vida y la familia in discussione al Congresso. Senza preambolo alcuno il ddl mira a introdurre norme e riforme per «proteggere il diritto alla vita, la famiglia, l'istituzione del matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà di coscienza e di espressione e il diritto dei genitori di orientare i loro figli nel campo della sessualità».

Il 31 agosto attivisti Lgbti si stavano organizzando nella zona 4 di Città del Guatemala per informare le persone sui rischi del disegno di legge 5272. Ma sono stati minacciati e costretti dalle forze dell’ordine a cancellare l’inizitiva. Intanto un'altra manifestazione di protesta è prevista per domani, 4 settembre, all’esterno della sede del Congresso lungo l'8° Avenida Zona 1.

Né si può dimenticare, infine, come la scorsa settimana due Commissioni del Parlamento monocamerale abbiano respinto una proposta di legge incentrata sul riconoscimento dell’identità di genere per le persone trans.

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«Altra denuncia da un buonista pro-immigrazione in arrivo». Così su Facebook il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha commentato, il 30 agosto, l'intenzione di don Massimo Biancalani di querelarlo per diffamazione aggravata a mezzo social.

Il sacerdote pistoiese, noto per il suo impegno nell’accoglienza a immigrati e bisognosi e per la lotta al razzismo, è da tempo nel mirino del ministro dell’Interno, che da oltre un anno continua ad attaccarlo con post denigratori del suo operato.

Cosa, questa, che ha portato alle reazioni scomposte di Forza Nuova con ronde per verificare l’”ortodossia” del presbitero nella chiesa parrocchia di S. Maria Maggiore in VicofaroMa anche a un clima di crescente tensione, il cui apogeo è stato raggiunto il 3 agosto quando due 13enni, armati di pistola scacciacani, hanno sparato a salve a un immigrato e gli hanno urlato frasi razziste.

Poi il 28 agosto dalla prefettura di Pistoia, sulla base di un rapporto dei vigili del fuoco, è arrivato l’ordine di chiusura, per carenze strutturali, del centro di accoglienza ospitato nei locali della canonica di don Biancalani.

Notizia accolta con esultanza da Matteo Salvini che in un post ha scritto: «Tempi duri per il prete che ama circondarsi di clandestini africani, ancora un po' e la canonica scoppiava». 

Da qui l’immediata reazione di don Biancalani a «un linguaggio allusivo, anche alla sfera sessuale. Io non amo circondarmi di ragazzi e gli ospiti del centro non sono presunti profughi».

Anche perché al di sotto dell'inequivocabile post di Salvini si sono succeduti, nella totale indifferenza degli amministratori della sua pagina Fb, commenti volgari e omofobi come quello d'una follower che, ottenendo 1902 like tra emoticon sorridenti e cuori, ha scritto: «Io non lo chiamerei “ il prete amico dei migranti “ ma il prete a cui piacciono moltissimo i migranti».

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Intanto sono stati già trasferiti i 12 profughi autorizzati dalla prefettura. Mentre la Caritas diocesana si è già attivata, in vista dell’annunciato sgombero, per individuare strutture adeguate agli 80 immigrati irregolari alloggiati presso la canonica di Vicofaro.

In una nota la diocesi ha fatto sapere che «l'impegno della Caritas diocesana, che si affianca all'attività ordinaria, si rende necessario perché, come già segnalato, la situazione resta seria e da non sottovalutare.

Gli ospiti che nel tempo si sono avvicinati ai progetti di accoglienza di Vicofaro presentano diverse provenienze e storie di marginalità. La Caritas e la parrocchia avranno dunque bisogno del tempo necessario per affrontare al meglio le situazioni, valutarle caso per caso, nel tentativo di offrire la migliore risposta possibile».

L’operato messo in campo dalla dicocesi non è stato gradito da Forza Nuova, che ha affisso sulla porta dell’episcopio uno striscione con la scritta: Cei: da crescete e moltiplicatevi a sbarcate e sostituiteci!.

Immeditata la riposta della Curia pistoiese, che, in una nota, ha dichiarato di respingere «ogni tipo di intimidazione», rimarcando «con estrema serenità la volontà di continuare ad operare nel solco del Vangelo per costruire un mondo più giusto e accogliente, in pace, dove si ama Dio e il prossimo».

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Attivisti giapponesi, tra cui sette coppie di genitori di bambini Lgbti, hanno oggi presentato una petizione di 26.650 firme al Partito Liberal Democratico (Jiyū-Minshutō), il cui presidente è il primo ministro Shinzo Abe, con richiesta di pubbliche scuse da parte di Mio Sugita.

In luglio, infatti, la parlamentare 51enne di Ldp aveva dichiarato a una rivista di destra che il governo non dovrebbe mai usare denaro pubblico a sostegno dei diritti delle persone Lgbti, perché le coppie dello stesso sesso sono incapaci di fare figli e non sono perciò "produttive".

Tali parole hanno provocato una pubblica indignazione nella collettività Lgbti nipponica e non solo.

Le prime prese di distanza da parte del Partito Liberal Democratico si sono registrate con ampio ritardo. Solo dopo, cioè, che decine di migliaia di persone avevano inscenato proteste rabbiose all’esterno della sede centrale del partito. In ogni caso gli anziani funzionari di partito hanno sempre cercato di scusare Mio Sugita in nome di una legittima diversità d’opinione.

Le associazioni Lgbti hanno anche chiesto al partito di governo di non tollerare punti di vista simili a quelli espressi dalla parlamentare. Non pochi genitori di persone omosessuali e transgender hanno detto che i loro figli, dopo aver ascoltato l'osservazione di Sugita, hanno chiesto se meritavano di vivere mentre altri hanno affermato di non avere alcun futuro.

Fra l’altro, alcuni giorni dopo le dichiarazioni di Mio Sugita, un altro parlamentare di Ldp, Tomu Tanigawa, aveva detto in un talk show televisivo che le coppie dello stesso sesso non hanno bisogno di protezione legale perché essere Lgbtii è "come un hobby".

In Giappone la maggioranza delle persone omosessuali tende a nascondere la propria condizione anche ai familiari per timore di pregiudizi in ambito scolastico e lavorativo. Inoltre non c’è alcuna forma di riconoscimento legale per coppie di persone dello stesso sesso.

Ma negli ultimi anni, a fronte di un lento quanto progressivo cambiamento nella pubblica opinione in materia di diritti Lgbti, alcuni Comuni hanno iniziato a rilasciare certificati di partnership che, pur non essendo legalmente vincolanti, facilitano soprattutto la possibilità di stipulare contratti d’affitto.

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Autore di saggi di storia della spritualità e della mariologia – di cui uno prefato nel 2005 dall’allora card. Joseph Ratzinger –, curatore del blog in lingua latina Gaia Vox per Huffington Post e caporedattore Gaynews, Francesco Lepore aveva già brevemente espresso, il 28 agosto, il suo parere circa il dossier Viganò su La Repubblica.

Torna oggi a parlarne in questo video, toccando soprattutto quell’aspetto che egli considera il fil rouge del lungo memoriale pubblicato il 26 agosto da La Verità: l’ossessione dell’ex Nunzio apostolico negli Usa per la questione dell’omosessualità e l’equiparazione della stessa con la pedofilia in un voluto tentativo di confondere le acque col parlare di abusi sessuali su minori e quelli compiuti – fra l’altro in maniera del tutto sporadica e pur sempre da provare – da presuli (come nel caso dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick) su seminaristi maggiorenni o presbiteri «in rapporto d’autorità con le vittime».

La realtà è ben diversa: si può sì parlare di un clero cattolico maggioritariamente omosessuale – anche ai vertici come sostiene Viganò –, i cui rapporti sono però (salvo gli accennati casi) con maggiorenni consenzienti. Il caso del dossier Mangiacapra, pubblicato in anteprima da Gaynews, lo dimostra ampiamente.

Ma, soprattutto, quella delle “reti omosessuali” nel clero cattolico è davvero una realtà contemporanea nella Chiesa? E perché Viganò si è deciso a parlare solo adesso all’età di 77 anni? Perché non si è dimesso, quando lavorava alle Rappresentanze pontificie già negli ultimi anni di pontificato di Wojtyla? E che valore ha il giuramento che egli ha prestato nell'addietro di non mai rivelare quanto attiene al suo ufficio?

Eccone le valutazioni nel video 

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Quid est veritas? La domanda, che Pilato pose a Cristo, è il motto in esergo a La Verità. Tale quesito andrebbe in realtà posto all’intera redazione del quotidiano di Maurizio Belpietro, tra i cui temi ricorrenti ci sono quelli relativi alle persone Lgbti.

Il tratto caratteristico con cui tali argomenti sono affrontati è quello del discredito e della ferma opposizione alle loro battaglie, intese come volontà d’affermare le presunte ideologie omossesualista e gender. È noto, ad esempio, che tra le collaboratrici de La Verità ci sia quella Silvana De Mari, la cui ossessione per l’omosessualità (intesa come patologia da curare) e le presunte conseguenze del sesso anale potrebbe farla ironicamente salutare come Doctrix culi.

In tale intento è da cogliere anche la critica serrata a Bergoglio (la quale va comunque letta alla luce di molteplici elementi a partire dalle sue posizioni in materia di migranti e dell’antisalvinismo dell’episcopato italiano bergogliano), contro il quale La Verità ha pubblicato l’oramai celebre dossier Viganò. Ripubblicandolo come inserto speciale, il quotidiano è tornato oggi a sferrare l'ennesimo attacco alle persone Lgbti con un articolo in prima pagina (taglio in alto) dal titolo La Chiesa prepara il suo Gay Pride in riferimento al prossimo Forum dei Cristiani Lgbt (5-7 ottobre).

Abbiamo perciò raggiunto Andrea Rubera, portavoce di Cammini di speranza – Associazione italiana cristiani Lgbt, che è uno degli organismi componenti il Comitato organizzatore.

Dr Rubera, la Chiesa insomma prepara il suo Gay Pride ad Albano?

Il Forum dei Cristiani Lgbt Italiani 2018 (che si terrà ad Albano come sempre è stato e alla cui organizzazione non sono però quest’anno direttamente impegnato) è il quinto che viene organizzato. Il primo fu nel 2010. È un evento sorto, come iniziativa spontanea di vari gruppi e persone appartenenti alla galassia dei cristiani Lgbt italiani, per cercare di fare rete tra le varie realtà che, dai primi anni ’80, sono sorte in Italia. Come autoespressione, cioè, dei cristiani Lgbt che, in assenza di luoghi ufficiali (nelle parrocchie, nei movimenti, nelle varie realtà ecclesiali) dove poter fare un serio cammino di conciliazione tra la propria fede e omosessualità, hanno sentito l’esigenza di creare degli spazi specifici autorganizzati. Inizialmente si trattava di case private, poi di spazi concessi da alcune chiese cristiane, quale la Valdese in primis.

Quindi, dire che la Chiesa prepara il suo Gay Pride mi sembra una totale mistificazione della realtà. L’evento è organizzato autonomamente (con hosting della casa di accoglienza dei Somaschi di Albano, con le stesse modalità che sarebbero utilizzate per qualunque gruppo o associazione) dal Comitato Forum dei cristiani Lgbt italiani, un gruppo di lavoro appositamente costituito per organizzare il Forum e con partecipazione di persone appartenenti a varie realtà della galassia dei cristiani Lgbt, inclusa l’associazione nazionale Cammini di Speranza. Non c’è alcuna componente della Chiesa istituzione dentro l’organizzazione dell’evento che, ripeto, è totalmente autorganizzato dai cristiani Lgbt.

Si dice che guest star sarà "padre Martin, il quale vuole rivoluzionare la dottrina e cancellare la castità dei preti". Eppure Martin non è la prima volta che parla al Forum....

Il gesuita padre James Martin (che mi risulta da programma dovrebbe intervenire al Forum in videoconferenza) sta proponendo una nuova visione pastorale inclusiva, in cui si fac riferimento alla persona in primis, accogliendola a partire dalla condizione esistenziale in cui si trova. Non mi risulta che, in nessuno dei suoi discorsi né tantomeno nel suo libro Building a bridge, Martin faccia intendere in alcun modo di rivoluzionare la dottrina. Quello che ci ha colpito da subito nell’impianto pastorale che offre padre Martin è la serenità con cui si rivolge, spesso direttamente agli operatori pastorali, per offrire chiavi di lettura e spunti per far sentire anche le persone Lgbt a casa propria nella chiesa. Questo si chiama rivoluzionare la dottrina?

Padre Martin è stato invitato a maggio già alla conferenza annuale dell'European Forum of Lgbt Christians (che si è tenuto sempre ad Albano, ospitando circa 150 delegati provenienti da oltre 25 Paesi europei) ed è intervenuto in video. Personalmente credo che il lavoro di padre Martin sia importante e molto valido proprio perché mira al benessere della persona e delle comunità attraverso l’accoglienza e l’inclusione. Martin parte spesso dall’analisi di dati sociodemografici che mostrano come ci sia maggior probabilità (cita il suo paese natio, gli Usa) per un ragazzo Lgbt di commettere suicidio a causa della pressione sociale e famigliare e di finire per strada, come senza tetto, in quanto cacciato dalle famiglie.

C'è qualche differenza tra il prossimo Forum rispetto al passato?

La struttura del Forum Italiano dei Cristiani Lgbt è molto semplice: creare uno spazio in cui le persone Lgbt cristiane si possano incontrare, fare rete, parlarsi, guardarsi negli occhi, scambiarsi i propri vissuti, ecc. Ovvio che, con il passare degli anni, e anche con l’evoluzione della consapevolezza e delle modalità di partecipazione alla vita comunitaria cristiana delle persone Lgbt, l’organizzazione e i contenuti siano evoluto. Non c’è alcuna “novità organizzativa” quest’anno, contrariamente a quanto voglia far intendere La Verità.

Ovvio anche che, negli ultimi anni, grazie anche al percorso di evoluzione sociale generale ma anche alla crescita della capacità di accoglienza delle comunità cristiane, finalmente i cristiani Lgbt stanno trovando sempre di più modalità e spazi dove poter vivere la loro fede non più in spazi solo autogestiti ma anche in contesti allargati, parrocchiali e non, in cui sentirsi a casa propria. E questo mi sembra un bene per tutti. L’inclusione è un grande valore e ce ne stiamo forse scordando, presi dalla foga di erigere muri verso ogni cosa che è diversa da noi. In realtà la scienza (antropologia, economia, storia, …) ci ha oramai inequivocabilmente dimostrato che i contesti inclusivi sono quelli dove regna maggior benessere per la persona, per il contesto complessivo, maggiore capacità di generare innovazione ecc.

Si accusa il Comitato organizzatore di una certa presunzione con riferimento al titolo scelto. Che cosa ne pensa?

Se per “titolo” si fa riferimento al versetto del Nuovo Testamento scelto per caratterizzare il programma Quali segni e prodigi Dio ha compiuto per mezzo di loro (Atti, 15, 12) non vedo presunzione ma un invito universale a considerare la bellezza e la verità delle vite di ogni persona. Ciascuno di noi è una ricchezza e ciascuno di noi può, seguendo anche l’invito del Vangelo all’Amore e al considerare l’altro non come un ostacolo ma come un’opportunità, essere una gemma che brilla nel buio e, quindi, riferimento per altre persone che non sono ancora riuscite a accendere il loro potenziale. Ricordo, tanti anni fa, ospitammo un incontro a Roma con la teologa Antonietta Potente che ci rivolse un invito che è stato illuminante per la crescita dei nostri gruppi. Ci disse che era finito il tempo di stare nascosti e di attendere che qualcuno o qualcosa ci venisse a scuotere da questa dimensione di nascondimento. Le nostre vite erano preziose come quelle di qualunque altra persona e pertanto dovevamo metterle in circolo per la crescita della comunità cristiana generale.

Abbiamo raccolto questo invito ed eccoci qui. Oggi esiste un’associazione nazionale di cristiani Lgbt, Cammini di Speranza, una associazione europea, l'European Forum of Lgbt Christian Groups, e un’associazione internazionale, il Global Network of Rainbow Catholics. Sempre di più, e dico per fortuna, le persone Lgbt non hanno più bisogno dei nostri gruppi per trovare luoghi accoglienti nelle parrocchie e nelle comunità cristiane di riferimento. Questo mi sembra un bene e un nuovo orizzonte a cui siamo fieri di aver contribuito.

Viene poi puntato il dito contro il vescovo d’Albano indicato quale “padre spirituale d'eccezione”, per poi attaccare l'entourage curiale di Bergoglio. Qual è la sua valutazione sul dossier Viganò pubblicato da La Verità?

Monsignor Semeraro è stato sempre molto gentile con noi e ha sempre svolto il ruolo che gli spetta: ovvero di vescovo di Albano. Ci ha mandato, nelle ultime edizioni (incluso il forum europeo di maggio), dei messaggi di benvenuto nella sua diocesi (come immagino abbia fatto con molti altri gruppi e realtà) ma, ripeto, non è parte dell’organizzazione dell’evento che è autonomamente organizzato da varie realtà cristiane Lgbt.

La mia personale interpretazione della prima pagina de La Verità e del loro pompaggio mediatico del dossier Viganò è che stiano cavalcando da protagonisti una strategia (che percepisco molto nettamente), in cui si mira a far pagare a papa Bergoglio le posizioni di critica a quanto stiamo tutti assistendo in questi giorni in tema dei migranti e del contrasto al dilagare di un razzismo indotto anche da una campagna mediatica ben orchestrata. Papa Bergoglio è una delle figure più influenti al mondo, anche politicamente. Il suo pontificato mira all’inclusione come forma di coesione sociale e al recupero della persona come bagaglio di ricchezza.

Questo lo hanno ben chiaro evidentemente alcuni politici, che hanno ne La Verità un loro quotidiano di riferimento, che vedono papa Francesco come uno degli ostacoli al loro percorso di demonizzazione del diverso come chiave di spaccatura sociale su cui affermare il proprio consenso. Questo è ogni giorno più chiaro. Per fortuna abbiamo delle capacità di lettura trasversali che da un lato ci rendono impermeabili a questi messaggi dall’altro ci consentono di replicare riportando le questioni ai fatti concreti e non alle mere supposizioni su cui l’intero articolo d'apertura de La Verità sul forum dei cristiani Lgbt italiani è costruito.

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«Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere».

Queste parole, pronunciate da Papa Francesco durante il volo aereo da Dublino, sono bastate per far esplodere un’ampia polemica in seno alla collettività Lgbti e non solo. Basti pensare a Mario Adinolfi che ha subito esultato su Facebok, trovando nelle dichiarazioni bergogliane una riprova delle sue tesi.

Si è infatti evinto che Francesco volesse sostenere la patologizzazione dell'omosessualità e difendere le terapie riparative, avendo di fatto invocato l’ausilio della psichiatria.

Parole indubbiamente infelici, quelle di Bergoglio, ma per una cui corretta valutazione è necessario tenere conto di due elementi di fondo.

In primo luogo, che esse sono state pronunciate a braccio da un uomo 81enne con una padronanza non felice della lingua italiana e una conoscenza non esaustiva di certe tematiche.

In secondo luogo, che bisogna leggerle nel loro intero contestoEsse fanno infatti parte di un’ampia risposta data dal Papa a un giornalista, che gli aveva chiesto: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ed ccco la risposta integrale: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Dall’intera risposta si evince che il Papa non stesse affato pensando all'omosessualità come condizione patologizzante. Altrimenti avrebbe dovuto fare riferimento a ogni fase della vita di una persona gay o lesbica e non porre un distinguo tra minore e maggiore età. È un dato di fatto che le terapie riparative poggiano su un tale assunto e vengono di fatto purtroppo applicate tanto su minori (circa i quali sono divenute fortunatamente reato in non pochi Stati) quanto su maggiorenni.

Dicendo inoltre subito dopo che un padre e una madre devono accettare un figlio o una figlia omosessuale per come sono, ha di fatto sostenuto che l'omosessualità è una condizione esistenziale e non modificabile, sulla quale non c'è da esprimere alcun giudizio. Un modus essendi al pari di quello eterosessuale.

Tutto il contesto fa dunque presupporre che Bergoglio abbia confuso psichiatria con psicologia, intesa quale supporto di cui possano servirsi genitori di minori omosessuali incapaci di saper affrontare una tale realtà. Non è un caso che quasi alla fine abbia detto: Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto.

D’altra parte, prima che Gaynews desse la trascrizione integrale della registrazione audio, gli stessi quotidiani e agenzie di stampa avevano sostituito psichiatria con psicologia, mentre la parola psichiatria veniva già espunta il 26 agosto dalla versione ufficiale dell'intervista sul sito della Santa Sede.

Per saperne di più abbiamo contattato il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi , presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, che ha dichiarato: «Da una lettura attenta e integrale dell’intervista non traspare condanna nei confronti delle persone gay e lesbiche ma apertura e comprensione.

Alcuni ragazzi gay o ragazze lesbiche, soprattutto quelli e quelle che vivono in contesti omofobico, possono sentirsi turbati o a disagio confrontandosi con il loro orientamento omosessuale. In tali casi può essere utile l’intervento di un esperto (psicologo, psichiatra o psicoterapeuta purché, ovviamente, ben formato nell’affrontare tali questioni) che li rassereni e li aiuti a vivere serenamente i loro sentimenti.

Altrettanto è vero per i loro genitori che la società non ha preparato ad affrontare in modo sereno tale problematica. Mi è spesso capitato di incontrare genitori angosciati rispetto al coming out del figlio o della figlia, che si chiedevano di chi fosse la colpa. In molti casi è stato sufficiente un colloquio di chiarificazione che li ha aiutati a superare stereotipi e pregiudizi.

L’invito, dunque, del Papa a dialogare e a rompere il muro del silenzio mi sembra un messaggio efficace per i genitori e le famiglie perché non allontanino più i propri figli di casa a cuor leggero né nutrano verso gli stessi sentimenti di disapprovazione e di condanna.

Ben venga che l’università, il mondo della scuola, le facoltà di teologia si impegnino a promuovere una cultura della differenza. Ricordo, a tal proposito, che presso l’università di Napoli Federico II c’è un servizio ad hoc attivato».

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Durante il viaggio aereo di ritorno da Dublino, dove ha ieri concluso il World Meeting of Families, Papa Francesco ha incontrato, come di consueto, i giornalisti e ha risposto alle loro domande.

Una è stata incentrata direttamente sulle persone Lgbti: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ecco la risposta integrale di Bergoglio secondo la trascrizione fedele della registrazione audio: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Benché non direttamente toccata, la questione omosessualità è stata sottesa a una precedente domanda relativa all’arcivescovo titolare d’Ulpiana, Carlo Maria Viganò, e al suo memoriale di denuncia, pubblicato ieri su La Verità.

Nel lunghissimo j’accuse di cinque pagine l’ex nunzio apostolico negli Usa ha infatti chiesto le dimissioni di Bergoglio, accusandolo di essere da anni al corrente degli abusi sessuali nei riguardi di seminaristi maggiorenni e presbiteri da parte dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato il 28 luglio scorso dallo stesso Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso). Abusi configuratisi nell’ottica di un «rapporto di autorità verso le loro vittime».

Sul memoriale Viganò, subito apparso alla stampa internazionale come destituito di attendibilità in più punti e un ennesimo attacco da parte della falange antibergogliana (di cui il presule d’origine varesina è uno degli esponenti di spicco – è stato tra i firmatari della Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale contro l’Amoris Laetitia – anche per ragioni personali: basti pensare all’affaire Davis), Francesco ha così risposto: «Ho letto questa mattina  quel comunicato. Sinceramente devo dirvi questo: Non dirò una parola su questo.

Credo che il comunicato parli da solo. Leggetelo attentamente e quindi fate le vostre conclusioni: avete la capacità giornalistica per farlo. Quando sarà passato del tempo e avrete espresso il vostro parere, allora forse parlerò».

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