Mentre in Italia il presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi nega il patrocinio al Dolomiti Pride con argomentazioni trite e ritrite – le quali mostrano ancora una volta il volto peggiore d’un centrosinistra dominato dai cattodem –, nella Repubblica di Costa Rica è proprio un candidato di centrosinistra a vincere a sorpresa le elezioni presidenziali. Una vittoria, la sua, strettamente correlata all’aperto e continuato sostegno, nel corso di tutta la campagna elettorale, del matrimonio egualitario e, più in generale, dei diritti civili nonché dell'eliminazione delle storiche diseguaglianze nel Paese.

Prima del 2 aprile il 38enne Carlos Alavarado era dato per perdente. Il suo antagonista, invece, Fabricio Alvarado, era in testa a tutti i sondaggi: espressione di quella destra cristiana evangelicale che si è purtroppo molto diffusa nel Sudamerica.

Il connubio tra politica di destra e fanatismo clerico-evangelicale costituisce, come noto, un mix davvero esplosivo. E, non a caso, a caratterizzare tale connubio c'è proprio il rifiuto del matrimonio egualitario, dei diritti civili delle persone Lgbt, dell'aborto, dell'educazione sessuale nelle scuole, dell'eutanasia e, in generale, di ogni diritto civile legato a questioni "eticamente sensibili".

Questo tipo di alleanza ha portato negli Usa a quei referendum decisivi, ad esempio, per la sconfitta del democratico John Kerry alle elezioni presidenziali del 2004 allorquando la Christian coalition segnò in maniera determinante la vittoria del repubblicano George Bush jr. La Christian coalition era guidata da quel predicatore evangelicale Ted Arthur Haggard, più conosciuto come Pastor Ted, che poi venne pizzicato a consumare droga negli incontri con un escort 49enne. Ennesima riprova di come i più rigidi moralisti abbiano poi comportamenti diametralmente opposti nel privato.

È quanto spesso successo anche in Europa. È bene ricordare il referendum che, promosso in Slovenia dalla locale chiesa cattolica, ha portato all'abrogazione del matrimonio egualitario. Al pari della petizione sostenuta in Romania dalla gerarchia ortodossa e cattolica, che ha raccolto 3 milioni di firme per inserire nella Costituzione il divieto di riconoscimento di matrimonio e unioni civili tra persone dello stesso sesso. Per non parlare dei Paesi ex sovietici che, sempre sotto l'impulso di fanatici ortodossi, stanno modificando le loro Costituzioni in materia matrimoniale e giusfamiliare per escludere qualsiasi riconoscimento dei diritti delle coppie Lgbt.

Alla luce di tutto ciò quanto successo nella Repubblica di Costa Rica assume un chiaro significato di controtendenza. Carlos Alvarado è stato eletto al secondo turno il 60,74% dei consensi sconfiggendo così l'avversario che si è fermato al 39,26%. Evidentemente i cittadini della Costa Rica hanno scelto la libertà respingendo quella che si potrebbe definire una versione cristiana della Shari’a.

Questo dimostra quanto sia sbagliata la convinzione, tutta italiana, che i diritti civili facciano perdere voti e che non si possano vincere le elezioni con una piattaforma laica. Dimostra che il matrimonio egualitario può ottenere l'approvazione della maggior parte della cittadinanza quando è inserito nella più ampia battaglia delle libertà civili riguardanti tutti.

E dimostra come il disprezzo verso i Pride sia un fenomeno tutto italiano. Altrove la classe politica progressista partecipa a tali manifestazioni come avviene, ad esempio, in Germania dove Verdi, Spd e persino la Cdu scendono in piazza con un proprio carro ai Pride di rilievo nazionale. Né si può dimenticare Sadiq Khan, il sindaco musulmano di Londra, accolto con una vera e propria ovazione, quando lo scorso anno prese parte al Pride nella capitale britannica.

Qualche decennio fa sono passato per la Costa Rica nel corso di un viaggio in Centroamerica. Si tratta di un Paese bellissimo dalla tipica vegetazione tropicale e dal clima per me perfetto. Un tempo si parlava dei Paesi dell'America Latina come di luoghi dominati dalle dittature fasciste, con radicali divisioni di classe, con situazioni sociali molto compromesse. Ora buona parte di essi è stata protagonista di clamorose rinascite culturali e democratiche che, come nel caso della Costa Rica, hanno persino qualcosa da insegnare all'Italia cattoleghista.

È proprio il caso di dire: Lunga vita al presidente Carlos Alvarado.

 

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Quanto successo domenica a Bucarest continua a dividere gli animi in Romania. La proiezione del film 120 battuti al minuto - vincitore, lo scorso anno, del Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes - è stata infatti interrotta da un gruppo di ultranazionalisti e cristiani ortodossi.

Entrati nella sala cinematografica del Museo nazionale del contadino rumeno, i manifestanti hanno intonato l’inno nazionale e canti sacri. Molti di essi, nello stringere tra le mani croci, icone mariane e striscioni, gridavano: La Romania non è Sodoma oppure Soros, lascia soli i bambini con questa gente. Chiaro richiamo alla teoria complottistica che indica nel magnate magiaro-americano George Soros il principale promotore della lobby gay liberista e finanziatore delle associazioni Lgbti europee per scardinare i valori "tradizionali" del vecchio continente.

I manifestanti hanno anche dichiarato che il film è offensivo per il popolo romeno, nel quale non ci sarebbero persone gay, lesbiche o trans.

Immediata la reazione del MozaiQ, la massima associazione Lgbti del Paese, che attraverso il suo presidente Vlad-Levente Viski ha condannato «i gesti estremi di alcuni gruppi ultra-ortodossi e conservatori che propagano l'odio contro la collettività rainbow».

Ha poi chiesto segnali concreti alla classe politica nazionale in risposta a un'escalation di «violenza fisica e verbale contro le persone Lgbti negli ultimi due anni. Crediamo che la discriminazione è inaccettabile in una democrazia e che tutti i cittadini debbano essere  trattati con rispetto. E noi, persone Lgbti, abbiamo diritto alla pari dignità e vogliamo essere protetti dalle istituzioni statali».

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