Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Fake news nei media sul nuovo libro di culto della Chiesa di Svezia. I media hanno diffuso informazioni errate in Svezia e nel mondo sul linguaggio inclusivo del nuovo Libro di Culto, che è stato appena adottato dal Sinodo Generale.

Questo il titolo e il sommario inequivocabile del comunicato che la Chiesa di Svezia ha ieri diramato in risposta a un vero e proprio tsunami mediatico globale. Tsunami mediatico sollevato dalle maggiori testate ed emittenti televisive internazionali – in Italia, ad esempio, a partire da Il Corriere della Sera – con la notizia bomba dell’abbandono di termini di genere maschile (come quelli biblici di Signore o Padre compreso il pronome lui) nel nuovo Libro di Culto, approvato il 23 novembre dal Sinodo generale della massima comunità luterana del Paese scandinavo.

Notizia però del tutto falsa sia pur correlata alle dichiarazioni veritiere quanto teologicamente ineccepibili che Antje Jackelen, arcivescova di Uppsala e primate della Chiesa di Svezia, ha rilasciato all’agenzia di stamapa nazionale TT: «Dal punto di vista teologico, per esempio, Dio va al di là del concetto di genere: Dio non è umano».

Che cosa dunque è stato innovato con riferimento al linguaggio inclusivo nel Libro di Culto, che entrerà in vigore il 20 maggio 2018?

Lo ha spiegato Sofija Pedersen Videke, presidente del Comitato di Culto della Chiesa di Svezia: «Naturalmente, le espressioni tradizionali della fede cristiana rimangono nel nuovo Libro di Culto. Tuttavia, alcuni termini di genere neutro nel rivolgersi a Dio sono stati aggiunti in alcune preghiere.

Come in ebraico, lo Spirito Santo ora è grammaticalmente femminile anche nel Libro di Culto svedese, seguendo la nostra traduzione della Bibbia del 2000. Ad esempio, nell'introduzione del culto, ci sono tre diverse opzioni: due contengono il tradizionale Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, usando "Spirito" nella sua forma femminile. La terza alternativa è Nel nome del Dio Uno e Trino».

«In svedese – ha concluso Sofija Pedersen Videke – al giorno d'oggi c'è il pronome ufficiale di genere neutro hen. Lemma, però, che non viene affatto usato nel Libro di Culto».

Sull’intera questione, anche alla luce del comunicato ufficiale della Chiesa di Svezia, abbiamo raggiunto telefonicamente il gesuita Paolo Gamberini, professore associato della University of San Francisco.

«Per sua natura - ha dichiarato il noto teologo - Dio è transessuale e transgender se veramente comprendiamo Dio. Dio è al di là di ogni genere in quanto trascendente ed ogni linguaggio che lo “congela” in un genere, maschile o femminile, è idolatrico.

Trovare linguaggi liturgici che possano dire l’ineffabile senza renderlo “generico” (nel duplice senso della parola: generico e di un solo genere) è la sfida del Cristianesimo post-teista. La Chiesa di Svezia riuscirà a rendere non di genere “Dio” senza renderlo “generico” ovvero “insipido”?».

Posizione non dissimile da quella espressa da Fabio Perroni della Chiesa metodista di Roma.

«Oggi – ha  affermato - è una lotta continua con le fake news. Ma la “notizia” del cambiamento della Chiesa  di Svezia ci pone due interrogativi come lettori e come credenti.

Il primo riguarda la polemica sul gender e su come  gender e fede abbiano "infestato"  la nostra quotidianità di cittadini e cittadine e di credenti. È un fatto che la non realtà della guerra del gender ormai è una certezza in molti uomini e donne che si fermano ai titoli e alla superficialità di ciò che sentono e leggono. La tanto abusata teoria del gender in effetti non è, non esiste.

Seconda riflessione in positivo e in divenire:  è giunto il momento di svincolare la nostra fede dal genere di Dio. Dio è al di là del nostro maschile e femminile. È un “senza genere” perché universale e onnipresente, potremmo dire che Dio è al di là, che Dio scompagina il genere.

Essere inclusivi nel linguaggio biblico, come nella prassi e nella liturgia delle nostre chiese, è un impegno che non puo e non  deve essere ritardato ancora».

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