Omosessualità e sacerdozio. Un dibattito che è tornato ad accendersi, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dopo le accuse mosse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso) e il Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania relativo agli abusi commessi, nel corso degli ultimi 71 anni, da 301 sacerdoti di sei diocesi dello Stato americano su oltre 1000 minori.

Dibattito che sta agitando gli animi, in queste ultime ore, dopo la pubblicazione della lettera di Papa Francesco a seguito di tali eventi in una con la volontà di «ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Pedofilia e omosessualità secondo i conservatori cattolici

Due realtà contrapposte, quelle della pedofilia e dell’omosessualità, che tornano a essere invece accomunate e correlate da esponenti conservatori della gerarchia e del laicato secondo un modo d’argomentare talora caro anche a uomini della Curia romana. Perché alla fine, nonostante i nominali distinguo, resta profondamente radicata nella comunità ecclesiale quella repugnantia adversus personas homosexuales che, secondo il Lexicon Latinum hodiernum di Carlo Egger, non è nient’altro che l’omofobia.

Se la stessa condizione omosessuale è oggettivamente disordinata (Catechismo della Chiesa Cattolica, nr 2358), fonte di atti intrinsecamente disordinati (ibid., nr 2357) e rende perciò inidonea all’accesso agli Ordini una persona che ne presenti tendenze radicate (Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, nr 199), la pedofilia - secondo tale modo d'argomentare - non potrà che discenderne come conseguenza. E i casi McCarrick-sacerdoti della Pennsylvania ne sarebbero l’ultima (in ordine di tempo) palmare riprova.

L’ex arcivescovo di Washington è soprattutto accusato – tranne un presunto caso di molestie su un 11enne quand’era giovane parroco – di ripetuti rapporti con seminaristi maggiorenni e giovani presbiteri. Mentre l’80% dei casi segnalati dal citato Rapporto sono minori di sesso maschile.

Dati, questi, artatamente utilizzati da quei presuli d’Oltreoceano, che ravvisano nell’adesione concettuale e pratica di larghi strati del clero a quanto chiamano sprezzantemente omosessualismo l’imperante eresia da combattere. Con una conseguente richiesta d’epurazione di presbiteri, vescovi, cardinali omosessuali anche se non accusati di abusi su minori.

Morlino, vescovo di Madison: "Nella gerarchia cattolica una sottocultura omosessuale"

Ne ha dato prova il 18 agosto Robert Charles Morlino, vescovo di Madison (noto per aver vietato nel 2017 esequie religiose alle persone omosessuali unitesi in matrimonio), che in una lettera pastorale sui recenti scandali ecclesiali ha dichiarato: «C'è stato un grande sforzo per mantenere separati gli atti, che rientrano nella categoria di atti di omosessualità culturalmente accettabili, dagli atti di pedofilia pubblicamente deplorevoli. Il che significa che, fino a poco tempo fa, i problemi della Chiesa sono stati dipinti puramente come problemi di pedofilia: questo nonostante prove evidenti del contrario.

È ora di essere onesti perché i problemi sono entrambi. Cadere nella trappola di analizzare i problemi secondo ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, significa ignorare il fatto che la Chiesa non ha mai ritenuto nessuna di queste cose accettabili: né l'abuso di bambini, né l'uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né rapporti sessuali tra chierici, né l'abuso e la coercizione da parte di chi ha autorità».

Per concludere: «È tempo di ammettere che esiste una sottocultura omosessuale all'interno della gerarchia della Chiesa cattolica, che sta devastando grandemente la vigna del Signore. L'insegnamento della Chiesa è chiaro sul fatto che l'inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa ma è intrinsecamente disordinata in un modo che rende ogni uomo, stabilmente afflitta da esso, inadatto a essere prete».

Il card. Burke: "Abusi su minori atti omosessuali"

Argomenti, questi, che si ritrovano tutti nell’intervista rilasciata dal card. Leo Raymond Burke che, in un'intervista rilasciata a Church Militant, ha dichiarato: «La maggior parte degli abusi erano in realtà atti omosessuali commessi con giovani adolescenti. C'è stato un voluto tentativo di ignorare o negare tutto ciò.

Ora, alla luce di questi recenti terribili scandali, sembra chiaro che in effetti esiste una cultura omosessuale, non solo tra il clero ma anche all'interno della gerarchia, che deve essere purificata alla radice. È ovviamente una tendenza disordinata.

Penso che a ciò abbia contribuito con considerevole aggravante l'attuale cultura anti-vita, vale a dire la cultura contraccettiva che separa l'atto sessuale dall'unione coniugale. L'atto sessuale non ha alcun significato se non tra un uomo e una donna nel matrimonio, poiché l'atto coniugale è per sua stessa natura finalizzato alla procreazione.

Credo che sia necessario riconoscere apertamente che abbiamo un problema molto grave di una cultura omosessuale nella Chiesa, specialmente tra il clero e la gerarchia, che deve essere affrontato onestamente ed efficacemente». 

È evidente come in tali dichiarazioni si sposti volutamente l’accento dalla pedofilia (sempre e comunque deplorevole) all’omosessualità (che si vuole far invece passare sempre e comunque come deplorevole nonché causa della prima).

Una cosa la pedofilia, un'altra gli abusi su maggiorenni

Ora nel parlare di abusi sessuali da parte del clero sarebbe sempre opportuno distinguere tra pedofilia (da distinguere, a sua volta, dalla pur sempre grave efebofilia) e rapporti con maggiorenni, su cui è stata esercitata una costrizione psicologica attraverso un uso spregiudicato dell’autorità sacerdotale, episcopale o cardinalizia. Si tratta sempre di atti d’inaudita violenza ma specificamente distinti: una cosa è abusare di un un bambino, un’altra di un maggiorenne psicologicamente costretto.

Non solo. Ma la correlazione tra omosessualità e pedofilia è smentita non solo da ogni evidenza con la vita delle persone gay in generale ma anche dai dati relativi agli abusi sui minori, la maggior parte dei quali, consumandosi tra le mura domestiche o attraverso il turismo sessuale, vede protagonisti predatore e preda di sesso opposto.

Il gesuita James Martin, vicino a Bergoglio: "Dire che tutti i preti gay sono molestatori è uno stereotipo"

Posizioni che sono liquidate come insostenibili da una figura di spicco della Chiesa negli Usa come il gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi).

Per Martin sarebbe necessario che i sacerdoti omosessuali, che s’impegnano nell’osservanza dell’obbligo celibatario, facciano coming out. Necessario, inoltre, che l’accesso agli Ordini non sia precluso – come d’altra parte è sempre stato – alle persone omosessuali, perché l’obbligo celibatario prescinde dall’orientamento sessuale. Quindi no a qualsiasi forma d’epurazione.

Nel postare un articolo del New York Times il gesuita ha ieri scritto: «Cari amici, in risposta a molti commenti disinformati e dettati da odio: chiaramente molti dei preti che hanno commesso abusi erano gay. Ma questo non vuol dire che tutte le persone Lgbti siano abusatori né che tutti (o la maggior parte) i preti gay siano dei molestatori. È uno stereotipo.

Tristemente, come indica questo articolo, anche gli uomini eterosessuali (preti inclusi) commettono abusi sessuali.

Ancora una volta: perché non vediamo gli esempi di molti preti cattolici integri e casti nell’esercizio del loro ministero? Perché a molti preti è impedito da vescovi e superiori religiosi di fare coming out e molti hanno paura di farlo. Nell’attuale contesto, in  cui perfino i vescovi equiparono l'omosessualità sia ad abusi sia alla pedofilia, quella paura forse non è sorprendente».

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La notizia del monsignore che, dimorante nel Palazzo del Sant’Uffizio, è stato allontanato per orge a base di cocaina ha fatto in breve il giro del mondo. Una vicenda boccaccesca che, se da una parte fa sorridere per taluni particolari, dall’altra apre il campo a un’ampia riflessione. Viene in primo luogo da chiedersi perché un fatto avvenuto quattro mesi fa viene dato in pasto all’opinione pubblica solo oggi e, per giunta, nel giorno del Concistoro.

Prima di rispondere, è necessario riassumere l’accaduto anche per ampliare la narrazione offertane da Il Fatto Quotidiano. E chiarire, innanzitutto, che si tratta dell’oramai ex segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio. Dato essenziale per capire il perché d’una certa narrazione giornalistica. Il sacerdote lavorava da decenni presso il dicastero retto dal porporato lombardo ed era noto per una certa affezione a una “purezza dottrinaria” non meno di quella per vesti liturgiche, pizzi e merletti. Nessuna meraviglia al riguardo. L'integrità dottrinaria è spesso per taluni ecclesiastici un paravento, dietro cui nascondere un'omosessualità disinvoltamente praticata, quando non è un mezzo di autolegittimazione di contro alle reiterate condanne magisteriali di quella condizione.

A partire da quelle, apparentemente mitigate, dello stesso pontefice. Di cui ancora una volta viene data l’immagine del papa riformatore, che interviene con fermezza per rinnovare la Curia come nel caso in questione. Del papa che sventa l’eventuale elezione episcopale del monsignore omosessuale tutto orge e droghe – in realtà era in predicato per un canonicato in San Pietro - e la cui azione è esaltata da un anonimo presule bergogliano, che sarebbe da individuare come gola profonda della faccenda.

Eppure, nulla si dice dell’anomala irruzione notturna della gendarmeria vaticana nell’abitazione dell’ecclesiastico – sì, abitazione come ce ne sono tante all’interno del Palazzo del Sant’Uffizio contrariamente a quanto riportato da Il Fatto – e dell’annosa conoscenza bergogliana del viavai maschile nella stessa. Irruzione avvenuta nel bel mezzo di un’animata gang bang ecclesiastico-laicale con tanta di quella droga da portare all’arresto per spaccio dell’incauto monsignore. Poi, la degenza alla Clinica Pio XI, dove io stesso ebbi modo d’incontrarlo a fine aprile e di sentirlo parlare di “brutta polmonite” nonché di stupefacenti elogi continuati a Oltretevere.

Ora, al di là di tutto, è il giustizialismo e il doppiopesismo papale a lasciare interdetti più del chem sex al Sant’Uffizio. Un papa, che parla fino alla noia di misericordia, dovrebbe avere a cuore le sorti dei propri collaboratori e richiamarli opportunatamente, una volta informato, prima di permettere di punto in bianco le retate notturne. Che poi, pur volendo ammettere certe modalità degne di Sisto V, si richiederebbe che siano applicate sempre, visti i numerosi casi consimili in Curia e al di fuori. Viste le non poche nomine episcopali di soggetti notoriamente omosessuali.

Sorge poi l’ultimo quesito sulla tempistica della notizia, diffusa, come s’è detto, nel giorno del Concistoro. Non è possibile non notare la volontà di accreditare ancora una volta l’immagine del papa che, incarnando finalmente i valori evangelici, si batte con fermezza per riformare le chiesa ed eliminare le mele marce a iniziare da quelle curiali. Fatte salve  però, ovviamente, quelle che più direttamente lo circordano e per le quali i distinguo si moltiplicano.

Operazione mediatica, questa, quanto mai necessaria per un concistoro, sul quale grava la grave ombra della promozione alla porpora dell’arcivescovo di Bamako. Un altro presule di quelli tutto purezza e carità ma con conti bancari svizzeri da capogiro. Ecco, il caso del monsignore del chem sex mostra, in ultima analisi, che a essere preoccupante non è tanto la vicenda in sé (una delle tante) ma un tipo d’informazione giornalistica tutta prona verso Bergoglio e panegiristica nei riguardi dello stesso. Insomma un vero e proprio caso di cortocircuito mediatico.

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