«Grazie alle 1.200 persone che, questa mattina, hanno partecipato al mio intervento sui Cattolici Lgbti durante l’Incontro mondiale delle Famiglie in Dublino e che hanno aspettato per tre ore in fila per tre ore perché firmassi copie del mio libro. Ero così riconoscente di essere stato invitato dal Vaticano e di conoscere tutti #Wmof2018 Il mio cuore è pieno di gratitudine».

Con queste parole il gesuita James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi), ha commentato su Facebook la vera e propria standing ovation che è seguita alla conclusione della sua relazione sul tema Mostrare rispetto e accoglienza nelle nostre parrocchie per le persone ‘Lgbt’ e le loro famiglie.

Quello del gesuita statunitense, che è anche editorialista del magazine America, è stato il secondo incontro dedicato alla collettività arcobaleno nell’ambito del Congresso pastorale del World Meeting of Families. Ieri sera era infatti toccato al confratello britannico Dominic Robinson e al cattolico gay Nick O’Shea parlare di iniziative pastorali a caratura Lgbti con riferimento alla diocesi di Westminster.

James Martin ha ricordato come le persone Lgbt siano «state spesso trattate come lebbrosi dalla Chiesa», nonostante l'esempio e l’invito di Cristo ad accogliere e amare tutti coloro che sono marginalizzati dalla società. «Non accogliendo ma escludendo le persone Lgbt, la Chiesa – ha aggiunto il gesuita – sta venendo meno alla sua chiamata a essere  famiglia di Dio».

Con riferimento particolare a quante di loro sono state battezzate come cattoliche, ha fatto anche notare che esse non scelgono il proprio orientamento sessuale, portano doni alla Chiesa, desiderano conoscere Dio e sono amate da Dio.

Invitando le comunità ecclesiali a essere accoglienti verso le persone Lgbti e le loro famiglie, Martin ha osservato come in un mondo «diviso da opposti approcci pastorali ai cattolici Lgbt, se sei gay, lesbica, bisessuale o transgender e cerchi di dare un senso alla tua relazione con Dio e la chiesa, sei fortunato se vivi in una grande città con pastori aperti. Se vivi in un posto meno aperto con atteggiamenti omofobi anche a livello pastorale, sei sfortunato».

Da qui un decalogo elaborato per un cambio di registro nelle singole parrocchie: 1) esaminare il personale modo di porsi verso le persone Lgbt e le loro famiglie; 2) ascoltarle senza giudicare; 3) essere loro vicine; 4) difenderle dagli attacchi omo-transfobici; 5) non ridurle «alla chiamata alla castità che tutti condividiamo in quanto cristiani. Le persone Lgbt sono più della loro vita sessuale»; 6) includerle nei ministeri ecclesiali; 7) riconoscere le loro competenze individuali e apprezzarle; 8) invitarle a fare parte dello staff parrocchiale; 9) promuovere iniziative specifiche che le riguardino.

E, infine, con riferimento soprattutto a ogni singolo sacerdote, «chiedere loro perdono se sono state ferite dagli atteggiamenti omofobici della Chiesa». «Scusati con loro – ha aggiunto –. Puoi scusarti. Certo, non risolve tutto, ma è un inizio».

Come noto, la partecipazione di James Martin al Meeting irlandese era stata fortemente contestata, nelle ultime settimane, dai cattolici tradizionalisti, che avevano raccolto decine di migliaia di firme, per impedire la relazione di chi era stato definito omoeretico da figure nostrane come Costanza Miriano.

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Omosessualità e sacerdozio. Un dibattito che è tornato ad accendersi, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dopo le accuse mosse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso) e il Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania relativo agli abusi commessi, nel corso degli ultimi 71 anni, da 301 sacerdoti di sei diocesi dello Stato americano su oltre 1000 minori.

Dibattito che sta agitando gli animi, in queste ultime ore, dopo la pubblicazione della lettera di Papa Francesco a seguito di tali eventi in una con la volontà di «ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Pedofilia e omosessualità secondo i conservatori cattolici

Due realtà contrapposte, quelle della pedofilia e dell’omosessualità, che tornano a essere invece accomunate e correlate da esponenti conservatori della gerarchia e del laicato secondo un modo d’argomentare talora caro anche a uomini della Curia romana. Perché alla fine, nonostante i nominali distinguo, resta profondamente radicata nella comunità ecclesiale quella repugnantia adversus personas homosexuales che, secondo il Lexicon Latinum hodiernum di Carlo Egger, non è nient’altro che l’omofobia.

Se la stessa condizione omosessuale è oggettivamente disordinata (Catechismo della Chiesa Cattolica, nr 2358), fonte di atti intrinsecamente disordinati (ibid., nr 2357) e rende perciò inidonea all’accesso agli Ordini una persona che ne presenti tendenze radicate (Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, nr 199), la pedofilia - secondo tale modo d'argomentare - non potrà che discenderne come conseguenza. E i casi McCarrick-sacerdoti della Pennsylvania ne sarebbero l’ultima (in ordine di tempo) palmare riprova.

L’ex arcivescovo di Washington è soprattutto accusato – tranne un presunto caso di molestie su un 11enne quand’era giovane parroco – di ripetuti rapporti con seminaristi maggiorenni e giovani presbiteri. Mentre l’80% dei casi segnalati dal citato Rapporto sono minori di sesso maschile.

Dati, questi, artatamente utilizzati da quei presuli d’Oltreoceano, che ravvisano nell’adesione concettuale e pratica di larghi strati del clero a quanto chiamano sprezzantemente omosessualismo l’imperante eresia da combattere. Con una conseguente richiesta d’epurazione di presbiteri, vescovi, cardinali omosessuali anche se non accusati di abusi su minori.

Morlino, vescovo di Madison: "Nella gerarchia cattolica una sottocultura omosessuale"

Ne ha dato prova il 18 agosto Robert Charles Morlino, vescovo di Madison (noto per aver vietato nel 2017 esequie religiose alle persone omosessuali unitesi in matrimonio), che in una lettera pastorale sui recenti scandali ecclesiali ha dichiarato: «C'è stato un grande sforzo per mantenere separati gli atti, che rientrano nella categoria di atti di omosessualità culturalmente accettabili, dagli atti di pedofilia pubblicamente deplorevoli. Il che significa che, fino a poco tempo fa, i problemi della Chiesa sono stati dipinti puramente come problemi di pedofilia: questo nonostante prove evidenti del contrario.

È ora di essere onesti perché i problemi sono entrambi. Cadere nella trappola di analizzare i problemi secondo ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, significa ignorare il fatto che la Chiesa non ha mai ritenuto nessuna di queste cose accettabili: né l'abuso di bambini, né l'uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né rapporti sessuali tra chierici, né l'abuso e la coercizione da parte di chi ha autorità».

Per concludere: «È tempo di ammettere che esiste una sottocultura omosessuale all'interno della gerarchia della Chiesa cattolica, che sta devastando grandemente la vigna del Signore. L'insegnamento della Chiesa è chiaro sul fatto che l'inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa ma è intrinsecamente disordinata in un modo che rende ogni uomo, stabilmente afflitta da esso, inadatto a essere prete».

Il card. Burke: "Abusi su minori atti omosessuali"

Argomenti, questi, che si ritrovano tutti nell’intervista rilasciata dal card. Leo Raymond Burke che, in un'intervista rilasciata a Church Militant, ha dichiarato: «La maggior parte degli abusi erano in realtà atti omosessuali commessi con giovani adolescenti. C'è stato un voluto tentativo di ignorare o negare tutto ciò.

Ora, alla luce di questi recenti terribili scandali, sembra chiaro che in effetti esiste una cultura omosessuale, non solo tra il clero ma anche all'interno della gerarchia, che deve essere purificata alla radice. È ovviamente una tendenza disordinata.

Penso che a ciò abbia contribuito con considerevole aggravante l'attuale cultura anti-vita, vale a dire la cultura contraccettiva che separa l'atto sessuale dall'unione coniugale. L'atto sessuale non ha alcun significato se non tra un uomo e una donna nel matrimonio, poiché l'atto coniugale è per sua stessa natura finalizzato alla procreazione.

Credo che sia necessario riconoscere apertamente che abbiamo un problema molto grave di una cultura omosessuale nella Chiesa, specialmente tra il clero e la gerarchia, che deve essere affrontato onestamente ed efficacemente». 

È evidente come in tali dichiarazioni si sposti volutamente l’accento dalla pedofilia (sempre e comunque deplorevole) all’omosessualità (che si vuole far invece passare sempre e comunque come deplorevole nonché causa della prima).

Una cosa la pedofilia, un'altra gli abusi su maggiorenni

Ora nel parlare di abusi sessuali da parte del clero sarebbe sempre opportuno distinguere tra pedofilia (da distinguere, a sua volta, dalla pur sempre grave efebofilia) e rapporti con maggiorenni, su cui è stata esercitata una costrizione psicologica attraverso un uso spregiudicato dell’autorità sacerdotale, episcopale o cardinalizia. Si tratta sempre di atti d’inaudita violenza ma specificamente distinti: una cosa è abusare di un un bambino, un’altra di un maggiorenne psicologicamente costretto.

Non solo. Ma la correlazione tra omosessualità e pedofilia è smentita non solo da ogni evidenza con la vita delle persone gay in generale ma anche dai dati relativi agli abusi sui minori, la maggior parte dei quali, consumandosi tra le mura domestiche o attraverso il turismo sessuale, vede protagonisti predatore e preda di sesso opposto.

Il gesuita James Martin, vicino a Bergoglio: "Dire che tutti i preti gay sono molestatori è uno stereotipo"

Posizioni che sono liquidate come insostenibili da una figura di spicco della Chiesa negli Usa come il gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi).

Per Martin sarebbe necessario che i sacerdoti omosessuali, che s’impegnano nell’osservanza dell’obbligo celibatario, facciano coming out. Necessario, inoltre, che l’accesso agli Ordini non sia precluso – come d’altra parte è sempre stato – alle persone omosessuali, perché l’obbligo celibatario prescinde dall’orientamento sessuale. Quindi no a qualsiasi forma d’epurazione.

Nel postare un articolo del New York Times il gesuita ha ieri scritto: «Cari amici, in risposta a molti commenti disinformati e dettati da odio: chiaramente molti dei preti che hanno commesso abusi erano gay. Ma questo non vuol dire che tutte le persone Lgbti siano abusatori né che tutti (o la maggior parte) i preti gay siano dei molestatori. È uno stereotipo.

Tristemente, come indica questo articolo, anche gli uomini eterosessuali (preti inclusi) commettono abusi sessuali.

Ancora una volta: perché non vediamo gli esempi di molti preti cattolici integri e casti nell’esercizio del loro ministero? Perché a molti preti è impedito da vescovi e superiori religiosi di fare coming out e molti hanno paura di farlo. Nell’attuale contesto, in  cui perfino i vescovi equiparono l'omosessualità sia ad abusi sia alla pedofilia, quella paura forse non è sorprendente».

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Jean-Marie Le Pen è ricoverato in ospedale da martedì pomeriggio in una struttura nei pressi di Parigi a seguito d’una perdurante situazione di affatticamento generale.

Motivo per cui è stata rinviata al 3 ottobre l'udienza processuale a suo carico per pubblica ingiuria e incitamento all’odio nei riguardi delle persone omosessualiIl confondatore del Front National (il cui attuale nome è Rassemblement National) sarebbe dovuto infatti comparire oggi presso la 17° Aula del Tribunale penale di Parigi.

Il suo consigliere Lorrain de Saint Affrique ha dichiarato che l'ex europarlamentare dovrà restare in ospedale fino a lunedì, pur senza escludere il protrarsi della permanenza ospedaliera. Frédéric Joachim, legale di Le Pen, ha comunicato alla stampa che il suo assistito non ha mai avuto intenzione di sottrarsi al procedimento giudiziario, volendo dissipare quello che lui ritiene essere «un fraintendimento del senso delle sue dichiarazioni».

Dichiarazioni, queste, risalenti al marzo 2016, quando correlò la pedofilia all’omosessualità, e al dicembre del medesimo anno, quando ai giornalisti de Le Figaro disse: «Gli omosessuali sono come il sale nella zuppa: se non ce n’è abbastanza è insipida, se ce n’è troppo è immngiabile».

Ma, soprattutto, all’aprile 2017 quando, dopo l’attentato agli Champs-Elysées, criticò il pubblico atto di omaggio a Xavier Jugelé da parte del compagno Etienne Cardilès. Il quale si è costituito parte civile contro Le Pen.

Espulso nel 2015 dal Front National dalla figlia Marine, succedutagli nell’incarico di presidente, e approdato, lo scorso anno, al partito neofascista europeo Apf guidato da Roberto Fiore, Jean-Marie Le Pen è stato condannato più di 25 volte per apologia dei crimini di guerra, incitamento all’odio e alla discriminazione, antisemitismo e pubbliche ingiurie. 

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Si terrà alle ore 13:00 in Palazzo Montecitorio la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge contro l’omotransfobia, di cui il deputato Alessandro Zan (Pd) è primo firmatario.

Oltre al parlamentare d’origine padovana interverranno i deputati Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto nonché la senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria, a sua volta, d’una pdl similare depositata al Senato il 21 marzo.

Presentata alla Camera dei deputati il 2 maggio e annunciata il 7 maggio, la proposta di legge Zan (C. 569) reca Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere.

Alla luce degli ultimi quanto ripetuti casi di aggressione omofobica, verificatisi in più parti d’Italia tra marzo e aprile, Zan ha ritenuto infatti necessaria la predisposizione di una legge volta a perseguire penalmente chi commette atti di violenza o incita all’odio nei riguardi delle persone omosessuali e transgender sì da garantire una piena tutela delle stesse.

E, questo, secondo un criterio desunto dalla recente inserzione nel Codice penale degli articoli 604-bis e 604-terLa volontà è quella, dunque, di estendere alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale e identità di genere gli effetti dei due nuovi articoli sanzionanti gli atti di violenza e l'incitazione all’odio per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

Eccone in anteptima il testo:

Art. 1.

(Modifiche all’articolo 604 bis del codice penale in materia di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa)

 

Alla rubrica dell’articolo 604 bis del codice penale sono apportate le seguenti modifiche:

dopo le parole «etnica e religiosa», sono aggiunte, infine, le parole «, fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere».

All’articolo 604 bis del codice penale sono apportate le seguenti modifiche:

a) alle lettere a)b), sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere».

b) Il paragrafo seguente «È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» è sostituito da «È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere».

Art. 2.

(Modifiche all’articolo 604 ter del codice penale in materia di circostanza aggravante)

 

All’articolo 604 ter del codice penale sono apportate le seguenti modifiche: 

nel primo periodo, dopo le parole «o religioso» sono aggiunte le seguenti «, fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere».

 

 

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Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, è uno degli Street Artist più affermati e apprezzati della scena internazionale. Palermitano di nascita e milanese d’adozione, vive da diversi anni a Barcellona. Ma le sue incursioni artistiche urbane e le sue opere pop e graffianti sono diventate oggetti di culto tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, tanto in Germani quanto in Francia e nel Regno Unito.

Tvboy è stato, negli ultimi anni, protagonista di prestigiosissime esposizioni come quella del Museo MDM di Porto Cervo (2014) o quella allestita allo Spazio OnSider di Barcellona (2015), dove le sue opere ono state presentate insieme a quelle dei padri storici della PopArt come Andy Warhol e Keith Hering.

Qualche settimana fa il suo nome è rimbalzato su tutti i media italiani per il poster del bacio tra Salvini e Di Maio (in Via del Collegio Capranica a Roma), con cui l’artista ha voluto “prefigurare” ironicamente i possibili risvolti dello scenario politico nazionale. Benché diventata virale in brevissimo tempo, l'immagine è stata censurata e rimossa.

Nonostante ciò Tvboy non si è perso d’animo e solo qualche ora fa ha colpito ancora! E l’ha fatto con un’incursione urbana che ha coinvolto la zona dei decumani di Napoli e quella del santuario di Pompei. Nella notte, infatti, Tvboy ha affisso (con la tecnica del paste-up) nei vicoli del centro storico partenopeo i suoi poster, raffiguranti Pino Daniele (vico dei Panettieri), Totò (vico Figurari) e Maradona (via San Biagio del Librai): tre colonne indiscusse della mitografia popolare napoletana.

Si è poi spostato a Pompei e, a pochi metri dal Santuario meta di migliaia di pellegrini che giungono quotidianamente da ogni parte del mondo, TvBoy ha fissato l’immagine di Papa Francesco, con il tipico volto sorridente e bonario, che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti Lgbti, e la scritta Love wins. Stop homophobia. Una chiara risposta a chi, da quando è stato convocato il Pompei Pride, prova a frenare la realizzazione della manifestazione nella città mariana per eccellenza.

Tvboy accetta di parlare ai microfoni di Gaynews proprio mentre realizza le sue opere.

Tvboy, come mai ti è venuta l’idea di dedicare un tuo poster urbano ai diritti delle persone Lgbt?

L’idea mi è venuta proprio quando ho visto che veniva censurato il mio bacio tra Salvini e Di Maio. Ho pensato che venisse censurato proprio perché in Italia c’è ancora difficoltà a parlare delle relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Allora la frase che mi è venuta in mente per il post di questa immagine è questa: Papa Francesco è già pronto a manifestare in prima linea al GayPride di Pompei perché anche in Italia, come già in altri paesi d’Europa, siano riconosciuti i diritti delle coppie dello stesso sesso! #lovewins #stophomophobia.

Francesco non si è mai schierato apertamente al fianco delle persone Lgbti. Però ha fatto delle dichiarazione nuove per la Chiesa quando ha detto: “Chi sono io per giudicare un gay? Allora ho pensato che potesse essere un testimonial perfetto per il Pride. E poi l’idea mi è venuta anche leggendo delle dichiarazioni omofobe di gruppi di estrema destra, ma senza dare loro troppo protagonismo perché hanno scritto delle cazzate.

La mia opera è bella perché parla del momento che stiamo vivendo. In Spagna già da anni sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche Obama ha lottato. In Italia abbiamo il bagaglio storico culturale della Chiesa: però io spero che qualcosa si muova.

Ti aspettavi o meno l’oscuramento del bacio tra Salvini e Di Maio?

In realtà non se l’aspettava nessuno ma ha contribuito al successo dell’opera. Quando vuoi censurare e nascondere un’opera, si crea un meccanismo opposto di curiosità perché la gente si chiede perché la vogliano nascondere. La censura ha dato maggiore protagonismo all’opera. Protagonismo che non avrebbe avuto se l’avessero lasciata là.

Da artista italiano che vive e lavora in Spagna, come guardi all’Italia in questo momento così difficile della nostra storia politica?

L’ho sempre detto: quando te ne vai all’estero, allora vedi i pregi del tuo Paese. Se ci vivi, vedi solo i difetti. In Italia abbiamo un grande potenziale, uno straordinario bagaglio storico, artistico, culturale. Però ci perdiamo in un bicchiere d’acqua e questo ci fa restare anni luce indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna era più indietro dell’Italia perché ha avuto la dittatura franchista. Però in pochi anni si è aperta al cambiamento: questo dipende anche dalla politica e da vari fattori.

Ma adesso in Italia siamo in un momento di cambiamento e quest’opera vuole che anche l’Italia si apra al tema del sociale e di come si può migliorare. Questo è il pensiero di un eterosessuale perché i diritti delle persone Lgbti sono diritti di tutti non solo di una parte.

 

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Quanto successo domenica a Bucarest continua a dividere gli animi in Romania. La proiezione del film 120 battuti al minuto - vincitore, lo scorso anno, del Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes - è stata infatti interrotta da un gruppo di ultranazionalisti e cristiani ortodossi.

Entrati nella sala cinematografica del Museo nazionale del contadino rumeno, i manifestanti hanno intonato l’inno nazionale e canti sacri. Molti di essi, nello stringere tra le mani croci, icone mariane e striscioni, gridavano: La Romania non è Sodoma oppure Soros, lascia soli i bambini con questa gente. Chiaro richiamo alla teoria complottistica che indica nel magnate magiaro-americano George Soros il principale promotore della lobby gay liberista e finanziatore delle associazioni Lgbti europee per scardinare i valori "tradizionali" del vecchio continente.

I manifestanti hanno anche dichiarato che il film è offensivo per il popolo romeno, nel quale non ci sarebbero persone gay, lesbiche o trans.

Immediata la reazione del MozaiQ, la massima associazione Lgbti del Paese, che attraverso il suo presidente Vlad-Levente Viski ha condannato «i gesti estremi di alcuni gruppi ultra-ortodossi e conservatori che propagano l'odio contro la collettività rainbow».

Ha poi chiesto segnali concreti alla classe politica nazionale in risposta a un'escalation di «violenza fisica e verbale contro le persone Lgbti negli ultimi due anni. Crediamo che la discriminazione è inaccettabile in una democrazia e che tutti i cittadini debbano essere  trattati con rispetto. E noi, persone Lgbti, abbiamo diritto alla pari dignità e vogliamo essere protetti dalle istituzioni statali».

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È ancora polemica al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Milano sui temi Lgbti, davanti al cui ingresso è stato oggi affisso un manifesto in forma decalogica sulla correlazione tra orientamento sessuale e incidenza di infezioni sessualmente trasmissibili. Con prevedibile indignazione di studenti, genitori e docenti che hanno informato dell’accaduto il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Il manifesto, che condensa in dieci punti i peggiori stereotipi sui comportamenti sessuali dei gay fornendone così l’immagine di nuovi untori– ma si vede che proprio a Milano la lezione manzoniana non sembra aver fatto scuola –, reca il titolo Gay: c’è poco da essere Pride... Come infettare il mondo con un mare di malattie legate ai comportamenti omosessuali.

immagine liceo da vinci milano

Ma facciamo un passo indietro.

I diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intersex, il valore del coming out e la prevenzione delle Ist sono state al centro, il 30 gennaio,  dell’assemblea d’istituto organizzata dagli studenti con l’approvazione della dirigente Luisa Amantia.

Ma alla vigilia dell’incontro 11 docenti (dei complessivi 72 del liceo di Via Respighi) hanno indirizzato una mail di protesta. «Il Collegio docenti - così si leggeva in essa –  ha saputo di questa iniziativa studentesca, del tema e dei relatori soltanto sabato, con la circolare pubblicata sul sito della scuola. Che gli insegnanti cui affidate i vostri figli in un patto di fiducia per la loro crescita integrale non sappiano chi siano gli adulti che parleranno loro di temi così sensibili, è francamente grave (…) e che la mattinata sia stata pensata in modo granitico, senza contraddittorio, senza la presenza di qualche voce autorevole che problematizzi le narrazioni di esperienze personali, ci pare operazione pericolosa e semplificativa». 

A dispetto di ciò, l’assemblea si è svolta in un clima sereno anche se tanti studenti hanno preferito restare in classe. Perché, come scritto dalla dirigente scolastica Amantia, «gli studenti hanno il diritto e dovere, ma non l’obbligo, di partecipare all’assemblea. Ci si può astenere, come per il voto».

D’altra parte, come rilevato dal vicepreside Guglielmo Pagani, è lo stesso Miur «a prevedere che l’assemblea sia gestita dagli studenti senza che la dirigente o gli organismi possano influire sulle loro scelte». Ma l’istituto di Via Respighi non è nuovo a certi episodi visto che nel 2015 sul dazebao studentesco La Bohème comparve un botta e risposta tra alcuni studenti e una docente (tra gli undici firmatari della mail di lunedì sera) che definiva «innaturali» le relazioni omosessuali.

Poi l’episodio odierno su cui così s’è espresso Sebastiano Secci, presidente del Mieli, in un comunicato ufficiale:  “Non possiamo non notare – dichiara il presidente del Circolo Mario Mieli, Sebastiano Secci - come questo orribile episodio si inserisca in un clima politico che sta pericolosamente virando verso odiose posizioni di divisione, intolleranza e chiusura, con l’emersione di spinte fasciste e reazionarie che preoccupano tutte e tutti noi. Dipingere la comunità LGBT+ come un gruppo di ‘untori’ vuole proprio aumentare la diffidenza e il discredito nei nostri confronti agli occhi della collettività”.

“Noi non ci stiamo – continua Secci - Il nostro movimento lavora da decenni per diffondere una cultura della sessualità libera e responsabile, lavorando con dedizione per informare tutti i cittadini sulle infezioni sessualmente trasmissibili che, spiace doverlo ricordare nel 2018, a differenza degli omofobi, non discriminano in base all'orientamento sessuale. La presenza di queste sfide educative e culturali devono spingerci a fare di più e fare meglio, premendo l'acceleratore sull'educazione sessuale e affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado, strumento decisivo per formare adeguatamente i giovani a vivere con libertà e responsabilità la propria vita sessuale e per seppellire definitivamente i ruderi di una cultura della vergogna e della repressione sessuale malsana e anacronistica”.

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Chiamami col tuo nome, la pluricandidata pellicola di Guadagnino ai premi Oscar, finisce nel mirino della stampa statunitense con l'accusa di esaltare gli abusi sessuali. Secondo Cheyenne Montgomery - come riportato nella sezione Opinion del Boston Globe - il film, pur presentando un’abile regia e una splendida fotografia, è in realtà un’esaltazione della predazione di un adulto nei riguardi d’un adolescente. È percio, a suo parere, «immorale e pericoloso».

Professoressa di biologia a Portland dove vive con sua moglie Amy e tre figli nati da un precedente matrimonio, Cheyenne sottolinea come i critici tocchino il «problematico divario di età» tra il 17enne Elio e il 24enne Oliver (rispettivamente interpretati da Timothée Chalamet e Armie Hammer) ma finiscano poi per minimizzarlo e profondersi in elogi.

Non si tratterebbe quindi assolutamente di «un trionfo erotico» o di «una meraviglia romantica» contrariamente dalle valutazioni di alcuni giornali. Chiamami col tuo nome  «non parla - secondo Montgomery - di un uomo più anziano e uno più giovane. Falsa una relazione di sfruttamento tra un adulto e un adolescente. Queste relazioni manipolative causano danni duraturi, come so per esperienza personale».

E, paragonandosi a Elio che, sdraiato sulle ginocchia dei genitori in un pomeriggio piovoso, crede di essere un adulto autonomo ma in realtà non lo è, Cheyenne narra di sé quando a 15 anni inizia a studiare a Wallingford presso il Choate Rosemary Hall. Il prestigioso college privato misto, cioè, che ha annoverato tra i suoi allievi nomi dal calibro, ad esempio, di John Fitzgerald Kennedy, Michael Douglas, Glenn Glose, Paul Giamatti. E che, lo scorso anno, è stato travolto da un’inchiesta giornalistica su studenti, vittime di numerosi abusi sessuali tra il 1960 e il 2010.

Cheyenne parla dell’incontro, avvenuto in quel primo anno di permanenza al Choate (1989), con  l’allora 27enne Angus Mairs, professore di matematica e assistente di dormitorio. Tra i due s’instaura un rapporto confidenziale che spinge Cheyenne, dopo ripetute domande del docente, a rivelargli di essere stata più volte sessualmente molestata in famiglia.

Una confessione che, anziché spingere l'insegnante a denunciare gli abusi, lo porta a stringersi sempre più confidenzialmente a Cheyenne fino a quando i due avviano una relazione. Relazione continuata anche dopo che l’adolescente perde la propria verginità durante un campeggio estivo e terminata solo con la fine della docenza di Mairs al Choate. Anche se invitata da questi a non dire nulla a nessuno, Cheyenne si confida con Björn Runquist, 43enne professore di francese e nuovo assistente di dormitorio. Fra i due s’instaura une relazione sessuale simile a quella precedente.

La propria esperienza è paragonata da Cheyenne Montgomery sul Global Post con quella del protagonista di Chiamami col tuo nome: «Un Elio della vita reale – scrive la donna che sta preparando un libro autobiografico –  molto probabilmente soffrirebbe di depressione e potrebbe anche diventare un suicida».

Il film di Guadagnino potrebbe perciò, secondo Montgomery, «causare danni reali normalizzando questo tipo di conquista sessuale. Potrebbe essere particolarmente dannoso per i giovani della comunità Lgbt, che sono già ad alto rischio di depressione e suicidio». 

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Ideatore e fondatore del Padova Pride Village nonché già presidente del locale comitato d’Arcigay, Alessandro Zan è soprattutto noto per aver ottenuto il primo registro anagrafico delle coppie di fatto, compreso quello di persone dello stesso sesso, e per aver tenuto, in veste di deputato, il commovente discorso antecedente l’approvazione del ddl sulle unioni civili alla Camera.

Adesso è in corsa per il suo secondo mandato parlamentare nelle file del Pd. Gaynews l’ha raggiunto per saperne qualcosa di più

Onorevole Zan, dopo estenuanti attese è stata confermata la candidatura nelle liste Pd. Qual è stata la sua prima reazione? 

Chiaramente è stata una fortissima emozione sapere di essere candidato alla Camera per il mio partito, nella mia città, nella mia provincia. Un’emozione accompagnata da un grande senso di gratitudine verso la comunità del Partito Democratico, che ha voluto concedermi un’enorme fiducia: non deluderò questa fiducia, lavorerò sodo, come penso di aver già fatto in questi cinque anni passati in Parlamento.

In quali collegio è candidato?

Correrò come capolista nel collegio plurinominale di Padova per la Camera dei Deputati. Non in quello uninominale di Padova, dove è candidato Fabio Verlato, un bravissimo primario ospedaliero, che sosterrò con tutte le mie forze contro la candidata leghista.

I diritti umani e civili le sono stati particolarmente a cuore in questa legislatura. Saranno al centro anche della sua campagna elettorale?

Assolutamente sì: in questi anni abbiamo aperto una stagione di affermazione dei diritti civili e umani nel quadro normativo nazionale. Ora dobbiamo continuare a percorrere questa strada: è nel dna del Partito Democratico, che ha dimostrato nei fatti di essere l’unica forza credibile in questo ambito: unioni civili, biotestamento, legge sul dopo di noi, introduzione del reato di tortura e legge sull’autismo.

Eletto, su quali punti in particolare s'impegnerà?

Da sempre mi batto per i diritti: questa sarà una battaglia costante, che porterò sempre avanti nella mia attività politica. Ora la priorità più urgente è approvare una legge efficace contro l’omotransfobia, dare pieni diritti e dignità ai figli delle coppie di persone dello stesso sesso e riformare l’intero impianto normativo delle adozioni, aprendole a tutte le coppie e ai single.

Dovremo necessariamente puntare ad approvare il matrimonio egualitario: le unioni civili hanno sicuramente colmato il ritardo sui diritti rispetto agli altri Paesi occidentali. Ora però è tempo di allinearsi totalmente, superando qualsiasi differenza, anche legislativa e istituzionale.

Parallelamente ai diritti delle persone Lgbti, dovremo urgentemente far approvare lo ius soli, dando piena cittadinanza a centinaia di migliaia di cittadini nati in Italia, a cui ancora non è riconosciuto questo status. Questo ritardo è inaccettabile e incomprensibile: chi nasce, vive e cresce in Italia è un nostro concittadino a tutti gli effetti, indipendentemente dalla famiglia d’origine o dall’etnia.

Inoltre mi impegnerò a fondo per il mio territorio, Padova: una provincia con un milione di abitanti, ricca di realtà molto diverse fra loro e con problematiche complesse che dovranno essere rappresentate in Parlamento e trovare ascolto all’interno delle istituzioni.

Che cosa pensa delle minacce di abolire le unioni civili da parte di Eugenia Roccella e d’alcuni esponenti del centrodestra?

Il loro accanimento fa sorridere: durante la discussione nell’opinione pubblica e parlamentare cercavano di far passare le unioni civili come un provvedimento di serie B, di cui non c’era urgenza.  Ora che finalmente i diritti sono legge, meritano, a quanto pare, ancora la loro attenzione.

Voglio essere chiaro nei confronti di questa gente, nemmeno in grado di raccogliere le firme per tentare di indire il referendum contro le unioni civili: il Paese non è con voi, rappresentate un mondo che non esiste più. E a un centrodestra, che strizza l’occhio e abbraccia queste frange omofobe e retrograde, dico: Ci vedremo in Parlamento, noi non molleremo un centimentro.

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Leonardo Monaco, attivista Lgbti e segretario di Certi diritti, ora candidato alla Camera nella lista + Europa con Emma Bonino.

Abbiamo voluto intervistarlo, curiosi, soprattutto, del significato delle parole chiave del mondo radicale in un contesto politico molto difficile qual è quello odieno. Contesto particolarmente difficile per la difesa dei diritti acquisiti e per la potenziale retrocessione dei valori europei in un’agibilità democratica sempre più scricchiolante.

Leonardo, prima la nomina a segretario dell’associazione Certi Diritti. Ora candidato in vista delle elezioni del 4 marzo. Possiamo dire che hai concluso un anno con un successo e ora con una opportunità significativa ?

Si tratta in entrambi i casi di portare avanti quello che negli ultimi dieci anni ho fatto da militante Radicale. Essere segretario di Certi Diritti è un'esperienza che vivo come una grande responsabilità, nei confronti degli iscritti e della storia dell'incrocio tra radicali e libertà sessuali. La candidatura alle politiche è, come dici, "un'opportunità" che vedo come l'occasione per contaminare un progetto politico più ampio con le tematiche che sono al centro del mio attivismo.

Puoi dirci quali sono gli aspetti più significativi di +Europa con Emma Bonino e l'apparentamento con il PD in questo momento per il Paese ?

+Europa è una proposta politica aperta che vuole riconciliare la politica con i fatti, dire le cose come stanno per promuovere riforme di giustizia e libertà. Vogliamo dare il nostro contributo perché l'Italia, tra i fondatori dell'Unione europa e membro del G7, non ceda al rancore, all'irrazionalità o alle proibizioni dettate da emergenze senza fondamento. Guardando allo scenario politico italiano abbiamo fatto una scelta di campo chiara: tenere vivo il sogno europeo mettendo del nostro nell'unica coalizione in grado di arginare l'ascesa dei nazionalismi e dei populismi.

Sappiamo che c'è molto ancora da fare per i diritti delle minoranze. Quali gli aspetti al riguardo su cui +Europa punta in modo significativo?

Come radicali abbiamo l'abitudine di dimenticarci presto delle vittorie, per cominciare a difenderle e per ripartire dall'impegno che investiamo da sempre dal di fuori del Parlamento. Non solo in campagna elettorale.

Continueremo a pungolare sul tema dell'agibilità democratica, dallo stato della democrazia partecipativa fino alla partecipazione alle competizioni elettorali, segnate da leggi di attuazione assolutamente inadeguate per i tempi in cui viviamo. Nella passata legislatura abbiamo raccolto 200mila firme su tre proposte di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia, della cannabis e per la riforma delle politiche migratorie, argomenti ai quali questo parlamento ha dato risposte parziali o assolutamente insufficienti. E non mancheranno le battaglie che ben conoscete, quelle portate avanti da Radicali Italiani, dall'associazione Luca Coscioni, da Certi Diritti.

Passiamo al tema del sex work. Quali le piste che volete percorrere al riguardo?

Faccio mia la posizione di Certi Diritti, che consiste nella traduzione del modello neozelandese di regolamentazione del lavoro sessuale. Favorire la riemersione con politiche fiscali semplici, empowerment legale per comprendere appieno i propri diritti da lavoratore e una capillare azione di informazione sul sesso sicuro. La nostra sfida consiste nel riportare il dibattito coi piedi per terra: tra abolizionismo ideologico e regolamentarismo in salsa leghista preferiamo di gran lunga una buona legge studiata insieme ai sex worker, che guardi alla riemersione fiscale ma soprattutto sociale del fenomeno, per i diritti e la sicurezza di coloro che si prostituiscono e della loro clientela. ​

Qual è la vostra posizione sulle questioni Lgbti?

Sulle questioni Lgbti vado avanti con gli altri compagni nel solco che abbiamo tracciato con Certi Diritti: riforma organica del diritto di famiglia che passi per il matrimonio e le unioni civili per tutti, riforma delle adozioni. Questioni di tutti, non solo LGBTI, come il superamento dei divieti residui della legge 40, come la Pma per i singoli e coppie same-sex o la gestazione per altri. Per quest'ultima partiamo da un bel lavoro svolto in collaborazione tra Certi Diritti e l'Associazione Luca Coscioni per una regolamentazione italiana sulla falsariga di quella californiana che tuteli i diritti di tutte le parti coinvolte.

+Europa: diamo significato a queste parole?

+Europa è un sogno per il quale dobbiamo farci speranza. Un'impresa indispensabile per la conquista dei diritti civili e politici. È cinquant'anni di pace, è storia e innovazione. Qualcosa che non possiamo permetterci di sacrificare in questa fase storica.

Grazie, Leonardo in bocca a lupo.  - 

Viva il lupo! E grazie a te!

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