San Zenone degli Ezzelini, Comune del Trevigiano, ha ospitato ieri sera Luca Di Tolve e Silvana De Mari nel corso dell’incontro Bellezza è Verità. Organizzato dall’Associazione culturale Via, verità e vita, l’evento era stato pensato per  la chiesa parrocchiale di San Zenone ma don Antonio Ziliotto si è fermamente opposto. Tra lo sconcerto di tante persone il dibattito si è alla fine tenuto presso l’auditorium delle locali Scuole Medie con l’ampio sostegno del dirigente scolastico Mario De Bortoli.

Luca Di Tolve, che si definisce “Io, andata e ritorno nell’infrno delle darkroom” ed è noto quale soggetto ispiratore del brano di Povia Luca, era gay – versione però smentita dallo stesso cantante – si presenta come una persona guarita dall’omosessualità. Sostiene perciò le teorie riparative di Nicolosi, per la cui divulgazione promuove meeting.

La chirurga e scrittrice di romanzi fantasy Silvana De Mari è nota per le posizioni violente e cariche di odio nei riguardi delle persone Lgbti. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Si va dalla negazione dell’omosessualità all’affermazione dell’omofobia quale diritto fino all’ipotesi che tutte le socie e i soci del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli provino simpatia per la necrofilia e coprofagia.

Nonostante i reiterati confronti previ con Guglielmo Masin, assistente parlamentare di Alessandro Zan, il dirigente scolastico non ha fatto marcia indietro. L’accaduto sarà tra pochi giorni al centro di un’interpellanza parlamentare di Alessandro Zan e Florinda Casellato.

Raggiunto da Gaynews, l’onorevole Zan ha dichiarato: «Alcuni cittadini di San Zenone degli Ezzelini, in provincia di Treviso, hanno denunciato che sabato 21 ottobre si sarebbe tenuto presso l'auditorium delle scuole medie del comune la serata "Bellezza è verità", a cui parteciperanno Silvana De Mari, medico indagato dalla procura di Torino per istigazione all'odio razziale e Luca Di Tolve, un sedicente "redento" dall'omosessualità, entrambi strenui sostenitori delle terapie riparative per le persone omosessuali.

Il fatto che la serata (peraltro prima rifiutata anche dal parroco stesso del Paese) si svolga non solo in una sala pubblica, ma anche in uno spazio scolastico statale assume un significato gravissimo: concedere l'auditorium scolastico per eventi in cui si divulga la cultura dell’odio omotransfobico, considerato una piaga sociale che alimenta proprio il bullismo nelle scuole è un atto inaudito che intendo portare agli occhi del ministro Fedeli. Per questo nei prossimi giorni predisporrò, con la collega trevigiana Floriana Casellato, una interrogazione parlamentare al ministro dell'Istruzione sull'accaduto»

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Dal 1988 si celebra l’11 ottobre il Coming Out Day. La data fu scelta da Robert Eichberg e Jean O'Leary, ideatori della ricorrenza, che vollero così ricordare il primo anniversario della marcia nazionale statunitense per i diritti delle persone Lgbti. In tale giornata si vuole rimarcare l’importanza del coming out o decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o identità di genere.

Atto liberatorio per le persone Lgbti che in quanto tali subiscono discriminazioni. Atto emancipativo come lo riteneva Karl Heinrich Ulrichs – di cui ricorre fra l’altro quest’anno il 150° anniversario del  coming out -, che, ritendo l’invisibilità un ostacolo fondamentale al cambiamento dell'opinione pubblica, invitava le persone omosessuali a uscire allo scoperto.

Nel Coming Out Day 2017 Gaynews ospita la testimonianza di Daniela Lourdes Falanga, attivista trans e componente del comitato di Arcigay Napoli

Forse, vent'anni fa, vedere semplicemente dei manifesti per strada o avere persone che smuovessero sensibilità nelle scuole, avrebbe rassicurato un ragazzo che raccoglieva solitudine dal mondo. Avrebbe chiarito a molti di non essere unici in un dolore devastante da tacere.

Io ero figlio della mia contemporaneità che non prevedeva il mio coming out, prepotentemente sovversivo e autentico, né lo considerava possibile una famiglia che radicava i suoi principi in un autoritarismo mafioso, sessista ed eteropatriarcale. Ero una donna ma non la rappresentavo e doverlo confidare mi ha reso vittima di una morbosa violenza che mi devastava per l'incapacità di comprendere come potessero i genitori negare un figlio e umiliarlo di disprezzo e lividi.

Eppure quell'attraversamento doloroso era una conquista, era il mio libero arbitrio, era il desiderio sconfinato di me stessa, del mio pensiero liberamente espresso, era ciò che lo specchio della mia mente rimandava quando mi fantasticavo nel tempo rallentato dei drammi. Non dimenticherò mai, però, che tutto questo si realizzò al quarto anno del liceo, e che nonostante i professori non sapessero rispondere con chiarezza al radicale mutamento che raccontavo, con molta sensibilità accolsero finalmente il mio fragoroso silenzio. Senza dubbio il più bel ricordo insieme a quello degli amici di classe. Senza dubbio traduco e confido il coming out, secondo la mia esperienza, in una travagliato ma straordinario viaggio di una voce che per la prima volta parla, che per la prima volta emette un suono.

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Nell’imminenza della prossima tornata elettorale siciliana i comitati Arcigay di Catania, Ragusa e Siracusa hanno stilato un questionario sulle tematiche Lgbti da inviare ai candidati di tutti gli schieramenti. Per saperne di più Gaynews ha intervistato Giovanni Caloggero, presidente del comitato catanese.

Giovanni, quali sono state le motivazioni che hanno spinto Arcigay Catania a redigere un questionario rivolto alle persone candidate alle prossime elezioni regionali?

In ogni occasione elettorale molti candidati si ricordano che le persone Lgbti sono "anche" elettori e, pertanto, la comunità viene attenzionata. Ovviamente spesso solo in queste circostanze. Insieme ai comitati di Siracusa e Ragusa abbiamo, quindi, pensato di voler inquadrare gli eventuali candidati, in particolare i candidati alla Presidenza della Regione, nel contesto di taluni temi per noi importanti e acquisire le rispettive dichiarazioni da rendere pubbliche, come parimenti pubblico sarà il loro eventuale silenzio. Questo, per noi, costituisce anche uno strumento utile all'elettore per le sue libere valutazioni di merito.

Quale valore vincolante possono avere le dichiarazioni che i candidati daranno alle domande?

Ovviamente trattasi non di impegni bensì di una manifestazione di orientamento sui temi per noi sensibili. Quindi nessuna valenza vincolante ma nel futuro una possibilità per noi di evidenziare eventuali mancanze di coerenza e poca attendibilità.

Quali sono le vostre aspettative in merito a questa  iniziativa e alle eventuali risposte? 

Purtroppo lo scenario politico siciliano non ci consente alcun ottimismo. Soprattutto sui candidati alla Presidenza della Regione ad eccezione di qualcuno le cui possibilità di essere eletto sono praticamente nulle. Per il resto, sempre in tema di aspiranti presidenti, il quadro è veramente sconfortante poichè si passa dall’irrilevanza politica alla già constatata quasi omofobia e, nel migliore dei casi, alla più crassa ignoranza dei nostri temi ed esigenze. Alcune differenze si rilevano, invece, in taluni candidati al consiglio regionale, diversi dei quali hanno già fornito risposte soddisfacenti. Comunque sia, entro e non oltre il 31 ottobre renderemo pubbliche le risposte e anche i silenzi.

Il caso di Roberta Mezzasalma ha influito su questa  iniziativa

No. In nessun modo le dichiarazioni di Roberta Mezzasalma hanno influito, atteso che il questionario è stato predisposto e inviato ai destinatari già diverse settimane prima.

La stessa Mezzasalma ha rilasciato dichiarazioni sulle persone Lgbti, alle quali il presidente di Arcigay Ragusa ha già dato una sua prima  risposta proprio su Gaynews. Quale  sono le  tue considerazioni in proposito? 

Condivido e sottoscrivo le dichiarazioni di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato territoriale di Ragusa. A mio avviso Roberta Mezzasalma ha dei problemi di accettazione che non è ancora riuscita a risolvere. Dispiace solo, sotto il profilo strategico, che la sua candidatura in una lista non certamente a noi vicina possa consentire a questa stessa lista di apparire per ciò che decisamente non è, cioè aperta e accogliente. Cosa che sino ad oggi non è stata.

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Ricordate il caso di Francesco, uno dei due giovani della provincia di Napoli che ad agosto fu cacciato da casa insieme al compagno perché omosessuale? Il caso, sollevato in estate dal comitato Arcigay di Napoli che offrì rifugio ai due ragazzi e che ha commosso l’opinione pubblica di tutta Italia dopo le recentissime dichiarazioni di Cristiano Malgioglio nel corso del GFVip, giunge adesso a un’importantissima svolta.

La giudice Ferrara Valentina ha infatti stabilito che i genitori di Francesco dovranno versare mensilmente al 18enne un assegno di mantenimento. D’altronde, appena diventato maggiorenne, Francesco era stato allontanato dalla madre nonostante il tribunale le avesse assegnato la casa quale affidataria dei figli. La stessa giudice non si è espressa però sul garantire a Francesco un legame affettivo con la sorella più piccola. Un tale rapporto sembrerebbe ostacolato dalla convinzione della genitrice che non sarebbe educativo per la bambina avere contatti con il fratello Francesco “essendo apertamente omosessuale”.

All’indomani di quest’ordinanza, incontriamo l’avvocato Salvatore Simioli dello Sportello legale di Arcigay Napoli che si è costituito come difensore del ragazzo nella causa di separazione giudiziale dei genitori innanzi al tribunale di Napoli Nord.

Avvocato Simioli, in seguito all'ordinanza che prevede l'attribuzione di un assegno familiare per il giovane allontanato di casa perché gay, quali saranno effettivamente le conseguenze positive nella vita del ragazzo? Qual è la somma che i genitori dovranno riconoscergli?

La giudice ha quantificato l'assegno di mantenimento in 400 euro, 150 a carico della madre e 250 a carico del padre, tenute presenti le rispettive condizioni economiche. Il ragazzo potrà anche lavorare e unire il proprio reddito e l'assegno di mantenimento e divenire quindi economicamente autosufficiente per i bisogni primari (vitto, alloggio, vestiario). Questo sempre se adempiranno all'ordine della giudice.

Dal punto di vista giurisprudenziale quest'ordinanza può essere un altro tassello importante relativamente all'emersione di una sempre più pressante necessità di leggi che tutelino le persone Lgbti, soprattutto in condizione di evidente soggezione?

Il dovere al mantenimento dei figli maggiorenni è sancito dall'art. 30 della Costituzione e dagli art. 147 e ss. del Codice civile che impongono ad ambedue i genitori l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle inclinazioni e delle aspirazioni dei figli, in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo, non prevedendo alcuna cessazione ipso facto per via del raggiungimento della maggiore età. Nel caso di specie è stato appurato che Francesco, pur maggiorenne, non è economicamente autosufficiente. Quindi anche altri ragazzi/e Lgbti possono chiedere il mantenimento ai genitori, in particolare se cacciati da casa

I genitori del ragazzo possono rifiutarsi di riconoscergli l'assegno? Nel caso lo facessero a cosa andrebbero incontro?

L'assegno lo determina un giudice. Quindi i genitori non possono non ottemperare a un suo ordine. La parte può mettere in esecuzione il provvedimento coattivamente e in caso di mancato pagamento i genitori possono essere perseguiti anche penalmente.

Nell'ordinanza, mi sembra di capire, non si fa riferimento all convinzione materna che la dichiarata omosessualità di Francesco possa essere elemento di disturbo per la figlia più piccola. Dal punto di vista legale, oltre che umano e culturale, come si sentirebbe di commentare questa circostanza?

Durante l'udienza la madre ha confermato di non volere il figlio a casa, ma non ha "confermato" che il motivo è la sua omosessualità. La Giudice si è mostrata molto attenta e sensibile alle istanze di Francesco e il provvedimento adottato, d’altronde, lo conferma.

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In controtendenza rispetto alla psicosi da “giovanilismo” compulsivo che spesso, troppo spesso, coinvolge la società contemporanea e, naturalmente, anche la comunità Lgbti, il comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli ha formalmente istituito il Gruppo Senior. Esso avrà il compito di recuperare la memoria del movimento, la cui lezione e la cui preziosa eredità sono troppo spesso dimenticate, ed elaborare nuove forme di aggregazione e progetti. Il tutto al fine di offrire servizi a persone Lgbti mature che vogliano partecipare attivamente alla vita associativa e sociale, trovando, in un contesto inclusivo e paritetico, nuove soluzioni per soddisfare ambizioni e bisogni.

Un lavoro che, con lungimiranza, intende intervenire in maniera propositiva sia avvicinando alla vita dell’associazione le persone Lgbit che, superati i cinquant’anni, vivono condizioni di difficoltà, di emarginazione sociale e stigma, sia dando nuovo spazio e nuova linfa a ex militanti che, per ragioni svariati e comprensibili di vita privata e lavorativa, si erano allontanati dalla loro “passione”. Persone che, seppure in età di pensione ma incoraggiate dalla possibilità di operare in un gruppo paritetico, possono nuovamente spendere esperienza ed energia per il benessere proprio e della della comunità.

Corrado Curato, militante “storico” del comitato provinciale Arcigay di Napoli, è stato nominato coordinatore del Gruppo Senior. Al riguardo ha dichiarato che le principali finalità saranno “sconfiggere la solitudine, arginare l’esclusione sociale, abbattere stigma e pregiudizio, recuperare la memoria del movimento e delle esperienze e competenze individuali, offrire progettazione di servizi sociali, tra cui co-housing e condomini solidali e assistenza socio sanitaria”.

Il Gruppo Senior si riunirà ogni martedì pomeriggio, alle ore 18.30, presso la sede di Arcigay Napoli in Vico San Geronimo alle Monache 17.

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Si è aperto martedì 5 settembre presso il tribunale di Verona il processo a carico di Massimo Gandolfini, leader del Family Day, con l'accusa di diffamazione nei riguardi di Arcigay. La seconda udienza si è tenuta giovedì 21 settembre. Per saperne di più abbiamo raggiunto Flavio Romani, presidente della storica associazione rainbow.

Flavio, perché hai deciso di sporgere denuncia a nome di Arcigay contro Gandolfini?

Perché Arcigay è stata infangata da un'accusa infamante, che offende il nostro lavoro quotidiano come associazione e l'onorabilitá di ogni socio e socia. Come ben sappiamo, da ormai vari anni è stata montata contro le persone gay, lesbiche e trans una guerra che chiama i cittadini a lottare contro quella colossale bufala della cosiddetta "ideologia gender". Il tutto è iniziato con la discussione della legge contro l'omofobia, che secondo loro limitava la loro libertà di offendere e discriminare le persone Lgbtim e ha avuto il suo culmine nei mesi della discussione della legge Cirinnà. Gruppi di cattolici integralisti si sono saldati con movimenti di estrema destra e hanno messo in piedi iniziative di tutti i tipi nell'intero Paese dalle Sentinelle in piedi al Family Day fino a centinaia di convegni in cui si spiegava quanto noi fossimo una minaccia per la società.

In alcuni di questi incontri il professore Gandolfini ha affermato che Arcigay approva la pedofilia. È stato subito chiaro che era stato passato il segno e che il contrasto non era più di tipo culturale e politico ma si  scadeva nella denigrazione e nell'accusa infamante. E questo per me era intollerabile come presidente di Arcigay e rappresentante legale di questa associazione ma anche e direi soprattutto anche come socio di Arcigay da tantissimi anni. Ho ritenuto che l'unica risposta possibile fosse quella delle vie legali: non si trattava più di una battaglia culturale o politica, ma era diventata una battaglia a cui solo un tribunale può dare risposta.

La pedofilia è un reato colpito giustamente con leggi molto severe ma prima ancora è un atto orrendo e devastante che distrugge la vita dei bambini e delle bambine che ne sono vittime. Poteva forse Arcigay tollerare tutto questo? Io credo di no. Gandolfini ci ha accusato davanti a centinaia di persone di approvare la pedofilia e ora (aggiungerei) deve rispondere davanti a un giudice di diffamazione aggravata.

Ti aspettavi che fosse istruito un processo o pensavi a un'archiviazione?

Ovviamente quando si presenta una querela non si è mai certi dell’esito. Però nel nostro caso abbiamo prodotto i video delle conferenze del professore Gandolfini che erano stati messi online. Questi video documentano che a un certo punto Gandolfini estrae dalla sua cartella una pagina di Repubblica del luglio 2014. Si tratta di un articolo che parla di Facebook e della introduzione nella piattaforma italiana della possibilità di scelta fra 58 opzioni identitarie, iniziativa per la cui realizzazione Facebook aveva chiesto ad Arcigay una collaborazione

Gandolfini tira fuori l'articolo di Repubblica e ne legge titolo e sottotitolo: Da oggi il social network permette di optare tra 58 identità diverse
Tutte “approvate” dall’Arcigay, inclusa una destinata a suscitare dibattitiE questo è in effetti il titolo di Repubblica. Poi però Gandolfini dice alle centinaia di persone presenti: “E sapete qual è questa categoria destinata a suscitare dibattito? La pedofilia!”. Ovviamente questo provoca una reazione di sconcerto e di profonda indignazione fra chi lo sta a sentire. In pratica alle centinaia di persone che sono presenti alle sue conferenze e alle migliaia di persone che hanno in seguito visto il video online, Gandolfini fa credere che Repubblica si riferisca alla pedofilia e che Arcigay approvi la pedofilia. Ovviamente nell'articolo la parola pedofilia non viene neanche menzionata e la categoria destinata a suscitare dibattito a cui fa riferimento il titolo è quella dei femminielli. Alla querela noi abbiamo allegato vari video in cui si mostra tutto questo e il pm ha deciso di esercitare l’azione penale.

Quali i momenti salienti della due udienze?

Le prime due udienze sono state a carattere essenzialmente tecnico e procedurale come normalmente succede nei processi. Il difensore di Gandolfini, l'avvocato Simone Pillon, ha presentato due eccezioni: la prima eccezione riguardava la competenza territoriale del tribunale di Verona, la seconda la costituzione di parte civile del sottoscritto oltre che dell’Associazione Arcigay. Entrambe sono state respinte. La difesa Gandolfini, ai fini dell’istruttoria da svolgere, ha chiesto l’esame di un teste e due consulenti tecnici, nella persona della professoressa Chiara Atzori che dovrebbe illustrare l'ideologia gender e dell'ex magistrato Roberto Thomas che ha affrontato nella sua carriera vari casi di pedofilia.

Noi, attraverso il nostro legale, l’avvocata Rita Nanetti, ci siamo inizialmente opposti anche perché secondo il nostro parere tutto è documentato. Sia il teste che i consulenti sono stati ammessi dal giudice, che ha poi però anche ammesso i nostri consulenti tecnici: persone tre le autorevoli e competenti rispetto alle questioni Lgbti che abbiamo in Italia. Si tratta del professore Paolo Valerio dell'università Federico II di Napoli e del professor Vittorio Lingiardi dell'università La Sapienza di Roma. Queste persone saranno sentite in una delle prossime udienze.

Quale la posizione dei legali di Gandolfini e quale quella del pm?

Non siamo in grado di anticipare quelle che potranno essere le difese del prof. Gandolfini, anche perché non ha rilasciato dichiarazione nel corso delle indagini. Il pubblico ministero esercitando l’azione panale ha ritenuto che vi fossero i presupposti per lo svolgimento del processo a carico di Gandolfini per diffamazione aggravata. Il giudice ha già fissato un fitto calendario di udienze.

Che cosa speri da questa causa?

Da questo processo noi ci aspettiamo che la giustizia dia un segnale forte e faccia capire che non si può usare la menzogna per screditare una associazione come Arcigay, composta da migliaia di persone che tutti i giorni cercano di lavorare per migliorare la vita delle persone gay lesbiche e trans. Non si può usare la menzogna e pensare di farla franca. Spesso in passato siamo stati insultati. Siamo stati derisi. Siamo stati offesi e discriminati. Con questa campagna contro l'ideologia gender si vuole attivare una psicosi collettiva su una cosa che non esiste per far tornare un clima di odio contro le persone gay lesbiche e trans. E non è solo Gandolfini.

Sono decine e decine le associazioni, i gruppi, le persone che si attivano a tutti i livelli, dalle piazze ai social ai media. Abbiamo visto anche in questi giorni la loro capacità organizzativa e la grande disponibilità economica che ha permesso loro di realizzare quell'autobus arancione che ha fatto il giro dell'Italia, cercando di portare nelle piazze la bufala antigender. Questa operazione non è riuscita molto: le piazze sono rimaste praticamente vuote. Però ci riproveranno. Come Arcigay ci siamo attrezzati per contrastare il più possibile questa psicosi. Abbiamo fatto un sito dove vengono spiegate in maniera riassuntiva tutte le questioni che riguardano questa crociata che è fatta contro di noi: il sito è www.maqualegender.it. Nel sito ci sono le spiegazioni essenziali, ci sono dei contributi culturali su tutto quello che serve per essere pronti a rispondere alle loro argomentazioni e c'è anche la possibilità di aiutare Arcigay economicamente attraverso una donazione che aiuti la nostra associazione ad affrontare le spese legali nel processo Gandolfini e in tutti i processi che andremo a intraprendere se ce ne saranno presupposti e necessità. E in generale un aiuto per tutte le iniziative che metteremo in piedi. Vorrei che fosse chiaro a tutti che si tratta di una battaglia insidiosa e importante contro questi gruppi, che vogliono riportare indietro le lancette della storia e ci vogliono ricacciare nel buio e nella vergogna.

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Abitano nella stessa via a Roma, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Sono Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, entrambi laureati in storia e critica del cinema, entrambi musicisti (Daniele Coluccini è anche pianista e Matteo Botrugno è anche batterista), entrambi registi de Il Contagio. Pellicola che, dopo il successo di critica della 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è distribuita dal 28 settembre nelle sale di tutta Italia.

Adattamento dell’omonimo romanzo di Walter Siti, Il Contagio affronta le vite di Chiara (Anna Foglietta) e Marcello (Vinicio Marchioni), quelle di Mauro (Maurizio Tesei) e Simona, e quella del boss di quartiere Carmine. Vite che si svolgono in una vecchia palazzina di borgata, in uno scenario umano degradatamente sospeso tra il tragico e il comico. Il questa realtà periferica e marginale irrompe il professor Walter (Vincenzo Salemme), scrittore di estrazione borghese che ha da tempo una relazione con il culturista Marcello. Se gli inquilini della triste palazzina di periferia accettano con rassegnazione le proprie vite intorpidite, Mauro, freddo e ambizioso spacciatore, sembra il solo a sentire la necessità di una svolta. La corruzione giunge così anche in un angolo sperduto della periferia.

Incontriamo Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, a pochi giorni dall’uscita del film nelle sale.

Innanzitutto, cosa racconta Il Contagio?

Il Contagio è tratto da un libro di Walter Siti e racconta l’amore di un intellettuale, Walter appunto, per un giovane borgataro palestrato romano. Un amore a pagamento ma il protagonista lo vive come se si trattasse del suo vero grande amore e così viene traghettato da Marcello, l’escort muscoloso, ai suoi occhi bellissimo, in un mondo sconosciuto. Walter è un borghese che viene allora in contatto con un mondo che gli è ignoto. E questa è la prima forma di contagio.

Quindi, si raccontano altre forme di “contagio” nella pellicola?

Certo. Il film si divide in due parti: la prima è ambientata in periferia, la seconda è ambientata al centro di Roma. mùMa potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra grande città e qui troviamo un’altra forma di contagio che è quella relativa al livellamento tra una classe sociale e l’altra, l’assenza di differenza nel mezzo tra una classe sociale e l’altra.

Il Contagio, fondamentalmente, racconta la storia di una passione-ossessione…

Assolutamente vero. Infatti con Walter Siti abbiamo fatto delle lunghissime chiacchierate per capire e indagare l’origine della sua passione-ossessione per una certa fisicità muscolosa e palestrata. Ossessione su cui ha scritto diversi libri, tra cui uno che si chiama, appunto, Autopsia di un’ossessione. Noi, però, abbiamo voluto inserire il grande amore di Walter per Marcello all’interno di altri amori e altre storie. Il film è proprio un film corale, un grande affresco della Roma di oggi ed è un film che parla anche di amore: si intrecciano diverse storie d’amore.

Vinicio Marchioni interpreta il personaggio di Marcello, il borgataro che ha la relazione extraconiugale con il prof, interpretato da Vincenzo Salemme in un ruolo drammatico che è assolutamente atipico per lui. La particolarità del personaggio di Marcello è nel carattere. Noi abbiamo fatto allenare per otto mesi Vinicio Marchioni che è diventato davvero molto muscoloso ma, al tempo stesso, lo abbiamo voluto caratterialmente molto infantile: un bambino di sei anni in un corpo da gigante.

Questo è un film che racconta anche Roma, la città in cui vivete. Qual è il suo stato di salute, secondo voi?

Sinceramente, adesso Roma non sta in condizioni buone: ravvisiamo una certa mancanza di cooperazione e condivisione. Roma oggi è una città incattivita, arrabbiata, che va sempre di fretta. Certo, questo è un problema di tutta l’Italia ma a Roma viene amplificato. A Roma si parlano tantissime lingue, anche nel nostro film si intrecciano tanti dialetti:  Roma è innegabilmente lo specchio del nostro Paese. 

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Si è tenuta stamane presso l'Hotel Sofitel Roma Villa Borghese la conferenza stampa del film 120 Battiti al Minuto, che sarà proiettato in anteprima questa sera presso il Cinema Eden alla presenza del regista e del cast 

La pellicola, che uscirà in Italia il 5 ottobre, è stata scritta e diretta da Robin Campillo. Siamo a Parigi nei primi anni '90 del secolo scorso: gli attivisti di Act Up (associazione nata nel 1989 nella capitale francese) lottano per rompere il silenzio sull’epidemia di Aids che proprio in quegli anni vede mietere numerose vittime. Su questo sfondo si dipana la storia di Nathan che decide di unirsi ai volontari di Act Up e condividere con loro anche azioni di protesta spettacolari. Azioni che sono una riprova della rabbia verso un establishment, la cui passività e i pregiudizi avevano prodotto una gestione irresponsabile di ciò che stava accadendo.

Una passività, un pregiudizio, uno stigma che comunicavano anche un messaggio sbagliato relegando “la malattia” solo alle persone omosessuali, drogate o a quelle che vivevano fuori dalla “regole”. È un film sulla presa di coscienza e della partecipazione attiva delle persone sieropositive e non solo. L’azione concreta di un'associazione che si era resa conto che la comunità sociale e non solo andava istruita. Vi era la voglia di essere visibili e tutto avveniva anche nel limite della legalità. E questo limite diveniva la forma più importante per far sentire la propria voce. Il film è stato selezionato per rappresentare la Francia ai Premi Oscar 2018 nella categoria Miglior film straniero. Lo stesso presidente della giuria  Pedro Almodóvar ha espresso la sua commozione. 

Presenti alla conferenza stampa, abbiamo chiesto al regista Robin Campillo:

Secondo lei qual è oggi rispetto al passato l’esperienza della sieropositività?

Dobbiamo dire che all'epoca avere una diagnosi di sieropositività e di Aids era una come una sentenza senza futuro e molte erano le difficoltà che le persone avevano per andare a fare il test, perché la paura era terribile. Anch'io subii questa paura. E il silenzio cadeva non solo fra le altre persone sieropositive ma anche nella stessa comunità Lgbti. Essere sieropositivo oggi è meno problematico: dà meno inquietudine e più che nel passato si vive e si può vivere.

Tuttavia le persone hanno paura di andare a fare il test, comprese quelle che avevano 20 anni all'epoca dei fatti. C’è bisogno di una maggiore comunicazione e dare maggiori informazioni sulla prevenzione, sulle diagnosi e sulle possibili terapie che sono molto avanzate. E, non dimentichiamo, inoltre, che oggi sussiste ancora un forte stigma nei riguardi delle persone sieropositive e omosessuali. Uno stigma che era assurdo nel passato e che lo è ancora di più oggi. 

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Un vero e proprio plebiscito consultivo quello che è stato avviato in Australia, martedì 12 settembre, sulla legalizzazione o meno del matrimonio tra persone dello stesso sesso. I risultati, previsti per novembre e calcolati sulla base delle preferenze pervenute via posta, non saranno vincolanti. Ma l’eventuale vittoria del sì porterebbe automaticamente al voto parlamentare secondo la promessa del primo ministro Malcolm Turnbull.

Cosa, questa, che il fronte avverso al same-sex marriage, a partire dalla chiesa cattolica e dalle comunità cristiane riformate, vuole assolutamente scongiurare. E lo sta facendo con condanne reiterate della legalizzazione delle nozze delle persone omosessuali in nome d’una presunta violazione della libertà di religione.

Non meraviglia perciò se il pastore Seven North della comunità presbiteriana di Ebenezer St. John a Ballarat – che, per capirsi, è la stessa città in cui è stato parroco il card. George Pell, accusato d’abusi su minori compiuti negli anni ’70 del secolo scorso – abbia cancellato il previsto rito di benedizione nuziale d’una coppia, dopo che la futura sposa aveva pubblicato sul proprio profilo Fb un post in favore dell’approvazione del same-sex marriage.

In una lettera indirizzata alla giovane e al suo futuro marito il pastore ha dichiarato: «Potete certamente comprendere che il vostro impegno in favore delle unioni tra persone dello stesso sesso è contrario agli insegnamenti di Gesù Cristo oltre che alla posizione biblica della Chiesa presbiteriana di Australia e alla mia. Questa divergenza di vedute assume delle conseguenze pratiche per quanto riguarda il vostro futuro matrimonio. Celebrandolo, sembrerebbe che io sostenga le vostre opinioni sul matrimonio tra persone dello stesso stesso o che non mi importi di questa questione».

Sui social si sono susseguiti post in favore della coppia e parole d’attacco nei riguardi di North. Ma nel merito della decisione si è espresso anche il premier Turnbull che, nel difendere la presa d’atto del pastore, ha ricordato come le singole chiese siano «libere di sposare chi vogliono» e abbiano il «il diritto di sposare o non sposare chi vogliono. Fa parte della libertà religiosa. La mia stessa chiesa, la chiesa cattolica, si rifiuta di unire quelli che già sono stati sposati una volta».

Parole convinte, ma anche volte a smorzare i toni, quelle di Turnbull, promotore del sondaggio per la legalizzazione e personalmente favorevole al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso.

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Iniziata l’11 settembre, la Pride Week di Belgrado si concluderà domenica 17 settembre con la marcia dell’orgoglio Lgbti. Oltre 50 gli eventi previsti nel corso della settimana: dalla conferenza internazionale sui crimini d’odio al festival cinematografico, dai dibattiti a cicli di letture fino ai party.

La situazione delle persone Lgbti in Serbia resta in ogni caso critica e gli scorsi Pride si sono sempre svolti in un clima di tensione. Sembrerebbe registrarsi una svolta col nuovo presidente Aleksandar Vucić che, eletto il 2 aprile scorso, ha nominato a capo del governo l’ex ministra lesbica Ana Brnabić. È stato però proprio Vucić a dichiarare, nel corso d’una conferenza stampa trasmessa in diretta dalla tv pubblica Rts il 12 settembre, che non parteciperà al Pride non apprezzandone il significato. «Non ho né voglia né interesse – ha così detto –. Non ho alcuna intenzione di prendere parte a tale manifestazione. Del resto domenica avrò molto da lavorare». Il presidente ha poi notificato la partecipazione alla parata della premier Brnabić, di altri ministri e del sindaco di Belgrado Siniša Mali.

E proprio il 12 settembre il noto sociologo serbo Jovo Bakić ha ricordato il legame tra il Partito Progressista Serbo (SNS) fondato da Vucić e i gruppi di estrema destra. Legame che risale ai tempi in cui l’attuale presidente militava nel Partito Radicale Serbo (SRS).

Bollando gli estremisti quali «utili idioti», Jovo Bakić ha fatto notare come essi «attacchino a comando e, quando si vieta loro di attaccare, restano calmi. Le prove per questo sono costituite da tutte le Pride Parade che si sono tenute finora: quando Aleksandar Vucić era all’opposizione, questi gruppi avevano piena libertà e  Belgrado era quasi sotto assedio. Ma da quando è salito al potere, questi gruppi sono calmi e le persone Lgbti possono adesso marciare normalmente».

Ma, secondo Bakić, non bisogna illudersi perché gli estremisti sono i «pit bull di Vucić al guinzaglio: quando è necessario, li rilascia». Per il sociologo il Partito Progressista Serbo userebbe gruppi squadristi quando vuole distogliere l’attenzione del pubblico da questioni difficili. È allora che i «pit bull – conclude Bakić - attaccano capri espiatori come le associazioni Lgbti o altre organizzazioni non governative».

Insomma, se c’è da rallegrarsi dell’elezione di Vucić per alcuni segnali postitivi, è necessario evitare l’alea di valutazioni semplificative in riferimento alla Serbia. E non solo per quel che attiene alle questioni Lgbti.

 

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