Sei pagine introduttive e 154 di testo. Questo in cifre il volume Città arcobaleno. Una mappa della vita omosessuale nell’Italia di oggi che, scritto da Fabio Corbisiero e Salvatore Monaco, è stato recentemente edito per i tipi romani della Donzelli e inserito nella collana Virgola.

L’opera si pone a coronamento d’una dettagliata ricerca che, condotta nell’arco degli ultimi cinque anni, offre una pioneristica sinossi della geografia urbana Lgbti sulla base d’una specifica campionatura delle città italiane. Esse risultano catalogate con relativo punteggio (da 0 a 100) sulla base di sei elementi di inclusione/esclusione sociale rilevanti: 1) servizi, 2) sicurezza urbana, 3) occupazione, 4) cultura e vita sociale, 5) turismo, 6) reti e associazionismo.

Lo studio punta così l’attenzione sul ruolo protagonistico dei centri urbani sia ad ampia apertura civica verso le persone Lgbti – e quindi classificabili come gay-friendly – sia a caratura arcobaleno. Qualifica, quest’ultima, che sta a indicare la nuova frontiera per le rivendicazioni del movimento, che in tali città vede efficacemente istituzionalizzati servizi e dispositivi di politica sociale gay. Di contro sono da registrare non pochi centri urbani, le cui relative amministrazioni sono mosse da un disinteresse istituzionale per le aspettative delle persone Lgbti. A tal riguardo il Bel Paese di stoppaniana memoria si presenta piuttosto come un Paese a macchie, dove coesistono e si contrappongono aree arcobaleno e aree grigie, rispettivamente identificabili nelle accennate politiche di promozione o disinteresse nei riguardi delle persone Lgbti.

Il quadro valutativo si arricchisce di interviste in esclusiva e dichiarazioni – riportate dai media – di alcuni sindaci attualmente in carica o decaduti, alcuni dei quali (Leoluca Orlando per Palermo, Luigi De Magistris per Napoli, Ignazio Marino per Roma, Virginio Merola per Bologna, Piero Fassino per Torino, Giuliano Pisapia per Milano) hanno avviato con politiche indirizzate ai cittadini Lgbti un cambiamento che, per quanto in divenire, può a buon diritto essere definito epocale. In tale scenario a fare la differenza è proprio la sinergia tra società civile, associazionismo e mandato dei sindaci più attenti alle questioni arcobalenoAlle associazioni gli autori dedicano ampio spazio in ragione di quell’imprescindibile spinta propulsora data dai singoli raggruppamenti attivistici all’accensione e al mantenimento della pubblica attenzione alle tematiche dei diritti di cittadinanza arcobaleno.

In conclusione, se è vero quanto scriveva Marziale sulle modalità compositive delle opere (in cui si trovano mescolate alcune cose buone, altre mediocri, moltissime cattive), si può dire con sicurezza che tale ordine risulta invertito nel volume in questione. Volume la cui firma principale – il coautore Salvatore Monaco è dottorando in sociologia presso l'Università Federico II di Napoli – è, come accennato, di Fabio Corbisiero che, oltre a essere ordinario di sociologia presso l’ateneo partenopeo, è anima e coordinatore scientifico del prestigioso Osservatorio Lgbt istituto presso il dipartimento federiciano di Scienze Sociali.

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Pagina Facebook di ArciLesbica nazionale. Un'immagine inquietante: quella di due labbra femminili cucite con del filo di ferro e sotto la dicitura I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta).

In realtà l'immagine si riferisce al link di un articolo apparso su medium.com di una lesbica femminista, presumibilmente inglese, il cui nick è PolelifeandPussy. La redattrice dice di essere angry, cioè arrabbiata, perché - a suo parere - le donne transessuali vorrebbero silenziare le differenze tra sé e le donne biologiche.

L'intero articolo verte sull'urgenza, espressa da PolelifeandPussy, di distinguere donne cisgender da donne transessuali, perché - a suo dire - avere o meno un utero o un seno dalla nascita cambia la prospettiva del linguaggio e il repertorio delle esperienze.

Secondo l'articolista chiedere oggi rispetto per questa differenza, differenza di vissuto e dunque di esigenze che ne conseguono, porta ad essere tacciati di transfobia. A PolelifeandPussy, in effetti, dà anche fastidio che, in virtù della correttezza "imposta" dalla comunità trans, lei potrebbe essere costretta a condividere spazi, anche piuttosto prossimi, con donne transessuali che conservano ancora l'organo genitale maschile.

Insomma, proprio mentre sembra evidente che i diritti si raggiungono in modo più immediato e completo laddove le "minoranze" risultano coese e riescono a fare fronte unico contro una società veteropatriarcale e sessista, misogina e omotransfobica, ArciLesbica Nazionale con l'articolo di PolelifeandPussy sembra marcare un desiderio di separatismo e distanza che, oltre ad essere offensivo e inattuale, risulta anche sterile e perdente rispetto alle grandi battaglie della contemporaneità.

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«I musulmani liberali e laici sono schiacciati dai conservatori. Quindi decidono di rimanere in silenzio. Non è così facile per i musulmani liberali venire 'fuori'. È come essere omosessuale. Sono bollati quali “nemici dell'Islam». A parlare così su The Guardian è la 54enne Seyran Ateş, avvocata d’origini turche e attivista per i diritti civili, che il 16 giugno scorso ha fondato nel quartiere berlinese Moabit la moschea Ibn Rushd-Goethe. Una moschea con un’unica musalla (o sala della preghiera) aperta a uomini, donne e persone Lgbti sia sciite sia sunnite nonché delle altre correnti minoritarie dell’Islam.

L’apertura della moschea “inclusiva” in alcuni locali della chiesa luterana di San Giovanni ha provocato un’ondata di reazioni da parte di musulmani conservatori in vari Paesi europei fino alla Turchia e all’Egitto. L’avvocata ha ricevuto minacce di morte sui social e si è sentita gridare "morrai" in strada. Il dipartimento legale dell'università al-Azhar de Il Cairo ha lanciato una fatwa contro la moschea berlinese e quelle similari.

Pur impaurita, Ates è decisa ad andare avanti. «Non sono sola con questa idea – ha dichiarato sempre a The Guardian –. È un movimento, è una rivoluzione. Potrei essere il volto della moschea liberale ma io non sono da sola. Abbiamo milioni di sostenitori in tutto il mondo. Ci sono sempre più persone che vogliono rompere le catene. In molti Paesi si possono trovare persone che praticano cià che stiamo facendo ma lo fanno sotto copertura, in privato. Per realizzare la moschea di Berlino ci sono voluti otto anni ma penso che ora le cose andranno più velocemente».

Già, perché la scorsa settiamana Ates è stata due giorni a Londra dove, sostenuta da alcuni componenti della Camera dei Lord, ha intenzione d’aprire una moschea come quella di Berlino. Sempre in Germania un’altra dovrebbe aprire i battenti entro la fine dell’anno a Friburgo. In tale impegno l'attivista sta lavorando a stretto contatto con la cantante e scrittrice malaysiana Ani Zonneveld - che a Los Angeles ha fondato Muslims for Progressive Values -, la imam danese Shirin Khankan e l'imam gay d'origine algerina Ludwig-Mohamed Zahed.

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Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Iniziato il 28 luglio, si conclude oggi il Belfast Pride Festival. Dieci giorni caratterizzati da oltre 100 eventi ricreativi e culturali, che hanno visto riversarsi nella capitale dell’Irlanda del Nord oltre 50mila persone. Momento culminante della kermesse Lgbti è stata la parata che, partita ieri alle 11.30 da Custom House Square, si è snodata per le vie principali della città al grido We are One per concludersi alle 13.00 sul luogo d’avvio.

Decine di migliaia di persone hanno così ricalcato le orme di quei 100 pionieri che nel giugno 1991 organizzarono la prima marcia dell’orgoglio Lgbti in città. Ad aprire il corteo arcobaleno Mary Ellen Campbell, la prima vicesindaca di Belfast apertamente omosessuale. Presenti inoltre per la prima volta agenti in divisa del corpi di polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) e della Repubblica d’Irlanda (An Garda Síochána). Non sono mancate piccole contromanifestazioni come quella di alcuni esponenti di confessioni cristiane che, davanti alla City Hall, hanno esposto cartelli con inviti evangelici alla conversione e penitenza.

Ma proprio nella mattinata d’ieri il neopremier irlandese Leo Eric Varadkar (entrato in carica il 14 giugno scorso), partecipando al Pride Breakfast in un pub di Belfast, ha dichiarato che il raggiungimento del matrimonio egualitario in Irlanda del Nord è solo «questione di tempo». Primo capo del governo della Repubblica d’Irlanda ad essersi dichiarato gay, Varadkar ha aggiunto: «Non sono qui per far arrabbiare nessuno ma per mostrare il mio sostegno e il sostegno del mio governo all'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge a prescindere da dove essi risiedano».

A differenza infatti della Repubblica d’Irlanda, dove il same-sex marriage è stato legalizzato nel 2015, e delle nazioni costitutive del Regno Unito il Northern Ireland non ha ancora normato le nozze tra persone dello stesso sesso. A essere fortemente contrari i conservatori di destra del Partito unionista democratico (Dup), il cui apporto è stato decisivo per la formazione del governo di Theresa May. Favorevoli, invece, i cattolici nazionalisti dello Sinn Féin, la cui leader Michelle O’Neill ha partecipato al Belfast Pride Breakfast col premier Varadkar ed esponenti di locali associazioni Lgbti. 

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Negli ultimi giorni si sta assistendo a un ampio quanto immaginabile clamore mediatico intorno all’omicidio di Vincenzo Ruggiero. La rete è stata investita da un vero e proprio tsunami di solidarietà per il 25enne di Parete e indignazione nei riguardi dell’assassino Ciro Guarente. Soprattutto in riferimento alle modalità con cui l'ex militare ha massacrato e nascosto il corpo del giovane attivista Lgbti napoletano. 

Anche i giornali si sono preoccupati di raccontare in maniera costante e capillare le evoluzioni delle indagini, narrando talora in tempo reale e in modo costante i diversi passaggi dell'azione criminale. Al di là dei titoli scorretti e inaccetabili di alcuni quotidiani, a partire da Il Mattino - in cui morbosità e lessico inappropriato hanno raggiunto vette imbarazzanti –, una certa polemica ha diviso la rete tra il comportamento che si dovesse adottare nei confronti del fatto di sangue. E su come si dovesse presentare.

Ecco, se da un lato è comprensibile lo strazio degli amici e di chi gli era vicino – strazio che suggerisce di associare al dolore una forma di contegnoso silenzio –, dall'altro è indispensabile ricordare che proprio in virtù dell'attenzione mediatica sollevata da associazioni come Arcigay Napoli e quotidiani come Gaynews, si è riusciti a operare una sorta di pressione sugli inquirenti e si è riusciti a penetrare il mistero in cui era avvolto, fino a qualche giorno fa, la drammatica storia di Vincenzo. Pressione operata da Arcigay Napoli e Gaynews non perché si volesse ricondurre il caso Ruggiero a un caso di omofobia o perché fosse importante marcare l'orientamento sessuale della vittima, ma perché Vincenzo era conosciuto, stimato e amato dalla collettività Lgbti napoletana di cui era fieramente parte. Ed è proprio dalla collettività Lgbti che è giustamente arrivato un input decisivo alle indagini. 

Dunque si dovrebbe riconoscere come non sia possibile chiedere ai media di far calare il silenzio – foss'anche per ragioni di dolore – sulla morte di Vincenzo. Se ciò fosse avvenuto, oggi Ciro Guarente non sarebbe in stato di arresto e, se ciò dovesse avvenire nell'imminente futuro, non sapremmo né il vero movente dell'omicidio né possibili complicità.

Perché, parliamoci chiaro, davvero si può credere all'omicidio passionale? Davvero si può credere che Ciro fosse geloso dell'amicizia tra Vincenzo e Heven? Davvero si può credere che Ciro Guarente, ragazzo esile e alquanto basso di statura, abbia caricato da solo valigie e corpo, abbia ordito da solo l'agguato a Vincenzo (perché di questo si tratta, no?), abbia da solo premeditato il fitto del box auto a Ponticelli dal 7 al 9 luglio per nascondervi il corpo di Vincenzo, abbia da solo sezionato il cadavere, labbia da solo ricoperto il tombino di cemento e da solo vi abbia versato l'acido per nascondere ogni traccia? 

E si può credere che nessuno abbia aiutato Ciro Guarente in queste operazioni decisamente complicate? Nessuno abbia visto? Nessuno abbia sentito? Nessuno abbia subodorato alcunché? E si può credere che tutto ciò sia avvenuto in una situazione pacificata, in cui un picco di gelosia scatena violenze inaudite gestite con inaudita freddezza?

Come invece non immaginare scenari differenti e ancora sconosciuti? Perché Ciro Guarente ha premeditato in maniera così atroce l'omicidio di Vincenzo? Perché ha depistato gli inquirenti con la storia del cadavere gettato nel mare? Perché ha utilizzato una modalità camorristica per disfarsi dello stesso? Perché la simulazione dell'allontanamento volontario è stata avallata anche in sede di denuncia? Dove sono le valigie con cui Vincenzo si sarebbe allontanato? E cosa è stato rinvenuto dei suoi effetti personali? E nell'abitazione, in cui è avvenuto l'agguato e in cui la vittima ha certamente già trovato il suo assassino (da solo o con un complice) è possibile che non ci sia alcuna traccia di colluttazione o di violenza? I vicini che cosa hanno sentito? Cosa hanno visto? 

Queste sono solo alcune delle domande che mi vengono in mente. Che vengono in mente a tutte e tutti. Ecco, senza i media che danno risalto a casi come questo, queste stesse domande resterebbero probabilmente soffocate nel silenzio. Senza risposte concrete.  Allora ben vengano appelli, lettere aperte e denunce all'Ordine dei giornalisti per quelle testate che offrono una narrazione morbosa delle storie Lgbti, utilizzando un lessico inaccettabile, offensivo e "preistorico". Ma mai, mai e poi mai chiedere ai media di tacere

Chi tace è sempre complice del più forte. Del violento. Di chi occulta la verità. Di chi, in maniera reticente, vive nel crimine. E al crimine, al proprio crimine, cerca di sopravvivere con la menzogna e la falsità. Quella falsità e quella menzogna, il cui velo dobbiamo  definitivamente sollevare da questa storia assurda. Perché Vincenzo non può e non deve morire una seconda volta nelle bugie e nei segreti di una società che, nel silenzio, continua a generare molti, troppi, insospettabili mostri.

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Sull'incremento dei casi di persone Hiv positive e sui metodi di prevenzione si riaccende peridiocamente la polemica. A dividere gli animi è soprattutto uno strumento come la PrEp (o profilassi pre-espositiva), di cui il più delle volte si parla senza effettiva contezza. Per saperne di più, Gaynews ha intervistato Michele Breveglieri, responsabile nazionale di Arcigay per il settore Salute.

 

In questi giorni si è tornati a discutere nella collettività Lgbti sulla PrEp. Innanzitutto, che cos'è e come funziona? 

PrEP sta per Profilassi pre-esposizione. In pratica è un farmaco antiretrovirale, usato normalmente per curare persone con Hiv, che una persona sieronegativa può invece assumere prima del sesso per evitare di prendere l’Hiv. Al momento solo uno è registrato a questo scopo: Truvada. Protegge solo dall’Hiv ed è un farmaco che va assunto quotidianamente o con una posologia specifica al bisogno (quattro pillole nei giorni intorno a quello in cui si fa il sesso da proteggere). In pratica, per dirla in parole povere, è un farmaco che, con la giusta concentrazione nel sangue, impedisce al virus di attecchire e replicare. Deve però esserci una sufficiente concentrazione affinché sia efficace ed è per questo che il modo in cui lo si assume è essenziale. Se preso nel modo giusto, ha un’efficacia altissima e paragonabile al preservativo, sul lungo periodo. Del resto non staremmo qui a parlare di PrEP se in 30 anni di epidemia fossimo riusciti a convincere tutti a modificare il proprio comportamento sessuale sempre e comunque usando il preservativo costantemente a ogni incontro. Se stiamo ai dati Emis del 2010, su oltre 16.000 uomini che fanno sesso con uomini (MSM) in Italia, tra coloro che avevano fatto sesso con partner occasionali nell’ultimo anno il 40.4% non aveva usato il preservativo almeno una volta nel sesso anale. Oggi, puntando anche su altri strumenti complementari, prendiamo atto del fatto che il preservativo è uno strumento che ha grande efficacia preventiva, ma anche alcuni limiti intrinseci, e ci avvantaggiamo di uno strumento in più che evidentemente interferisce meno, per alcuni, con la dinamica spontanea del sesso. Il vantaggio della PrEP, come anche della TasP (la strategia che si basa sulla evidenza che una persona con Hiv in terapia e carica virale non rilevabile da almeno sei mesi non trasmette il virus, non è infettiva), è questo. Lo svantaggio è che potrebbe associarsi a una maggiore diffusione di altre infezioni sessualmente trasmissibili spesso considerate minori, se usata costantemente in sostituzione del preservativo. Gli effetti collaterali sono un altro svantaggio, ma sono minimi e quelli più importanti (penso ai danni ai reni o alle ossa) hanno in realtà effetti reversibili una volta che si smette di assumere il farmaco.

Qual è la posizione di Arcigay?

Favorevole. Arcigay ha discusso del tema anche nell’ultimo congresso, uscendo con una posizione chiara sulla “prevenzione combinata”, ovvero sulla strategia secondo cui a ogni bisogno individuale di prevenzione deve corrispondere lo strumento più adeguato, e la prevenzione è una sinergia di azioni combinate, non è più solo “preservativo”. C’è il preservativo e gli altri strumenti “di barriera”: c’è la PrEP, c’è la TasP, ci sono le azioni di testing diffuso e che deve essere sempre più accessibile, ecc. Oggi la PrEP è già prescrivibile in Italia ma non è accessibile a causa dei costi. Ci stiamo battendo, assieme ad altre organizzazioni, affinché sia accessibile in un modo o nell’altro. Abbiamo co-firmato documenti, stiamo collaborando anche nell’ambito del Piano nazionale Aids del Ministero e di altri documenti istituzionali di indirizzo affinché la PrEP diventi strumento di prevenzione. La posizione è chiara.

La discussione sulla PrEP mette in evidenza anche l'aspetto commerciabile e i grandi guadagni che  le case farmaceutiche possono avere. Che ne pensi in proposito? 

In generale, penso che in un regime capitalistico questo è. Ma l’efficacia è scientificamente provata, non l’ha decisa il capitale. Mi pare un po’ riduttivo subordinare ragionamenti di efficacia a ragionamenti dietrologici sull’interesse economico. Ne capisco il valore critico, ma dal mio punto di vista conta di più il fatto che una persona non si infetti. Peraltro, una volta introdotto il generico Truvada, credo che sia più quel che non guadagnano a causa del calo di nuovi infetti. Ricordiamoci che allo stato attuale una persona sieropositiva vive una vita lunga come tutti gli altri. Sotto farmaci. Che hanno un elevato costo. Il costo evitato (traducibile in mancato guadagno per altri) non è indifferente. Semmai mi preoccuperei di più del fatto che il generico sia introdotto presto, per accelerare l’accessibilità. Il brevetto di Truvada scade in questi giorni, ma Gilead ha una protezione aggiuntiva fino al 2020, a meno che non vi rinunci. Il mantenimento e il rispetto di questa protezione è evidentemente un problema che ci auguriamo sia superato al più presto.

Sappiamo che riguardo alla prevenzione e all'informazione su Hiv e malattie sessualmente trasmessibili l'Italia presenta molti ritardi. Quali sono quelli maggiori e quali quelli più urgenti da affrontare?

Guarda, proprio perché la chiave per battere l’Hiv definitivamente è la prevenzione combinata, i ritardi del nostro Paese sono davvero dannosi. E sono tanti. Non si tratta solo di informazione. Si tratta di strategia che manca da tempo. Ora il Ministero, anche grazie a noi e ad altre organizzazioni che siedono nella sua sezione consultiva sull’Hiv, ha definito per la prima volta in trent’anni un Piano nazionale per sconfiggere l’Hiv, dove c’è tutto quel che serve. Allo stato dei fatti, è un ottimo strumento di pressione utilizzabile dalle organizzazioni di lotta all’Hiv, ma non so quanto stringente sul piano dell’impegno concreto della sanità pubblica, che è demandato alle Regioni. Non c’è impegno economico nazionale per sostanziare tutto ciò che c’è scritto in quel piano. Ma per tornare alla tua domanda… In un mondo della prevenzione che cambia e diventa sempre più complesso perché combina strumenti diversi e si orienta a target differenziati, devi avere una visione che tenga insieme tutto: dovresti avere centri clinici di salute sessuale che non solo fanno il test Hiv o danno la PrEP, per esempio, ma che fanno un check up completo di tutte le altre Mst, dovresti avere l’intelligenza di fare campagne differenziate con linguaggi differenziati a seconda delle persone a cui ti stai rivolgendo (uomini gay o persone trans, migranti, popolazione generale, donne, sex workers, ecc.), dovresti investire in quei servizi di comunità che aumentano l’accessibilità delle persone delle comunità più esposte, dovresti avere una comunicazione pubblica aggiornata (ad esempio col Numero Verde Aids del Ministero, per dirne solo una) che tiene conto di tutti i nuovi strumenti (TasP, PrEP, i servizi di testing rapido di comunità, ecc.). Ad oggi direi quasi niente di tutto ciò.

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Le Rouge et Le Noir. Si potrebbe definire col celebre titolo stendhaliano la prima unione civile celebrata a Monte Compatri (Roma) sabato scorso. A dire il loro sì nella suggestiva cornice di Palazzo Borghese, sede del Municipio, il 58enne Giorgio Valentini, direttore di banca, e il 47enne Francesco Ziantoni, impiegato presso una società partecipata di Ciampino.

Ne ha raccolto la dichiarazione – in assenza del sindaco - la consigliera della lista Nuovi Orizzonti Elena Villa. «È una grande emozione per me – ha così dichiarato la rappresentante comunale nel corso della cerimonia – avere l’onore di celebrare questo momento: che è vostro ma è anche di tutta la comunità monticiana. Davanti a me ho una coppia che cammina insieme da oltre 20 anni e che ha deciso oggi di coronare un sogno in cui hanno sempre creduto. Questa unione non è solo una semplice pratica burocratica per sancire, di fronte alla legge e allo Stato, ciò che siete da anni.  Questo è un momento di crescita per la nostra comunità, che apre le porte a maggiori diritti, equità e rispetto di tutti i cittadini. Ringrazio Giorgio e Francesco per aver scelto di condividere con noi questa giornata. È un onore e una grande emozione, per me, coronare il vostro sogno. E, al tempo stesso tempo, essere insieme a voi fautrice di questo».

140 le persone presenti tra familiari e amici, giunti da più parti del mondo, per manifestare alla coppia non solo gioia ma anche stima perché se oggi le unioni civili sono realtà lo si deve anche a uomini come Giorgio e Francesco che, accantonata da subito la paura dello stigma sociale, hanno realizzato una duratura vita di coppia e vissuto senza clamore negli anni il proprio Pride quotidiano sul posto di lavoro. A uomini come Giorgio e Francesco che attraverso una vita di coppia, iniziata 24 anni fa, continuano a dimostrare coi fatti la vera essenza della vita familiare: affetto, condivisione, cura reciproca di sé e dei familiari, spirito d’accoglienza. Il tutto condito di alti e bassi, liti e momenti idilliaci, perché la famiglia perfetta esiste sono nelle rappresentazioni oleografiche da Mulino Bianco e da manuale di devozione per le gentildonne.

Ma soprattutto perché Giorgio e Francesco non si sono arresi, in quasi cinque lustri di vita insieme, alle inevitabili difficoltà insorgenti da un duraturo rapporto – che essi hanno anzi cementatato superandole insieme – e dai rispettivi temperamenti. Se l’uno s’impone per uno spiccato senso pratico e un’adamantina franchezza nel parlare, l’altro ha un animo da sognatore con un immenso amore per la musica più raffinata a partire da quella di Joni Mitchell e Kate Bush.

Così diversi e pur così simili, Giorgio e Francesco condividono poi la passione per gli animali, le autovetture, i viaggi, l’arte culinaria. Senza dimenticare il comune gusto per l’ospitalità, il commento arguto, la battuta lepida. L’uno è stato dunque il reciproco sostegno dell’altro nei 24 anni di vita di coppia, come lo stesso Francesco Ziantoni ha raccontato in sinceri quanto commoventi post da countdown sul proprio profilo Fb.

Non c’è dunque da meravigliarsi per la partecipazione così massiccia e sentita a quest’unione civile, conclusasi con un elegante party presso il parco dell’abitazione di Giorgio e Francesco. E, a distanza di giorni, l’aria di festa continua a invadere una comunità dall’impronta tradizionale come quella monticiana. Tante le persone, soprattuto anziane, che fermano gli “sposini” per complimentarsi e augurare loro il meglio.

Con l’unione di Giorgio e Francesco Monte Compatri, dopo Rocca di Papa, Genzano, Albano e Ariccia, si pone così al quinto posto tra i Comuni dei Castelli Romani, che hanno visto in quest’ultimo anno varie coppie omosessuali accedere al neo-istituto paramatrimoniale. 

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Ancora allarme sicurezza per le persone Lgbi in Campania. Continua infatti a restare avvolta nel mistero la sparizione del  25enne Vincenzo Ruggiero, di cui non si hanno più notizie da venerdì 7 luglio. Scomparsa, questa, che si aggiunge a quella di Luigi Celentano, le cui ultime tracce sono da datare al 2 febbraio, e alle morti tanto atroci quanto inspighabili di Simo e Alex Pavlenko. Come se non bastasse ieri sera, nella zona tra piazza Garibaldi e Porta Nolana, al centro di Napoli, si è verificato un altro episodio di violenza che avrebbe potuto avere esito assai peggiore.

All’uscita dal lavoro il 25enne Simone Manfrellotti, nativo di Casalnuovo e militante di Arcigay Napoli, è stato braccato da due uomini vestiti di nero che, dopo averlo stretto ai polsi, hanno tentato di trascinarlo via. La circostanza - sulla base del racconto del giovane ancora in stato di shock - appare davvero sinistra, essendo evidente che l’aggressione subita non fosse a scopo di rapina o furto ma finalizzata al “rapimento”.

«Avevo terminato di lavorare – dichiara Simone secondo quanto riportato nel comunicato diffuso da Arcigay Napoli – e stavo percorrendo una via abbastanza isolata per raggiungere Porta Nolana, quando ho avuto la netta percezione di essere seguito da qualcuno. Allora mi sono spaventato e ho affrettato il passo ma ho sentito due uomini parlare alle mie spalle e uno diceva all’altro in dialetto: Chist ne è nat (questo ne è un altro) . In men che non si dica, uno dei due me lo sono ritrovato di faccia, con il cappellino nero che gli copriva il viso, e mi ha iniziato a strattonare stringendomi i polsi con forza per tirarmi verso di loro. Non hanno provato a rapinarmi, volevano portarmi via. Non so dove, ma in quella via ci sono tante stradine strette e isolate in cui è facile far sparire persone. Io mi sono divincolato e, nonostante abbia preso un pugno, sono riuscito a fuggire. Poi una signora mi ha aiutato a calmarmi e a chiamare la polizia.»

Nella giornata di oggi Simone si è recato, insieme al presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e all’avvocato Salvatore Simioli, presso gli uffici della Digos per sporgere denuncia e rimarcare lo stato di evidente quanto verificabile pericolo in cui sta vivendo la comunità Lgbti napoletana

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È difficile credere che si tratti d’una stessa mano e d’una stessa “mente”. Ma la sequenza di morti e sparizioni sospette di persone Lgbti, verificatesi nel giro di pochi mesi nel Napoletano, sconcerta e impone, al contempo, un’attenzione particolare da parte di media, istituzioni e magistratura. A lanciare l’allarme sono il Comitato Provinciale Arcigay di Napoli e il Coordinamento Regionale Arcigay Campania che, anche grazie al sostegno di alcune testate giornalistiche come Gaynews e della redazione di Chi L’ha visto?, segnalano la presenza di un’evidente emergenza sociale dietro a ben quattro casi.

Di essi due sono costituiti dalle morti atroci di Simo e Oleksandr Pavlenko detto Alex. Simo, giovane militante trans FtM, è stato rinvenuto esanime il 10 giugno, legato e avvolto in una coperta, tra i cassonetti del popolare quartiere napoletano di Forcella. Misteriosamente scomparso il 30 maggio dopo la fine della storia d’amore col compagno Massimiliano, il 23enne ucraino Alex è stato ritrovato cadavere il 16 giugno nel bosco di Capodimonte.

Gli altri due casi riguardano invece le sparizioni sospette di Luigi Celentano e Vincenzo Ruggiero, entrambi allontanatisi improvvisamente da casa senza lasciare messaggi o indizi di alcun genere. Del 18enne Luigi Celentano  (alto 175cm, occhi castani, capelli biondi) non si hanno più notizie dal 2 febbraio scorso, quando è scomparso a Vico Equense. Il 25enne Vincenzo Ruggiero (alto 187 cm, capelli e occhi scuri) è scomparso invece ad Aversa il 7 luglio.

Si tratta di circostanze tutte molto differenti tra loro ma immerse nel medesimo clima di mistero e silenzio. Pur volendo tralasciare la paura che esista un collegamento criminale tra le diverse vicende, s’avverte però una situazione complessivamente inquietante. Un quadro sociale di riferimento, il cui livello di sofferenza e disagio non può essere ignorato: ecco perché l’sos lanciato dai militant Lgbti campani va sostenuto e rilanciato.

«Denunciamo con forza l’esistenza di una  grave urgenza sociale che coinvolge persone Lgbti ancora costrette a confrontarsi con stigma e odio diffuso – afferma Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli – e chiediamo alla magistratura, alla politica territoriale e nazionale e alle forze dell’Ordine di non abbassare la guardia. Rinnovando la nostra piena disponibilità a collaborare su circostanze specifiche e dinamiche più ampie, insistiamo affinché si indaghi attentamente sulle vicende di Simo, Alex Pavlenko, Luigi Celentano e Vincenzo Ruggiero al fine di comprendere e circoscrivere responsabilità, dinamiche e implicazioni che, qualora restassero nell’ombra, potrebbero mettere seriamente a repentaglio la vita stessa di altre persone Lgbti».

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