Termini come favoloso/a e favolosità sono la chiave di lettura non solo dell’ultimo libro di Porpora Marcasciano L’aurora delle trans cattive ma anche della vita di colei che è una delle figure di spicco del movimento transgender e transfemminista italiano. Termini che, per imitazione dell’inglese fabulous e fantabulous, appartengono da decenni al gergo Lgbti e, come tali, sono stati risemantizzati con una finalità non solo autoironica ma anche reattiva a un lessico perdurantemente dannatorio verso soggetti considerati extra normam. 

Quando si ignora ciò, e ancor più all’interno della stessa collettività arcobaleno, il risultato è quello di cui ha dato prova la presidente di ArciLesbica nazionale Cristina Gramolini col suo articolo Cis, terf, favolosa e altre parole inappropriate comparso sul sito della Libreria delle donne.

Esistente a Milano dal 1975 e ubicata inizialmente in Via Dogana 2, essa è aperta attualmente in Via Pietro Calvi, 29 (a ridosso di Piazza Cinque Giornate). Si tratta – come si definiscono le stesse componenti – non solo di una «realtà politica e in movimento» ma anche di una «impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c'è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l'attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia».

In realtà la «differenza delle donne» tenuta in sì gran conto e difesa è ultimamente quella marcata e racchiusa nell’ambito di una visione biologistica della maternità e della femminilità. Il che si concreta nel conseguente duplice rifiuto della gestazione per altre/altri (come ricordato alcuni giorni fa anche da L’Avvenire che, nell’introdurre un’intervista a Luisa Muraro, ha presentato come «recente battaglia culturale del movimento femminista milanese (o perlomeno di quello “storico”) quella contro l’utero in affitto in nome della dignità della donna e della madre» – e del riconoscimento quali donne delle persone trans Mtf che non si sono sottoposte a intervento chirurgico. Come se l’essere e il sentirsi donna o uomo fosse questione di genitali e non primieramente d’identità di genere cui ci si sente di appartenere.

Motivo, soprattutto l’ultimo, che si ritrova nella critica di Gramolini a Porpora Marcasciano «principale ideologa transessuale italiana» con un totale travisamento, come accennato, del lemma “favolosità” non senza valutazioni moraleggianti ma non meno fumose come quando afferma: «Molto più cis-gender mi appaiono certe mtf che, giunte al genere di elezione, ne ricalcano gli schemi, tutte prese dagli accessori per signora e dai selfie continui».

Cosa che ha suscitato una reazione sui social di persone Lgbti e non che hanno postato i loro selfie con tanto di scritta Sono favolosa, lanciando gli hastag #IoSonoFavolosa o #IoStoConPorpora.

Contattata telefonicamente, Porpora Marcasciano ha dichirato a Gaynews: «Da almeno 15 anni la leader di ArciLesbica nutre odio e rancore verso l'universo mondo. Una volta era contro il mondo antagonista reo di rompere l'unità del movimento. Poi con il mondo lesbico non somigliante a loro. Poi man mano contro singole e singoli. Peccato che l'unico effetto che abbi avuto è la rottura interna ala sua associazione.

Se penso poi alle denunce, di cui è stata complice e ispiratrice, mi viene da dire che ci separano non uno ma due oceani. Abbiamo bisogno di altro e non di acredine e rancore».

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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Settimo decennale d’attività per l’Unione italiana sport per tutti (Uisp), nata a Roma nel 1948 col nome d’Unione italiana sport popolare. Riconosciuta dal Coni come ente di promozione sportiva, assunse il nome attuale negli anni ’80 del secolo scorso.

Composta attualmente di 142 comitati regionali e territoriali, l’Uisp con 20 strutture nazionali d’attività e oltre 1.345.000 soci promuove una cultura dello sport basata non sulla competizione ma sulla partecipazione allargata a tutti senza discriminazioni di genere, età, nazionalità, orientamento sessuale nonché sulla solidarietà e sul rispetto dell'ambiente.

In occasione del settimo anniversario di fondazione Gaynews ha raggiunto Manuela Claysset, responsabile nazionale Politiche di genere e Diritti, per sapere qualcosa in più soprattutto delle politiche attuate dall’Uisp verso le persone Lgbti.

L’Uisp compie 70 anni. Quale rapporto tra la finalità originaria di “sport popolare” e quella attuale di “sport per tutti”?

Oggi come 70 anni fa la Uisp è impegnata nella promozione dello sport e della pratica motoria, perché sono un diritto per tutti e per tutte. Sono cambiate molte cose dal 1948 quando lo sport era patrimonio di poche persone, quasi un'élite. Per questo l’idea di sport popolare, per portare lo sport verso le persone, per dare voce a quella richiesta di socializzazione e di rinascita che caratterizzava il nostro Paese nel dopoguerra.

Ancora oggi occorre riaffermare che lo sport è un diritto perché troppe sono le fasce di popolazione che hanno difficoltà ad accedere alla pratica sportiva. Basti pensare che ancora oggi circa 23 milioni di italiani non fanno assolutamente nulla: sono i sedentari.  

La visione dello sport basata sulla partecipazione allargata a tutti comporta l’abbattimento di qualsivoglia discriminazione. Che cosa ha fatto e sta realizzando l’Uisp con riferimento a quelle da orientamento sessuale e identità di genere?

Il nostro impegno è su vari fronti. Prima di tutto un impegno per promuovere una diversa cultura di inclusione, con il confronto e la collaborazione con diverse associazioni e reti istituzionali.  Un impegno che ha visto la realizzazione di diverse campagne di sensibilizzazione, iniziative e progetti anche a livello europeo. Ad esempio, il progetto Football for equality con lo slogan: Ora che lo sai, cosa cambia? con la foto  delle scarpe di calcio appese all’interno di uno spogliatoio. Così come la realizzazione di tornei, manifestazioni diffuse sul territorio e che vedono un continuo confronto con l’ssociazione e le persone Lgbti, un percorso non facile ma che ha visto in questi anni un sempre maggiore coinvolgimento del nostro mondo sportivo.

In diversi casi siamo passati dalla collaborazione o realizzazione saltuaria al coinvolgimento nelle attività consolidate, con la partecipazione di squadre Lgbti nei nostri campionati.  Inoltre siamo impegnati per la formazione sia per i dirigenti ma anche per le figure tecniche, per gli educatori e le educatrici che sono impegnati ogni giorno nelle attività. Per dare maggiori strumenti a che si impegna nelle attività ed essere sempre più attenti e inclusivi.

Omofobia, transfobia e sessismo sono ancora molto radicati in attività sportive come il calcio. Sono a suo parere atteggiamenti strettamente correlati tra loro? E  quali sono le strategie da attuare per giungere a un loro ridimensionamento?

Anche per questo serve un impegno ampio e trasversale, a partire dai vertici federali, dallo sport di livello. Assistiamo troppo spesso a dichiarazioni sessiste e omofobe da parte di personaggi importanti, dirigenti del sistema sportivo. Un pessimo esempio che facilmente ritroviamo anche nello sport di base, nel linguaggio e negli slogan dei tifosi, nei mezzi di comunicazione e che non sempre vengono contrastati con la dovuta attenzione. Credo che su questo occorra una riflessione per un cambiamento radicale, che vada oltre le sanzioni economiche e che sia in grado di coinvolgere tutti i diversi soggetti.

Accanto a questi episodi di razzismo e di discriminazione, esistono anche buone pratiche, attività di inclusione contro ogni forma di violenza. Occorre dare visibilità a queste esperienze e questo è il nostro impegno. Penso a manifestazioni come i Mondiali antirazzisti, a progetti come Il Calciastorie, ma anche i tornei, le attività che hanno completamente cambiato le regole del calcio per essere più inclusivi: esempi che occorre far conoscere e diffondere maggiormente sul territorio.

Con riferimento alle persone transgender, che hanno intrapreso il percorso di transizione, l’Uisp prevede la procedura alias. Può spiegare di cosa si tratta e quali risultati comporta? 

L’impegno di Uisp per i diritti delle persone Lgbti ha visto in questi anni la realizzazione di diversi momenti e confronti pubblici. Da una specifica riflessione sulla transessualità, grazie alla collaborazione di una base associativa come Asd Bugs di Bologna, con i ragazzi e le ragazze del Gruppo Trans di Bologna nel maggio 2017 abbiamo avuto la possibilità di confrontarci in merito ai problemi che le persone trans riscontrano nello svolgimento delle attività sportive.

Sono problemi e difficoltà molteplici: le persone trans hanno bisogno di una diversa attenzione nell’ambito sportivo, di spazi adeguati negli impianti, di essere riconosciute ed accolte. Essere riconosciute ed accolte, anche attraverso il tesseramento. Per questo la Uisp ha intrapreso il tesseramento alias per le persone transessuali, seguendo le esperienze  avviate nel mondo accademico e in diverse amministrazioni pubbliche o aziende.

Ai fini del tesseramento le persone transessuali, che cambieranno i propri dati anagrafici solo al termine di un lungo e faticoso iter, potranno essere socie della Uisp richiedendo di acquisire un'identità alias, cioè avere un nome differente  dal sesso anagrafico e che potrà essere utilizzato nello svolgimento delle attività della nostra associazione, con tutte le coperture assicurative garantite ai nostri associati.

Questo impegno nasce anche grazie alla disponibilità di Marsh, broker assicurativo e dell’aiuto, che diversi soggetti hanno messo in campo come la Rete Lenford – Avvocatura per i Diritti delle persone Lgbti. Questa opportunità del tesseramento Uisp è diventato uno spot promozionale, un'idea nata dal Gruppo Trans Bologna che insieme all’Ufficio Comunicazione Uisp Nazionale, hanno realizzato un breve video, una storia per dare voce a questa esperienza. Crediamo che l’inclusione sia fatta anche attraverso azioni concrete e questa del tesseramento alias sicuramente è una di queste.

Qual è la collaborazione in tale ambito tra Uisp e Centro SInAPSi?

Con SInAPSi è nata una collaborazione e un protocollo che ci ha visto in questi anni impegnati in diversi momenti comuni, a partire dal Convegno realizzato nell’aprile del 2015 Terzo Tempo fair Play – Lo sport contro l’omofobia e la transfobia, di cui  lo scorso anno abbiamo pubblicato  gli atti. Un incontro e una collaborazione molto importante che ci ha permesso di realizzare alcuni appuntamenti formativi, con momenti specifici  che abbiamo svolto per  dirigenti sportivi, con i tecnici, educatori ed educatrici di varie discipline, ma anche coinvolgendo giovani, i giornalisti sportivi e altre figure coinvolte nello sport.

Siamo consapevoli che c’è ancora molto da fare per cambiare questa cultura ancora discriminatoria che troppo spesso caratterizza l’ambiente sportivo. La formazione e la sensibilizzazione sono fondamentali. Collaborare con centri come SInAPSi per noi significa una crescita culturale, utile per tutto il mondo sportivo, che ci vedrà impegnati anche in futuro.

Maratona di Boston: quest’anno hanno partecipato ufficialmente cinque donne trans nella categoria femminile. Come giudica ciò soprattutto in riferimento al fatto che alcune di loro non assumono farmaci per abbassare il livello di testosterone?

Credo sia un segnale importante, un'azione concreta. Nello sport abbiamo assistito spesso a gesti e azioni che hanno fatto la storia e che hanno portato grandi cambiamenti. Questa decisione degli organizzatori della Maratona certamente è un altro passo. Fa piacere che nasca da quella di Boston, che è rimasta nella storia per diversi motivi.

Era il 1967 quando Kathrine Swizter divenne la prima donna a partecipare alla Maratona di Boston, iscrivendosi con un nome falso alla competizione: le donne allora non potevamo partecipare ufficialmente alle gare di fondo perché erano considerate troppo fragili per questo tipo di manifestazione. Nonostante i giudici di gara avessero tentato in tutti i modi di fermarla, Kathrine arrivo al traguardo, protetta anche da gli altri maratoneti uomini.

Questo gesto cambiò il mondo dello sport, aprendo la strada alla sempre maggior presenza delle donne nelle competizioni sportive. Il fatto che la Maratona di Boston si apre finalmente alla partecipazione di donne trans senza sottoporle ai controlli sul livello di testosterone è un segnale molto forte di attenzione e inclusione, che parla soprattutto allo sport di base. 

 

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Sarà inaugurato venerdì 20 aprile a Lahore The Gender Guardian, la prima scuola pakistana per persone transgender. Si registrano al momento 30 iscrizioni da tutto il Paese.

Asif Shahzad, proprietario dell’istituto privato, ha dichiarato d’aver deciso d’aprire The Gender Guardian a seguito del violento attentato che nel 2016 colpì colpì una scuola indonesiana frequentata da giovani transgender. «Inizialmente - ha spiegato Shahzad - terremo un corso di quattro mesi con due giorni di lezioni la settimana» in vista dell’espansione dell’istituto e dell’avvio di programmi educativi pieni.

Un altro segnale positivo dunque dalla Repubblica islamica del Pakistan, dove il Senato ha approvato, lo scorso 7 marzo, un disegno di legge tutelante le persone transgender. La nuova norma consentirà loro il dato anagrafico del “terzo genere” su documenti d’identità rilasciati dalle pubbliche amministrazioni o dal governo.

In linea, dunque, con l’ultimo censimento nazionale che, iniziato il 15 marzo 2017 e terminato il 25 maggio dello stesso anno, ha per la prima volta registrato le persone transgender (10.418 anche se, secondo l’associazione legale Trans Action della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, sarebbero in realtà quasi 500mila) sia pur sotto la discutibile categoria di “terzo genere”.

Per la giornalista Marvia Malik, che da marzo è la prima transgender pakistana a condurre un tg, sarebbe infatti necessario per le persone trans avere «pari diritti ed essere considerate non di terzo genere ma cittadini comuni».

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Svolgere attività di volontariato nelle carceri italiane è sempre difficile soprattutto a causa di problemi legati al sovraffollamento e all’assenza di moltissimi servizi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia al 31 marzo 2018 i soggetti detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) sono 58.223, di cui 19.811 stranieri.

Per le persone trans, poi, non abbiamo un numero preciso. Ma per loro il carcere è un luogo di ulteriori sofferenze caratterizzato da ghettizzazione e maggiore discriminazione. Da tempo nel Paese alcune associazioni trans e non operano all’interno di queste strutture con esperienza e professionalità.

A Roma nella casa di reclusione di Rebbibia porta il suo sostegno e il suo aiuto l’Associazione Libellula. A Leila Pereira Daianis, che ne è esponente di spicco, abbiamo fatto alcune domande per comprendere qualcosa di più al riguardo.

Le problematiche carcerarie legate alle persone transgender sono moltissime. Spesso si sente parlare di assenza di diritti anche i più elementari: è cosi?

Era così ma attualmente, grazie all’intervento delle associazioni come Libellula, la situazione è migliorata e i diritti sono più rispettati. Nel carcere di Rebibbia nel “reparto trans” vi erano molti problemi ma noi abbiamo lavorato molto soprattutto per controllare i disagi e la conseguente collera delle detenute trans soprattutto in riferimento alla ghettizzazione. Abbiamo lavorato molto con incontri ma anche attraverso l’esperienza teatrale come strumento di consapevolezza e autostima.

Quale sono le vostre principali iniziative all'interno e all'esterno del carcere in sostegno delle persone trans?

Tutti i mercoledì, dalle ore 16:00 alle ore 18:00, teniamo aperto uno sportello e cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e richieste. La maggior parte delle persone transgender detenute, essendo straniere, ha bisogno di contatto con le autorità diplomatiche dei loro Paesi per contattare i propri familiari. Quando escono cerchiamo di dare sostegno con una ricerca di lavoro e c’impegniamo a inviarle, secondo le diverse  necessità, ad altri servizi territoriali.

Alcune vengono rimpatriate e altre, invece, chiedono dal carcere protezione internazionale. Molte purtroppo tornano a prostituirsi, perché rassegnate come ex detenute o prostitute. La prostituzione per queste persone è l’unico mezzo di sostentamento.

Alta presenza di persone trans immigrate in carcere. Puoi dirci quali sono i Paesi maggiormente rappresentati a Rebibbia?

Al carcere di Rebibbia la maggior parte delle persone detenute trans sono soggetti MtF e straniere: 80% brasiliane, 7% colombiane, 5% argentine, 2% ecuadoriane, 2% peruviane, 1% marocchine, 1% tunisine. E poi per il 2% italiane.

Come è oggi il rapporto tra voi volontari e l'istituzione carceraria a Roma?

Dopo tanti anni di attività sono aumentate le azioni e sono cresciute le associazioni che intervengono nel reparto carcerario delle persone trans. Ho iniziato a svolgere la mia azione di volontariato quando ancora facevo parte de Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nel 1998 si è costituita presso il Comune di Roma una Consulta cittadina permanente per i problemi penitenziari. E da allora ad oggi abbiamo realizzato tantissimi progetti sia a livello locale che nazionale per la tutela dei diritti delle e dei detenuti. Il Circolo Mario Mieli e l’Associazione Libellula hanno sempre avuto un’attenzione importante verso le persone detenute transgender.

Numericamente quante siete a lavorare a Rebibbia?

Di Libellula siamo in quattro ad alternarci. Le altre associazioni hanno sempre due persone ciascuna.

C’è qualche storia di successo, conseguito col vostro operato, che puoi raccontarci?

Purtroppo è difficile parlare di successo. Nel carcere le donne trans sono isolate nel reparto maschile dagli altri detenuti e quando escono sono ancora più fragili. Più di una ha affermato che si sente più protetta all’interno del carcere che fuori. Molte sono dipendenti da alcool e droga.

Una, ad esempio, era felicissima perché una comunità cattolica per tossicodipendenti aveva promesso di accoglierla. Quando hanno però saputo che si trattava di una persona trans e per di più Rom hanno rifiutato, affermando che non c’erano più posto.

Non abbiamo una casa per accogliere le persone trans in misura alternativa al carcere. Con riferimento, soprattutto, a soggetti MtF alcune sono riuscite ad essere rimpatriate e non vogliono mai più tornare in Italia. Altre sono uscite dalla detenzione e hanno trovato un compagno. Avere precedenti penali significa non trovare un lavoro e regolarizzarsi.

Posso però affermare che per noi la storia di una donna trans brasiliana, laureatasi, in carcere può definirsi un grande un successo. Come quella d’una detenuta trans di nazionalità argentina che, condannata a una pena molta lunga,  ha deciso di riprendere i suoi studi. E quest’anno inizia il primo anno d’Università. Ma questi casi sono purtroppo molto rari.https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

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Giornata storica. Così la branca portoghese dell’Ilga ha salutato ieri l’approvazione da parte dell’Assemblea della Repubblica della legge (109 sì, 106 no, 15 astensioni), che consentirà il cambio legale di genere senza previa certificazione medica a partire dal 16° anno d’età.

Fra i 16 e i 18 anni sarà tuttavia necessaria l’approvazione dei genitori o dei rappresentanti legali. Essa vieta inoltre gli interventi chirurgici sui bambini intersex, «eccetto in situazioni di comprovato rischio per la loro salute».

Presentato dai parlamentari di Bloco (sinistra radicale), il disegno di legge ha ottenuto i voti a favore di Ps, Pev, Pan nonché della socialdemocratica Teresa Leal Coelho

Il Pds ha infatti votato contro insieme con Cds, la cui deputata Vania Dias da Silva ha dichiarato: «Siamo totalmente in disaccordo. Chi ha 16 anni non possono sposarsi né guidare e nemmeno bere e non dovrebbero perciò poter prendere una decisione dalle conseguenze così gravi e definitive».

I socialdemocratici hanno espresso contrarietà perché avrebbero voluto vincolata alla previa certificazione medica la rettifica dei dati anagrafici. A essersi invece astenuti i parlamentari del Partito Comunista

Il Portogallo si aggiunge così alla lista di quei Paesi quali Malta, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Argentina, Colombia, Bolivia, in cui – come scritto da Ottavia Voza, responsabile Arcigay per le Politiche e i Diritti Trans - le persone trans sono finalmente liberate «dalle gabbie della patologizzazione e della sterilizzazione forzata».

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Tony Andrew è un attivista nigeriano con status di rifugiato politico. Fuggito dal suo Paese nel 2016 a causa delle persecuzioni e delle violenze in atto contro le persone omosessuali, vive a Reggio Emilia. Qui cura i rapporti con i richiedenti asilo Lgbti e si occupa di integrazione. Oggi si racconta a Gaynews.

Tony, come hai raggiunto lo status di rifugiato politico?

Sono in Italia dall’estate del 2016. Eravamo tutti su un barcone che ha cominciato a imbarcare acqua. Quando sono arrivato, avevo lo sterno fratturato e la febbre alta. Mi hanno curato e per fortuna sono sopravvissuto. Sono stato trasferito in diversi campi di accoglienza. Ultima tappa nel Riminese dove mi hanno accolto in un appartamento. Dopo soli quattro mesi ho ottenuto lo status di rifugiato, grazie a Jonathan Mastellari dell’associazione MigraBo Lgbti. In quanto attivista Lgbti conosciuto in Nigeria, la Commissione per lo status di rifugiato politico non ha avuto particolari difficoltà a darmi il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Provieni da un Paese come la Nigeria, dove l’omosessualità è reato. Com’era la tua vita prima di arrivare in Italia?

Prima di fuggire avevo un negozio di sartoria a Benin City con quattro impiegati. Allo stesso tempo lavoravo con un’associazione canadese che lotta contro l’Hiv. Inoltre organizzavo delle feste segrete in cui si ballava e si conosceva gente: si entrava tramite conoscenze in alberghi che affittavamo solo per noi. Tramite queste attività ero diventato un punto di riferimento, soprattutto, per gay e lesbiche che finivano in difficoltà perché perseguitati dalla loro comunità o dalla famiglia stessa. Alcuni li accoglievamo in casa mia nonna e io. È lei che mi ha allevato.

Dal 2013 la legge contro le persone omosessuali in Nigeria è diventata molto più dura e le cose sono peggiorate sempre di più con aggressioni in piazza. Un giorno, ormai, si era sparsa la voce sulla mia omosessualità ed attività. Sono stato assalito nel mio stesso negozio. Sono sopravvissuto grazie a un cliente – anche lui gay – che mi ha tirato fuori e portato via da lì, ferito. Sono dovuto fuggire quel giorno stesso senza dire addio a mia nonna.

C’è un modo per “sopravvivere” come persona Lgbti in Nigeria?

La situazione è così dura che non ho mai conosciuto una persona transgender in Nigeria. Per loro non c’è modo di esistere. Ne conosco alcune che hanno fatto coming out come trans una volta arrivate in Europa o in Canada, come le mie amiche Mandy e Joy, ma non mentre eravamo in Nigeria.

Se sei sieropositivo non puoi dirlo a nessuno. Chi è conosciuto come sieropositivo è isolato. I farmaci non sono gratuiti. In Nigeria una persona sieropositiva non vive a lungo.

Se sei gay o lesbica, non puoi dirlo pubblicamente. Se vieni scoperto ti portano via tutto. Ti picchiano. Nessuno ti dà il suo aiuto neppure la famiglia: per loro sei un figlio o una figlia maledetto/a. Non sei libero di fare nulla. Devi solo nasconderti. Se hai l’occasione di conoscere, attraverso il linguaggio non verbale, altri gay, verrai presentato ad altri ancora: questo ti rende “fortunato” o meglio meno solo.

Qual è stato il momento più duro che hai sperimentato appena giunto in Italia?

Paradossalmente è stato dopo che ho ricevuto il permesso di soggiorno. Il servizio di accoglienza del paesino riminese in cui ero non ha mai fatto richiesta per il progetto di inserimento successivo (Sprar o Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Dopo un mese, perciò, mi hanno mandato via dall’appartamento in cui vivevo senza spiegazioni. Mi sono trovato a dormire in stazione per alcune notti. Ho pianto dalla paura e pregato tanto che non mi succedesse niente. Fortunatamente Jonathan Mastellari ha saputo dove ero e ha contattato delle associazioni dell’Emilia-Romagna. Nel giro di poche ore Arcigay Reggio Emilia mi ha dato un posto dove stare.

Perché hai scelto l’Italia?

L’Italia è un Paese per me sicuro. Molti dei miei amici gay erano già in Italia prima che salissi su quel barcone. E qui ho trovato aiuto. Vorrei aggiungere una cosa: vedo il razzismo e la discriminazione negli occhi della gente, anche qua. Ma bianchi o neri siamo tutt’uno. Nessuno è perfetto: alcuni sono bravi, altri cattivi, bianchi o neri che siano.

Chi sono i tuoi amici oggi?

Ne ho tanti, già dalla mia attività in Nigeria. Con molti sono in contatto tramite WhatsApp e Facebook. Con altri mi vedo regolarmente qui in Emilia e agli incontri per migranti condotti da MigraBo a Bologna. E altri ancora li contatto durante le attività di Arcigay Reggio Emilia, dove coordino gli incontri mensili per i migranti. Ora però ho tanti amici anche italiani. Vado a scuola di italiano. Annalisa, la mia insegnante, è bravissima.

Qual è oggi il tuo impegno come militante Lgbti?

A novembre sono entrato a far parte del nuovo Direttivo di Arcigay Reggio Emilia e ne sono molto orgoglioso. Ora posso aiutare di nuovo ragazzi e ragazze che arrivano dall’Africa e sono in Africa. Combatto le discriminazioni perché i miei amici possano essere liberi di essere chi vogliono, che abbiano i documenti a loro utili e possano stare in buona salute.

Da quando sono stato eletto, decine di persone ci hanno contattato. Sia per fare coming out coi loro operatori (c’è molta paura che la persecuzione continui anche in Italia) sia per trovare aiuto. Soprattutto per i tanti che sono rimasti fuori dai progetti di accoglienza o che hanno ricevuto un esito negativo in commissione o che sono letteralmente stati abbandonati dal sistema anche qui in Italia. E sono tanti.

In conclusione, quali grandi passioni ha Tony Andrew?

La mia passione ora è Dio, perché so che senza il suo aiuto non sarei mai riuscito a sopravvivere a quello che mi è successo. Perché senza il suo aiuto non avrei mai avuto l’opportunità di conoscere Alberto Nicolini, che mi ha preso in casa con sé e introdotto in Arcigay, dove adesso posso aiutare tanta gente.

E poi l’altra passione è l’amore. Non c’è nulla di importate come circondarsi di amore.

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Ieri sera il presidente Donald Trump ha emesso un ordine che bandisce le persone transgender dal far parte dell'esercito americano eccetto che per «circostanze limitate». A comunicarlo una nota della Casa Bianca, in cui si sottolinea come il mantenimento di soldati richiedenti trattamenti medici sostanziali «presenti un rischio considerevole per l'efficacia militare».

Con un tweet del luglio 2017 Trump aveva colto di sorpresa i vertici del Pentagono dichiarando di voler revocare la decisione presa dal suo predecessore Barack Obama per consentire l'arruolamento di persone transgender tra i militari. Un annuncio verso il quale quattro tribunali federali si espressero subito in maniera contraria. All’epoca la risposta del Pentagono fu di mantenere tra le file dell'esercito coloro già in servizio e consentire l'arruolamento a partire dal 1° gennaio.

L’ordinanza trumpiana è stata così commentata dalla portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders: «Ciò permetterà di applicare ugualmente standard consolidati di salute mentale e fisica - compresi quelli attinenti all'uso di farmaci - a tutti gli individui desiderosi di arruolarsi e combattere per la migliore forza militare che il mondo abbia mai visto».

Ma le reazioni non si sono fatte attendere. A partire da quella del Procuratore generale della California Xavier Becerra, il ha detto che il suo Stato continuerà la battaglia legale contro il divieto. «La California – ha affermato –  prenderà tutte le misure disponibili per prevenire l'azione discriminatoria del presidente Trump danneggiante o emarginante militari transgender in servizio o qualsiasi persona transgender americana che desidera difendere coraggiosamente la nostra nazione».

Durissima Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, che in un tweet ha scritto: «Questo divieto odioso è costruito appositamente per umiliare le coraggiose persone transgender dell'esercito che servono con onore e dignità».

La Human Rights Campaign ha accusato l'amministrazione Trump-Pence di alimentare gravi pregiudizi con un «divieto discriminatorio, incostituzionale e spregevole nei riguardi di militari transgender».

In ogni caso, come già preannunciato in febbraio dal maggiore David Eastburn, portavoce del Pentagono, l’ordinanza trumpiana non avrebbe alcun effetto pratico immediato sull'esercito perché il Pentagono è obbligato a continuare a reclutare e mantenere in servizio persone transgender in conformità con la legge vigente.

C’è anche da aggiungere che, secondo le linee guida del Pentagono presentate a dicembre, i requisiti richiesti a persone transgender ne rendono di fatto difficile l’arruolamento. Tali reclute potrebbero essere arruolate solo se un medico avrà certificato loro d’essere clinicamente stabili nel sesso d’elezione da almeno 18 mesi, di essere estranee a stati depressivi o psichici tali da compromettere significativamente un loro apporto in settori sociali, professionali o di altro tipo. Le persone transgender sotto terapia ormonale devono invece risultare stabilmente tali da almeno 18 mesi.

Contro tali requisiti hanno reagito attivisti per i diritti Lgbti ma è pur vero che essi rispecchiano le condizioni stabilite dall'amministrazione Obama nel 2016 quando, cioè, il Pentagono ha inizialmente revocato il divieto a militari transgender che prestano apertamente servizio apertamente nell'esercito.

 

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Quella delle case d’accoglienza per persone Lgbti in diverse condizioni di disagio è una questione che, pur agitata da decenni, è rimasta pressocché insoluta. Anche laddove sono state aperte, tali strutture, tranne qualche virtuosa eccezione, non sono spesso rispondenti ai criteri minimi d’idoneità abitativa. E questo per svariati motivi che finiscono per nullificare le pur buone intenzioni di chi le gestisce.

A fare le spese maggiori di tali criticità sono ovviamente le persone che, rimaste sole o abbandonate dai familari nonché senza lavoro, sono costrette a vagare da un dormitorio pubblico all’altro o a dormire all’addiaccio. In situazioni talmente inaccettabili da desiderare di morire anziché vivere. È quanto successo ad Alex, un giovane transgender partenopeo, che, allo stremo delle forze, ha minacciato di darsi fuoco davanti a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli.

Gaynews l’ha raggiunto per raccogliere la sua testimonianza e il suo grido di dolore.

Alex, da quanto tempo sei un senza fissa dimora?

Vivo senza fissa dimora da quasi tre anni da quando sono rientrato a Napoli. Napoli è la mia città: qui sono nato e cresciuto. Ho cercato sistemazioni nel tempo e ho cercato lavoro ma dovevo fingere di essere quello che non sono. Per questo dovevo tacere, dovevo subire, dovevo acconsentire ad atteggiamenti di datori di lavoro che volevano approfittare della mia debolezza di vita: infatti, dopo aver perso i miei genitori e la casa, sono rimasto solo e mi sono dovuto guadagnare da vivere. Ho sofferto molto e ho cercato quanto più fosse possibile di evitarmi ulteriori abusi.

Ho perciò lasciato il lavoro molto precario pur di essere me stesso. Ho rinunciato a quel po' di soldi che mi davano dopo 12 ore di lavoro. Vi ho rinunciato per non subire violenze e gridare che io sono Alex e merito rispetto e dignità.

Ne hai parlato con amici?

In primo luogo devo dire che istituzioni civili e  clero sono stati totalmente sordi al mio grido di dolore. Per rispondere alla domanda devo dire che non ho molti amici, anzi ne ho davvero pochi. Nessuno di loro è a conoscenza della mia situazione perché sono molto riservato. Provo inoltre vergogna nel chiedere aiuto perché ho timore di essere giudicato o preso in giro o reputato uno debole.

Che cosa hai fatto allora?

Ho sofferto dentro e ho trascorso intere giornate girovagando per la città in attesa di entrare in uno dei dormitori urbani. In qualcuno di essi ho anche subito atti di violenza psicologica. Da una suora della congregazione San Giovanna Antida sono stato addirittura offeso e umiliato. Nella piccola casa adibita a dormitorio, gestita dalla suora per conto della Caritas diocesana, sono stato ospitato nel periodo di agosto e settembre. Ma non c’era una vera condizione abitativa poiché al mattino dovevo comunque lasciare quel luogo, e anche in fretta, e potevo rientrarvi solo la sera.

Era estate. Faceva molto caldo e dormivo per strada cercando riparo dal sole. E, pur avendo fame e non avendo soldi, non ho mai chiesto nulla a nessuno: sono rimasto chiuso e solo nella mia dignità. Non sono mancate in quei mesi altre violenze morali e psicologiche nonché proposte indecenti da parte di un uomo vicino al’ente ecclesiastico che, in cambio di prestazioni fisiche, mi avrebbe offerto dei soldi e da mangiare. Ma rifiutai ovviamente in tronco, rinunciando così al cibo. In quel periodo ho perso molti chili ma non mi sono mai arreso e ho continuato a lottare, a credere, a sperare.

Cos’è successo in seguito?

Ho trovato accoglienza presso il Rainbow Center. Ma la struttura non può in realtà ospitare nessuno perché quel luogo, che è stato presentato come una struttura residenziale e di accoglienza, non è tale. Pur frequentando il centro di giorno, ero comunque costretto a dormire in un dormitorio e non ho mai ricevuto assistenza di alcun tipo, nessun aiuto.

Alex, come si vede in futuro?

Quando penso a me mi vedo e mi sento uomo. Infatti ora sto affrontando la transizione e in futuro mi vedo un papà accanto a una donna che ho sempre sognato. Sogno di fare l’avvocato. Spero perciò di poter studiare e avere una vita diversa dallo stato di sopravvivenza in cui sono costretto a restare per mancanza di alloggio e soldi. Dalle istituzioni mi aspetto maggiori attenzioni. Maggiore considerazione dei problemi esistenziali e della tutela dei diritti basilari di una persona umana. Senza più bugie, senza più attese, senza correre più il rischio.

Vorrei che nessun ragazzo come me si tolga la vita perché si sente solo e abbandonato. Vorrei che capissero che le nostre vite contano e meritiamo rispetto. La mia vita ora è appesa ad un filo ma non sto mollando.

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È iniziata oggi a Buenos Aires la prima delle tre udienze del processo a carico del 25enne Gabriel David Marino accusato d’aver pugnalato a morte, l’11 ottobre 2015, l’attivista transgender Diana Sacayán.

Al giovane, che nel compiere il delitto fu aiutato da Félix Alberto Ruiz e Federico Cardozo (i quali non andranno tuttavia a giudizio), è contestato «l’omicidio per violenza di genere triplamente aggravato da odio per l’identità di genere, tradimento e furto». È la prima volta nella storia della giustizia argentina che viene istruito un processo per transfemminicidio (o travesticidio) e si fa ricorso all’aggravante di odio di genere in riferimento all’uccisione d’una persona trans.

Secondo i pubblici ministeri Matías Di Lello e Mariana Labozzeta, titolare della Procura speciale per la violenza contro le donne (Ufem), il 25enne, che aveva conosciuto Diana durante un programma di recupero dalle dipendenze e aveva successivamente avuto rapporti sessuali con lei, l’avrebbe uccisa in ragione della sua condizione di donna trans e del suo impegno attivistico.

Sacayán, oltre ad aver fondato nel 2001 il Movimento antidiscriminatorio di Liberazione (Mal), era stata eletta nel 2014 segretaria aggiunta del Consiglio dell’Ilga.

Sui social si susseguono da giorni post e tweet invocanti giustizia per Diana “uccisa per travesticidio”.

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