Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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Decine di migliaia di persone (130.000 secondo gli organizzatori) hanno ieri sfilato a Taipei, capitale di Taiwan, in occasione della marcia dell’orgoglio Lgbti.

Il Pride ha assunto quest'anno un particolare significativo dal momento che si è svolto a meno d’un mese dal referendum sul riconoscimento legale del matrimonio egualitario. Primo caso in tutta l'Asia, nel 2017 la Corte Costituzionale di Taiwan si era espressa in favore delle nozze tra persone dello stesso sesso: un coronamento di anni e anni di battaglie sostenute da attiviste e attivisti locali per i diritti civili in un’isola, di fatto autonoma, sulla quale però la Cina rivendica la sovranità.

Nonostante la sentenza dell'Alta Corte i passi intrapresi per un’attuazione legislativa sono stati pressocché nulli. Da qui l’organizzazione del referendum, che avrà luogo il 24 novembre in concomitanza con le elezioni politiche.

L’iniziativa ha suscitato ampio entusiasmo tra le persone Lgbti cinesi, che guardano alla Repubblica taiwanese come come pioniera dell'uguaglianza di genere e del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Asia.

Wang Zi, 35enne di Pechino, ha dichiarato ad Associated Press: «Non dovrebbero esserci confini quando si tratta di amore e sesso. Anche se non potrò prendere parte al referendum, sosterrò Taiwan con tutte le mie forze».

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A ruota libera Oliviero Toscani nel corso della puntata de La Zanzara del 18 ottobre.

Oltre agli attacchi a Matteo Salvini, al cui confronto il suo cane, «quando abbaia, ha un’aria più intelligente» e alle parole d’ammirazione nei riguardi di Mimmo Lucano («Lo ospitiamo noi qui a Fabrica, a Treviso. Sarà la Riace d'Italia, una specie di Fort Knox, il centro della resistenza. Venga pure: la dimora gliela diamo noi, una camera e tutto»), il fotografo milanese si è espresso sui raduni in camicia nera presso il sepolcro di Mussolini a Predappio.

Ma con una paragone quanto mai scivoloso.

«Sono contrario a proibire queste cose - ha dichiarato -. E poi quelli che vanno in camicia nera alla tomba del Duce sono come quelli del Gay Pride: lo fanno anche lì, fanno delle cagate.

Io sono contrario ai Gay Pride, perché devono travestirsi così? Ma perché se sono gay devo passare da baraccone? Come quelli che si vestono di nero e vanno a fare la parata per il Duce. Sono patetici, poveretti: hanno perso tutto, anche culturalmente. È come a carnevale, vestiti così. Fanno ridere».

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Nel primo pomeriggio di oggi oltre mille persone hanno attraversato le vie di Lublino per il primo Pride nella città della Polonia Orientale. 

Ma la Marsz Równości (Marcia dell’uguaglianza) si è svolta in un clima di tensione per le proteste di 300 estremisti di destra, che hanno tentato di forzare i cordoni di polizia con pietre e materiale contundente. Gli agenti sono dovuti intervenire con gas lacrimogeni e un cannone ad acqua per disperderli. 

Nell’importante città universitaria, dove insegnò anche Karol Józef Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II), si stanno adesso susseguendo dibattiti inerenti alle tematiche Lgbti, che termineranno alle 19:00 con un party.

Il Pride di Lublino è stato accompagnato negli scorsi giorni da vivaci dibattiti. Il tribunale distrettuale aveva sostenuto il sindaco Krzysztof Zuk nel negare l'autorizzazione alla manifestazione.

Componente di Piattaforma Civica (Po), il 61enne Zuk aveva spiegato che la decisione di non autorizzare la Marcia dell’uguaglianza era dovuta alla «preoccupazione per la vita e la salute dei cittadini» a seguito dell’annunciata contromanifesatzione da parte di estremisti di destra.

Ma Zuk era stato spinto ad annullare il Pride anche su pressione Przemysław Czarnek, presidente del voidovato di Lublino, che in un video aveva accusato di devianza, perversione e incitamento alla pedofilia gli organizzatori della marcia.

La situazione si è poi ribaltata ieri con la decisione della Corte d'appello locale. La giudice Ewa Popek ha infatti annullato la precedente sentenza del tribunale distrettuale, dichiarando: «La libertà di espressione è essenziale per lo stato di diritto e fa da condizione per l'esistenza della società democratica».

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Alcune centinaia di persone hanno oggi partecipato a Pristina alla marcia dell’orgoglio Lgbti in un clima festoso e privo d’incidenti

Giunto alla seconda edizione, il Pride si è snodato al grido di In nome della libertà per domandare in un Paese a maggioranza musulmana e societariamente patriarcale, qual è il Kosovo, parità di diritti per le persone Lgbti e una ferma condanna delle discriminazioni.

Al corteo, che ha attraversato il centro della capitale blindato dalle forze di polizia, hanno partecipato esponenti politici e diplomatici occidentali, fra cui la responsabile della delegazione Ue in Kosovo Natalia Apostolova e il sindaco di Pristina Shpend Ahmeti.

Presente anche la ministra per l'integrazione europea Dhurata Hoxha, che ha dichiarato: «Sono venuta al Pride per sostenere la comunità Lgbt, poiché ogni cittadino del Kosovo dovrebbe sentirsi libero e godere dei diritti garantiti a tutti». 

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Dopo 63 anni di attività chiude i battenti per problemi finanziari The Village Voice, lo storico settimanale alternativo che, vincitore di tre premi Pulitzer (1981, 1986, 2000), si è imposto sulla scena della stampa internazionale per le inchieste scandalistiche, gli articoli di critica musicale e cinematografica, i fumetti nevrotici, i provocatori annunci pubblicitari.

A darne ieri l’annuncio Peter Barbey, attuale proprietario della testata, che dal 2017 era sopravvissuta nella sola versione online. Nel comunicato stampa l’editore ha reso noto «che, anche se The Village Voice non continuerà le sue pubblicazioni, sarà nostro compito fare in modo che la sua eredità possa continuare a ispirare generazioni di lettori e scrittori».

Otto degli attuali 18 impiegati sono stati già licenziati. I rimanenti sono invece impegnati a digitalizzare l’ampio archivio stampa.

Fondato nel 1955 nel quartiere newyorkese di Greenwich Village da Ed Fancher, Dan Wolf, John Wilcock e Norman Mailera, il Voice (come venne popolarmente chiamato) arrivò ad avere una tiratura settimanale di 250.000 copie e a ospitare articoli dei migliori giornalisti investigativi e critici musicali della città della Grande Mela.

Il settimanale ha coltivato talenti come lo storico ed esperto di jazz e musica country Nat Hentoff, il reporter Wayne Barrett (noto per le sue inchieste su Rudolph Giuliani e Donald Trump), il padre della critica musicale moderna Lester Bangs, il cartonista Jules Feiffer e Manohla Dargis, attuale critica cinematografica per il New York Times.

«Questa è una tragedia e mi fa male al cuore – ha twittato Manohla Dargis –. È qui che ho iniziato la mia vita di scrittrice professionista e ho incontrato autori brillanti e molti amici: troppo numerosi per citarli».

E sono state infatti veramente tante le firme prestigiose del settimanale newyorkese. Basterà menzionare nomi dal calibro e da orientamenti contrapposti come Ezra Pound, Henry Miller, Barbara Garson, Katherine Anne Porter.

Ma il Voice non potrà non essere ricordato anche per il suo stretto legame con la gay community newyorkese, verso la quale passò da posizioni di critica ad aperto sostegno nella battaglia per i diritti civili.

Nei servizi d’inchiesta sui moti di Stonewall del ’69 (il bar Stonewall Inn era nelle vicinanze della sede del settimanale) il Voice ne parlò come The Great Faggot Rebellion.

I due reporter Howard Smith e Lucian Truscott IV utilizzarono ripetutamente i termini spregiativi faggot e dyke nei loro articoli sulla rivolta. Ebbero però il merito di darne un resoconto dettagliato: Smith era infatti rimasto intrappolato nel bar con la polizia, mentre Truscott descriveva quanto avveniva all’esterno.

the village voice

Dopo i moti il Gay Liberation Front tentò di promuovere all’interno del Voice un approccio lessicale più rispettoso delle persone gay, lesbiche e trans. Non riuscì tuttavia a imporre l’uso dei termini gay e omosessuale, che il giornale considerava ridicoli e insultanti.

Ma al riguardo il Voice cambiò la sua politica dopo un’esplicita richiesta da parte del Glf. Nel corso del tempo il settimanale s’impose, infatti, come fedele sostenitore dei diritti Lgbti e annulmente dedicò in giugno un intero numero al Pride di New York.

Nel 1982, inoltre, The Village Voice divenne la seconda organizzazione negli Stati Uniti ad aver esteso i benefici familiari (prestazioni sanitarie, assicurazione sulla vita e indennità per invalidità) ai dipendenti omosessuali con partner considerati come "coniugi equivalenti".

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Sabato 25 e domenica 26 Agosto, la piazza Regina Margherita di Marzamemi, comune in provincia di Siracusa, diventerà palcoscenico della 4° edizione di un’importante kermesse di cultura e intrattenimento Lgbti. Si tratta di Sii come sei, la cui direzione artistica è affidata a Sebastiano Cammisuli, consigliere del direttivo di Arcigay Siracusa.

marza

Per saperne di più sulla manifestazione, che gode anche del patrocinio del comune di Pachino, contattiamo sia Sebastiano Cammisuli sia Armando Caravini, che del comitato provinciale Arcigay di Siracusa è il presidente.

Sebastiano, ci spieghi come nasce l’iniziativa Sii come Sei? Di cosa si tratta e quali obiettivi si propone?

L’idea nasce da una constatazione condivisa con gli esercenti del centro del paesino di Marzameni. E, cioè, che in questo comune la presenza di persone Lgbti, probabilmente anche per ragioni turistiche, è molto elevata e dunque il nostro festival avrebbe avuto senso e avrebbe intercettato un’utenza molto interessata. L’obiettivo è chiaramente quello di diffondere la cultura dell’inclusione anche nella provincia: il titolo della manifestazione è, infatti, un invito a essere fieri di come si è, senza filtri e senza maschere.

Sebastiano, la manifestazione è giunta ormai alla sua 4° edizione. Che riscontri avete riportato nelle precedenti edizioni? Vi siete mai scontrati con ostilità apertamente omofobiche?

In questi anni la partecipazione del pubblico è andata gradualmente crescendo. Pubblico sia Lgbt sia etero. Il primo anno abbiamo avuto alcuni problemi e si sono verificati scontri verbali e sui social con persone che guardavano con sospetto all’iniziativa.

Singolare è il caso di un giornalista che durante le prime edizioni del Festival rilasciò dichiarazioni decisamente omofobiche, che poi lui stesso cancellò dai social quando qualcuno, nei post di risposta, gli ricordò il suo passato. Quest’anno lo stesso giornalista ha intervistato, per un magazine online, un artista che sarà ospite della manifestazione. Questo è un segno che le cose sono cambiate.

Armando, da presidente del comitato Arcigay Siracusa, quali sono, a tuo parere, le reali e concrete difficoltà che affronta una persona Lgbti che vive e lavora nel tuo territorio?

Le difficoltà che riscontriamo maggiormente nella nostra provincia riguardano la visibilità della persona omosessuale. Come gran parte delle piccole/medie province esiste ancora una concreta difficoltà nel fare fare coming out. Siracusa ha fatto dei passi da gigante sia nel campo diritti civili arrivando alla quarta edizione di un Gay Pride sia per quanto riguarda il coming out.

Diverso il discorso per i comuni della provincia specie quelli distanti da Siracusa/Marzamemi e Noto (altra meta di turismo Lgbti), dove ancora l'omosessualità viene taciuta, nascosta quasi come fosse una vergogna portando la persona omosessuale a creare realtà di copertura. Ecco su questo stiamo lavorando, affinché le nuove generazioni crescano in un terreno fertile per vivere il proprio orientamento sessuale con serenità. Detto ciò,  la provincia di Siracusa è terra di rispetto e accoglienza: lo dimostra il grande turismo Lgbti che ogni estate sceglie il nostro territorio.

Infine, l’intera società italiana, in questi giorni, guarda con apprensione alla vicenda della nave Diciotti. Armando qual è il tuo parere relativamente a questa tragica circostanza?

Come avevamo bene intuito e, consentitemi, previsto, stiamo assistendo a una forte recrudescenza reazionaria decisamente fascista che, nel caso in specie, si coniuga al peggior razzismo. Ribadiamo pertanto i valori del nostro grande Pride Umanità Accoglienza Resistenza. Il movimento Lgbti deve farsi carico delle criticità di questa nostra società, dove i problemi vanno condivisi, elaborati e portati nelle nostre lotte.

Stiamo vivendo un’emergenza di tipo democratico e non possiamo nè dobbiamo pensare solo alla nostra comunità ma abbracciare, accogliere, condividere le difficoltà degli ultimi che per noi sono invece i primi.

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Una vera e propria odissea, divenuta da cinque giorni stanziale dopo l’approdo nel porto di Catania, quella dei 150 migranti a bordo della Diciotti.

Al Molo di Levante continua intanto il presidio di cittadini e associazioni per chiederne lo sbarco. E, se dal Viminale era giunto il 22 agosto il via libera a far scendere i soli minori in numero di 27, la situazione sulla nave della Guardia costiera diviene sempre più critica coi 69 casi di scabbia (di cui cinque in stadio avanzato).

Non sono mancati momenti di grave tensione come quelli registrati ieri tra attivisti del cartello antirazzista e gruppi d’estrema destra. Mentre Arci, Anpi, Articolo 21, Legambiente, Cgil e Libera definiscono «comportamento del Governo non solo deplorevole ma irresponsabile», il mondo dell’associazionismo cattolico non è meno duro nel muovere allo stesso il proprio j’accuse.

In un comunicato congiunto le delegazioni siciliane di Azione cattolica, Fuci e Movimento ecclesiale di impegno culturale, nel porre quattro domande al Governo e ricordare come «nel pattugliatore U. Diciotti della Guardia Costiera italiana vigano la Costituzione e le leggi della Repubblica Italiana», hanno dichiarato: «Noi siamo, anche, cristiani cattolici e sentiamo, portando “la figura fugace di questo mondo”, tutta la coinvolgente bellezza della frase dell’Evangelo di Matteo: “Ero straniero e mi avete accolto” (25,35).

È una frase, questa, franca impegnativa semplice, che impegna i credenti – noi – a praticarla, anche chiedendo, con sagge praticate argomentazioni, ai governanti di attuare le provvidenze necessarie alla vita umana di chiunque le chieda o non sia in grado, addirittura, di chiederle».

Da tutta la Sicilia ci si mobilita intanto per la manifestazione regionale che avrà luogo domani, alle ore 17:00, sul Molo di Levante. Presenti anche le associazioni Lgbti a partire da Arcigay Catania, già presente al presidio mattutino del 23 agosto.

E proprio da Arcigay Catania è arrivato il monito: « Se questa tristissima e vergognosa vicenda dei migranti trattenuti sulla nave italiana Diciotti non dovesse trovare una soluzione a breve, questo Catania Pride, in sinergia con il Siracusa Pride e tutte le realtà e forze sociali civili di Catania, non esiterà a indire e organizzare un Pride, questa volta non un Gay Pride, ma un MIGRANTS PRIDE per dare voce alla protesta e allo sdegno della Catania accogliente, solidale e resistente. Perchè il Pride è anche strumento di lotta».

Contattato da GaynewsGiovanni Caloggero, presidente del comitato catanese d’Arcigay e consigliere nazionale della stessa associazione, ha aggiunto: «Il Pride è stato e resta strumento di lotta ben al di là della rituale visione del medesimo quale calendario liturgico Lgbt con riferimento alla data fondante del 29 giugno.

E questa è una peculiarità di Catania. Basti ricordare il Pride invernale nel dicembre 2015 per fare pressing sul consiglio comunale al fine d’ottenere il registro delle unioni civili e quello a sostegno delle persone Hiv positive».

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«Il Palermo Pride, quest'anno più che mai, è la risposta a politiche nazionaliste, patriarcali, repressive, razziste, misogine e odiose nei confronti delle soggettività subalterne che compongono il movimento Lgbtqi+».

Queste le parole con cui il Coordinamento organizzatore spiega su Facebook il significato della marcia dell’orgoglio Lgbti nel capoluogo siciliano che, fissata in un primo momento al 30 giugno, avrà luogo il 22 settembre (otto giorni dopo la visita di Papa Francesco) alla luce dello slogan De*Genere.

Per saperne di più, abbiamo contattato Massimo Milani, figura storica della collettività Lgbti palermitana e componente del locale Coordinamento.

Quello di Palermo sarà un lungo Pride che culminerà con la parata in settembre. Perché una tale decisione e quali gli eventi che lo caratterizzeranno?

È la lunga estate del Pride. Il Pride più lungo che si sia mai visto sulla terra. Perché questo? Perché Palermo, come si sa, è quest’anno la capitale italiana della cultura. C’è anche Manifesta. Quindi ci pareva importante essere presenti tutta l'estate con tutte le nostre iniziative già cominciate e che si concluderanno appunto il 22 settembre con le mostre, i dibattiti, i convegni, le feste, le presentazioni di libri che ci stanno accompagnando per tutta l’estate. Ci sarà pure il Village e poi la parata del 22 settembre che concluderà l’Onda Pride. E, quindi, con un evento che può essere anche un evento che ha un’eco nazionale. Quindi invitiamo tutti a venire al Pride di Palermo capitale della cultura.

Tra tutte le iniziatiave che faremo mi piace sottolineare quella del 21 settembre, intitolata Dove va il movimento? Come sapete, il movimento in questi ultimi tempi è un movimento in subbuglio. Un movimento che ha delle lacerazioni profonde. Quindi vogliamo sedere tutti quanti, i principali rappresentanti di tutte le principali associazione, davanti a un tavolo, guardarci negli occhi e dirci che cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare soprattutto alla luce di questo governo reazionario.

Palermo è una delle città italiane in prima fila nella tutela dei diritti delle persone Lgbti. Il 28 giugno scorso il sindaco Orlando ha, ad esempio, registrato all’anagrafe dei bambini arcobaleno nonostante le minacce di esposti da parte di leghisti e cattoreazionari. Come giudica una tale scelta?

La giudico una scelta politica fondamentale in questo momento. In un momenti in cui un ministro della Famiglia, il ministro Fontana, esordisce dicendo che le famiglie arcobaleno non esistono, negando la loro esistenza, chiudendo gli occhi di fronte a tanti bambini e tanti genitori che non hanno diritti. Perché la legge Cirinnà, come si sa, ha lasciato aperto questo grave problema per le famiglie arcobaleno.

È dunque un ricongiungimento familiare a tutti gli effetti: finalmente tutti entrambi i genitori vengono riconosciuti e questo dà serenità, dà un futuro soprattutto ai bambini. Vorrei quindi ringraziare veramente il sindaco Orlando

Ma il 28 giugno è anche ricorsa la Giornata dell’Orgoglio Lgbti. Quali le iniziative celebrate a Palermo?

C'è sembrato giusto, soprattutto politicamente parlando, scendere in piazza attraverso una manifestazione stanziale: una duegiorni a Piazza Magione a Palermo con concerti, dibattiti, video, tanta musica.

Ma è soprattutto stato un presidio antifascista contro tutti i razzismi, contro il patriarcato, contro il maschilismo, rivendicando una visione politica dell'accoglienza di tutte le differenze, che in questo momento viene messa in discussione da un governo assolutamente reazionario e fascioleghista che non ci piace. Quindi la nostra presenza è stato un presidio fondamentale contro tutto questo.

Stonewall iniziò proprio il 28 giugno di 49 anni fa grazie al coraggio di “checche,  travestite e puttane”, come disse Sylvia Rivera. Quale il ruolo che secondo lei hanno oggi soprattutto le persone trans anche alla luce del recente libro di Porpora Marcasciano loro dedicato?

I froci, le checche, le travestite, le drag queen erano quelle che hanno dato vita al nostro movimento in quanto erano in prima fila in quella notte storica di Stonewall (il 28 giugno 1969), che ricordiamo tutti gli anni con i Pride. Le persone transessuali sono quelle che da sempre subiscono violenze e discriminazioni di ogni sorta perché sono quelle più visibili e perché mettono in discussione un sistema di potere, in cui un genere prevale sull'altro (quello maschile su quello femminile).

A me piace ricordare in questo momento Mario Mieli. Mario Mieli che cosa diceva? Diceva che, in qualche modo, siamo tutti transessuali. Siamo uomini e siamo donne: ma abbiamo tutti una parte maschile e una parte femminile. Accettando e portandole in superficie dalla coscienza - ognuno la propria parte maschile e femminile trovando un equilibrio tra questi due opposti -, possiamo creare degli uomini e delle donne diverse. E in un mondo maschilista, patriarcale e razzista c'è bisogno, secondo me, di donne ma soprattutto di uomini diversi.

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A luglio, in piena Onda Pride 2018, la casa editrice Marchese di Napoli ha pubblicato Quei ragazzi del ‘96, testo per il teatro scritto da Claudio Finelli, docente e delegato Cultura di Arcigay. Testo, che ha avuto anche una sua realizzazione per la scena, nel gennaio 2017, all’interno del fortunato format Do not disturb, ideato dallo stesso autore insieme al regista Mario Gelardi.

Quei ragazzi del ‘96 è liberamente ispirato al celebre testo di Mart Crowley Festa di compleanno per il caro amico Harold e racconta un drammatico party a sorpresa, organizzato da un gruppo di amici la sera prima del 29 giugno 1996, data del primo Gay Pride di Napoli e del Sud Italia.

Tra colpi di scena, momenti brillanti e altri intensi e commoventi, i protagonisti della pièce restituiscono al lettore la temperatura emotiva ed esistenziale in cui viveva, alle porte del nuovo millennio, la comunità Lgbti italiana, reduce dai tragici anni dell’Aids e ancora stretta e oppressa da pregiudizi sociali e dolorosi conflitti interiori.

La prefazione, scritta da Vincenzo Capuano (leader storico del comitato Arcigay di Napoli e docente di Storia del Giocattolo), ripercorre con puntualità le tappe politiche e rivendicative di quegli anni. La postfazione, invece, ad opera del caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, è una risposta argomentata, vibrante e appassionata a quanti ancora oggi, nel 2018, guardano al Pride con diffidenza e scetticismo.

Incontriamo l’autore per saperne di più sul testo che ha appena pubblicato.

Claudio, come mai hai deciso di scrivere un testo teatrale ambientato alla vigilia del primo Pride di Napoli?

In realtà, il testo nasce da una doppia “ispirazione”. Infatti mi era stato commissionato un rimaneggiamento attualizzato di Festa di compleanno per il caro amico Harold di Crowley. Pur avendo accettato, mi ero ritrovato ben presto a riflettere sull’inutilità di un simile adattamento. Il testo di Crowley, infatti, è datato e ha senso, secondo me, proprio perché restituisce a chi legge l’immagine precipua della condizione vissuta dalla comunità Lgbti americana negli anni ’70. Allora, ho pensato che, piuttosto che adattare il testo, sarebbe stato interessante adattare la dimensione umana dell’opera di Crowley.

Ho quindi cambiato tutti i personaggi e la storia, lasciando però la voglia di restituire al lettore la temperatura sociale della comunità Lgbti nella seconda metà degli anni ’90 in Italia. Il Gay Pride di Napoli del 1996 – che all’epoca dei fatti ho vissuto in maniera defilata – fu un evento spartiacque e rivoluzionario che ha profondamento inciso, a mio parere, sulle dinamiche di consapevolezza e di maturazione del territorio.

Cosa è cambiato, a tuo parere, da allora, nella vita delle persone Lgbti?

Sono cambiate, ovviamente, tantissime cose. Certamente oggi è molto più facile vivre la propria condizione alla luce del sole: c’è un tasso minore di omotransfobia sociale, un tasso minore anche di omotransfobia istituzionale. Le tematiche Lgbti non sono più tabù come lo erano in quei tempi e la comunità Lgbti si è liberata dell’alone di “patologia” in cui viveva negli anni ’90.

Quello che, a mio parere, resta purtroppo simile è la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo e sentimentale in assenza di narrazioni condivise. I personaggi della pièce hanno difficoltà a orientarsi tra sentimenti, pulsioni, giudizi e desideri perché sono privi di modelli di riferimento forti e comuni, cioè mancano di una narrazione che ne determini la “formazione sentimentale”.

Quest’assenza è, a mio parere, il vero problema culturale che vive, ancor oggi, la comunità Lgbti in quanto la società, fortemente eterosessista, contiene e stigmatizza l’urgenza di definire canoni culturali e repertori espressivi di riferimento per le persone Lgbti. In questo modo la stessa società, in nome di una normalizzazione subdola ed effimera, spaccia per “integrazione” ciò che invece si rivela essere una forma di “indifferenziazione” e di “neutralizzazione” dell’immaginario Lgbti e le persone Lgbti, ohimé, spesso cadono in questo “tranello”.

Che ruolo hanno, secondo te, i Pride nella costruzione di una coscienza collettiva della comunità Lgbti?

Oggi l’Onda Pride ci dimostra che i Pride godono di ottima salute e sono momenti di aggregazione e di condivisione di piazza importantissimi. Anzi, in un frangente storico come quello che stiamo vivendo, in cui le spinte reazionarie e fasciste sono sotto gli occhi di tutti, credo che si debba ripartire proprio dall’esperienza dei Pride e della nostra fiera lotta di rivendicazione.

Sarebbe interessante aprire con più decisione le istanze di rivendicazione delle persone Lgbti  e fonderle alle istanze di rivendicazione delle altre minoranze, che oggi rischiano persecuzione ed esclusione. Un fronte unico di lotta per i diritti di tutte e tutti, per la felicità e il benessere di tutte e tutti. Tanto, di solito, i razzisti sono anche fascisti, ignoranti, misogini e omotransfobici: la politica attuale lo dimostra in maniera più che evidente. 

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