Classe 1985 e d’origine triestina, Andrea Ciarlatano o Ciarla (come ama farsi chiamare) è un artista al di fuori degli schemi. Ciarla è un personaggio barbuto, atletico e mezzo nudo. Il suo motto è mettersi le cose in testa, oppure stare a testa in giù, e così facendo mettersi in testa il mondo. I suoi riferimenti sono il barbone, l'idiota, lo scemo del vilaggio, il genio e la Santona. 

La sua prima mostra Clutter è stata allestita il 17 giugno 2018 a Milano presso la Galleria Lanteri. Per il 2019 ha realizzato un calendario con le sue opere intitolato Ciarlendar.

Lo abbiamo raggiunto per saperne qualcosa di più.

Andrea, come nasce Ciarla?

Ciarla è una creazione spontanea con un funzionamento elementare. In primo luogo, usare ciò che ho: tecniche rudimentali e materiali di scarto, il proprio corpo, le mani, la testa. In secondo luogo, mettersi le cose in testa è prendere un posto nell'universo, addentare il mondo, fare esperienza del reale in prima persona. Oggi c’è una passività dilagante. C’è un abisso tra autore e pubblico, tra creatore e consumatore. Tutti si accontentano di materiali pronti e preconfezionati: non solo cibo e vestiti, ma esperienze, sentimenti, sessualità, relazioni. Ciarla incarna il desiderio di scardinare questo sistema attraverso la parodia e l’assurdo, con strumenti semplici usati in prima persona. 

Pur rifuggendo da incasellamenti, ti senti molto vicino al pensiero queer. Perché?

Essere queer è un buon vaccino contro il sistema. Siamo cresciuti in un mondo in cui non venivamo rappresentati: al massimo, se proprio c’era un frocio in tv, era un eccentrico, un esteta. Ognuno di noi ha dovuto fare uno strappo, almeno in parte, con quel modello per rivendicare la propria presenza. Oggi siamo maggiormente riconosciuti, ma finché restiamo nell’ottica del consumo siamo solo l’ennesimo “client profiling”: l’omosessuale bello, la lesbica in carriera, con reddito medio-alto e buona disponibilità di spesa, possibilmente inquadrati in modelli di comportamento tradizionali. Se questi sono i modelli in cui ci vogliono appiattire, allora va fatto un’altro strappo. Che senso ha essere riconosciuti, se per farlo devo uscire dalle darkroom, comprare una mini, vestire Armani, votare Salvini? La visibilità è importante, ma i diritti sono un altra cosa: bisogna partire dai diritti dei più deboli, che per i grandi resteranno sempre invisibili. Per fortuna dal mondo Lgbti continuano a partire forti iniziative sui diritti: I Sentinelli, ad esempio, o i Pride, che sono diventati un movimento di solidarietà civile. E forse questi movimenti diventeranno una vera forza politica. 

Cosa conta veramente per Ciarla?

Per me il punto non è essere queer o gay o etero. È pensare con la propria testa. Molti non fanno che parlare, ad esempio, di famiglia. Ma alla fine intendono un modello di consumo. La vera famiglia è un luogo spirituale: basti vedere quanti tipi ne esistono nelle tradizioni del mondo, tutte attraversate da eventi sacri e rituali. Mentre l’unico rito della nostra “famiglia moderna tradizionale”, che tradizionale non lo è più da tempo, è andare al centro commerciale. Così come quando dicono “Arte”, intendono l’arte commerciale: ti spiegano nero su bianco chi è bravo e chi vale cosa. È facile fare distinzioni culturali, perché la cultura la puoi impacchettare e mettere su un piedistallo e dire: Questa è cultura. Molto più difficile fare distinzioni creative: la creatività è grezza, primordiale, non si impacchetta e non sta su un piedistallo. Chi è più creativo: chi espone nei musei o chi dipinge le madonne sui marciapiedi? Chi scolpisce il marmo o chi fa le statuine dei presepi? Queste sono alcune delle distinzioni che la gente ha dimenticato. Per questo dico che non sono un artista ma un creativo. 

A chi ti ispiri per le tue opere?

Mi ispirano Caravaggio, ma anche gli ex voto che si vedono in certe chiese, disegnati con tecniche rudimentali da gente qualunque. Le statue di Bernini come quelle di Bomarzo. Riconosco in queste opere un offerta creativa e riconoscente, e questo mi basta. 

Insomma, che cos’è l’arte per Ciarla?

L’arte dev'essere generosa, catartica, non stitica come in certi spazi dell’arte contemporanea. Questi spazi mi annoiano a morte. Molti invece mi dicono che le mie foto li fanno ridere e questa, per me, è una cosa buona. C’è molto dolore nel mondo: perché quello che facciamo non può avere una funzione consolatoria? Uno degli usi della creatività potrebbe essere proprio questo: creare un riparo che sia alla portata di tutte e tutti.

Guarda le foto del Ciarlendar 2019

 

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È iniziato il 2019, l’anno in cui si celebrerà il 50° anniversario dei moti di Stonewall.

E proprio laddove, il 28 giugno di dieci lustri fa, ebbe inizio la collettiva riscossa delle persone Lgbti si è esibita stanotte Madonna per «dare il benvenuto allo storico anno». La popstar, di cui alcuni giorni fa è stato anche annunciato il ruolo di “ambasciatrice” delle celebrazioni anniversarie, ha infatti cantato presso lo Stonewall Inn Bar di New York.

A darne l'annuncio su Facebook Pride Live, l'ente organizzatore della marcia dell'orgoglio Lgbti nella città della Grande Mela.

A unirsi con Madonna presso lo storico locale di Christopher Street, anche loro nelle vesti di ambasciatori dello Stonewall Day, il cantante Ryan Jamaal Swain e il fotografo Levi Jackman Foster.

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Utilizzando il grido urdu di vittoria Zindabad – che significa Lunga vita – all’indirizzo della Corte Suprema, un colorato corteo di alcune migliaia di persone ha percorso, nel pomeriggio, il centro di New Delhi a pochi passi da Connaught Place. 

Ad aprire la parata uno striscione dorato con la scritta Delhi Queer Pride 2018, seguito da giovani che cantavano e danzavano in abiti arcobaleno. Gran parte delle persone partecipanti indossavano maschere gliterrate. Alcune, inoltre, sfoggiavano sari, altre abiti da sposa.

La parata, a differenza delle passate edizioni, si è configurata come una vera festa e si è svolta in un clima molto disteso sotto gli occhi di pochi agenti di polizia.

La marcia dell’orgoglio Lgbti è stata la prima nella capitale indiana dopo la sentenza della Corte Suprema che, il 6 settembre, ha cancellato la sezione 377 del Codice penale (sulla base della quale le "offese contro natura" sono state perseguite per 157 anni con pene di reclusione fino a dieci anni) e ha così depenalizzato l'omosessualità nello Stato più popolato al mondo dopo la Cina.

A indirla quale tributo alla Corte Suprema le associazioni per i diritti delle persone Lgbti ma anche attivisti e legali, che hanno combattuto per il raggiungimento dello storico verdetto. 

«L'India ha appena festeggiato Diwali, che celebra l'uscita dall'ignoranza verso la luce. Per noi questi due mesi dopo la sentenza della Corte sono stati la stessa cosa - ha detto il celebre avvocato nonché attivista Vivek Divan -. Molti sono usciti allo scoperto, hanno rivelato la loro vera identità in famiglia, sul lavoro, agli amici. Molti occhi si sono aperti».

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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Decine di migliaia di persone (130.000 secondo gli organizzatori) hanno ieri sfilato a Taipei, capitale di Taiwan, in occasione della marcia dell’orgoglio Lgbti.

Il Pride ha assunto quest'anno un particolare significativo dal momento che si è svolto a meno d’un mese dal referendum sul riconoscimento legale del matrimonio egualitario. Primo caso in tutta l'Asia, nel 2017 la Corte Costituzionale di Taiwan si era espressa in favore delle nozze tra persone dello stesso sesso: un coronamento di anni e anni di battaglie sostenute da attiviste e attivisti locali per i diritti civili in un’isola, di fatto autonoma, sulla quale però la Cina rivendica la sovranità.

Nonostante la sentenza dell'Alta Corte i passi intrapresi per un’attuazione legislativa sono stati pressocché nulli. Da qui l’organizzazione del referendum, che avrà luogo il 24 novembre in concomitanza con le elezioni politiche.

L’iniziativa ha suscitato ampio entusiasmo tra le persone Lgbti cinesi, che guardano alla Repubblica taiwanese come come pioniera dell'uguaglianza di genere e del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Asia.

Wang Zi, 35enne di Pechino, ha dichiarato ad Associated Press: «Non dovrebbero esserci confini quando si tratta di amore e sesso. Anche se non potrò prendere parte al referendum, sosterrò Taiwan con tutte le mie forze».

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A ruota libera Oliviero Toscani nel corso della puntata de La Zanzara del 18 ottobre.

Oltre agli attacchi a Matteo Salvini, al cui confronto il suo cane, «quando abbaia, ha un’aria più intelligente» e alle parole d’ammirazione nei riguardi di Mimmo Lucano («Lo ospitiamo noi qui a Fabrica, a Treviso. Sarà la Riace d'Italia, una specie di Fort Knox, il centro della resistenza. Venga pure: la dimora gliela diamo noi, una camera e tutto»), il fotografo milanese si è espresso sui raduni in camicia nera presso il sepolcro di Mussolini a Predappio.

Ma con una paragone quanto mai scivoloso.

«Sono contrario a proibire queste cose - ha dichiarato -. E poi quelli che vanno in camicia nera alla tomba del Duce sono come quelli del Gay Pride: lo fanno anche lì, fanno delle cagate.

Io sono contrario ai Gay Pride, perché devono travestirsi così? Ma perché se sono gay devo passare da baraccone? Come quelli che si vestono di nero e vanno a fare la parata per il Duce. Sono patetici, poveretti: hanno perso tutto, anche culturalmente. È come a carnevale, vestiti così. Fanno ridere».

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Nel primo pomeriggio di oggi oltre mille persone hanno attraversato le vie di Lublino per il primo Pride nella città della Polonia Orientale. 

Ma la Marsz Równości (Marcia dell’uguaglianza) si è svolta in un clima di tensione per le proteste di 300 estremisti di destra, che hanno tentato di forzare i cordoni di polizia con pietre e materiale contundente. Gli agenti sono dovuti intervenire con gas lacrimogeni e un cannone ad acqua per disperderli. 

Nell’importante città universitaria, dove insegnò anche Karol Józef Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II), si stanno adesso susseguendo dibattiti inerenti alle tematiche Lgbti, che termineranno alle 19:00 con un party.

Il Pride di Lublino è stato accompagnato negli scorsi giorni da vivaci dibattiti. Il tribunale distrettuale aveva sostenuto il sindaco Krzysztof Zuk nel negare l'autorizzazione alla manifestazione.

Componente di Piattaforma Civica (Po), il 61enne Zuk aveva spiegato che la decisione di non autorizzare la Marcia dell’uguaglianza era dovuta alla «preoccupazione per la vita e la salute dei cittadini» a seguito dell’annunciata contromanifesatzione da parte di estremisti di destra.

Ma Zuk era stato spinto ad annullare il Pride anche su pressione Przemysław Czarnek, presidente del voidovato di Lublino, che in un video aveva accusato di devianza, perversione e incitamento alla pedofilia gli organizzatori della marcia.

La situazione si è poi ribaltata ieri con la decisione della Corte d'appello locale. La giudice Ewa Popek ha infatti annullato la precedente sentenza del tribunale distrettuale, dichiarando: «La libertà di espressione è essenziale per lo stato di diritto e fa da condizione per l'esistenza della società democratica».

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Alcune centinaia di persone hanno oggi partecipato a Pristina alla marcia dell’orgoglio Lgbti in un clima festoso e privo d’incidenti

Giunto alla seconda edizione, il Pride si è snodato al grido di In nome della libertà per domandare in un Paese a maggioranza musulmana e societariamente patriarcale, qual è il Kosovo, parità di diritti per le persone Lgbti e una ferma condanna delle discriminazioni.

Al corteo, che ha attraversato il centro della capitale blindato dalle forze di polizia, hanno partecipato esponenti politici e diplomatici occidentali, fra cui la responsabile della delegazione Ue in Kosovo Natalia Apostolova e il sindaco di Pristina Shpend Ahmeti.

Presente anche la ministra per l'integrazione europea Dhurata Hoxha, che ha dichiarato: «Sono venuta al Pride per sostenere la comunità Lgbt, poiché ogni cittadino del Kosovo dovrebbe sentirsi libero e godere dei diritti garantiti a tutti». 

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Dopo 63 anni di attività chiude i battenti per problemi finanziari The Village Voice, lo storico settimanale alternativo che, vincitore di tre premi Pulitzer (1981, 1986, 2000), si è imposto sulla scena della stampa internazionale per le inchieste scandalistiche, gli articoli di critica musicale e cinematografica, i fumetti nevrotici, i provocatori annunci pubblicitari.

A darne ieri l’annuncio Peter Barbey, attuale proprietario della testata, che dal 2017 era sopravvissuta nella sola versione online. Nel comunicato stampa l’editore ha reso noto «che, anche se The Village Voice non continuerà le sue pubblicazioni, sarà nostro compito fare in modo che la sua eredità possa continuare a ispirare generazioni di lettori e scrittori».

Otto degli attuali 18 impiegati sono stati già licenziati. I rimanenti sono invece impegnati a digitalizzare l’ampio archivio stampa.

Fondato nel 1955 nel quartiere newyorkese di Greenwich Village da Ed Fancher, Dan Wolf, John Wilcock e Norman Mailera, il Voice (come venne popolarmente chiamato) arrivò ad avere una tiratura settimanale di 250.000 copie e a ospitare articoli dei migliori giornalisti investigativi e critici musicali della città della Grande Mela.

Il settimanale ha coltivato talenti come lo storico ed esperto di jazz e musica country Nat Hentoff, il reporter Wayne Barrett (noto per le sue inchieste su Rudolph Giuliani e Donald Trump), il padre della critica musicale moderna Lester Bangs, il cartonista Jules Feiffer e Manohla Dargis, attuale critica cinematografica per il New York Times.

«Questa è una tragedia e mi fa male al cuore – ha twittato Manohla Dargis –. È qui che ho iniziato la mia vita di scrittrice professionista e ho incontrato autori brillanti e molti amici: troppo numerosi per citarli».

E sono state infatti veramente tante le firme prestigiose del settimanale newyorkese. Basterà menzionare nomi dal calibro e da orientamenti contrapposti come Ezra Pound, Henry Miller, Barbara Garson, Katherine Anne Porter.

Ma il Voice non potrà non essere ricordato anche per il suo stretto legame con la gay community newyorkese, verso la quale passò da posizioni di critica ad aperto sostegno nella battaglia per i diritti civili.

Nei servizi d’inchiesta sui moti di Stonewall del ’69 (il bar Stonewall Inn era nelle vicinanze della sede del settimanale) il Voice ne parlò come The Great Faggot Rebellion.

I due reporter Howard Smith e Lucian Truscott IV utilizzarono ripetutamente i termini spregiativi faggot e dyke nei loro articoli sulla rivolta. Ebbero però il merito di darne un resoconto dettagliato: Smith era infatti rimasto intrappolato nel bar con la polizia, mentre Truscott descriveva quanto avveniva all’esterno.

the village voice

Dopo i moti il Gay Liberation Front tentò di promuovere all’interno del Voice un approccio lessicale più rispettoso delle persone gay, lesbiche e trans. Non riuscì tuttavia a imporre l’uso dei termini gay e omosessuale, che il giornale considerava ridicoli e insultanti.

Ma al riguardo il Voice cambiò la sua politica dopo un’esplicita richiesta da parte del Glf. Nel corso del tempo il settimanale s’impose, infatti, come fedele sostenitore dei diritti Lgbti e annulmente dedicò in giugno un intero numero al Pride di New York.

Nel 1982, inoltre, The Village Voice divenne la seconda organizzazione negli Stati Uniti ad aver esteso i benefici familiari (prestazioni sanitarie, assicurazione sulla vita e indennità per invalidità) ai dipendenti omosessuali con partner considerati come "coniugi equivalenti".

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Sabato 25 e domenica 26 Agosto, la piazza Regina Margherita di Marzamemi, comune in provincia di Siracusa, diventerà palcoscenico della 4° edizione di un’importante kermesse di cultura e intrattenimento Lgbti. Si tratta di Sii come sei, la cui direzione artistica è affidata a Sebastiano Cammisuli, consigliere del direttivo di Arcigay Siracusa.

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Per saperne di più sulla manifestazione, che gode anche del patrocinio del comune di Pachino, contattiamo sia Sebastiano Cammisuli sia Armando Caravini, che del comitato provinciale Arcigay di Siracusa è il presidente.

Sebastiano, ci spieghi come nasce l’iniziativa Sii come Sei? Di cosa si tratta e quali obiettivi si propone?

L’idea nasce da una constatazione condivisa con gli esercenti del centro del paesino di Marzameni. E, cioè, che in questo comune la presenza di persone Lgbti, probabilmente anche per ragioni turistiche, è molto elevata e dunque il nostro festival avrebbe avuto senso e avrebbe intercettato un’utenza molto interessata. L’obiettivo è chiaramente quello di diffondere la cultura dell’inclusione anche nella provincia: il titolo della manifestazione è, infatti, un invito a essere fieri di come si è, senza filtri e senza maschere.

Sebastiano, la manifestazione è giunta ormai alla sua 4° edizione. Che riscontri avete riportato nelle precedenti edizioni? Vi siete mai scontrati con ostilità apertamente omofobiche?

In questi anni la partecipazione del pubblico è andata gradualmente crescendo. Pubblico sia Lgbt sia etero. Il primo anno abbiamo avuto alcuni problemi e si sono verificati scontri verbali e sui social con persone che guardavano con sospetto all’iniziativa.

Singolare è il caso di un giornalista che durante le prime edizioni del Festival rilasciò dichiarazioni decisamente omofobiche, che poi lui stesso cancellò dai social quando qualcuno, nei post di risposta, gli ricordò il suo passato. Quest’anno lo stesso giornalista ha intervistato, per un magazine online, un artista che sarà ospite della manifestazione. Questo è un segno che le cose sono cambiate.

Armando, da presidente del comitato Arcigay Siracusa, quali sono, a tuo parere, le reali e concrete difficoltà che affronta una persona Lgbti che vive e lavora nel tuo territorio?

Le difficoltà che riscontriamo maggiormente nella nostra provincia riguardano la visibilità della persona omosessuale. Come gran parte delle piccole/medie province esiste ancora una concreta difficoltà nel fare fare coming out. Siracusa ha fatto dei passi da gigante sia nel campo diritti civili arrivando alla quarta edizione di un Gay Pride sia per quanto riguarda il coming out.

Diverso il discorso per i comuni della provincia specie quelli distanti da Siracusa/Marzamemi e Noto (altra meta di turismo Lgbti), dove ancora l'omosessualità viene taciuta, nascosta quasi come fosse una vergogna portando la persona omosessuale a creare realtà di copertura. Ecco su questo stiamo lavorando, affinché le nuove generazioni crescano in un terreno fertile per vivere il proprio orientamento sessuale con serenità. Detto ciò,  la provincia di Siracusa è terra di rispetto e accoglienza: lo dimostra il grande turismo Lgbti che ogni estate sceglie il nostro territorio.

Infine, l’intera società italiana, in questi giorni, guarda con apprensione alla vicenda della nave Diciotti. Armando qual è il tuo parere relativamente a questa tragica circostanza?

Come avevamo bene intuito e, consentitemi, previsto, stiamo assistendo a una forte recrudescenza reazionaria decisamente fascista che, nel caso in specie, si coniuga al peggior razzismo. Ribadiamo pertanto i valori del nostro grande Pride Umanità Accoglienza Resistenza. Il movimento Lgbti deve farsi carico delle criticità di questa nostra società, dove i problemi vanno condivisi, elaborati e portati nelle nostre lotte.

Stiamo vivendo un’emergenza di tipo democratico e non possiamo nè dobbiamo pensare solo alla nostra comunità ma abbracciare, accogliere, condividere le difficoltà degli ultimi che per noi sono invece i primi.

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