Dopo 63 anni di attività chiude i battenti per problemi finanziari The Village Voice, lo storico settimanale alternativo che, vincitore di tre premi Pulitzer (1981, 1986, 2000), si è imposto sulla scena della stampa internazionale per le inchieste scandalistiche, gli articoli di critica musicale e cinematografica, i fumetti nevrotici, i provocatori annunci pubblicitari.

A darne ieri l’annuncio Peter Barbey, attuale proprietario della testata, che dal 2017 era sopravvissuta nella sola versione online. Nel comunicato stampa l’editore ha reso noto «che, anche se The Village Voice non continuerà le sue pubblicazioni, sarà nostro compito fare in modo che la sua eredità possa continuare a ispirare generazioni di lettori e scrittori».

Otto degli attuali 18 impiegati sono stati già licenziati. I rimanenti sono invece impegnati a digitalizzare l’ampio archivio stampa.

Fondato nel 1955 nel quartiere newyorkese di Greenwich Village da Ed Fancher, Dan Wolf, John Wilcock e Norman Mailera, il Voice (come venne popolarmente chiamato) arrivò ad avere una tiratura settimanale di 250.000 copie e a ospitare articoli dei migliori giornalisti investigativi e critici musicali della città della Grande Mela.

Il settimanale ha coltivato talenti come lo storico ed esperto di jazz e musica country Nat Hentoff, il reporter Wayne Barrett (noto per le sue inchieste su Rudolph Giuliani e Donald Trump), il padre della critica musicale moderna Lester Bangs, il cartonista Jules Feiffer e Manohla Dargis, attuale critica cinematografica per il New York Times.

«Questa è una tragedia e mi fa male al cuore – ha twittato Manohla Dargis –. È qui che ho iniziato la mia vita di scrittrice professionista e ho incontrato autori brillanti e molti amici: troppo numerosi per citarli».

E sono state infatti veramente tante le firme prestigiose del settimanale newyorkese. Basterà menzionare nomi dal calibro e da orientamenti contrapposti come Ezra Pound, Henry Miller, Barbara Garson, Katherine Anne Porter.

Ma il Voice non potrà non essere ricordato anche per il suo stretto legame con la gay community newyorkese, verso la quale passò da posizioni di critica ad aperto sostegno nella battaglia per i diritti civili.

Nei servizi d’inchiesta sui moti di Stonewall del ’69 (il bar Stonewall Inn era nelle vicinanze della sede del settimanale) il Voice ne parlò come The Great Faggot Rebellion.

I due reporter Howard Smith e Lucian Truscott IV utilizzarono ripetutamente i termini spregiativi faggot e dyke nei loro articoli sulla rivolta. Ebbero però il merito di darne un resoconto dettagliato: Smith era infatti rimasto intrappolato nel bar con la polizia, mentre Truscott descriveva quanto avveniva all’esterno.

the village voice

Dopo i moti il Gay Liberation Front tentò di promuovere all’interno del Voice un approccio lessicale più rispettoso delle persone gay, lesbiche e trans. Non riuscì tuttavia a imporre l’uso dei termini gay e omosessuale, che il giornale considerava ridicoli e insultanti.

Ma al riguardo il Voice cambiò la sua politica dopo un’esplicita richiesta da parte del Glf. Nel corso del tempo il settimanale s’impose, infatti, come fedele sostenitore dei diritti Lgbti e annulmente dedicò in giugno un intero numero al Pride di New York.

Nel 1982, inoltre, The Village Voice divenne la seconda organizzazione negli Stati Uniti ad aver esteso i benefici familiari (prestazioni sanitarie, assicurazione sulla vita e indennità per invalidità) ai dipendenti omosessuali con partner considerati come "coniugi equivalenti".

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Sabato 25 e domenica 26 Agosto, la piazza Regina Margherita di Marzamemi, comune in provincia di Siracusa, diventerà palcoscenico della 4° edizione di un’importante kermesse di cultura e intrattenimento Lgbti. Si tratta di Sii come sei, la cui direzione artistica è affidata a Sebastiano Cammisuli, consigliere del direttivo di Arcigay Siracusa.

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Per saperne di più sulla manifestazione, che gode anche del patrocinio del comune di Pachino, contattiamo sia Sebastiano Cammisuli sia Armando Caravini, che del comitato provinciale Arcigay di Siracusa è il presidente.

Sebastiano, ci spieghi come nasce l’iniziativa Sii come Sei? Di cosa si tratta e quali obiettivi si propone?

L’idea nasce da una constatazione condivisa con gli esercenti del centro del paesino di Marzameni. E, cioè, che in questo comune la presenza di persone Lgbti, probabilmente anche per ragioni turistiche, è molto elevata e dunque il nostro festival avrebbe avuto senso e avrebbe intercettato un’utenza molto interessata. L’obiettivo è chiaramente quello di diffondere la cultura dell’inclusione anche nella provincia: il titolo della manifestazione è, infatti, un invito a essere fieri di come si è, senza filtri e senza maschere.

Sebastiano, la manifestazione è giunta ormai alla sua 4° edizione. Che riscontri avete riportato nelle precedenti edizioni? Vi siete mai scontrati con ostilità apertamente omofobiche?

In questi anni la partecipazione del pubblico è andata gradualmente crescendo. Pubblico sia Lgbt sia etero. Il primo anno abbiamo avuto alcuni problemi e si sono verificati scontri verbali e sui social con persone che guardavano con sospetto all’iniziativa.

Singolare è il caso di un giornalista che durante le prime edizioni del Festival rilasciò dichiarazioni decisamente omofobiche, che poi lui stesso cancellò dai social quando qualcuno, nei post di risposta, gli ricordò il suo passato. Quest’anno lo stesso giornalista ha intervistato, per un magazine online, un artista che sarà ospite della manifestazione. Questo è un segno che le cose sono cambiate.

Armando, da presidente del comitato Arcigay Siracusa, quali sono, a tuo parere, le reali e concrete difficoltà che affronta una persona Lgbti che vive e lavora nel tuo territorio?

Le difficoltà che riscontriamo maggiormente nella nostra provincia riguardano la visibilità della persona omosessuale. Come gran parte delle piccole/medie province esiste ancora una concreta difficoltà nel fare fare coming out. Siracusa ha fatto dei passi da gigante sia nel campo diritti civili arrivando alla quarta edizione di un Gay Pride sia per quanto riguarda il coming out.

Diverso il discorso per i comuni della provincia specie quelli distanti da Siracusa/Marzamemi e Noto (altra meta di turismo Lgbti), dove ancora l'omosessualità viene taciuta, nascosta quasi come fosse una vergogna portando la persona omosessuale a creare realtà di copertura. Ecco su questo stiamo lavorando, affinché le nuove generazioni crescano in un terreno fertile per vivere il proprio orientamento sessuale con serenità. Detto ciò,  la provincia di Siracusa è terra di rispetto e accoglienza: lo dimostra il grande turismo Lgbti che ogni estate sceglie il nostro territorio.

Infine, l’intera società italiana, in questi giorni, guarda con apprensione alla vicenda della nave Diciotti. Armando qual è il tuo parere relativamente a questa tragica circostanza?

Come avevamo bene intuito e, consentitemi, previsto, stiamo assistendo a una forte recrudescenza reazionaria decisamente fascista che, nel caso in specie, si coniuga al peggior razzismo. Ribadiamo pertanto i valori del nostro grande Pride Umanità Accoglienza Resistenza. Il movimento Lgbti deve farsi carico delle criticità di questa nostra società, dove i problemi vanno condivisi, elaborati e portati nelle nostre lotte.

Stiamo vivendo un’emergenza di tipo democratico e non possiamo nè dobbiamo pensare solo alla nostra comunità ma abbracciare, accogliere, condividere le difficoltà degli ultimi che per noi sono invece i primi.

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Una vera e propria odissea, divenuta da cinque giorni stanziale dopo l’approdo nel porto di Catania, quella dei 150 migranti a bordo della Diciotti.

Al Molo di Levante continua intanto il presidio di cittadini e associazioni per chiederne lo sbarco. E, se dal Viminale era giunto il 22 agosto il via libera a far scendere i soli minori in numero di 27, la situazione sulla nave della Guardia costiera diviene sempre più critica coi 69 casi di scabbia (di cui cinque in stadio avanzato).

Non sono mancati momenti di grave tensione come quelli registrati ieri tra attivisti del cartello antirazzista e gruppi d’estrema destra. Mentre Arci, Anpi, Articolo 21, Legambiente, Cgil e Libera definiscono «comportamento del Governo non solo deplorevole ma irresponsabile», il mondo dell’associazionismo cattolico non è meno duro nel muovere allo stesso il proprio j’accuse.

In un comunicato congiunto le delegazioni siciliane di Azione cattolica, Fuci e Movimento ecclesiale di impegno culturale, nel porre quattro domande al Governo e ricordare come «nel pattugliatore U. Diciotti della Guardia Costiera italiana vigano la Costituzione e le leggi della Repubblica Italiana», hanno dichiarato: «Noi siamo, anche, cristiani cattolici e sentiamo, portando “la figura fugace di questo mondo”, tutta la coinvolgente bellezza della frase dell’Evangelo di Matteo: “Ero straniero e mi avete accolto” (25,35).

È una frase, questa, franca impegnativa semplice, che impegna i credenti – noi – a praticarla, anche chiedendo, con sagge praticate argomentazioni, ai governanti di attuare le provvidenze necessarie alla vita umana di chiunque le chieda o non sia in grado, addirittura, di chiederle».

Da tutta la Sicilia ci si mobilita intanto per la manifestazione regionale che avrà luogo domani, alle ore 17:00, sul Molo di Levante. Presenti anche le associazioni Lgbti a partire da Arcigay Catania, già presente al presidio mattutino del 23 agosto.

E proprio da Arcigay Catania è arrivato il monito: « Se questa tristissima e vergognosa vicenda dei migranti trattenuti sulla nave italiana Diciotti non dovesse trovare una soluzione a breve, questo Catania Pride, in sinergia con il Siracusa Pride e tutte le realtà e forze sociali civili di Catania, non esiterà a indire e organizzare un Pride, questa volta non un Gay Pride, ma un MIGRANTS PRIDE per dare voce alla protesta e allo sdegno della Catania accogliente, solidale e resistente. Perchè il Pride è anche strumento di lotta».

Contattato da GaynewsGiovanni Caloggero, presidente del comitato catanese d’Arcigay e consigliere nazionale della stessa associazione, ha aggiunto: «Il Pride è stato e resta strumento di lotta ben al di là della rituale visione del medesimo quale calendario liturgico Lgbt con riferimento alla data fondante del 29 giugno.

E questa è una peculiarità di Catania. Basti ricordare il Pride invernale nel dicembre 2015 per fare pressing sul consiglio comunale al fine d’ottenere il registro delle unioni civili e quello a sostegno delle persone Hiv positive».

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«Il Palermo Pride, quest'anno più che mai, è la risposta a politiche nazionaliste, patriarcali, repressive, razziste, misogine e odiose nei confronti delle soggettività subalterne che compongono il movimento Lgbtqi+».

Queste le parole con cui il Coordinamento organizzatore spiega su Facebook il significato della marcia dell’orgoglio Lgbti nel capoluogo siciliano che, fissata in un primo momento al 30 giugno, avrà luogo il 22 settembre (otto giorni dopo la visita di Papa Francesco) alla luce dello slogan De*Genere.

Per saperne di più, abbiamo contattato Massimo Milani, figura storica della collettività Lgbti palermitana e componente del locale Coordinamento.

Quello di Palermo sarà un lungo Pride che culminerà con la parata in settembre. Perché una tale decisione e quali gli eventi che lo caratterizzeranno?

È la lunga estate del Pride. Il Pride più lungo che si sia mai visto sulla terra. Perché questo? Perché Palermo, come si sa, è quest’anno la capitale italiana della cultura. C’è anche Manifesta. Quindi ci pareva importante essere presenti tutta l'estate con tutte le nostre iniziative già cominciate e che si concluderanno appunto il 22 settembre con le mostre, i dibattiti, i convegni, le feste, le presentazioni di libri che ci stanno accompagnando per tutta l’estate. Ci sarà pure il Village e poi la parata del 22 settembre che concluderà l’Onda Pride. E, quindi, con un evento che può essere anche un evento che ha un’eco nazionale. Quindi invitiamo tutti a venire al Pride di Palermo capitale della cultura.

Tra tutte le iniziatiave che faremo mi piace sottolineare quella del 21 settembre, intitolata Dove va il movimento? Come sapete, il movimento in questi ultimi tempi è un movimento in subbuglio. Un movimento che ha delle lacerazioni profonde. Quindi vogliamo sedere tutti quanti, i principali rappresentanti di tutte le principali associazione, davanti a un tavolo, guardarci negli occhi e dirci che cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare soprattutto alla luce di questo governo reazionario.

Palermo è una delle città italiane in prima fila nella tutela dei diritti delle persone Lgbti. Il 28 giugno scorso il sindaco Orlando ha, ad esempio, registrato all’anagrafe dei bambini arcobaleno nonostante le minacce di esposti da parte di leghisti e cattoreazionari. Come giudica una tale scelta?

La giudico una scelta politica fondamentale in questo momento. In un momenti in cui un ministro della Famiglia, il ministro Fontana, esordisce dicendo che le famiglie arcobaleno non esistono, negando la loro esistenza, chiudendo gli occhi di fronte a tanti bambini e tanti genitori che non hanno diritti. Perché la legge Cirinnà, come si sa, ha lasciato aperto questo grave problema per le famiglie arcobaleno.

È dunque un ricongiungimento familiare a tutti gli effetti: finalmente tutti entrambi i genitori vengono riconosciuti e questo dà serenità, dà un futuro soprattutto ai bambini. Vorrei quindi ringraziare veramente il sindaco Orlando

Ma il 28 giugno è anche ricorsa la Giornata dell’Orgoglio Lgbti. Quali le iniziative celebrate a Palermo?

C'è sembrato giusto, soprattutto politicamente parlando, scendere in piazza attraverso una manifestazione stanziale: una duegiorni a Piazza Magione a Palermo con concerti, dibattiti, video, tanta musica.

Ma è soprattutto stato un presidio antifascista contro tutti i razzismi, contro il patriarcato, contro il maschilismo, rivendicando una visione politica dell'accoglienza di tutte le differenze, che in questo momento viene messa in discussione da un governo assolutamente reazionario e fascioleghista che non ci piace. Quindi la nostra presenza è stato un presidio fondamentale contro tutto questo.

Stonewall iniziò proprio il 28 giugno di 49 anni fa grazie al coraggio di “checche,  travestite e puttane”, come disse Sylvia Rivera. Quale il ruolo che secondo lei hanno oggi soprattutto le persone trans anche alla luce del recente libro di Porpora Marcasciano loro dedicato?

I froci, le checche, le travestite, le drag queen erano quelle che hanno dato vita al nostro movimento in quanto erano in prima fila in quella notte storica di Stonewall (il 28 giugno 1969), che ricordiamo tutti gli anni con i Pride. Le persone transessuali sono quelle che da sempre subiscono violenze e discriminazioni di ogni sorta perché sono quelle più visibili e perché mettono in discussione un sistema di potere, in cui un genere prevale sull'altro (quello maschile su quello femminile).

A me piace ricordare in questo momento Mario Mieli. Mario Mieli che cosa diceva? Diceva che, in qualche modo, siamo tutti transessuali. Siamo uomini e siamo donne: ma abbiamo tutti una parte maschile e una parte femminile. Accettando e portandole in superficie dalla coscienza - ognuno la propria parte maschile e femminile trovando un equilibrio tra questi due opposti -, possiamo creare degli uomini e delle donne diverse. E in un mondo maschilista, patriarcale e razzista c'è bisogno, secondo me, di donne ma soprattutto di uomini diversi.

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A luglio, in piena Onda Pride 2018, la casa editrice Marchese di Napoli ha pubblicato Quei ragazzi del ‘96, testo per il teatro scritto da Claudio Finelli, docente e delegato Cultura di Arcigay. Testo, che ha avuto anche una sua realizzazione per la scena, nel gennaio 2017, all’interno del fortunato format Do not disturb, ideato dallo stesso autore insieme al regista Mario Gelardi.

Quei ragazzi del ‘96 è liberamente ispirato al celebre testo di Mart Crowley Festa di compleanno per il caro amico Harold e racconta un drammatico party a sorpresa, organizzato da un gruppo di amici la sera prima del 29 giugno 1996, data del primo Gay Pride di Napoli e del Sud Italia.

Tra colpi di scena, momenti brillanti e altri intensi e commoventi, i protagonisti della pièce restituiscono al lettore la temperatura emotiva ed esistenziale in cui viveva, alle porte del nuovo millennio, la comunità Lgbti italiana, reduce dai tragici anni dell’Aids e ancora stretta e oppressa da pregiudizi sociali e dolorosi conflitti interiori.

La prefazione, scritta da Vincenzo Capuano (leader storico del comitato Arcigay di Napoli e docente di Storia del Giocattolo), ripercorre con puntualità le tappe politiche e rivendicative di quegli anni. La postfazione, invece, ad opera del caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, è una risposta argomentata, vibrante e appassionata a quanti ancora oggi, nel 2018, guardano al Pride con diffidenza e scetticismo.

Incontriamo l’autore per saperne di più sul testo che ha appena pubblicato.

Claudio, come mai hai deciso di scrivere un testo teatrale ambientato alla vigilia del primo Pride di Napoli?

In realtà, il testo nasce da una doppia “ispirazione”. Infatti mi era stato commissionato un rimaneggiamento attualizzato di Festa di compleanno per il caro amico Harold di Crowley. Pur avendo accettato, mi ero ritrovato ben presto a riflettere sull’inutilità di un simile adattamento. Il testo di Crowley, infatti, è datato e ha senso, secondo me, proprio perché restituisce a chi legge l’immagine precipua della condizione vissuta dalla comunità Lgbti americana negli anni ’70. Allora, ho pensato che, piuttosto che adattare il testo, sarebbe stato interessante adattare la dimensione umana dell’opera di Crowley.

Ho quindi cambiato tutti i personaggi e la storia, lasciando però la voglia di restituire al lettore la temperatura sociale della comunità Lgbti nella seconda metà degli anni ’90 in Italia. Il Gay Pride di Napoli del 1996 – che all’epoca dei fatti ho vissuto in maniera defilata – fu un evento spartiacque e rivoluzionario che ha profondamento inciso, a mio parere, sulle dinamiche di consapevolezza e di maturazione del territorio.

Cosa è cambiato, a tuo parere, da allora, nella vita delle persone Lgbti?

Sono cambiate, ovviamente, tantissime cose. Certamente oggi è molto più facile vivre la propria condizione alla luce del sole: c’è un tasso minore di omotransfobia sociale, un tasso minore anche di omotransfobia istituzionale. Le tematiche Lgbti non sono più tabù come lo erano in quei tempi e la comunità Lgbti si è liberata dell’alone di “patologia” in cui viveva negli anni ’90.

Quello che, a mio parere, resta purtroppo simile è la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo e sentimentale in assenza di narrazioni condivise. I personaggi della pièce hanno difficoltà a orientarsi tra sentimenti, pulsioni, giudizi e desideri perché sono privi di modelli di riferimento forti e comuni, cioè mancano di una narrazione che ne determini la “formazione sentimentale”.

Quest’assenza è, a mio parere, il vero problema culturale che vive, ancor oggi, la comunità Lgbti in quanto la società, fortemente eterosessista, contiene e stigmatizza l’urgenza di definire canoni culturali e repertori espressivi di riferimento per le persone Lgbti. In questo modo la stessa società, in nome di una normalizzazione subdola ed effimera, spaccia per “integrazione” ciò che invece si rivela essere una forma di “indifferenziazione” e di “neutralizzazione” dell’immaginario Lgbti e le persone Lgbti, ohimé, spesso cadono in questo “tranello”.

Che ruolo hanno, secondo te, i Pride nella costruzione di una coscienza collettiva della comunità Lgbti?

Oggi l’Onda Pride ci dimostra che i Pride godono di ottima salute e sono momenti di aggregazione e di condivisione di piazza importantissimi. Anzi, in un frangente storico come quello che stiamo vivendo, in cui le spinte reazionarie e fasciste sono sotto gli occhi di tutti, credo che si debba ripartire proprio dall’esperienza dei Pride e della nostra fiera lotta di rivendicazione.

Sarebbe interessante aprire con più decisione le istanze di rivendicazione delle persone Lgbti  e fonderle alle istanze di rivendicazione delle altre minoranze, che oggi rischiano persecuzione ed esclusione. Un fronte unico di lotta per i diritti di tutte e tutti, per la felicità e il benessere di tutte e tutti. Tanto, di solito, i razzisti sono anche fascisti, ignoranti, misogini e omotransfobici: la politica attuale lo dimostra in maniera più che evidente. 

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Ha scelto una veduta aerea di Catania con l’Etna sullo sfondo Matteo Salvini per annunciare, ieri, «i prossimi appuntamenti per il mese di Agosto: Sicilia, Calabria, Lombardia, Toscana, Trentino e Veneto! Continuate a seguire questa pagina per tutti i dettagli. Vi aspetto! Chi si ferma è perduto!».

E il secondo tour agostano del ministro dell’Interno avrà inizio domani proprio nella città etnea con la visita alla Geotrans Srl (bene confiscato alla criminalità organizzata), cui seguirà l’incontro con il sindaco e la Giunta comunale.

«Matteo Salvini è il personaggio politico più amato dagli Italiani – così il giovane consigliere comunale leghista Giovanni Barbagallo su Facebook –. La fiducia e il gradimento del Ministro dell’Interno sono oltre la soglia del 65%. Gli Italiani sentivano un estremo bisogno di cambiamento. Finalmente, “Prima gli Italiani” non è più solo uno spot, ma la parola d'ordine di Salvini. Il capitano non ha deluso le aspettative».

Ma non mancano le voci di ferma contrarietà e dissenso alla visita catanese di Salvini.

Prime fra tutte quelle del locale comitato Arcigay che, attraverso un post su Fb con tanto di foto di zerbino recante la scritta Go Away (Va’ via), ha dichiarato: «Domani il ministro Salvini sarà nella nostra città.

Arcigay Catania, a nome dei propri militanti e attivisti, dei propri iscritti, delle migliaia e migliaia di persone libere che hanno gioiosamente invaso la nostra città per il grandissimo Gay Pride del 23 giugno scorso, a nome della comunità Lgbt etnea e delle famiglie rainbow, a nome di tutte le persone migranti lgbt e non, ArcigyCatania a nome di tutti costoro È ORGOGLIOSA DI NON DARE IL BENVENUTO A SALVINI!».

Tra i numerosi commenti anche quello del cantautore Mario Venuti che, senza giri di parole, ha scritto: «Lanciamogli i pomodori».

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Sodomiti. Così il ministro polacco della Difesa Mariusz Błaszczak ha definito quanti, sabato 11 agosto, hanno partecipato al Pride di Poznań.

L’autorevole esponente di Prawo i Sprawiedliwość (il partito politico fondato nel 2001 dai fratelli Kaczyńskiha affrontato l’argomento, ieri sera, nel corso d’un’intervista a Trwam. Diretto dai Redentoristi polacchi, Trwam è un canale televisivo cattolico e filogovernativo, strettamente correlato alla potente quanto discussa emittente radiofonica Radio Maryja.

Puntando il dito contro le autorità comunali di Poznań, attente a un’"ideologia" anziché ai quotidiani problemi della cittadinanza, Błaszczak ha liquidato la marcia dell’orgoglio (cui hanno partecipato oltre 5.000 persone) come «un'altra sfilata di sodomiti che stanno cercando di imporre la propria visione dei diritti civili su altre persone».

Le dichiarazioni del ministro della Difesa sono comunque da leggere nell’ottica di una volontà di screditare l’attuale amministrazione di Poznań, fieramente avversa al governo in carica, in vista delle elezioni locali in autunno.

Nonostante il 70% della popolazione continui a sostenere l’inaccettabilità di qualsiasi forma di unione tra persone dello stesso sesso, è pur vero che si sta registrando un graduale cambiamento di opinione verso le persone Lgbti soprattutto nei grandi centri del Paese.

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Fuggita dall’Uganda, Justine Kizito Namukisa è una richiedente asilo che vive ad Amsterdam in attesa del permesso di soggiorno. Accolta in un primo tempo nell’ostello delle Suore Missionarie della Carità (l’istituto regolare fondato da madre Teresa di Calcutta) nel centrale quartire di Jordaan, la giovane donna ne è stata messa alla porta per il solo fatto di essere lesbica.

Il fatto è avvenuto venerdì 3 agosto alla vigilia della Canal Pride Parade. Ed è stato l’annuncio di partecipazione all’importante evento dell’indomani ad aver spinto le suore a porre Justine di fronte all’aut aut.

«Poteva restare solo se si fosse rifiutata di essere lesbica – ha spiegato RozeLinks, legata al partito verde GroenLinks che ha la maggioranza in consiglio comunale e sulla cui imbarcazione Justine ha poi partecipato al Pride del 4 agosto –. Non si accettano queste espressioni di discriminazione ad Amsterdam. Siamo una città tollerante».

Per le Missionarie della Carità l’allontamento, invece, è stato necessario perché «la presenza di Justine avrebbe rappresentato un pericolo per le altre ragazze che dormivano lì».

Per questo motivo ieri sera, alle ore 18:45, RozeLinks ha organizzato un bacio collettivo tra donne davanti all’ingresso della casa religiosa. Tante le bandiere arcobaleno e i cartelli con la scritta evangelica Ama il prossimo tuo.

Una manifestazione che Savannah Koolen, componente del comsiglio di amministrazione di RozeLinks, ha così motivato: «Vogliamo mostrare a Justine che può essere chi è e che molte persone di Amsterdam non pensano che sia giusto quello che fanno queste suore».

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A Gerusalemme circa 22mila persone hanno ieri partecipato alla March for pride and tolerance, organizzata dalla Jerusaleme Open House for Pride and Tolerance. Giunto alla 17esima edizione, il Pride di Gerusalamme si è svolto in un clima di particolare tensione.

Partiti dal Liberty Bell Park, i partecipanti sono giunti all'Independence Park tra imponenti misure di sicurezza, dopo che nel 2015 l'attacco di un giovane ultraortodosso, Yishai Shlissel, costò la vita a una 16enne, accoltellata a morte, e al ferimento di altre cinque persone.

«Non permetteremo alcun disturbo all'ordine pubblico e assicureremo la sicurezza della marcia e dei suoi partecipanti», aveva fatto precedentemente sapere la polizia. Gli agenti sono così riusciti  a tenere lontano dal percorso del Pride vari contestatori, tra cui decine di persone del gruppo di estrema destra Lehava recanti un cartello in ebraico con la scritta: Divieto d'ingresso a questo abominio nella città santa. Tre di loro sono stati fermati dalla polizia.

Gli attivisti hanno rivendicato più diritti per la comunità Lgbti: «È da un mese che il governo ci ha dichiarato guerra e siamo nelle strade di tutto il Paese – ha sottolineato un manifestante del gruppo delle Pantere Rose –. Siamo arrivati nella capitale per gridare con voce forte che meritiamo l'uguaglianza non solo a parole ma quella vera, nelle leggi e nei bilanci. Non staremo zitti fino a quando la violenza contro di noi non si fermerà».

Un chiaro riferimento allo sciopero nazionale, indetto a seguito dell’approvazione della legge che ha esteso il programma statale di surrogacy alle donne single e ne ha escluso unicamente gli uomini single e le coppie di persone omosessuali.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato anche da Tzipi Livni, parlamentare e leader del partito d’opposizione HaTnuah, che ha esortato a «unire le forze in una battaglia che non è mai stata così importante». E ha poi spiegato di essere al Pride per dire al governo che «lo Stato d'Israele deve essere uno Stato con valori come uguaglianza e libertà».

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«Si sono radunate 30.000 persone per sfilare sul lungomare al tramonto per i diritti e per la dignità di tutti. Un corteo coloratissimo, pieno di musica e di allegria». Così Marco Tonti, dinamico presidente di Arcigay Rimini, ha commentato, poco dopo le 19:00, la partenza del Summer Pride nella capitale della movida romagnola.

Un numero straordinario, al cui confronto scompare la processione riparatrice del mattino che, indetta dal Comitato Baeta Giovanna Scopelli, ha visto la partecipazione di 250 persone provenienti da Parma, Reggio Emilia, Forlì, Ravenna e Modena.

Molte di esse indossavano t-shirt recanti la scritta Instaurare omnia in Christo, motto programmatico di Pio X (il papa fustigatore del modernismo, tanto amato dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana). In maglietta nera, invece, con tanto di scritta Identità, Tradizione attivisti di Forza Nuova Rimini e tre componenti dell’associazione femminile forzanovista Evita Perón.

Al canto delle Litaniae Sanctorum e alle volute d’incenso dai turiboli fumiganti – che hanno dato l’impressione di una Rimini balzata indietro nel tempo – si è contrapposta in serara l’esplosione di colori e musica del Summer Pride. Oltre ai numerosi carri anche i furgoncini dell'Anpi di Santarcangelo e del movimento Non una di meno tra lo sventolio delle bandiere arcobaleno.

Dietro lo striscione d'apertura, invece, presenti, tra gli altri, il presidente d’Arcigay Flavio Romani, il direttore di Gaynews e storico leader del movimento Lgbti Franco Grillini nonché l’avvocata Cathy La Torre.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti, quella riminese, che ha assunto anche un importante significato politico col «numero impressionante di patrocini e di sostegno da parte delle istituzioni locali (in particolare Comune di Rimini, Comune di Ravenna e Regione Emilia Romagna) – come affermato da Marco Tonti – e anche una lettera del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani».

Tonti ha anche ricordato «il sostegno delle Pari opportunità della Repubblica di San Marino, dove si sta discutendo una legge per le unioni civili. Anche in Regione Emilia Romagna è in discussione una legge regionale contro l'omofobia e ci auguriamo che questa travolgente partecipazione gli dia slancio».

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