Siamo 30.000. Questo il grido d’esultanza degli organizzatori del Sardegna Pride che ha avuto luogo ieri a Cagliari.

Partita alle 19:00 di ieri da via sant’Alenixedda, la parata si è conclusa intorno alle 21:00 in piazza Yenne. Una marcia dell’orgoglio Lgbti, cui le persone hanno partecipato anche per ribadire la propria ferma opposizione al razzismo, alla xenofobia, a ogni forma di violenza e odio sociale.

Presenti le associazioni componenti il Coordinamento Sardegna Pride, che riunisce, sotto la guida di Arc onlus, le realtà che si occupano di diritti civili nell'isola: Mos - Movimento omosessuale sardo, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Unica Lgbt, Sardegna Queer, Gaynet, Cgil Ufficio Nuovi diritti.

Numerosi i rappresentanti del mondo istituzionale locala a partire dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda. «In un momento storico in cui discriminazioni vecchie e nuove sembrano prendere il sopravvento – ha detto il primo cittadino del capoluogo – serve l’impegno di tutti in difesa dei diritti. Ogni diritto in più è una nuova conquista per tutti: abbiamo sempre lavorato in questa direzione e così andremo avanti, per fare in modo che Cagliari possa continuare a essere un esempio»

Con Zedda erano presenti consiglieri comunali e regionali, la sindaca di Assemini Sabrina Licheri e il presidente della Regione Francesco Pigliaru, che ha dichiarato: «I diritti sono sacrosanti e vanno riaffermati con maggiore forza soprattutto quando un ministro della Repubblica li mette in discussione.

 Oggi rivendichiamo diritti basilari, e indossiamo in tanti una maglietta rossa perché qualunque sia l’opinione sui flussi migratori, la vita umana viene prima di tutto».

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Seduto al Café du Marché (l'escalope di vitello coi funghi non è niente male, le torte stellari) con Silvano, provo a fare con lui qualche riflessione sul Pride parigino appena vissuto, posto che la quantità e qualità di bellezze locali anche umane - che invadono il Marais anche il lunedì mattina - lo consentano.

Ho visto molta gioia, certo, e colore, e folla (tanta che non la potevi proprio contare) ma ancora più politica. Più messaggi forti, addirittura un sit-in in (religioso) silenzio, una "piena" di giovani ragazze con cartelli per niente rassegnati e un'organizzazione che ha fatto (o lasciato) sfilare quello che noi, faciloni, definiremmo il blocco antagonista in testa al corteo.

Pugni alzati al vento anche qui, e fanno un bene dannato, perché è qui che nascono le rivoluzioni. Qui che si sono nutrite le migliori energie culturali del continente e dove alligna un po' di speranza in quei volti forti, trasversali e debordanti di libertà, di coscienza e di forza.

Un senso di fratellanza nuovo e limpido, che rende ancora più triste sapersi accolti a casa dalla deriva populista (schedaci, forza) e dal miasma fascista ornato dalla corona del Rosario che intasa i pensieri di tante, troppe persone. Quelle che magari ritenevamo persino rispettabili, quando, invece, erano solo il razzista violento, omofobo e maschilista della porta accanto.

Lo stesso che, magari, paga anche bene per un paio d'ore con un ragazzino indiano che ha l'età della propria figlia. Tutto molto tradizionale. Non ci fermerete tutte o tutti. È troppa gente, è troppa forza per la vostra debole meschinità.

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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Nelle zone Molo e Stazione Vecchia di Viareggio ignoti hanno imbrattato nella notte le mura esterne di uno stabile e di un altro immobile con  scritte xenofobe, omofobe e razziste con tanto di svastiche ed elogi a Matteo Salvini.

gay

 

Sono in corso da parte del Commissariato di polizia di Viareggio e della Digos di Lucca le indagini per risalire agli autori. Disappunto e sconcerto da parte della cittadinanza, che tra l'altro oggi ricorda le 32 vittime della strage avvenuta in stazione il 29 giugno 2009. 

Ferma condanna è stata espressa dal sindaco Giorgio Del Ghingaro, che ha dichiarato: «Viareggio non è questa: è accogliente e inclusiva. Si tratta di un atto frutto di ottusa stupidità, da qualsiasi parte provenga, che per questo non intimidisce e che verrà perseguito in ogni forma e sede».

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Sabato scorso si è celebrato a Roma il Pride. Quest'anno 500.000 di persone di ogni età, identità, orientamento sessuale, provenienza sono scese in piazza a manifestare coi colori e la musica la propria visibilità e liberazione. Sono scese in piazza per rivendicare diritti e uguaglianza e per lottare contro ogni forma di discriminazione e odio.

Caratterizzato da un forte richiamo all'antifascismo e alla Resistenza, il Roma Pride 2018 ha espresso tutta la preoccupazione per l'avanzare di forze populiste e di destra che, con la Lega, sono approdate al Governo mostrando sin da subito il loro volto peggiore.

Proprio nell'infuriare delle polemiche sui migranti a seguito dei primissimi interventi del neoministro dell'Interno Matteo Salvini, ci sembra interessante segnalare la partecipazione alla manifestazione di un gruppo di migranti, per lo più di origine africana, scesi in  piazza sotto le insegne dell'Usb.

A guidarli Svitlana Hryhorchuck, giovane ucraina da ben 18 anni in Italia e da 16 impegnata nell'Usb immigrati di Napoli e della Campania. A lei abbiamo posto alcune domande nel merito.

Svitlana 2

Svitlana, perché eravate al Roma Pride?

Quest'anno c'era un messaggio per noi fondamentale: l'antifascismo. Negli ultimi quattro anni stiamo organizzando una serie di iniziative contro il fascismo e sono personalmente impegnata in una 'rete di coordinamento ucraino antifascista' che denuncia il crescente odio in Ucraina oltre che in Italia. Abbiamo avviato un percorso sulla democrazia e l'antifascismo anche con i migranti che seguiamo: per questo hanno deciso di partecipare alla manifestazione in modo molto consapevole. Insegnando loro la storia, infatti, abbiamo cercato di spiegare loro cosa sia e cosa è stato il nazismo e il fascismo. Con la persecuzione nei confronti degli ebrei, dei rom e di tutti coloro che erano considerati 'diversi' o 'indesiderabili'. Siamo anche partiti dall'esperienza di alcuni ragazzi gay provenienti dall'Africa e richiedenti asilo, spiegando che in Italia e in Europa ciascuno è e deve sentirsi libero di essere omosessuale e di esprimerlo appieno. Col nostro sportello e col nostro legale seguiamo diversi casi di ragazzi gay: devo dire che mi spiace che proprio loro non abbiano avuto il coraggio di venire con noi in piazza perché la paura di esporsi con le famiglie o i loro connazionali è ancora molto forte. Speriamo che la nostra partecipazione al Roma Pride sia stata però un messaggio positivo e li aiuti a sentirsi sicuri e ad aprirsi.

Prima di venire sapevano cosa fosse un Pride?

Per loro era la prima volta ma certamente prima di venire abbiamo spiegato bene cosa fosse e in che contesto si sarebbero trovati. Tutti erano perfettamente consapevoli e hanno partecipato anche per dare un esempio e mandare un messaggio contro la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti alle loro comunità. Con i nostri striscioni contro il razzismo e le discriminazioni puntavamo invece a sottolineare a tutti, anche al nuovo Governo, l'importanza e la ricchezza e delle diversità, della solidarietà, dell'incontro dei popoli e dell'uguaglianza dei diritti. Un messaggio che portiamo in piazza tutto l'anno perché solo stando uniti anche i più deboli diventano forti”.

Com'è stato l'impatto con una piazza così colorata ed esuberante?

Alla manifestazione stavamo vicino ai lavoratori e all'Ambasciata del Canada. Tutti i ragazzi stavano bene e con le famiglie e i bambini ballavano e cantavano assieme. Anche parlando dopo con loro hanno espresso una grande gioia nell'aver preso parte alla manifestazione.

Non sono mancati momenti di imbarazzo, quando qualche ragazzo magari con costumi molto vistosi si è avvicinato per fare delle foto con noi. All'inizio l'impatto è stato strano, forse qualche diffidenza, ma poi i ragazzi si sono rilassati e hanno cominciato a ballare e cantare assieme, superando tutte le barriere.

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È finita poco prima delle 17:00 sulle note di Bella ciao la manifestazione Mai più fascismi, mai più razzismi in Piazza del Popolo Manifestazione che, organizzata da 23 sigle associative, sindacali e partitiche, ha visto confluire a Roma decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia.

Tra i presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini e numerosi esponenti politici del centrosinistra.

Tante le bandiere e gli striscioni anche di associazioni Lgbti come il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e Arcigay Napoli.

Ed è stato proprio Antonello Sannino, promotore dell’appello antifascista Lgbti, a dichiarare ai nostri microfoni: «Giornata importante per il Paese: da Roma una risposta significativa contro i nuovi fascismi e contro l'odio. La Costituzione antifascista, profondamente amata dagli italiani e dalle italiane, è viva, vivissima.

Piazza del Popolo oggi è un messaggio ai nostri politici reazionari, integralisti e medioevali. Eravamo in piazza quel 24 febbraio del 2016, quando occupammo le strade antistanti il Senato delle Repubblica, per avere le unioni civili. Siamo oggi in piazza, 24 febbraio, per difendere quella legge e per ripuntare sul matrimonio egualitario. Con noi anche i due ragazzi di Casoria messi fuori casa dai genitori perché gay. Essi hanno sfilato per ricordare quanto questo Paese abbia un vitale bisogno di una legge contro l’omotransfobia.

Bello, bellissimo lo spezzone rainbow del corteo con il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli, il Circolo Mario Mieli e tanti attivisti e attiviste: tra questi Luigi Amodio, fondatore del Circolo Antinoo, e Vanni Piccolo, uno dei fondatori del Mario Mieli. Tutti insieme siamo avanzati al grido: Siamo frocie antifasciste».

Sul significato della manifestazione romana così si è espresso invece Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews: «Il grande successo della manifestazione antifascista, a Roma a cui anche Gaynet e Gaynews hanno dato il proprio contributo con l'adesione, ci dice che è possibile un fronte antifascista unito a differenza di ciò che purtroppo sta succedendo alle elezioni politiche e cioè un centro-sinistra diviso.

Pensiamo che l'antifascismo sia un elemento fondante della nostra Repubblica e della nostra democrazia. Combattere il fascismo è un dovere e va fatto in modo pacifico e non violento soprattutto in un momento in cui le organizzazioni di estrema destra stanno avendo consenso in Europa e hanno rialzato la testa anche in Italia».

Leggi anche Cirinnà: «Necessario essere alla manifestazione antifascista con le associazioni Lgbti per ribadire che i valori costituzionali non si toccano»

 

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Dopo quello in cui Laura Boldrini è ritratta sgozzata, un altro fotomontaggio con protagonista la presidente della Camera – la cui testa è stretta da una sorta di cesoia tenuta in mano da un personaggio col volto insanguinato – è apparso sulla pagina dei Sentinelli di Milano, che avevano segnalato su Facebook il primo post di minacce contro la candidata di LeU. Sul fotomontaggio è scritto: Giustizia per Pamela Mastropietro barbaramente uccisa e fatta a pezzi da una risorsa nigeriana amica della Boldrini.

«Questa è arrivata sulla nostra pagina stanotte - si legge sulla pagina social dei Sentinelli -. È tempo di maldestri emuli, avvoltoi da social, disperati che provano, dispensando odio in rete, a essere considerati per cinque minuti».

Il portavoce dei Sentinelli Luca Paladini ha spiegato di aver già provveduto a segnalare il post con nome e cognome di chi l'ha scritto alle autorità. «Anche se credo – così ha dichiarato – che si tratti di un profilo fake, visto che a Giovanni Corsi ne è stato già bloccato uno per post incitanti all’odio».

Lo stesso Paladini ha poi aggiunto sulla sua pagina Fb: «È successo ancora. Come abbiamo scritto, la pagina dei Sentinelli non ha intenzione di diventare la vetrina di ogni sfigato fascista in paranoia. Da oggi continueremo il nostro impegno e faremo i passi che saranno necessari in presenza di materiale violento che incita all' odio e al razzismo. A chi disperato, emula elemosinando tre minuti di visibilità, toccherà rispondere a chi di dovere, senza neanche più questa soddisfazione».

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Riunitosi a Bologna il 25 e 26 novembre, il Consiglio nazionale di Arcigay ha votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno della legge sullo ius soli. Sul relativo ddl, com’è noto, si dovrebbe votare la fiducia nella prima settimana di dicembre.

«Sosteniamo compattamente e con convinzione questa iniziativa – ha dihiarato il presidente di Arcigay Flavio Romani - che corrisponde in pieno al nostro impegno e alla nostra battaglia per i diritti civili.

Non solo. Respingiamo con forza gli allarmi di chi usa temi come omofobia e misoginia per far leva sulla paura dello straniero e affossare questa iniziativa di legge: è incredibile che la politica italiana, una delle più misogine e omofobe d'Europa, usi questi argomenti. Si tratta di una grave mistificazione, che tenta di associare femminicidi e omofobia alla popolazione immigrata, mentre i dati raccontano clamorosamente tutt'altro.

Arcigay, vogliamo ribadirlo, è assolutamente a favore del riconoscimento della cittadinanza italiana a tutti i ragazzi e le ragazze che sono nati nel nostro Paese, che qui hanno frequentato le scuole, parlano la nostra lingua, e sono di fatto parte integrante e preziosa del nostro tessuto sociale.  In questo senso annunciamo sin d'ora il nostro sostegno a tutte le iniziative e le mobilitazioni che in ogni parte d'Italia alzeranno la voce per chiedere il riconoscimento di questo diritto fondamentale».

Flavio Romani torna così a parlare di un tema a lui caro, sul quale si era già espresso alla vigilia della manifestazione romana #NONèREATO del 21 ottobre. Manifestazione cui, grazie anche alla sollecita opera di sensibilizzazione promossa da Antonello Sannino, aderì Arcigay Nazionel con Gaynet e il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

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Si terrà domani a Roma la manifestazione nazionale #NONèREATO con partenza da Piazza della Repubblica alle 14:30. Sfileranno per le strade della capitale accanto a «uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo», associazioni, movimenti, forze politiche, ong, giornalisti, migranti, richiedenti asilo, rifugiati e – come recita l’appello - «persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza».

Insomma, una manifestazione per ribadire che migrare non è reato, accogliere non è reato, povertà non è reato, solidarietà non è reato, dissenso non è reato. Una manifestazione «per l’uguaglianza, contro ogni forma di razzismo, per lo ius soli e i corridoi umanitari, contro l’esternalizzazione delle frontiere, i lager in Italia e in Libia, le leggi discriminatorie promosse dai Ministri Orlando e Minniti».

Tra i sostenitori della prima ora il senatore Luigi Manconi, Andrea Camilleri, don Luigi CiottiToni ServilloCarlo PetriniEnrico IannielloLuciana CastellinaMoni OvadiaGiuseppe Massafra, i vignettisti Vauro, Natangelo, Mauro Biani, Altan, Staino e l’84enne vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro, che definì la Bossi-Fini «legge disumana».

Tantissime le adesioni giunte da parte di associazioni: da Amnesty International ad Arci Nazionale, da Cobas a Fiom Cgil Nazionale, dalla Casa Internazionale delle Donne a Medici Senza Frontiere, da Emergency al Gruppo Abele Onlus, solo per fare alcuni nomi. Con un’assenza, purtroppo, pressoché totale di sigle Lgbti. Le uniche a figurare sono infatti Arcigay Napoli, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, e il circolo Gaynet Roma. Nella notte è poi giunta l’adesione di Arcigay Nazionale.

Come osservato da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, «anche tra le persone LGBT, alimentate da false paure e da tanta disinformazione, dilagano in Europa e in Italia, razzismo e islamofobia. Emblematico il caso di Alice Weidel, leader del movimento di estrema destra, xenofobo e razzista, Alternativa per la Germania, che ha riportato, per la prima volta dalla fine seconda guerra mondiale, esponenti dell'estrema destra nel Parlamento tedesco. Alice, lesbica, unita civilmente con una cittadina svizzera di origine cingalese, ha più volte pubblicamente sostenuto che il maggior pericolo per le persone Lgbti è rappresentato dai migranti musulmani. 

Per questo saremo in piazza sabato a Roma, perché vi sia una informazione corretta nel nostro Paese, perché l'estensione del diritto non riguarda mai solo il singolo o una singola comunità di persone, per costruire insieme una Italia inclusiva, che non ha paura delle diversità, qualsiasi esse siano».

Per l'avvocato Sebastiano Secci, neopresidente del Mieli, «è essenziale che le forze antifasciste, democratiche e inclusive che si battono giorno dopo giorno contro ogni forma di discriminazione facciano fronte comune guidando una controffensiva culturale e politica che espella la cultura dell’odio e della paura dalle nostre comunità. Questo obiettivo e questa preoccupazione uniscono le battaglie del movimento LGBT italiano con quelle delle nostre sorelle e dei nostri fratelli migranti, esposti come noi ai rischi della progressiva regressione dei valori di pace, accoglienza e inclusione che fanno parte della nostra cultura».

 

 

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Alessio Arena è uno scrittore e cantautore napoletano che, da alcuni anni, vive e lavora in Spagna. Bestiari(o) familiar(e) è il suo primo album plurilingue che, registrato tra Barcellona (con gli arrangiamenti e la produzione di Clara Peya e del pianista/batterista Toni Pagès) e Napoli (sotto l’egida della Nuova Compagnia di Canto Popolare), è stato prodotto da diMusicaInMusicaIl singolo Tutto quello che so dei satelliti di Urano entra a far parte della rosa delle canzoni finaliste a Musicultura 2013, festival della canzone d’autore italiana, facendo poi vincere ad Arena il premio al vincitore assoluto di questa edizione e la targa Afi (Associazione fonografici italiani) quale miglior progetto discografico.

Nel 2016 esce l’album La secreta danza, che vanta la partecipazioni di personaggi chiave dell’attuale scena musicale iberica come El Kanka, Pau Figueres, Marta Robles de Las Migas e il maestro Amancio Prada. Proprio ne La secreta danza è contenuto il brano Lorenzo, che racconta la storia di un ragazzo gay che sogna di scappare dall’Italia alla ricerca di una vita migliore. Come scrittore, “scoperto” da Matteo B. Bianchi, ha scritto romanzi, racconti e testi per il teatro. La sua ultima opera narrativa è il romanzo La letteratura tamil a Napoli, pubblicato da Neri Pozza nella collana Bloom nel settembre 2014.

All’indomani del tragico attentato di Barcellona contattiamo Alessio Arena a Barcellona dove, proprio oggi, avrebbe dovuto esibirsi con i suoi musicisti.

Alessio, come stai vivendo e come sta vivendo Barcellona queste ore a ridosso dell’attentato?

Questa mattina c’è stata una grande concentrazione a Plaza Catalunya. Erano presenti le istituzioni del governo autonomo e quelle nazionali. C’è stata una partecipazione massiccia e commossa. 

Ieri le notizie sono arrivate in maniera confusa come capita sempre sui social. Io mi trovavo al Raval, quartiere contiguo a quello in cui vivo, quartiere in cui pare sia fuggito l’attentatore della Rambla dopo l’attentato. Nel panico del momento io sono rimasto chiuso in un negozio mentre cercavo di capire cosa fosse accaduto. Nel negozio c’erano solo persone che parlano l’urdu: Raval è infatti il quartiere dei pakistani e degli indiani del Bangladesh, che spesso non parlano una parola di spagnolo.

Ho atteso che ci facessero uscire e poi mi sono avviato verso casa, dove avevo una prova con alcuni musicisti che mi accompagnano in un concerto che avrei dovuto fare oggi. Proprio qui a Barcellona nella Festa Major de GràciaMa è stato annullato come tutti gli altri concerti e spettacoli nella capitale catalana.

Quest’attentato ha minato il cuore di una città simbolo del turismo e del divertimento. Credi che questa tragedia possa avere specifiche conseguenze?

Immagino che anche a Barcellona accadrà quanto accaduto a Parigi. Per un po’ di tempo ci sarà una grande paura. Poi i problemi di tutti i giorni diventeranno una distrazione sufficiente almeno per gli abitanti della città. Del resto oggi non si è sicuri in nessun luogo. Il rischio è ovunque.

Credi sia possibile che episodi del genere alimentino fenomeni di razzismo e di islamofobia a Barcellona?

Bisogna dire che la comunità islamica di Barcellona ha ripudiato pubblicamente l’attentato con un rapidissimo e deciso comunicato stampa ufficiale. In Catalogna ci sono almeno 200 moschee e si iniziano a vedere donne con il velo anche negli impieghi pubblici. Non credo la città avrà una reazione razzista. Barcellona è un posto di libertà e accoglienza. No tinc por: abbiamo infatti urlato tutte e tutti stamattina a Plaza Catalunya.

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