Marco Patti è un giovane catanese che vive da anni nel Regno Unito. Sulla base della passata esperienza personale di assunzione di sostanze stupefacenti durante l’attività sessuale (il cosiddetto ChemSex, che è propriamente definito dalla combinazione di droghe quali metamfetamina, mefedrone, Ghb/Gbl ma, generalmente, anche da altre) ha deciso di rivolgere il suo impegno a informare e aiutare persone ricorrenti a tale pratica.

E a tal fine sta autofinanziando il progetto High & Healthy Uk - H&H Uk che presenterà a breve alla Lgbt Labour. Di esso ha parlato nell’ambito del 2° Forum europeo sul ChemSex che, tenutosi a Berlino dal 22 al 24 marzo, ha visto la partecipazione di 242 persone provenienti da 32 Paesi.

Per saperne di più, Gaynews lo ha ultimamente raggiunto nella sua casa londinese.

Secondo forum europeo sul ChemSex. Quali i motivi e le finalità sottese a un tale incontro?

Il secondo Forum europeo sul chem sex si pone in continuità con quello tenuto a Londra nel 2016. Esso è stato ideato da David Stuart (responsabile di specifici programmi presso la celebre clinica di 56 Dean Street che è gestita dalla Chelsea and Westminster Foundation Trust), in collaborazione con Gmfa e ReShape, a seguito dell’allarmante e perdurante numero di decessi nel Regno Unito e in tutta Europa, dove si riscontra un drastico cambiamento sociale nella comunità Lgbti e, soprattutto, tra gli MsM (maschi che fanno sesso con maschi).

Tale cambiamento è dovuto all’incessante pressione della crescita economica delle grandi città. Pressione che ha spinto non pochi a isolarsi e rinchiudersi in una “bustina” di piacere chimico.

Quali sono i dati venuti fuori dal Forum?

I punti salienti del 2° Forum europeo sul ChemSex possono essere così riassunti soprattutto in riferimento all'area britannica, dove il fenomeno è esploso ed è stato per la prima volta definito:

1) il Dr Mark Pakianathan, infettivologo presso il St. George Hospital di Londra, ha illustrato il rischio di Ist in riferimento a soggetti praticanti ChemSex. Al riguardo ha affermato che si sono registrati allarmanti dati di incremento di Hcv (epatite C), dovuti anche alla diffusione della PreP che, se ha ridotto le infezioni da Hiv, ha comportato un aumento delle altre Ist.

2) il Dr Chris Ward e l’infermiera Rebecca Evans (Manchester University Hospital) hanno esposto tre casi di crimini (omicidio e stupro) commessi da soggetti praticanti abitualmente ChemSex. Dai dati raccolti dalla Metropolitan Police il numero di crimini, connessi al ChemSex, è in netto aumento nel Regno Unito.

3) il Dr Bernad Kelly (St. George Hospital di Londra) ha insistito sull’importanza nel sostenere e disporre di fondi per una seria campagna di prevenzione nell’uso delle droghe. Il Dr Kelly ha soprattutto battuto sulla necessità di combattere una visione stigmatizzante al riguardo da parte dell’opinione pubblica. Ha affermato che è l’ignoranza a portare al facile giudizio e, ricordando poeticamente che noi non siamo venuti al mondo per giudicare ma per aiutarci a vicenda, ha invitato a lasciare l’ultima parola a Dio (ammesso che ci si creda) e ad attivarsi invece per un serio piano educativo a livello generale.

4) David Stuart ha illustrato il ChemSex Care Plan, volto a sostenere terapeuticamente chi usa droghe a scopo sessuale.

Il Forum ha messo altresì in luce un aspetto quanto mai importante: la sconcertante mancanza di dati numerici precisi in riferimento alle persone che praticano ChemSex e ai motivi che spingono all’utilizzo di droghe per scopi sessuali.

In Italia a differenza di altri Paesi si tende generalmente – fatta eccezione di qualche associazione come Plus – a non parlare di ChemSex. Che cosa hanno dichiarato al Forum i rappresentanti italiani?

Lo psicoterapeuta Giorgia Fracca, durante il Traning Day del 21 marzo 2018, ha speigato che in Italia, pur parlandosi poco o niente di ChemSex, si registra una buona preparazione universitaria nel campo della psicologia della psicoanalisi per la gestione anche di tale problematica.

Personalmente, pur credendo che il livello formativo di specialisti al riguardo sia elevatissimo, ritengo che l’Italia debba iniziare ad aprire delle strutture come la 56 Dean Street Clinic. Una tale questione è stato oggetto di conversazione tra me e l’intero team italiano formato da componenti di Arcigay, Università di Verona e Asa Onlus.

Tu hai lanciato un progetto nel Regno Unito: che cosa ti ha spinto a farlo e quali sono gli obiettivi?

Due anni fa ho creato il progetto High & Healthy Uk  - H&H Uk, che richiama quello promosso da Grindr. Con esso sto cercando di aiutare gli MsM (e non solo) a recuperare la  perduta capacità d’interrelazionrsi, che è alla base dell’isolamento e del connesso uso abituale di droghe. H&H Uk è partito come progetto online con E-Support: chiunque poteva richiedere aiuto o consigli su come fare uso di droghe in maniera non pericolosa, offrendo sia informazioni sulle modalità sicure per una pratica molto diffusa nel Regno Unito come lo slamming (assunzione di sostanze per via endovenosa)  sia supporto psicologico.

Ci siamo evoluti velocemente. Attualmente sto cercando di reperire fondi per l’apertura d’un primo centro ludico-sociale per persone Lgbti. Prossima tappa per H&H Uk sarà quella di tentare un’espansione in Europa, soprattutto in Italia, con l’apertura di centri terapeutici specifici.

Tra le tue ultime iniziative c'è anche il ChemSex Survey: di cosa si tratta?

Ho lanciato un sondaggio che permetterà d’avere una raccolta dati con riferimento all’area londinese sulle motivazioni che inducono le persone Lgbti a utilizzare sostanze stupefacenti, indicando età, genere, occupazione, preferenze sessuali, tipologia di droghe assunte, sensazioni provate durante il ChemSx e quello praticato in una condizione di “sobrietà”. Il sondaggio si chiama appunto High & Healthy UK – The ChemSex Survay.

Alla luce della tua esperienza l’atteggiamento proibizionistico nei riguardi del ChemSex porta a dei risultati?

No, ovviamente no. Come detto dal Dr Kelly, è l’ignoranza a guidare le persone nel giudicare e discriminare: la collettività Lgbti è sempre stata vittima del pregiudizio e lo sarà, dunque, anche per il ChemSex. È necessario far capire le ragioni che portano a tale pratica e cercare di ridurne i danni senza puntare il dito.

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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Con la firma del governatore John Rankin è entrata in vigore, mercoledì scorso, in Bermuda la legge che, approvata l’8 dicembre scorso dalla Camera dell’Assemblea, sbarra l’accesso al same-sex marriage e consente le sole unioni civili. Un notevole passo indietro per l’arcipelago caraibico.

Il matrimonio tra persone dello stesso era infatti divenuto legale a seguito della sentenza emessa, il 5 maggio 2017, dalla presidente della Corte Suprema, Charles-Etta Simmons, a favore dei ricorrenti Winston Godwin e Greg DeRoche. Sentenza che ha così consentito la celebrazione del same-sex marriage (il primo in data 31 maggio per un numero complessivo di sette matrimoni fino all’8 dicembre) in Bermuda. Che, come noto, è un territorio d'oltremare britannico e componente della comunità caraibica (Caricom).

Ma i cui abitanti (poco più di 60mila) sono nel complesso tutt’altro che gayfriendly. Riprova ne è (anche se poi considerato invalido per il mancato raggiungimento del quorum previsto) il risultato del referendum non vincolante del 23 giugno 2016 su unioni civili e nozze tra persone dello stesso sesso: su 20.804 votanti ben 13.003 e 14.192 si erano rispettivamente espressi contrari (63.03% e 68.54 %) di contro al 31 e 37% dei favorevoli.

Dal Regno Unito – essendo l’arcipelago bermudino un dominio di Sua Maestà Elisabetta II – non si sono fatte attendere le reazioni. A partire da quella del deputato laburista Chris Bryant che ha presentato al riguardo un'interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Boris Johnson.

Nel frattempo Harriet Baldwin, sottosegretaria agli Esteri, ha riferito che il governo è «ovviamente contrariato» per quanto successo in Bermuda.  Ma che per il caso in questione non ci sarebbero gli estremi per esercitare il potere di bloccare le leggi non gradite nei territori d'oltremare. Tanto più che Londra non è mai intervenuta nel processo legislativo di Bermuda da quando (1968) vi è stata introdotta la costituzione. Motivazioni ritenute inaccettabili da laburisti e attivisti, che hanno bollato quale vergognoso il mancato intervento di Boris Johnson.

Disappunto anche da parte della premier Theresa May, che attraverso il suo portavoce James Slack ha rilevato come il governo britannico sia «seriamente deluso che il Domestic Partnership Bill rimuova il diritto per le coppie dello stesso sesso di sposarsi a Bermuda» Ma aggiungendo che «la legge è stata democraticamente approvata dal Parlamento. E la nostra relazione con i territori d'oltremare è basata su collaborazione e rispetto per il loro diritto di auto-governo democratico».

In ogni caso la messa al bando del same-sex marriage rischia di avere ricadute economiche nell’arcipelago bermudino. Come hanno sottolineato esperti di turismo Lgbti, sarebbe un "disastro" dal momento che la recente normativa viene a interessare anche le compagnie di crociera, le cui navi sono registrate in Bermuda. Proprio a bordo di queste si sono celebrati nei mesi scorsi matrimoni tra persone dello stesso uso. Cosa che non sarà più possibile con la recente legge.

Dalla Carnival Uk, legata alla P&O Cruises and Cunard, hanno fatto sapere di «essere molto scontenti di questa decisione. Non sottovalutiamo lo scontento che causerà negli ospiti che avevano pianificato le loro nozze».

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