Tony Andrew è un attivista nigeriano con status di rifugiato politico. Fuggito dal suo Paese nel 2016 a causa delle persecuzioni e delle violenze in atto contro le persone omosessuali, vive a Reggio Emilia. Qui cura i rapporti con i richiedenti asilo Lgbti e si occupa di integrazione. Oggi si racconta a Gaynews.

Tony, come hai raggiunto lo status di rifugiato politico?

Sono in Italia dall’estate del 2016. Eravamo tutti su un barcone che ha cominciato a imbarcare acqua. Quando sono arrivato, avevo lo sterno fratturato e la febbre alta. Mi hanno curato e per fortuna sono sopravvissuto. Sono stato trasferito in diversi campi di accoglienza. Ultima tappa nel Riminese dove mi hanno accolto in un appartamento. Dopo soli quattro mesi ho ottenuto lo status di rifugiato, grazie a Jonathan Mastellari dell’associazione MigraBo Lgbti. In quanto attivista Lgbti conosciuto in Nigeria, la Commissione per lo status di rifugiato politico non ha avuto particolari difficoltà a darmi il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Provieni da un Paese come la Nigeria, dove l’omosessualità è reato. Com’era la tua vita prima di arrivare in Italia?

Prima di fuggire avevo un negozio di sartoria a Benin City con quattro impiegati. Allo stesso tempo lavoravo con un’associazione canadese che lotta contro l’Hiv. Inoltre organizzavo delle feste segrete in cui si ballava e si conosceva gente: si entrava tramite conoscenze in alberghi che affittavamo solo per noi. Tramite queste attività ero diventato un punto di riferimento, soprattutto, per gay e lesbiche che finivano in difficoltà perché perseguitati dalla loro comunità o dalla famiglia stessa. Alcuni li accoglievamo in casa mia nonna e io. È lei che mi ha allevato.

Dal 2013 la legge contro le persone omosessuali in Nigeria è diventata molto più dura e le cose sono peggiorate sempre di più con aggressioni in piazza. Un giorno, ormai, si era sparsa la voce sulla mia omosessualità ed attività. Sono stato assalito nel mio stesso negozio. Sono sopravvissuto grazie a un cliente – anche lui gay – che mi ha tirato fuori e portato via da lì, ferito. Sono dovuto fuggire quel giorno stesso senza dire addio a mia nonna.

C’è un modo per “sopravvivere” come persona Lgbti in Nigeria?

La situazione è così dura che non ho mai conosciuto una persona transgender in Nigeria. Per loro non c’è modo di esistere. Ne conosco alcune che hanno fatto coming out come trans una volta arrivate in Europa o in Canada, come le mie amiche Mandy e Joy, ma non mentre eravamo in Nigeria.

Se sei sieropositivo non puoi dirlo a nessuno. Chi è conosciuto come sieropositivo è isolato. I farmaci non sono gratuiti. In Nigeria una persona sieropositiva non vive a lungo.

Se sei gay o lesbica, non puoi dirlo pubblicamente. Se vieni scoperto ti portano via tutto. Ti picchiano. Nessuno ti dà il suo aiuto neppure la famiglia: per loro sei un figlio o una figlia maledetto/a. Non sei libero di fare nulla. Devi solo nasconderti. Se hai l’occasione di conoscere, attraverso il linguaggio non verbale, altri gay, verrai presentato ad altri ancora: questo ti rende “fortunato” o meglio meno solo.

Qual è stato il momento più duro che hai sperimentato appena giunto in Italia?

Paradossalmente è stato dopo che ho ricevuto il permesso di soggiorno. Il servizio di accoglienza del paesino riminese in cui ero non ha mai fatto richiesta per il progetto di inserimento successivo (Sprar o Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Dopo un mese, perciò, mi hanno mandato via dall’appartamento in cui vivevo senza spiegazioni. Mi sono trovato a dormire in stazione per alcune notti. Ho pianto dalla paura e pregato tanto che non mi succedesse niente. Fortunatamente Jonathan Mastellari ha saputo dove ero e ha contattato delle associazioni dell’Emilia-Romagna. Nel giro di poche ore Arcigay Reggio Emilia mi ha dato un posto dove stare.

Perché hai scelto l’Italia?

L’Italia è un Paese per me sicuro. Molti dei miei amici gay erano già in Italia prima che salissi su quel barcone. E qui ho trovato aiuto. Vorrei aggiungere una cosa: vedo il razzismo e la discriminazione negli occhi della gente, anche qua. Ma bianchi o neri siamo tutt’uno. Nessuno è perfetto: alcuni sono bravi, altri cattivi, bianchi o neri che siano.

Chi sono i tuoi amici oggi?

Ne ho tanti, già dalla mia attività in Nigeria. Con molti sono in contatto tramite WhatsApp e Facebook. Con altri mi vedo regolarmente qui in Emilia e agli incontri per migranti condotti da MigraBo a Bologna. E altri ancora li contatto durante le attività di Arcigay Reggio Emilia, dove coordino gli incontri mensili per i migranti. Ora però ho tanti amici anche italiani. Vado a scuola di italiano. Annalisa, la mia insegnante, è bravissima.

Qual è oggi il tuo impegno come militante Lgbti?

A novembre sono entrato a far parte del nuovo Direttivo di Arcigay Reggio Emilia e ne sono molto orgoglioso. Ora posso aiutare di nuovo ragazzi e ragazze che arrivano dall’Africa e sono in Africa. Combatto le discriminazioni perché i miei amici possano essere liberi di essere chi vogliono, che abbiano i documenti a loro utili e possano stare in buona salute.

Da quando sono stato eletto, decine di persone ci hanno contattato. Sia per fare coming out coi loro operatori (c’è molta paura che la persecuzione continui anche in Italia) sia per trovare aiuto. Soprattutto per i tanti che sono rimasti fuori dai progetti di accoglienza o che hanno ricevuto un esito negativo in commissione o che sono letteralmente stati abbandonati dal sistema anche qui in Italia. E sono tanti.

In conclusione, quali grandi passioni ha Tony Andrew?

La mia passione ora è Dio, perché so che senza il suo aiuto non sarei mai riuscito a sopravvivere a quello che mi è successo. Perché senza il suo aiuto non avrei mai avuto l’opportunità di conoscere Alberto Nicolini, che mi ha preso in casa con sé e introdotto in Arcigay, dove adesso posso aiutare tanta gente.

E poi l’altra passione è l’amore. Non c’è nulla di importate come circondarsi di amore.

e-max.it: your social media marketing partner

In El Salvador, Guatemala e Honduras la vita e la sicurezza delle persone Lgbti sono sempre più minacciate perché le autorità di questi Paesi non assicura loro alcuna protezione. Cosa questa che le costringe a fuggire dalla loro terra e affrontare altri pericoli in Messico.

A evidenziarlo è Amnesty International nel nuovo rapporto No Safe Place che, pubblicato ieri, descrive l’odissea di omosessuali e donne transgender in fuga dalla discriminazione e dalla violenza di genere. Realtà queste che, a opera di bande criminali ed esponenti delle forze dell’ordine, stanno registrando un vertiginoso aumento in El Salvador, Guatemala e Honduras.

Ma il rapporto pone sotto accusa anche le autorità messicane, resposabili di non proteggere dalla sistematica violazione dei diritti i profughi Lgbti all’interno del Paese, e denuncia l'insostenibile esperienza vissuta nei centri statunitensi di detenzione per migranti.

«A causa della loro identità di genere e del loro orientamento sessuale – ha dichiarato Erika Guevara-Rosas – queste persone subiscono una crudele discriminazione in America centrale. E non c'è alcun luogo dove possano trovare salvezza». La direttrice di Amnesty International per le Americhe ha quindi aggiunto: «Terrorizzate nei loro Paesi e sottoposte a violenza estrema quando cercano riparo altrove, queste persone costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili di rifugiati delle Americhe. Il comportamento delle autorità messicane e statunitensi, che stanno a guardare, è semplicemente criminale».

Secondo le cifre ufficiali El Salvador, Guatemala e Honduras hanno alcuni dei più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti, incontrati da Amnesty International, ha raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. Secondo l'ong Cattrachas in Honduras, tra il 2009 e il 2017, sono state uccise 264 persone Lgbti. Nella maggior parte dei casi gli autori non sono stati mai stati perseguiti penalmente.

La maggior parte delle persone, le cui dichiarazioni sono servite per la redazione del rapporto No Safe Place, ha inoltre riferito di aver subito ulteriore discriminazione e violenza da parte di pubblici ufficiali in Messico. Secondo uno studio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra il 2016 e il 2017 due terzi dei rifugiati Lgbti provenienti dall’America centrale sono state vittime di abusi sessuali in Messico.

Alcune donne transgender, che erano riuscite a concludere indenni il viaggio all'interno del Messico, hanno invece denunciato il disumano trattamento ricevuto nei centri di detenzione statunitensi. Altre, poi, sono state espulse dagli Usa e dal Messico per essere rinviate nei Paesi d’origine.

Cristel, una 25enne transgender salvadoregna, ha denunciato di essere stata posta in isolamento in un centro di detenzione per migranti non appena varcata la frontiera con gli Usa nell'aprile 2017. Dopo una settimana è stata trasferita in una piccola cella dove c'erano otto uomini. Alla fine è stata rimandata in El Salvador, dove continua a subire le minacce delle bande criminali. «Io non voglio essere clandestina – ha dichiarato ad Amnesty International –. Non voglio altro che vivere in sicurezza».

Alla luce di tali dati Erika Guevara-Rosas ha commentato: «Più le autorità di El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico e Usa non agiranno per proteggere alcune delle persone maggiormente vulnerabili delle Americhe, più le loro mani saranno macchiate di sangue. I governi di questi Paesi devono intraprendere azioni decisive per contrastare il moltiplicarsi di violenze contro le persone Lgbti. Devono altresì migliorare le loro politiche e procedure per garantire l'accesso alla protezione internazionale a tutte le persone che ne hanno bisogno».

e-max.it: your social media marketing partner

Sono più di 62mila le persone che vivono ufficialmente in Grecia con lo status di rifugiato. Status, cui si aggiunge per alcuni anche quello di appartenere alla collettività Lgbti. Il che, in Grecia, significa libertà ma non sicurezza assoluta. È per questo motivo che il 28enne siriano Daas Aljatib ha istituto ad Atene un’associazione per migranti e rifugiati Lgbti.

«Con la crisi in atto – così ha dichiarato il giovane originario di Damasco all’agenzia di stampa spagnola Efe –  la maggior parte delle organizzazioni umanitarie si sono concentrate sulla popolazione dei rifugiati in generale. Ma è anche necessario per le persone Lgbti, fuggite dal proprio Paese d’origine, avere qualche associazione che le rappresenti». Aljatib, che in tal senso ha già preso contatti con diverse organizzazioni, ha ottenuto dei locali in cui poter organizzare riunioni e fare impartire lezioni d’inglese, tre volte alla settimana, a migranti Lgbti.

Il giovane, che in Siria ha dovuto sempre tenere nascosto il proprio orientamento sessuale altrimenti sarebbe «finito in prigione», ha potuto contare per la sua iniziativa sull’appoggio della ong Solidarity Now, che assegna appartamenti in Atene e Salonicco a rifugiati Lgbti perché possano avere un «punto sicuro di partenza grazie al quale raggiungere una propria autonomia». A spiegarlo Fay Kutzúku – una delle coordinatrici dello specifico progetto finanziato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) –, che sempre all’agenzia Efe ha ricordato come molti dei rifugiati Lgbti siano stati vittime di violenza nei Paesi d’origine o in quelli in cui sono migrati.

È proprio Aljatib a ricordare come alcune amiche transessuali siano state costrette ad abbandonare la propria abitazione al Pireo dopo essere state prese ripetutamente a sassate. Saad, rifugiato siriano di 23 anni e uno dei 25 componenti del collettivo istituito da Aljatib, dice a sua volta di sentirsi «libero ma non sicuro in Grecia» – dove vive da dieci mesi – e di vedere il proprio futuro in un altro Paese.

Una tale percezione trova riscontro nei dati dell’ultimo Eurobarometro (2015) sulle discriminazioni in area Ue. Secondo questo sondaggio il 63% della popolazione ellenica ritiene che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non dovrebbe essere consentito, mentre il 54% considera come qualcosa di negativo le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso.

In ogni caso l’esperienza del collettivo riesce a infondere speranza nei partecipanti e aiuta ognuno di loro a sentirsi meno soli. È sempre Aljatib, che desidera studiare ingegneria delle telecomunicazioni, a ricordare all’agenzia Efe di avere «iniziato in Grecia da zero e di aspirare ad avere qui un giorno la mia casa, il mio lavoro e il mio ragazzo».

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video