Sono più di 62mila le persone che vivono ufficialmente in Grecia con lo status di rifugiato. Status, cui si aggiunge per alcuni anche quello di appartenere alla collettività Lgbti. Il che, in Grecia, significa libertà ma non sicurezza assoluta. È per questo motivo che il 28enne siriano Daas Aljatib ha istituto ad Atene un’associazione per migranti e rifugiati Lgbti.

«Con la crisi in atto – così ha dichiarato il giovane originario di Damasco all’agenzia di stampa spagnola Efe –  la maggior parte delle organizzazioni umanitarie si sono concentrate sulla popolazione dei rifugiati in generale. Ma è anche necessario per le persone Lgbti, fuggite dal proprio Paese d’origine, avere qualche associazione che le rappresenti». Aljatib, che in tal senso ha già preso contatti con diverse organizzazioni, ha ottenuto dei locali in cui poter organizzare riunioni e fare impartire lezioni d’inglese, tre volte alla settimana, a migranti Lgbti.

Il giovane, che in Siria ha dovuto sempre tenere nascosto il proprio orientamento sessuale altrimenti sarebbe «finito in prigione», ha potuto contare per la sua iniziativa sull’appoggio della ong Solidarity Now, che assegna appartamenti in Atene e Salonicco a rifugiati Lgbti perché possano avere un «punto sicuro di partenza grazie al quale raggiungere una propria autonomia». A spiegarlo Fay Kutzúku – una delle coordinatrici dello specifico progetto finanziato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) –, che sempre all’agenzia Efe ha ricordato come molti dei rifugiati Lgbti siano stati vittime di violenza nei Paesi d’origine o in quelli in cui sono migrati.

È proprio Aljatib a ricordare come alcune amiche transessuali siano state costrette ad abbandonare la propria abitazione al Pireo dopo essere state prese ripetutamente a sassate. Saad, rifugiato siriano di 23 anni e uno dei 25 componenti del collettivo istituito da Aljatib, dice a sua volta di sentirsi «libero ma non sicuro in Grecia» – dove vive da dieci mesi – e di vedere il proprio futuro in un altro Paese.

Una tale percezione trova riscontro nei dati dell’ultimo Eurobarometro (2015) sulle discriminazioni in area Ue. Secondo questo sondaggio il 63% della popolazione ellenica ritiene che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non dovrebbe essere consentito, mentre il 54% considera come qualcosa di negativo le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso.

In ogni caso l’esperienza del collettivo riesce a infondere speranza nei partecipanti e aiuta ognuno di loro a sentirsi meno soli. È sempre Aljatib, che desidera studiare ingegneria delle telecomunicazioni, a ricordare all’agenzia Efe di avere «iniziato in Grecia da zero e di aspirare ad avere qui un giorno la mia casa, il mio lavoro e il mio ragazzo».

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Nel mondo, in 79 Paesi l’omosessualità è reato e in 7 è punita con la pena di morte. Tre di questi, diversamente da quanto si pensa, sono a maggioranza cristiana.

Questi i fatti che hanno portato alla realizzazione del convegno svoltosi ieri, venerdì 23 giugno, "Migranti lgbti”, organizzato dal portale di informazione Gaynews e da Arcigay, per celebrare i 10 anni di applicazione della legge sulla protezione internazionale, con la quale sono stati ottenuti centinaia di permessi di soggiorno per gay, lesbiche e trans extracomunitari. Nella prestigiosa sala Aldo Moro della Camera dei Deputati sono intervenuti, dopo il saluto iniziale di Franco Grillini, Gianpaolo Silvestri, già senatore, Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, Giorgio Dell’Amico, referente Arcigay per il settore "Immigrazione e asilo", Jonathan Mastellari, Gruppo MigraBo di Bologna, Ilaria Masinara, responsabile Amnesty International Italia per campagne migrazione, discriminazione e Lgbti. Giulio Ercolessi, Presidente della Fondazione Umanista Europea.

“La legge venne approvata durante il governo Prodi, nel 2007, grazie ad un battaglia portata avanti prima alla Camera e poi in Senato. Va considerata uno dei successi del movimento Lgbti, un risultato da ricordare e di cui andare fieri”. Così Franco Grillini, durante l’introduzione. Giampaolo Silvestri, protagonista della battaglia in Senato, ha ricordato come, a Palazzo Madama, fu fondamentale l’introduzione dell’emendamento che estendeva la protezione internazionale ai richiedenti asilo perseguitati per ogni tipo di reato non previsto dal codice penale italiano. “In questo modo – ha spiegato Silvestri – è stato possibile ottenere anche l’appoggio di buona parte della destra”.

Il susseguirsi degli interventi ha delineato i principali nodi intorno al tema dell’integrazione. Giulio Ercolessi ha invocato, in particolare, la necessità di approfondire un modello di integrazione parallelo al dialogo interreligioso, fondato su un concetto di forte laicità delle istituzioni. Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, ha raccontato l'esperienza della rete di sportelli Arcigay a sostegno delle persone migranti, rete che verrà potenziata prossimamente grazie ad un progetto finanziato dall'Unar.

Emozionanti, infine, le testimonianze di Oma Bale, immigrato camerunense, di Querques e Goldwin Marley di Arcigay Pavia. Il primo ha invocato una iuto concreto da parte del nostro Paese nell’interlocuzione diretta con le istituzioni dei paesi africani, chiedendo di allargare l’orizzonte rispetto ai fatti accaduti in Cecenia. Il secondo ha raccontato la sua drammatica fuga dalla Nigeria, nel contesto di una situazione in cui, dall’oggi al domani, il suo compagno è stato arrestato mentre lui è casualmente riuscito a fuggire. Marley è oggi in Italia da diversi anni, dove ha imparato di poter considerarsi “un essere umano”, ma non ha più saputo nulla del suo compagno.

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Oggi presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti a dieci anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità

Una delle primarie attività a sostegno dei migranti e richiedenti asilo Lgbti è svolta dagli sportelli assistenziali, gestiti a livello territoriale dalle varie associazioni. Tra questi è da segnalare su Roma il Gruppo internazionale del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, della cui esperienza Gaynews pubblica la sintesi curata da Mario Colamarino e Tiziano De Masi.

Il gruppo internazionale al Mieli nasce nel novembre del 2014 a seguito della presenza sempre più frequente di persone migranti all'interno dell'associazione. Lo sportello nacque all'epoca con la principale finalità di soddisfare a esigenze di natura giuridica. Si provò con il direttivo del tempo e alcuni volontari ad andare oltre l'aiuto legale ai singoli e a creare uno spazio sicuro per rifugiati, richiedenti asilo e migranti Lgbti, che si trovavano a Roma e avevano bisogno di un aiuto, di socializzare, di parlare e stare insieme.

Da allora, a cadenza settimanale, il gruppo si è riunito presso il Circolo senza mai fermarsi negli anni. In un primo momento ognuno che passava da noi si è raccontato, aperto, iniziando un percorso di consapevolezza della propria sessualità che nel proprio Paese era negato. Abbiamo organizzato eventi, corsi e workshop sulle maggiori tematiche Lgbti: dall'Hiv all'omofobia fino al Pride. I migranti sono stati sempre insieme con noi, in prima linea, ai presidi per la legge sulle unioni civili l'anno scorso, a sventolare le bandiere del Circolo al Pride, a fare i banchetti in strada. 

Ognuno di loro, venendo al Mieli, ha trovato una famiglia, un sostegno, un posto dove poter essere se stessi senza paure e timori. In quest'ultimo anno, a fianco alle iniziative prima accennate, abbiamo avviato un corso di italiano per migranti fatto grazie alla collaborazione di volontari esperti sul tema. 

Da quando esiste il Gruppo migranti, saranno passate orientativamente un'ottantina di persone, di cui alcune spesso solo di passaggio, altre, invece, fisse a Roma e presenti ancora al Mieli. La maggior parte di loro proviene da Paesi africani o dall'ex Urss, dove essere gay può essere pericoloso o addirittura portare all'arresto a causa di un'omofobia dilagante e stratificata nella società. Alcuni di loro hanno trovato lavoro e l'amore in Italia: il primo migrante gay rifugiato, che si è  unito civilmente, è Maxim, scappato dal Crimea anni fa. Unitosi civilmente col compagno un mese fa circa a Civitavecchia, Maxim è stato tra le colonne portanti in questi anni del gruppo rifugiati del Mieli. Di questo siamo fieri nonché felici che abbia trovato l'amore e una vita migliore qui in Italia.

In quest'anno il gruppo fisso di ragazzi gay e ragazze lesbiche è stato composto da circa 15 persone, provenienti da Pakistan, Uganda, Senegal, Bielorussia, Georgia, la maggior parte dei quali sono arrivati da pochissimi mesi qui in Italia e non parlano italiano. Tra questi almeno una decina si è rivolto al Mieli come prima fonte di aiuto e sostegno alla socializzazione e all'incontro con altre persone Lgbti prima ancora di comparire davanti alla commissione per l'ottenimento dello status di rifugiati.

 

 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

Gaynews pubblica in anteprima parte della relazione di Luca Trentini, responsabile Immigrazione del direttivo di Arcigay Orlando Brescia.

La mia testimonianza viene da un territorio, quello di Brescia, particolarmente investito dalla questione migratoria e da un comitato territoriale, Orlando Arcigay Brescia, che in questi anni ha profuso un grande sforzo per far fronte alle numerose richieste di aiuto provenienti da giovani immigrati richiedenti asilo.

Da ormai sei anni la nostra associazione ha attivato uno sportello migranti dedicato alla consulenza, all'affiancamento e alla socializzazione dei richiedenti asilo per omosessualità. Negli anni passati il fenomeno era ancora minoritario, ma ha subito una vera e propria esplosione nel corso dell'anno sociale 2016 – 2017.

In passato avevamo assistito tre ragazzi cubani, un ragazzo afgano e un ragazzo pakistano. Nel 2015 era stata la volta di due giovani senegalesi e di un cubano. Tutte queste richieste avevano avuto buon esito. Al contrario, nel corso dell'anno associativo 2016/2017 ci siamo trovati a gestire un flusso estremamente consistente di richieste a seguito dei numerosi sbarchi provenienti dalla Libia e dalla conseguente redistribuzione di profughi su tutto il territorio nazionale. Ad oggi tra pratiche concluse ed altre tuttora in corso abbiamo assistito e stiamo seguendo 29 ragazzi, di cui 27 provenienti da tutta la fascia centrafricana (Nigeria, Niger, Senegal, Mali, Gambia), 1 dal Bangladesh e 1 dall'India.

Allo stesso tempo in questa  fase si è assistito ad un notevole irrigidimento da parte della commissione territoriale per i richiedenti asilo che ha competenza sulle provincie di Brescia, Cremona, Bergamo e Mantova. Secondo l'osservatorio permanente sui rifugiati la percentuale dei rigetti è superiore al 70% delle richieste, con un picco imbarazzante di respingimenti che è salito al 97% delle richieste nel trimestre dicembre-febbraio.

In tale contesto anche i rifugiati che si sono rivolti a noi hanno dovuto affrontare notevoli difficoltà nella gestione delle loro pratiche, tanto che è ormai diventata una prassi il respingimento della domanda da parte della commissione e l'accoglimento della stessa in sede di ricorso. Su 29 casi che abbiamo gestito solo 3 hanno avuto l'accoglimento dell'istanza in sede di commissione territoriale.

Mi rendo conto che l'aumento esponenziale di richieste di asilo nel nostro paese abbia generato la necessità di sveltire le pratiche e di snellire l'arretrato. Tuttavia reputo che sia assolutamente necessario agire sulla formazione delle forze di polizia e sui funzionari addetti alla gestione delle pratiche d'asilo che si dimostrano molto spesso del tutto inadeguati nella trattazione della specifica LGBT dei richiedenti protezione.

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