La storia d’amore di Claudio, aristocratico romano, unitosi in matrimonio con Porzia (che non ama), e del suo giovane concubino Ligdo è al centro del romanzo Ritorno in Egitto (Marlin edizioni) pubblicato da Giovanna Mozzillo, scrittrice e giornalista napoletana, che ci conduce, con grande attenzione e sensibilità, nella suggestiva società del III secolo, al tramonto dell’impero, in un mondo che si sta profondamente trasformando in virtù della veloce diffusione del cristianesimo.

Nella ricostruzione storica dell'autrice l’amore, quello vero, quello tra Claudio e il suo amante, è improvvisamente messo in discussione dall’etica del nuovo messaggio del Nazareno che, se da un lato professa amore e carità, dall’altro introduce nell’immaginario tardo-imperiale il senso di colpa e la vergogna per tutto ciò che afferisce al sesso e alla sfera del desiderio e dell’amore terreno.

Ecco, allora, che il romanzo di Giovanna Mozzillo, mentre ci consente di seguire le avvincenti vicissitudini dei due personaggi, divisi dal caso e da un’imprevedibile congiuntura di impegni, ci permette di riflettere sulle dinamiche profondamente sessuofobiche che, del tutto ignote agli antichi, stravolsero abitudini e rapporti di relazione dando origine al disprezzo, tuttora spesso reiterato, per la vita dei sensi e il piacere della carne. 

L’autrice, servendosi di un dettato narrativo sapientemente strutturato e della propria vasta e convincente cultura storica, restituisce al lettore il senso profondo di un corto circuito emotivo e semantico che investe un’intera epoca, facendo emergere con chiarezza le contraddizioni implicite e sempre vive nella credenza giudaico-cristiana.

Il ritorno di Claudio in Egitto, in seguito allo smarrimento antropologico-culturale di cui è vittima, è un vero è proprio “ritorno alle madri”, cioè alla cellula originaria della propria natura di uomo che gode della vita e che ama e che, in virtù del proprio intelletto e della consapevole stima per una vita fisiologicamente sana, rifiuta con decisione di vivere in un occidente “guastato” da una dottrina che nega, colpevolizza e criminalizza la legittima ricerca dell’armonia e della felicità.

 

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Cinque anni di attività. Un anniversario importante per Anddos che dal 16 al 18 maggio celebrerà a Bologna il 2° Congresso nazionale. Nel cui ambito si procederà all’elezione del presidente e del suo vice, ponendo così fine alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

Ed è proprio Dartenuc, che ha guidato l’associazione nel delicato periodo susseguente l’affaire Iene-Unar e ha ingenerato un’entusiasta volontà di rinascita nei numerosi circoli sparsi per l’Italia, a risultare candidato alla presidenza. Affiancato per la seconda carica da Massimo Florio, presidente del club torinese 011 e componente del Coordinamento Torino Pride.

È quanto avanzato dalla mozione Time for change. Mozione che, sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei presidenti di circoli affiliati, reca il nome di Franco Grillini, presidente di Gaynet e leader storico del movimento Lgbti italiano, quale primo firmatario.

Tempo di cambiare. Un titolo programmatico che, scelto a riprova d’una necessaria inversione di rotta, si ispira alle celebri parole di Winston Churcill: Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Consapevolezza, questa, raggiunta a poco più di un anno dall’accennato «attacco mediatico rivolto – come si legge nel testo della mozione – non solo a noi ma in generale a tutto il movimento Lgbt, cui il perbenismo della morale comune addebita “la licenziosità” di comportamenti in un’ottica sessuofoba e puritana».

Consapevolezza che è il risultato di un'«analisi della sostenibilità economica dell’associazione, analisi che ci ha fatto rendere conto di come la macchina precedentemente approntata non avesse una sua capacità autonoma di reggere economicamente; ragione per cui si è provveduto a riorganizzare la compagine dei dipendenti, a eliminare costi per servizi dalla dubbia utilità o, peggio, completamente inutili. 

Alcuni settori dell’associazione hanno deciso autonomamente di abbandonarci e dissolversi per paura dello stigma sociale in seguito agli avvenimenti sopra detti, nonostante il tentativo, della nuova dirigenza, di proporre una soluzione alternativa per salvare il lavoro fatto e le relazioni costruite […]. Fino ad oggi abbiamo subito il cambiamento, oggi ci presentiamo a voi perché vogliamo essere attori del cambiamento. Il nostro agire fino ad oggi è stato improntato in base ad una visione che adesso, a nostro avviso, deve essere profondamente rivista».

Ma quali le proposte di revisione avanzate dalla mozione Dartenuc-Florio?

In primo luogo il diverso rapporto col movimento Lgbt non più nell’ottica d’una replica concorrenziale delle attività e iniziative delle altre associazioni ma in quella di sostegno alle stesse. Un essere, dunque, «al fianco di tutte esse. La nostra associazione può giocare un ruolo chiave in tutto ciò, mettendo loro a disposizione le risorse che abbiamo, prima fra tutte una ampia base associativa oltre ai luoghi dove questa grande moltitudine di cittadini e cittadine può essere efficacemente raggiunta, oltre a quello che possiamo dare in termini di concretezza legata ad una rimodulazione di tutto il nostro agire economico».

In secondo luogo la maggiore attenzione per i singoli circoli affiliati attraverso una più assidua e mirata formazione, l’attento «controllo della qualità e dell’aderenza dei nostri circoli al progetto associativo», la revisione delle quote sociali «per renderle più eque in relazione allo stato socio economico attuale del Paese» e la riorganizzazione stessa dell’associazione. Aspetto, questo, legato inevitabilmente al «cambiamento di nome: occuparsi più strettamente dei nostri circoli e dei nostri soci (che sono al 99% circoli frequentati da soli maschi omo/bisessuali), partire dal presupposto di coadiuvare e sostenere il movimento Lgbt, sottolineare la nostra identità omo/bi/transessuale, ci impone un adeguamento dei nostri scopi statutari che inevitabilmente cozzerebbero con l’attuale nome dell’associazione, troppo caratterizzato verso una attività ben specifica e, allo stesso tempo, aperto alle più disparate interpretazioni».

In terzo luogo l’impiego di risorse economiche e la piena collaborazione con le altre associazioni per informare e agire efficacemente nella prevenzione all’Hiv e alle Ist.

In quarto luogo la cura dei rapporti col mondo dell’imprenditoria e dell’informazione Lgbt. Al cui ultimo riguardo «potranno essere accese collaborazioni con quei soggetti dell’informazione Lgbt in grado di veicolare formazione all’interno del settore professionale della stampa di una corretta percezione delle nostre attività e dei nostri circoli».

In ultimo la promozione e produzione di eventi culturali e dei Pride.

Si tratta, insomma, di prospettive quanto mai incoraggianti per un’associazione che in molti, quasi un anno fa, credevano incapace di risollevarsi. E, invece, Anddos si appresta a vivere una nuova primavera realizzando in sé il motto di un emblema di distruzione e rinascita qual è Montecassino: Succisa, virescit. Tagliata, rinverdisce. Tagliata, si rafforza.

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Bello, fisico statuario e viso d’angelo. Ecco come appare Gabriel Mancini, escort gay di professione, su grinderboy.com, il portale dedicato agli accompagnatori per soli uomini.

Il giovane 26enne, operante in Lombardia, ha deciso di raccontarsi in quest’intervista a Gaynews. Intervista che ci ha concesso per farsi conoscere meglio e per rivelare gli aspetti più curiosi e intriganti del suo lavoro.

Gabriel, dicci qualcosa a proposito del giorno in cui hai deciso di diventare un escort.

In realtà la prima esperienza come escort mi è stata proposta da un ingegnere di Bologna incontrato in un bar. La prima sensazione è stata di lusinga. Un uomo piacente e più grande di me era disposto a elargire un compenso importante semplicemente per vedermi nudo e toccarmi. Da lì capii che potevo sfruttare le caratteristiche fisiche a mio favore.

Alcuni dicono che fare l'escort crei dipendenza. È vero?

Non credo dia dipendenza, almeno non sessualmente. Semmai creano dipendenza i forti guadagni.

Ti consideri un escort di successo?

Credo di sì. Al di là dell'aspetto fisico, chi mi incontra ha sempre di fronte una persona autentica, comprensiva, di buon umore, con cui ha la possibilità di esprimere le proprie fantasie a 360° o anche ricevere consigli mai banali.

Dopo un incontro con te come ci si sente?

Una volta un cliente mi ha inviato un messaggio pochi minuti dopo esserci salutati che, credo, riassuma bene tutto: L'incontro con te appaga il bisogno del "bello" sotto ogni punto di vista, e il nostro saluto non può essere che un "arrivederci”.

Quale richiesta di un cliente ti ha stupito di più?

Mi stupiscono tutte le richieste considerate di solito "estreme". In modo particolare tutto quel che riguarda la coprofagia o il dolore. La più scioccante è venuta da una persona che ha chiesto di essere presa a calci e a pugni nei testicoli, di farseli schiacciare con i piedi e con oggetti. Pareva ne traesse un gran piacere.

Quali sono i tuoi hobbie? Che cosa fai nel tempo libero?

Cerco di creare una zona di non interferenza del lavoro. Mi dedico alla cura del corpo, alla lettura, cinema, musica. Penso sia importante non focalizzarsi esclusivamente sul sesso. È importante per sé stessi e per il lavoro stesso. D'altronde i clienti sono a volte più interessati a poter avere un rapporto umano completo, seppur fugace, che non esclusivamente orientati su pene o corpo.

Quando esci con un nuovo cliente, come capisci da dove iniziare?

Beh, si intuisce parlandoci. Non recito mai una parte, sono sempre me stesso.

Perché hai scelto di fare l’escort?

Sono indipendente, non devo sottostare alle scelte di nessuno, posso organizzarmi come voglio tra vita privata e lavoro. Non solo, sono anche convinto che possa dare un aiuto a qualcuno. La figura dell'escort è troppo stigmatizzata. Credo che io e i miei colleghi svolgiamo un ruolo sociale molto importante. Le persone con noi possono sfogarsi, aprirsi, raccontare dubbi e problemi senza sentirsi giudicati. Possono realizzare fantasie che non avrebbero mai il coraggio di raccontare al proprio partner.  Infine, salviamo anche qualche rapporto, facendolo uscire dalla noia.

Che consigli daresti a qualcuno che vorrebbe diventare un accompagnatore professionista per uomini?

Il miglior consiglio che mi sento di dare è di non svendersi mai, di fare sempre e solo ciò che ci si sente di fare e sempre, sempre, sempre nella massima sicurezza.

Da quanto tempo fai l'escort e per quanto pensi di continuare?

Ho iniziato circa tre anni fa. Mi sono dato ancora alcuni anni (quindi chi è interessato, si faccia avanti il prima possibile). Poi mi dedicherò ad altro.

Ti sei mai innamorato di un cliente?

No, mai. Piuttosto mi è capitato il contrario e ho stroncato subito la cosa sul nascere.

I tuoi amici sanno del tuo lavoro?

Ho pochi, buoni amici e sanno del mio lavoro. Sarebbe impossibile tenerlo nascosto.

Cosa dicono di te i clienti?

I miei clienti hanno sempre espresso pareri molto positivi, sia di persona sia lasciando ottime recensioni sui siti di escort. Ciò che mi fa più piacere è che, oltre al lato estetico e alla bravura a letto, in molti restino colpiti dalla mia persona.

Quanti anni aveva il tuo cliente più vecchio?

Credo 80 passati!

Hai mai girato un film porno? 

No, non ancora. Ma non nego che mi piacerebbe.

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"Ha cambiato la mia vita, orgogliosa di aver fatto parte della famiglia di playboy".  “Avevo 20 anni e ho visto la prima donna in top sul tuo giornale. Grazie”. "Rispettava le donne molto più di tanti uomini di oggi". Sono solo alcuni fra le migliaia di tweet che commentano l'annuncio della scomparsa di Hugh Hefner, fondatore della storica rivista Playboy, che si è spento la scorsa sera all'età di 91 anni. 

Scorrendo i commenti su Twitter si trova anche "Uomo disgustoso" o altre opinioni negative. A testimonianza dello shock e dell'enorme portata innovativa che potesse avere l'idea di una rivista come Playboy negli Stati Uniti del 1953, un Paese che criminalizzava la sodomia in generale, (fino al 2003 in 13 Stati), vietava i rapporti orali (ancora fino agli anni ‘90 in oltre 20 Stati) e imponeva alla popolazione di vestire in modo corrispondente al sesso anagrafico. Un Paese che, insomma, come il resto del mondo “occidentale”, o forse ancora di più, doveva ancora scoprire quella rivoluzione sessuale che ha caratterizzato gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Di quella rivoluzione Hafner è certamente uno degli artefici e pochi sanno che ancora oggi ha qualcosa da dirci, nonostante il mondo sia radicalmente cambiato. 

In un'intervista a The Advocate del 1994, Hafner rispose alla domanda: “Pensi sia perfettamente logico per un uomo eterosessuale avere esperienze sessuali omosessuali?” Questa la risposa: “Se sei sessualmente intraprendente, non penso che l’eterosessualità debba precludere a qualcuno l’idea di provare qualsiasi cosa ci sia lì fuori”.

Alla domanda, invece, su eventuali sue esperienze omosessuali, Hefner rispondeva: “Nel contesto di un’oscillazione dell’eterosessualità sì. In realtà si trattava di comportamenti bisessuali”. Idee e risposte che farebbero discutere ancora oggi nel nostro Paese, in cui la differenza tra orientamento e comportamento sessuale è quasi sconosciuta. E, intanto, il re delle conigliette si dichiarava “Very heterosexual” in riferimento alla Scala Kinsey e ammetteva tranquillamente, nel ’94, che un etero può fare sesso con un uomo. Un manifesto di liberazione sessuale.

Non a caso Hefner è stato sempre un grande sostenitore delle battaglie sui diritti civili e della causa Lgbti. L’immaginario costruito da Hafner ha dato a milioni di persone, per la prima volta, un modo nuovo e meno ipocrita di rapportarsi con il sesso.

Di contro, è un immaginario che risente dello spirito maschilista del proprio tempo e costruisce un’immagine della donna comunque subalterna all’uomo: da un lato le donne venivano per la prima “legittimate” nel potersi mostrare, nonostante si trattasse comunque di personaggi dello spettacolo. Dall’altro lo facevano chiaramente per compiacere il maschio. Da questo punto di vista la rivoluzione sessuale di Hafner va storicizzata: anche le copertine di playboy hanno dato la loro spinta, nel bene e nel male, all'emancipazione sessuale delle donne. Alcune le definirebbero quasi un male necessario. È evidente che da diversi decenni a questa parte hanno perso questa valenza.

Il tema della subalternità della donna nell’erotismo è tuttavia una questione ancora aperta. Mutatis mutandis, nelle rappresentazioni erotiche e pornografiche che si moltiplicano in rete l’immaginario è ancora quello legato al “maschio dominante”, con una serie di estremizzazioni a volte imbarazzanti e a tratti violente, che al giorno d’oggi sono tutt’altro che rivoluzionarie. 

Oggi la sfida è immaginare una sessualità paritaria, in un mondo che tende ancora a riproporre pesanti narrazioni conservatrici sulla sessualità e la famiglia, narrazioni che nascondono puntualmente ingombranti scorie di ipocrisia. Basti pensare a certe dichiarazioni sulle donne di Donald Trump, tuttavia sostenuto dai movimenti più reazionari americani. A pensarci bene, gran parte dell'omofobia viene dal maschilismo ovvero dalla paura di sembrare o essere "meno uomini" e quindi "un po' donne". Forse un'idea diversa di sessualità, anche tra gli etero, avrebbe un impatto positivo anche sul modo di vedere l'omosessualità. Insomma, Hugh Hefner passa alla storia della liberazione sessuale con qualcosa ancora da dire e con un’eredità che ha invece già detto tutto. In un mondo che corre velocissimo, ma corre spesso a velocità troppo diverse, la sfida è saper cogliere ogni sfaccettatura.

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