A poco meno di sei mesi dal linciaggio e dall’omicidio di Zak Kostopoulos, attivista per i diritti delle persone Lgbti e sieropostive, il checkpoint di Atene per la prevenzione e il controllo di Hiv/Ist è stato gravemente vandalizzato con intenti omofobici e sierofobici. 

Intorno alle 3:00 di lunedì 11 marzo ignoti sono entrati dal balcone nel primo piano del centro, sito al civico 4 di Pittaki Street nel popoloso quartiere di Monastiraki, e hanno sparso benzina per poi appiccare il fuoco ai locali. L’incendio è divampato dopo che gli stessi avevano strappato la bandiera arcobaleno sventolante sull’edificio.

A ricostruire le dinamiche dell’attentato i vigili del fuoco, il cui intervento immediato ha impedito che le fiamme si estendessero ai piani superiori e agli edifici contigui senza provocare danni a persone.

Il checkpoint di Atene al pari di quello di Tessalonica è gestito dai volontari di Positive Voice col supporto di Ahf Europe. Presso di essi vengono gratuitamente effettuati ogni anno oltre 100.000 test Hiv e diagnosticati quasi il 30% dei nuovi casi di sieropositività in GreciaNonostante i gravi danni subiti il checkpoint ha subito ripreso la propria attività, allestendo un’unità mobile all’esterno del civico 4.

Raggiunto telefonicamente, Sophocles Chanos, direttore del checkpoint di Monastiraki, ha dichiarato: «Gli autori dell'attacco non hanno semplicemente provato a bruciare un edificio. Hanno cercato di usare l'intimidazione e la violenza per silenziare una voce forte che difende i diritti umani.

La nostra risposta è chiara. Non lasceremo che la paura alimenti il mostro. La bandiera arcobaleno è tornata subito a sventolare quale inequivocabile dichiarazione politica pratica: i diritti umani non soccombono di fronte ad alcuna estorsione fascista. Allo stesso tempo abbamo invitato tutti gli enti pubblici, le istituzioni, le organizzazioni della società civile, le imprese e ogni cittadino a far sventolare la bandiera arcobaleno sui propri edifici come risposta simbolica a tale intimidazione.

Il fascismo è l'oscurità che affogherà alla luce dei nostri valori. Non abbiamo paura».

L’appello di Sophocles Chanos non è caduto nel vuoto. La bandiera arcobaleno è stata infatti issata sulle facciate del Dipartimento di Politica Sociale del Comune di Atene e della Fondazione Onassis mentre è stata riprodotta sulla prima pagina del quotidiano Η Εφημερίδα των Συντακτών.

Numerose le reazioni di condanna da parte di esponenti del mondo politico e istituzionale. In un comunicato il direttivo di Syriza ha dichiarato: «La lotta contro l'omofobia, l'eliminazione di discriminazioni, stereotipi e pregiudizi è questione costante e quotidiana. Ci aspettiamo che le autorità indaghino sul caso e arrestino gli attentatori». Un componente di spicco del partito, Panayotis Kouroumblis (già ministro della Sanità e della Sicurezza sociale nel Governo Tsipras I e ministro dell’Interno nel Governo Tsipras II dal 23 settemnre 2015 al 5 novembre 2016), ha visitato la sede del checkpoint. Gesto compiuto anche da Stauros Theodōrakīs, leader di To Potami.

Ferma condanna anche da parte di Kyriakos Mītsotakīs, leader del partito conservatore Nea Dimokratia, e della governatrice regionale dell'Attica Rena Dourou, che ha anche dichiarato: «Il checkpoint deve continuare le proprie attività e faremo tutto il necessario per assicurarne la continuazione del lavoro del contributo alla società».

Nella lettera inviata a Positive Voice la Società scientifica ellenica per lo studio dell'Aids (Eemaa) ha dichiarato: «Siamo fiduciosi che questo attacco doloso sia stato causato da una minoranza e tutti i cittadini lo condannino. L'Eemaa continuerà a cooperare e sostenere il lavoro di Positive Voice: saremo accanto a loro in tutte le attività».

Tanti gli attestati di solidarietà giunti da più parti del mondo. Tra questi anche quello dell'associazione italiana Plus Onlus, che in un post Fb del 14 marzo ha scritto: «Apprendiamo ora che il Checkpoint di Atene è stato dato alle fiamme. Si tratta, a quanto pare di un attacco omofobico, una cosa indegna che solo qualche imbecille, decerebrato poteva mettere in pratica.

Gli imbecilli si sarebbero concentrati in primis sulla bandiera rainbow e poi avrebbero dato fuoco al centro. Un atto vile, ignobile! Il checkpoint di Atene è un gioiello nella lotta contro Hiv con i suoi oltre 100.000 test annui e il 30% delle nuove diagnosi del Paese. Tutta la nostra associazione è vicina ai compagni di Atene e faremo del nostro meglio per dare una mano nella ricostruzione».

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Quella del 5 febbraio è una data certamente importante per i catanesi ma lo è, in particolare, per la collettività rainbow, che 25 anni fa, nel 1994, salutava con entusiasmo l’apertura del primo circolo Lgbt siciliano: il Pegaso. 25 anni sulla breccia, che hanno fatto dello storico circolo catanese, affiliato ad Arcigay, un punto di riferimento per la difesa dei diritti e per la lotta allo stigma ben al di là della Sicilia.
 
Abbiamo deciso di chiedere a Giovanni Caloggero, artefice e nume tutelare di questo tempio arcobaleno dell'isola, un bilancio e una riflessione sul significativo venticinquennale del Pegaso.
 
Giovanni, 25 anni del Pegaso di Catania. Un traguardo importante per la comunità Lgbti catanese e italiana. Qual è un tuo sintetico bilancio di questa esperienza? 
 
Pegaso e Arcigay a Catania sono assolutamente complementari e facce della medesima medaglia. Una medaglia che, come Pegaso, ha creato uno spazio di libertà, aggregazione che ha permesso alla nostra comunità di vivere e divertirsi sentendosi protetti come a casa propria. Abbiamo dato lavoro e sostegno a centinaia di giovani lungo questi 25 anni, risolvendo loro diversi problemi e aprendo la città a una realtà Lgbti che ha visto una discoteca, un lido e un pub ristorante “nostri”.
 
Come Arcigay abbiamo creato relazioni e pratiche, che hanno visto nel 2004 il primo Gay Mediterranean Expo con Israele, Grecia, Malta e le città italiane del Mediterraneo. Per non dire del nostro Pride fra i più politici e storici. Particolare attenzione alla prevenzione e salute con l’unico Pride interamente dedicato al contrasto alla sierofobia nel 2013 e l’unico Pride invernale a dicembre 2015 con lo slogan L’orgoglio non va in letargo.
 
In questi 25 anni, quale momento è stato più significativo, secondo te, per il Pegaso di Catania?
 
Tutto il nostro percorso lo ricordo come costellato da momenti unici e irripetibili, ivi comprese le difficoltà incontrate. Indubbiamente alcuni momenti più toccanti sono quelli delle serate dedicate ai malati terminali di Aids, ospiti della Tenda di S. Camillo, cui devolvevamo l’intero incasso degli eventi 1° dicembre.
 
Quali attività avete immaginato per festeggiare il venticinquennale? 
 
Questa sera al Supercinema una grande festa con i protagonisti di questi 25 anni: ricorderemo insieme questi anni gioiosi.
Cosa vedi nel futuro del Pegaso? Cosa ti auguri che possa accadere?
 
Io conosco il passato e la storia, cerco di conoscere e capire il presente. Spero che il futuro lo scrivano i nostri ragazzi a partire da domani magari con l’aiuto della storia.
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Nella Giornata Mondiale di lotta contro l’Aids sono innumerevoli le manifestazioni organizzate in Italia e all’estero, per sensibilizzare alla prevenzione e al superamento dello stigma sierofobico

Ma non è possibile non rivolgere un pensiero commosso alle tantissime persone che, tra gli anni ’80 e ’90, morirono a seguito della pandemia, spesso nella più estrema solitudine e stigmatizzazione sociale. Risuona ancora nella sua estrema gravità la definizione che nel 1987 diede dell’Aids l’allora arcivescovo di Genova, card. Giuseppe Siri, quale «peste dei gay».

Tra le prime vittime italiane di quegli anni ci fu anche Duccio, che si spense nel 1985.

Gaynews vuole ricordarlo (e con lui tutte le persone che morirono e continuano ancora a morire per Aids) attraverso una lettera aperta di Rosario Murdica.

Caro Duccio, oggi è il  1 dicembre. Un giorno importate perché dedicato alla lotta all'Aids. Tu non ci sei più e sono passati molti anni dal 1985, l'anno in cui ci lasciasti.

Era un giorno d'estate ed ero fuori città. Non sono potuto venire al tuo funerale. Tutto fu fatto in fretta. E noi tutti eravamo pieni di paura. E in parte la ferita di quegli anni ancora brucia. E brucia forte.

Quando arriva il 1° dicembre, non posso fare a meno di pensarti. Più degli altri giorni. E penso che, se fosse accaduto oggi, tu saresti stato ancora qui. Perché avresti potuto avvalerti  della  ricerca, dei test rapidi e dei farmaci. Oggi con i test e i farmaci giusti puoi vivere alla grande. Anche il sesso, che ci dicevano in quegli anni di non farlo e di astenerci perché omosessuali, oggi continua a essere meraviglioso. 

Non sai quanto ci si diverte ancora, soprattutto, quando si è informati bene. Oggi avresti più o meno 80 anni e sicuramente saremmo nella tua casa a discutere di letteratura, di teatro come facevamo sempre in quegli anni. Io avevo 26 anni e tu, diciamo, qualcosa in più portati meravigliosamente bene. 

Cercavamo di essere liberi, felici, gay a tutto tondo. Mi  sono sposato con Giovanni. Lo hai conosciuto poco prima. Vi siete subito piaciuti. Son passati  molti anni dal 1985 e credo  che se fossi qui al mio fianco saresti con tutti coloro che lottano contro la discriminazione delle persone  sieropositive e contro l'Aids . 

Anzi saresti, anche a 80 anni, dietro a quei tavoli, per la prevenzione e i test rapidi con tanti giovani volontari accanto. Ti ci vedo sorridente e con tutta la tua ironia. Quella che mi hai insegnato tu. 

Ora ti lascio con quell’abbraccio con cui ti lasciavo ogni volta che ci salutavamo.

Tuo, Rosario

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Il progetto Street Haart, presentato dal comitato Arcigay Antinoo di Napoli, grazie al lavoro dell'artista e militante Carlo Oneto, si è aggiudicato il bando della multinazionale Gilead e ha vinto la menzione etica del Community Award 2018.

Il progetto, che è stato supportato anche dall’esperienza di Alfonso Di Cola e del presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino, è basato sull’utilizzo del codice artistico all’interno di un gruppo vulnerabile e spesso negletto, cioè tra detenuti ed ex-detenuti dell’area di Napoli, sul tema dell’Hiv

La progettazione prevede la selezione di 15 artisti per la realizzazione di una mostra itinerante sul tema della prevenzione e cura dell’Hiv. La commissione del Community Award ha trovato particolarmente interessante la diffusione della conoscenza dei comportamenti a rischio attraverso il linguaggio della pittura, dei murales, dei graffiti e delle installazioni

Per saperne di più, abbiamo contattato Carlo Oneto. 

Carlo, descrivici brevemente il progetto Street Haart, con cui sono stati vinti il bando Gilead e il premio etico.

Dunque, il progetto è stato vincitore di un bando Gilead, in cui si chiedeva di intervenire sulla tematica Hiv (Prevenzione e consapevolezza dei comportamenti a rischio nella popolazione in generale e in particolari gruppi di popolazione più vulnerabili) e abbiamo deciso di farlo attraverso l’arte, soprattutto la Street Art con i suoi messaggi rapidi e accessibili, adatti ad una popolazione metropolitana. Selezioneremo 15 artisti, tra cui alcuni appartenenti alla popolazione carceraria per interpretare le problematiche Hiv e i nuovi mezzi di prevenzione.

Tu sei un artista e militante della comunità Lgbt. Cosa può fare, secondo te, l’arte per abbattere i pregiudizi? E, vista la mission del tuo progetto, cosa può fare l’arte per combattere la sierofobia e implementare le strategie di prevenzione?

La medicina ha dato il suo contributo rendendo le persone sieropositive in terapia non più infettive (Tasp) e creando altri metodi di prevenzione da promuovere in aggiunta all’intramontabile condom (PrEP E PEP). Resta da affrontare l’aspetto delle relazioni sociali “infettate” dalla paura di Hiv. Si aggiunge infatti al timore di una infezione cronica, il terrore di diventare oggetto di stigma sociale. Al riguardo credo fortemente nella capacità comunicative dell’arte, nel suo potere di coinvolgere e sensibilizzare creando comunità intorno ad un tema, in definitiva una medicina contro la paura dello stigma e dell’isolamento legate all'Hiv.

Cosa ti aspetti dalla realizzazione di questo progetto?

Ho in mente due scenari. Uno potrebbe essere il raggiungimento degli obiettivi del progetto: trovare un linguaggio adeguato per veicolare le informazioni, un accesso più frequente e meno nevrotico al test, una rinnovata consapevolezza dei comportamenti a rischio e, perché no, produrre delle opere interessanti che, una volta eradicato l'Hiv, resteranno a testimonianza di questo momento storico.

Un altro scenario potrebbe essere che lo stigma e la resistenza culturale, anche istituzionale, minerà i risultati. Anche in questo caso il progetto avrà un risultato, cioè documentare lo stigma. Ciò non toglie che la realtà potrebbe stupirci con scenari del tutto inattesi.

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Calci, pugni e un colpo mortale alla testa. È stato ucciso così ad Atene, a soli 33 anni, Zak Kostopoulos noto in tutta la Grecia come antifascista e drag queen (col nome d’arte Zachie Oh) nonché come attivista per i diritti delle persone Lgbti+ e sieropositive alla luce della sua personale esperienza.

Il linciaggio è avvenuto il 21 settembre, intorno a mezzogiorno, all’interno della gioielleria Di Angelo in via Gladstonos a pochi passi dalla centralissima piazza Omonia.

Il proprietario del negozio Evangelos Demopoulos e alcuni testimoni oculari hanno dichiarato che Zak aveva fatto irruzione nella gioielleria armato di coltello ed era intenzionato a rubare. Ma in realtà, come dichiarato da più persone, l’attivista si era rifugiato nel negozio per sfuggire a disordini scoppiati in un vicino locale, in cui si trovava precedentemente.

Inoltre alcune videoregistrazioni, circolate online e poi mostrate in tv, comprovano non solo che l'attivista non fosse armato di coltello ma che, entrato in tutta fretta nella gioielleria, avesse visto la porta chiudersi automaticamente alle spalle. Da qui il panico e il tentativo di uscire spaccando la vetrina.

Mentre strisciava tra i vetri infranti, il gioielliere e Atanasios Chortari (coordinatore locale della formazione fascista Fronte Popolare) lo hanno ripetutamente colpito a calci e pugni. Giunti i soccorsi, il linciaggio è continuato a opera delle persone presenti.

I video hanno infine mostrato come gli stessi poliziotti, dopo averlo immobilizzato e ammanettato, avessero a loro volta colpito brutalmente Zak, che è poi deceduto prima di raggiungere l’ospedale.

Il proprietario della gioielleria è stato arrestato con l’accusa d’omicidio colposo. Ma Anna Paparoussou, la legale della famiglia Kostopoulos, ritiene che Demopoulos debba essere imputato di omicidio volontario.

Intanto non si arrestano ad Atene le proteste per l’efferata uccisione di Zak. La notte di sabato 23 oltre 500 persone sono scese in piazza, mentre un lungo corteo di manifestanti è sfilato, il 26 settembre, per le vie principali della capitale greca. Striscioni e scritte continuano ad apparire in tutta Atene per chiedere verità e giustizia per Zak.

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Non si arresta l’ondata di insulti e minacce contro Luca Paladini. Una vera e propria persecuzione contro il portavoce dei Sentinelli di Milano, in riferimento al quale è stata creata, ore fa, la pagina Fb Luca Paladini pederasta ha l’Aids.

In essa si parla d’una presunta confessione su Facebook di Paladini «di aver contratto l’epatite. Sappiamo tutti che per un frocio pederasta l’epatite rappresenta la stanza d’ingresso per l’Aids».

Nel medesimo post si aggiunge quindi: «Una moltitudine di froci pedearasrti come Luca Paladini continuano a morire (per fortuna) d’Aids. Oltre che malati sessualmente sono anche decisamente irresponsabili. A noi ci faranno sempre schifo esseri ripugnanti e invertiti come Luca Paladini, in quanto oltre a essere malati, sono anche infetti e portatori di malattie come l’epatite e l’Aids».

Un condensato di sierofobia e omofobia quello espresso in tali parole che, fra l’altro, poggiano su dichiarazioni mai rilasciate da Paladini ma a lui attribuite da anonimi che hanno creato ad hoc un profilo fake del portavoce dei Sentinelli.

Rilanciando l’hastag #siamotuttiLucaPaladini la pagina ufficiale dei Sentinelli ha dichiarato: «Alle forze dell’ordine il compito di individuare chi si nasconde dietro questo soggetto, a noi dimostrare quanto siamo vicini a Luca. Insieme possiamo fermare questi schifosi. Insieme. Ora».

Tra le prime voci a esprimere solidarietà a Paladini l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che in un tweet ha anche dichiarato: «Ho già depositato una proposta di legge contro l' #omofobia, un provvedimento che contrasta ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale. Come dimostra quello che è successo a Luca Paladini, purtroppo, ce n'è assai bisogno».

Nel pomeriggio anche la senatrice Monica Cirinnà ha espresso affettuosa solidarietà al portavoce dei Sentinelli di Milano invitando a lavorare insieme contro cyberbullismo e omofobia.

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Complice soprattutto la mancanza d’informazione, le persone Hiv positive continuano a essere colpite da stigma e pregiudizi. Per abbattere in maniera originale attraverso l’arte lavorano i Conigli Bianchi. Associazione di persone sierocoinvolte che attraverso il fumetto e progetti artistici «hanno dichiarato guerra a un mondo che odia e teme la sieropositività».

Per saperne di più, abbiamo contattato Luca Modesti, “artivista” dei Conigli Bianchi.

Luca, puoi dirci attraverso la tua esperienza associativa come le persone eterosessuali vivono la sieropositività? Hai qualche esempio da raccontare?

Pur essendo la possibilità di contagio trasversale, il mondo eterosessuale si ostina a non sentirsi chiamato in causa quando si parla di Hiv. Dei circa 150mila sieropositivi italiani il 44% è eterosessuale e il 40% omosessuale. Un dato che non dovrebbe stupire ma che, non essendo il nostro Paese per metà omosessuale, racconta un'incidenza che riguarda da vicino anche la popolazione Lgbt.

I pregiudizi secondo i quali il virus sia appannaggio di una categoria specifica fanno sì che le persone non si proteggano e privino, in primis, gli eterosessuali degli strumenti per evitare oppure gestire un’eventuale diagnosi positiva. L’imbarazzo, la fiducia cieca (che si pretende e si concede anche quando non si fa un test da anni) e la faticosa negoziazione sull’uso del profilattico sono elementi, ad esempio, che aggravano la posizione di vulnerabilità delle donne, che nella maggioranza dei casi contraggono l’Hiv proprio dal marito o dal partner stabile.

Da sieropositivo quali sono per te e secondo la tua esperienza i punti di forza e di debolezza di questa condizione?

Per me è stato come scalare una montagna: faticoso ma adesso che sto sulla cima la vista mi ripaga di tutto. Credevo potesse isolarmi dagli altri o fratturarmi irreparabilmente, ma ho scoperto che mi ha avvicinato sia a me stesso sia al mio partner. Al netto dei giochi di parola, è un bilancio ‘positivo’.

In termini di stigma e pregiudizio quali sono le prime risposte che si hanno quando si dice di essere sieropositivo (amici, famiglia, lavoro)?

Il coming out ‘sierologico’ assomiglia agli altri coming out: le reazioni non sono mai scontate. Di certo il livello di ignoranza è altissimo e la sieropositività spaventa ancora come se fossimo negli anni ‘90. Di tutti i fronti caldi che illustriamo attraverso il progetto Conigli Bianchi, ce n’è uno su cui insistiamo sempre: nel 2017 una persona sieropositiva e in terapia non è infettiva. Per quanto stupore e diffidenza questa informazione possa generare, la comunità medica mondiale ha convenuto da anni che chi si cura correttamente ha una possibilità di trasmettere il virus pari allo 0%. Sono convinto che la lotta allo stigma sia l’altra faccia della prevenzione, perché alimentare la paura non serve, mentre abbattere il tabù può fare la differenza.

Il tema dell’Hiv è al centro di un film come 120 Battiti al Minuto, interessato da non poche polemiche. Che cosa ne pensi e quale considerazione puoi fare sul divieto ai minori di 14 anni? 

Amo questo film, ma ti premetto che il mio livello di coinvolgimento è alto, vivendo io con Hiv e militando in Act Up London. Trovo che renda giustizia a un movimento politico avanzato e riesca, pur essendo un’opera di finzione, a non infantilizzare l’attivismo come spesso fa il cinema. Rispetto ad altri film che hanno trattato il tema, ha il merito di rompere il binomio Hiv=morte e sostituire al pietismo la vitalità dei corpi, all’impotenza l’azione.

A chi ha posto il divieto ai minori di 14 anni ricorderei che la pubertà inizia a 11 anni e che il fatto che in Italia non si faccia educazione sessuale e affetiva è un dato di arretratezza culturale che si riflette nei comportamenti di tutti. 

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