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Secondo un’antica tradizione le feste di Carnevale lungo la costa dalmata sono caratterizate dal rogo di immagini rappresentanti il male e le sfortune dell’anno precedente. I cui resti vengono poi gettati in mare.

Quale simbolo di tutto il negativo del 2017 la popolazione di Kaštela, città a nordovest di Spalato, ha scelto le famiglie arcobaleno. Domenica, infatti, durante i riti carnascialeschi è stato bruciato un pannello rainbow recante su ambo i lati due cuori con le rispettive scritte Mama+Mama e Tata+Tata. Riferimento diretto al libro illustrato per bambini Moja dugina obitelj (La mia famiglia arcobaleno) che, realizzato da Ivo Šegota e finanziato dall’Ambasciata francese in Grecia, è stato edito in 500 copie alla fine del 2017.

Una forma di satira secondo gli organizzatori del carnevale di Kastela. Un atto vergognoso incitante alla discriminazione e all’odio secondo tanti a partire da esponenti della collettività Lgbti nazionale. Tanto più che in Croazia le unioni civili sono legali  dal 2014 in una con l’adozione del configlio del partner, mentre quella congiunta resta ancora preclusa alle coppie di persone dello stesso sesso.

L’associazione Dugine Obitelji (Famiglie Arcobaleno), che ha promosso la pubblicazione del libro, ha espresso «tristezza nel vedere immagini del rogo di un’opera il cui unico scopo è quello d’educare i bambini all'amore, al rispetto e alle differenze».

Ferma condanna, lunedì 5 febbraio, anche da parte della ministra dell'Istruzione Blazenka Divjak che ha affermato: «Non è necessario trovarci d'accordo su tutto. Ma sicuramente non dobbiamo esporre i bambini a situazioni incitanti all’odio e all’intolleranza né tanto meno a quelle in cui i roghi di libri sono presentate come soluzione dei problemi».

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Mercoledì 31 gennaio, alle ore 18:30, ci sarà a Roma presso la sede del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli (Via Efeso, 2) un incontro tra la collettività Lgbti e il ministro della Giustizia Andrea Orlando, i senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, l'europarlamentare Daniele Viotti, il coordinatore del comitato Dems Arcobaleno Angelo Schillaci.

Assemblea pubblica per parlare di diritti civili in relazione alla campagna elettorale. E per reagire agli attacchi contro la legge sulle unioni civili da parte di Eugenia Roccella, sui quali così si è espressa ieri Monica Cirinnà: «La parte più arretrata del centrodestra si ostina a suonare un disco rotto che non sente più nessuno. Millantano di poter abolire la legge sulle unioni civili e coppie di fatto che, in realtà, ha cambiato il Paese e ha un serio fondamento costituzionale in una sentenza della Consulta del 2010La smettano di continuare ad accanirsi contro i sentimenti e le persone che chiedono solo di potersi amare con quella dignità e quel riconoscimento giuridico sancito finalmente dalla legge che abbiamo votato nel 2016. Sui diritti civili si dimostra la differenza culturale e politica tra il Partito democratico, traino del centrosinistra, e una destra oscurantista e antistorica. Il Pd vuole continuare a portare l'Italia sempre più avanti sui diritti e sul welfare, mentre la destra sa solo alimentare paure e omofobia».

Il parere di Sebastiano Secci, presidente del Mieli

A fare gli onori di casa il presidente Sebastiano Secci, che ha dichiarato: «Le recenti dichiarazioni del centrodestra dimostrano ancora una volta che i diritti vanno sempre difesi e mai dati per scontati o definitivamente acquisiti. Questa è una campagna elettorale dura, che non si vergogna di usare la parola "razza", che non si vergogna di minacciare, promettendo addirittura modifiche alla Costituzione, la retrocessione dei diritti per la comunità lgbt+ proprio nel momento in cui il cammino per l'uguaglianza ha cominciato a muovere i primi faticoso passi. Tutta l'italia democratica, laica e progressista ha il dovere non solo di difendere le conquiste raggiunte, ma anche e soprattutto di rilanciare la battaglia per i diritti di tutte e tutti tornando a parlare di matrimonio egualitario, di riconoscimento dei nostri figli alla nascita, di diritto di autodeterminazione per le persone trans e intersex e di tutte le questioni politiche e culturali che il nostro movimento porta avanti da quasi 50 anni. Noi, come Circolo Mario Mieli, continueremo a vigilare come abbiamo fatto negli ultimi 35 anni affinchè l'Italia possa finalmente diventare un paese pienamente laico e inclusivo».

Gli antefatti

La promessa di abolire la legge sulle unioni civili è stata avanzata durante il convegno Oltre l’inverno demografico, tenutosi il 27 gennaio nella capitale per iniziativa dei raggruppamenti ultraconservatori Alleanza Cattolica – di cui è dirigente nazionale il canonista Giancarlo Cerrelli, candidato della Lega alla Camera nel collegio uninominale di Crotone – e Difendiamo i nostri figli. Al tavolo dei relatori anche Maurizio Gasparri e Stefano Parisi nonché il Segretario federale della Lega Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

«Il mio impegno nella prossima legislatura – ha detto la parlamentare di Idea – Noi con l’Italia, candidata di Forza Italia alla Camera in Emilia Romagna nel collegio uninominale di Casalecchio di Reno – sarà quello di battermi, insieme agli amici della coalizione di centrodestra, per abolire o cambiare profondamente tutte le leggi approvate dalla sinistra che hanno ferito la famiglia. Penso al provvedimento sulle unioni civili che, va detto con chiarezza, di fatto apre alla stepchild adoption. Per la sinistra, leggi come questa portano verso il progresso; per noi, vanno verso la fine dell’umano».

Pur accolte tra uno scroscio di applausi, le dichiarazioni della deputata cattolica dal passato radicale sono in realtà tutt’altro che condivise nel centrodestra. E tra gli stessi intervenuti alla kermesse romana.

Matteo Salvini favorevole alle unioni civili. Il contrattacco di Adinolfi

Già ieri, infatti, Matteo Salvini prendeva le distanze da tali posizioni massimaliste dicendosi favorevole alle unioni civili ma contrario alle adozioni per coppie omogenitoriali.  Assunto rilanciato oggi sui media da Giulia Bongiorno e inevitabilmente criticato da Mario Adinolfi nel corso della diretta mattuttina sul suo profilo Fb.

«Oggi Salvini – così il fondatore del Popolo della Famiglia – dice “ok le unioni civili, ma le adozioni no”, annuncia sui giornali la Bongiorno ministro della Giustizia, Guardasigilli. Quella che esultava per la legge Cirinnà, quella che ci voleva in galera con la legge Scalfarotto.

Giulia la considero una persona rispettabile, era in Parlamento con me messa da Gianfranco Fini. Un grande avvocato. Una persona certamente non di sinistra, anche se molto vicina alla Bonino nel referendum contro la legge 40, contro i cattolici. È il simbolo e il sintomo del cedimento del centrodestra sui valori.

È la ragione per cui in oltre 43mila hanno firmato per il Pdf e più di un milione ci voteranno, per “piantare il chiodo nella coda del serpente” come dice Amato. Altrimenti si finisce come con i governi di centrodestra inglesi: prima via libera al matrimonio egualitario, poi utero in affitto per Elton John et similia, infine morte per Charlie e Isaiah. Salvare l’Italia è il lavoro che deve compiere il Pdf in questi trenta giorni».

Un messianismo politico quello adinolfiano che muove al riso se, invero, non muovesse al pianto.

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Domani, alle 17:30, si uniranno civilmente presso Palazzo Loggia, sede del Comune di Brescia, Stefano Simonelli e Luca Trentini. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche numerosi esponenti del movimento Lgbti italiano. Già segretario nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attualmente coordinatore di Sinistra Italiana per la provincia di Brescia, Luca è infatti noto come militante per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Tema, questo, di cui si occupa anche come blogger per Huffington Post. 

Per saperne di più lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, si avvicina il gran giorno: come ne avete vissuto, tu e Stefano, la preparazione?

Con grande emozione. Siamo partiti assai presto con l'organizzazione della nostra unione, supportati da una grande comunità di amiche e amici che hanno voluto condividere con noi il percorso, la preparazione e la realizzazione di quello che sarà sicuramente un momento indimenticabile della nostra vita. Abbiamo voluto coinvolgere non solo l'associazione in cui militiamo da anni, Arcigay, ma anche tutte e tutti coloro che ci sono stati vicini in questi lunghi anni di lotta civile. Come abbiamo condiviso la fatica delle battaglie politiche, così ora vivremo insieme l'entusiasmo e la gioia di un momento, personale e politico, che coinvolge tutte e tutti. C'è stato molto da organizzare, ma ognuno ha contribuito a un pezzo di quella che sarà una grande giornata.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

In realtà la scelta è stata del tutto naturale. Dopo cinque anni di storia e due di convivenza l'idea dell'unione è arrivata spontaneamente. Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune a una serata al Mamos di Bergamo. Lì è iniziata la nostra relazione che è proseguita e si è consolidata nel tempo. Abbiamo condiviso la quotidianità, le battaglie civili e politiche e siamo cresciuti come coppia. Il giorno del quarto anniversario del nostro fidanzamento ho preso l'iniziativa e ho fatto la dichiarazione a Stefano, consegnandogli l'anello in un luogo molto romantico di Brescia. Ha detto sì ed eccoci qui.

Il motivo principale che ci ha spinti al passo dell'unione è sicuramente prima di tutto sentimentale. Volevamo celebrare il nostro amore pubblicamente, con amici e parenti, con una festa che li tenesse insieme tutti. Inoltre abbiamo voluto formalizzare di fronte alla legge la nostra famiglia, che già esiste nei fatti ed essere riconosciuti di fronte allo Stato come un bene sociale basato sul vincolo di amore e solidarietà, al pari di ogni altra famiglia. Da ultimo avremo la possibilità di accedere ai diritti e di assumerci i doveri che la legge prevede per consolidare e tutelare la nostra famiglia. 

Come attivista con un lungo impegno in Arcigay alle spalle qual è il tuo giudizio sulla legge Cirinnà? 

La legge Cirinnà è un primo, sostanziale e positivo passo avanti sul fronte dei diritti civili. Ha avuto il merito di rompere quel muro di gomma che ci impediva di progredire come paese e di essere riconosciuti come cittadine e cittadini. Tuttavia la scelta di creare un istituto esclusivo, dedicato solo alle famiglie omosessuali, ben distinto e differenziato dal matrimonio pone dei problemi non indifferenti in termini di uguaglianza sostanziale. E poi la scelta di escludere l'adozione, anche nei termini della stepchild adoption, è stata un’enorme ferita per le famiglie arcobaleno e per i diritti dei loro bimbi. Un atto inaccettabile, servito sul tavolo della mediazione partitica, che ci ha impedito di godere di un successo più grande.

Date le condizioni dettate dagli equilibri parlamentari non era probabilmente possibile ottenere di più. Un passo avanti che deve però essere il primo di una lunga serie.

Qual è a tuo parere l'incidenza che il movimento ha avuto durante il dibattito parlamentare e quale gli obiettivi che deve prefiggersi per il futuro? 

Credo che la legge sulle unioni civili, sebbene parziale, sia il primo grande successo politico del movimento Lgbt italiano, avvenuto attraverso la determinazione e l'impegno di Monica Cirinnà. Nella società dell'immediato tendiamo a dimenticarci la genesi, lo sviluppo e i processi che determinano i cambiamenti sociali. È stata la lotta, il sacrificio e la militanza di migliaia di attiviste ed attivisti che ha attraversato gli ultimi quarant'anni della nostra storia a costruire la possibilità di vedere approvata una legge sulle nostre famiglie. Attraverso la visibilità, la cultura, le iniziative, la lotta sociale e politica, le sentenze dei tribunali, della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell'uomo il movimento è riuscito a convincere in modo capillare la maggioranza dell'opinione pubblica a schierarsi al suo fianco e ha costruito le condizioni sociali e politiche perchè quella legge potesse essere proposta, condivisa e votata. Siamo stati noi ad operare una “rivoluzione gentile”, secondo la felice espressione di Franco Grillini, i cui frutti sono stati raccolti nella società prima e nel parlamento poi.

Grande e a mio parere determinante è stata la mobilitazione posta in essere dal movimento nell'imminenza del voto parlamentare. Reputo che la mobilitazione nazionale del 23 gennaio sia stata una dimostrazione di forza e di determinazione capace di far giungere nelle aule parlamentari la voce della maggioranza del Paese, bloccando così in modo ferale l'ennesimo tentativo dei gruppi clericali di bloccare l'approvazione della legge.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

A chi dice - ed è successo anche a Brescia - che le unioni civili sono un flop che cosa rispondi? 

Rispondo che, per definizione, i diritti di una minoranza non si determinano dai numeri che esprime, soprattutto se li si rapporta a quelli della maggioranza della popolazione. Ricordo loro che una possibilità non determina necessariamente un obbligo sociale ad assumersi una scelta. Evidenzio che in inverno, cioè il periodo preso in esame da queste forzate analisi statistiche, è assai improbabile che qualcuno decida di organizzare la festa della propria unione. 

Ma sottolineo soprattutto che, quando si parla di diritti civili e di uguaglianza, il metro di misura debba essere esclusivamente quello della giustizia sociale, e non un banale calcolo numerico. Se una legge porta a migliorare la qualità della vita e determina il benessere e la serenità anche di una e una sola famiglia, è giusto approvarla.

Nel progetto futuro di Luca e del suo compagno rientra anche quello della genitorialità?

Abbiamo grande rispetto e sincera ammirazione per chi compie una scelta così grande, ma non rientra nei nostri progetti. La responsabilità genitoriale è un compito troppo impegnativo e alto per poterlo inserire nelle nostre vite, che sono già talmente cariche di impegni, responsabilità e incombenze da non consentirci il tempo e l'attenzione che merita la cura di una nuova vita.

Tuttavia abbiamo la fortuna di avere famiglie molto numerose, che ci hanno circondato di nipoti. Sono sei, per ora. Proprio domenica scorsa durante un pranzo in famiglia Alberto, il più piccolo dei miei nipotini, ci si è avvicinato e ci ha candidamente chiesto: “Ma zio Luca, da venerdì posso chiamare zio anche Stefano?”. Questo oggi ci basta.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

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(continuazione della Parte 1)

Dall'analisi del testo legislativo, in una coi recenti indirizzi della giurisprudenza di legittimità, emergono ulteriori cirticità, relative a una disparità di trattamento fra soggetti uniti civilmente e soggetti coniugati. 

In primis si evidenzia come lo scioglimento dell'unione civile non preveda la previa separazione giudiziale della coppia, potendosi accedere direttamente allo scioglimento della unione civile, secondo la disciplina relativa al divorzio/cessazione degli effetti civili del martimonio. La scelta di non prevedere l'applicazione dell'istituto della separazione - a prescindere dalla valutazione di merito sull'utilità di un doppio passaggio per lo scioglimento del matrimonio fra coppie eterosessuali - ha comportato concrete conseguenze sul piano pratico, per le coppie unite civilmente, laddove per le stesse non trovano applicazione alcuni elementi tipici dell'istituto della separazione e non presenti nella disciplina del divorzio.

In particolare:

  1. per le coppie unite civilmente non è previsto l'addebito della separazione e le conseguenze che ne derivano.

Pur avendo la legge Cirinnà esteso alla coppia unita civilmente i diritti e doveri nascenti dal vincolo matrimoniale (ad esclusione dell'obbligo di fedeltà) non ha poi previsto un sistema sanzionatorio in caso di loro violazione, sistema, invece, garantito per la coppia eterosessuale mediante l'istituto dell'addebito della separazione (istituto che non trova applicazione nel divorzio). Le conseguenze pratiche di tale omissione sono evidenti, laddove il coniuge cui è addebitata la separazione non ha diritto all'assegno di mantenimento.

Per le coppie unite civilmente, invece, l'unico sistema “sanzionatorio” per le condotte violative degli obblighi coniugali potrà essere, eventualmente, quello di ricorrere all'illecito “endofamiliare” ex art. 2043 c.c., laddove ne sussistanto i presupposti.

  1. per le coppie unite civilmente è previsto unicamente l'assegno divorzile, la cui portata applicativa è stata ampiamente ristretta dalla Cassazione, e non l'assegno di mantenimento.

Si pensi alla recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 11504/17 (“Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile come detto - non e' il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione - esclusivamente - assistenziale dell'assegno divorzile.”), che delegittimando di fatto, il parametro del tenore di vita dalla determinazione della somma dovuta a titolo di assegno divorzile, ne ha ridotto ampiamente la portata, escludendo dalla titolarità del diritto all'assegno tutti quei soggetti economicamente indipendenti, ma con redditi di gran lunga inferiori rispetto all'altro coniuge, ed inidonei a consentirgli di conservare il tenore di vita matrimoniale.

Sono evidenti le ripercussioni concrete della recente pronuncia della Cassazione, che, diversificando i presupposti tra assegno di mantenimento e assegno divorzile, ha comportato un sistema a due step in caso di scioglimento del matrimonio: 1. assegno di mantenimento dall'ampia portata applicativa, 2. assegno divorzile  di portata applicativa ristretta, in considerazione della sua funzione esclusivamente assistenziale e dello scioglimento totale del vincolo coniugale.

Ebbene tale pronuncia investe anche  le coppie unite civilmente, laddove mentre al coniuge beneficiario di coppia unita in matrimonio è garantita la possibilità di riorganizzarsi a seguito della disgregazione del nucleo familiare, godendo dell'assegno di mantenimento, sino alla pronuncia di divorzio, all'unito civilmente non è garantita tale possibilità avendo direttamente accesso all'istituto del divorzio con ogni conseguenza che questo comporta, anche sotto il profilo economico.

Queste peculiari differenziazioni rendono, dunque, auspicabile un intervento legislativo che si ponga come obiettivo quello della oggettività della tutela, specie in favore dei minori.

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A un anno dall’approvazione definitiva della legge n. 76 del 2016, che regolamenta le unioni civili e le convivenze di fatto, è il momento dei primi bilanci e delle prime analisi. Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere i numeri delle celebrazioni delle unioni civili. La cifra stimata di 2800 coppie unite, che però non conteggia i procedimenti di «conversione» dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero, è stata oggetto di una forte polemica con articoli di giornale e dichiarazioni di esponenti di spicco che denunciavano il «flop» del nuovo istituto.

Francamente trovo deprimente questo livello di dibattito su una tematica di tale importanza. 
Il valore di una legge che riconosce i diritti non può essere certamente misurato in base al suo utilizzo da parte dei destinatari, essendo la stessa espressione del grado di sviluppo e di evoluzione di un modello sociale, culturale e giuridico. Il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente, come è ben comprensibile.

La legge sulle unioni civili riconosce il diritto, prima negato, alle persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli riconosciuti dall’istituto del matrimonio. Questa equiparazione è espressa all’art. 1, comma 20 dello stesso testo di legge, in cui si rinvia alle disposizioni tutte che si riferiscono al matrimonio e ai coniugi, siano esse contenute in leggi che in atti aventi forza di legge, regolamenti, atti amministrativi o contratti collettivi. L’unica eccezione è per tutte quelle non richiamate dalla stessa legge come quelle relative alla filiazione e, in particolare, l’adozione, salvo, per questo ultimo caso dichiarare “fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. Espressione questa, che per il carico di ambiguità contenuta demanda al potere giurisdizionale, come poi accaduto, la facoltà di interpretazione per i casi concreti.

Ed è proprio sulla filiazione all’interno delle coppie omosessuali che si sono consumate le più aspre battaglie nel corso del dibattito formativo della legge, la cui approvazione è stata possibile solo in seguito allo stralcio della cosiddetta stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del proprio partner. È importante allora trovare una strada interpretativa che superi le posizioni prettamente ideologiche sul punto e trovi un fondamento giuridico alle istanze che sorgono dalla necessità, anche per le coppie di persone che hanno lo stesso sesso, di riconoscimento di un rapporto di filiazione, spesso già di fatto esistente.

Ciò che è certo è che non esiste nel nostro ordinamento un “diritto alla genitorialità” da parte dei soggetti che creano una coppia, indipendentemente dal fatto che siano un uomo e una donna o due donne o due uomini , e che ciò non solo non è possibile, ma sarebbe anche pericoloso. Se dovessimo riconoscere i legami che hanno come elemento distintivo la filiazione si arriverebbe al paradosso di disconoscerne il valore e l’esistenza laddove tale diritto non fosse esercitato. Ciò che invece permette di dare una risposta adeguata e corretta è un ribaltamento di questa impostazione che ha erroneamente sottinteso tutto il dibattito.

Si deve perciò mettere al centro non già un diritto non configurabile alla genitorialità della coppia, ma semmai il diritto del minore a uno stato giuridico di figlio che si è costruito nel corso del tempo dentro un nucleo familiare, quale che esso sia, anche laddove non vi sia un rapporto genetico tra le parti. Dunque il desiderio di genitorialità da parte della coppia, non già il diritto, viene soddisfatto dalla previsione normativa per cui è lo stesso minore che vede rispettato il proprio diritto di avere una famiglia e che è prevalente su qualunque altro tipo di valutazione meta-giuridica da parte degli organi decidenti.

La posizione trova una solida base normativa anche nella recente legge di riforma sulla filiazione (legge 10 dicembre 2012, n. 219) che, abolendo l’odiosa e ingiusta distinzione tra figli legittimi, nati nel matrimonio, e figli naturali, tutti gli altri, crea un univoco e solo statuto giuridico del minore. Inoltre, ciò che è di estrema importanza è che si svincola totalmente la posizione del figlio dal legame che lega tra di loro i genitori. Attraverso questa strada si può affermare, anche in questo ambito ed è il ragionamento seguito poi dalle Corti superiori nelle varie pronunce, che quesi nuovi diritti del minore devono sempre trovare espressione quale che sia la famiglia di riferimento e dentro quel nucleo familiare in cui si sono sviluppati gli affetti dello stesso minore. È il legame affettivo che genera quello giuridico e che diventa la base dell’affermazione di questi nuovi diritti tra cui vanno menzionati quelli di assistenza morale, ad essere amati e, molto importante, a crescere in famiglia e ad avere i rapporti significativi con i parenti.

Ai progressi legislativi citati si aggiunge oggi anche una rinnovata maturità sociale sulle tematiche della famiglia e della filiazione. La famiglia dei nostri giorni assomiglia sempre meno a quella disegnata dall’art. 29 della Costituzione, avvicinandosi progressivamente all’immagine delle formazioni sociali dell’art. 2 della stessa carta costituzionale, come richiamato dalla legge sulle unioni civili, e la società è ben cosciente di questa trasformazione. Gli avanzamenti legislativi e sociali ci permettono dunque di poter aprire finalmente una seria riflessione su una riforma complessiva della legge sulle adozioni, che in tante occasioni ha dimostrato di essere gravemente carente.

Questa riforma dovrebbe innanzitutto risolvere le problematiche e gli impedimenti, non solo di ordine legislativo, che hanno frenato il pieno dispiegarsi delle potenzialità di tutta questa normativa, sottoponendone il ricorso ad una scelta basata prevalentemente su criteri di carattere economico. La strada, supportata dal ragionamento giuridico e storico delineato, porta naturalmente a una pressione della possibilità di prevedere l’adozione del figlio biologico del partner per tutti, come già avvenuto in numerose sentenze dei tribunali e della Cassazione, ma, dall’altra, non potrà ignorare l’urgenza di aprire l’adozione ordinaria sia alle coppie formate da persone dello stesso sesso sia alle persone singole, ponendo fine ad una lunga e insopportabile discriminazione che ci trasciniamo da fin troppo tempo.

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