12.000 persone al Glasgow Pride che, partito a mezzogiorno, si è snodato nel pomeriggio lungo le vie della più grande città della Scozia.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti che è stata guidata dalla premier Nicola Sturgeon. «Sono orgogliosa - ha affermato - del fatto che la Scozia sia considerata uno dei Paesi più progressisti in Europa in materia di parità Lgbti».

Un Pride, quello di Glasgow, che ha assunto quest’anno un rilievo mediatico transnazionale non tanto perché, come detto dalla stessa prima ministra, sono stati riaffermati i valori della tolleranza, della diversità, dell'uguaglianza, dell'amore e del rispetto.

Ma perché Nicola Sturgeon ha preferito marciare accanto alle persone Lgbti anziché incontrare Donald Trump, che sta trascorrendo gli ultimi due giorni di visita nel Regno Unito nel suo golf resort di Aryshire, uno dei tanti che possiede in Scozia.

Fieramente anti-Brexit, Sturgeon ha più volte criticato Trump e le sue politiche in materia economica e migratoria. Al termine del Pride la prima ministra si è detta "divertita" dalle indiscrezioni comparse sull'Huffington Post che, citando un ex collaboratore del governo britannico, ha riferito di lamentele mosse sul suo conto da Trump a Theresa May.

«Trovo difficile credere che il presidente degli Stati Uniti, con tutte le questioni importanti che ha da gestire quotidianamente, trovi il tempo di lamentarsi di me al telefono con Theresa May - ha dichiarato –. Se questo è vero, suppongo che dovrei prenderlo come un complimento. Io di certo non impiego tanto tempo a parlare di lui».

Mentre a Glasgow e a Edimburgo (dove sono scese in piazza 60.000 persone) sono andate avanti per l'intera giornata manifestazioni di protesta contro Trump, l'amministrazione semi-autonoma scozzese ha chiesto al governo di essere rimborsata delle spese di sicurezza per la 'due giorni' del presidente degli Usa.

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Con la firma del governatore John Rankin è entrata in vigore, mercoledì scorso, in Bermuda la legge che, approvata l’8 dicembre scorso dalla Camera dell’Assemblea, sbarra l’accesso al same-sex marriage e consente le sole unioni civili. Un notevole passo indietro per l’arcipelago caraibico.

Il matrimonio tra persone dello stesso era infatti divenuto legale a seguito della sentenza emessa, il 5 maggio 2017, dalla presidente della Corte Suprema, Charles-Etta Simmons, a favore dei ricorrenti Winston Godwin e Greg DeRoche. Sentenza che ha così consentito la celebrazione del same-sex marriage (il primo in data 31 maggio per un numero complessivo di sette matrimoni fino all’8 dicembre) in Bermuda. Che, come noto, è un territorio d'oltremare britannico e componente della comunità caraibica (Caricom).

Ma i cui abitanti (poco più di 60mila) sono nel complesso tutt’altro che gayfriendly. Riprova ne è (anche se poi considerato invalido per il mancato raggiungimento del quorum previsto) il risultato del referendum non vincolante del 23 giugno 2016 su unioni civili e nozze tra persone dello stesso sesso: su 20.804 votanti ben 13.003 e 14.192 si erano rispettivamente espressi contrari (63.03% e 68.54 %) di contro al 31 e 37% dei favorevoli.

Dal Regno Unito – essendo l’arcipelago bermudino un dominio di Sua Maestà Elisabetta II – non si sono fatte attendere le reazioni. A partire da quella del deputato laburista Chris Bryant che ha presentato al riguardo un'interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Boris Johnson.

Nel frattempo Harriet Baldwin, sottosegretaria agli Esteri, ha riferito che il governo è «ovviamente contrariato» per quanto successo in Bermuda.  Ma che per il caso in questione non ci sarebbero gli estremi per esercitare il potere di bloccare le leggi non gradite nei territori d'oltremare. Tanto più che Londra non è mai intervenuta nel processo legislativo di Bermuda da quando (1968) vi è stata introdotta la costituzione. Motivazioni ritenute inaccettabili da laburisti e attivisti, che hanno bollato quale vergognoso il mancato intervento di Boris Johnson.

Disappunto anche da parte della premier Theresa May, che attraverso il suo portavoce James Slack ha rilevato come il governo britannico sia «seriamente deluso che il Domestic Partnership Bill rimuova il diritto per le coppie dello stesso sesso di sposarsi a Bermuda» Ma aggiungendo che «la legge è stata democraticamente approvata dal Parlamento. E la nostra relazione con i territori d'oltremare è basata su collaborazione e rispetto per il loro diritto di auto-governo democratico».

In ogni caso la messa al bando del same-sex marriage rischia di avere ricadute economiche nell’arcipelago bermudino. Come hanno sottolineato esperti di turismo Lgbti, sarebbe un "disastro" dal momento che la recente normativa viene a interessare anche le compagnie di crociera, le cui navi sono registrate in Bermuda. Proprio a bordo di queste si sono celebrati nei mesi scorsi matrimoni tra persone dello stesso uso. Cosa che non sarà più possibile con la recente legge.

Dalla Carnival Uk, legata alla P&O Cruises and Cunard, hanno fatto sapere di «essere molto scontenti di questa decisione. Non sottovalutiamo lo scontento che causerà negli ospiti che avevano pianificato le loro nozze».

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Iniziato il 28 luglio, si conclude oggi il Belfast Pride Festival. Dieci giorni caratterizzati da oltre 100 eventi ricreativi e culturali, che hanno visto riversarsi nella capitale dell’Irlanda del Nord oltre 50mila persone. Momento culminante della kermesse Lgbti è stata la parata che, partita ieri alle 11.30 da Custom House Square, si è snodata per le vie principali della città al grido We are One per concludersi alle 13.00 sul luogo d’avvio.

Decine di migliaia di persone hanno così ricalcato le orme di quei 100 pionieri che nel giugno 1991 organizzarono la prima marcia dell’orgoglio Lgbti in città. Ad aprire il corteo arcobaleno Mary Ellen Campbell, la prima vicesindaca di Belfast apertamente omosessuale. Presenti inoltre per la prima volta agenti in divisa del corpi di polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) e della Repubblica d’Irlanda (An Garda Síochána). Non sono mancate piccole contromanifestazioni come quella di alcuni esponenti di confessioni cristiane che, davanti alla City Hall, hanno esposto cartelli con inviti evangelici alla conversione e penitenza.

Ma proprio nella mattinata d’ieri il neopremier irlandese Leo Eric Varadkar (entrato in carica il 14 giugno scorso), partecipando al Pride Breakfast in un pub di Belfast, ha dichiarato che il raggiungimento del matrimonio egualitario in Irlanda del Nord è solo «questione di tempo». Primo capo del governo della Repubblica d’Irlanda ad essersi dichiarato gay, Varadkar ha aggiunto: «Non sono qui per far arrabbiare nessuno ma per mostrare il mio sostegno e il sostegno del mio governo all'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge a prescindere da dove essi risiedano».

A differenza infatti della Repubblica d’Irlanda, dove il same-sex marriage è stato legalizzato nel 2015, e delle nazioni costitutive del Regno Unito il Northern Ireland non ha ancora normato le nozze tra persone dello stesso sesso. A essere fortemente contrari i conservatori di destra del Partito unionista democratico (Dup), il cui apporto è stato decisivo per la formazione del governo di Theresa May. Favorevoli, invece, i cattolici nazionalisti dello Sinn Féin, la cui leader Michelle O’Neill ha partecipato al Belfast Pride Breakfast col premier Varadkar ed esponenti di locali associazioni Lgbti. 

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