Sulla questione patrocinio/logo del Governo al Congresso mondiale delle Famiglie ha fatto finalmente chiarezza, una volte per tutte, il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte.

Con un lungo post Fb, pubblicato nella tarda serata di ieri a Bruxelles (dove si trova per partecipare al Consiglio europeo), il premier ha affermato categoricamente: «È importante chiarire che alla mia attenzione e a quella dei miei uffici non è mai giunta alcuna richiesta di patrocinio da parte degli organizzatori dell’evento e che il patrocinio è stato concesso dal Ministro per la famiglia e la disabilità, Lorenzo Fontana, di sua iniziativa, nell’ambito delle sue proprie prerogative, senza il mio personale coinvolgimento né quello collegiale del Governo.

All’esito di un’approfondita istruttoria e dopo un’attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al Ministro Fontana la opportunità che il riferimento alla Presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».

A restare, dunque, sarà esclusivamente il patrocinio del «Ministero della Famiglia e ovviamente ciascun esponente del Governo sarà libero di partecipare all’evento, esprimendo le proprie convinzioni sui vari temi che saranno oggetto di discussione». 

L’opacità procedurale, con cui è stata condotta la questione del patrocinio/logo al Wcf, ha spinto il presidente del Consiglio, anche «al fine di eliminare i dubbi interpretativi che sono sorti e che riguardano le procedure di concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio», di incaricare il «Segretario Generale di adottare una nuova circolare, più perspicua di quella attuale».

Immediata la replica del ministro Fontana, che, incassando il colpo, ha replicato piccato: «Esattamente come annunciato mercoledì in aula alla Camera, rimane il patrocinio da parte del Ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo ad un altro Dipartimento, e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». 

Malcelato disappunto è stato invece dimostrato da Toni Brandi e Jacopo Coghe, rispettivamente presidente e vicepresidente del Wcf, che, consapevoli dell’imminente cancellazione del logo della presidenza del Consiglio dei ministri, hanno dichiarato: «La questione del loghetto non ci ha mai intrigato più di tanto, conta la sostanza. Conte ha riconosciuto il valore della famiglia fondata sul matrimonio esattamente in linea con il nostro pensiero e ha distinto le altre forme di convivenza basate su natura affettiva come le unioni civili. Quel che ci interessa è che rimanga il patrocinio del Ministro della Famiglia Fontana».

Parole che suonano invece quale segno di cocente sconfitta da parte di chi, fino a ieri sera, di quel logo e di quel patrocinio aveva un interesse tutt’altro che nullo.

Poco prima della mezzanotte Jacopo Coghe ha scritto su Fb un post dal titolo Il Grande Bluff, dove, dimentico dell’importanza precedentemente data alla questione, ha affermato: «Il patrocinio resta, granitico l'appoggio del Ministro Lorenzo Fontana al Congresso mondiale delle Famiglie. Il Presidente Conte ha solamente chiesto di levare il riferimento della presidenza del Consiglio dei Ministri, parliamo di estetica e non di contenuto.

Leggo comunicati stampa di associazioni femministe e Lgbt arrabbiate per quello che hanno capito essere solo un'operazione di maquillage per provare a tenerle buone».

Operazione di fondamentale importanza e non di cosmesi linguistica è al contrario apparsa a tante associazioni e attivisti/e. A partire da Yuri Guaiana, promotore di una petizione per la revoca dei patrocini istituzionali su All Out (che ha superato le 113.000 firme ma che dovrebbe conseguirne, entro il fine settimana, altre 50.000), che ha preso atto con soddisfazione delle parole sostanziali di Conte, auspicando al contempo la celere cancellazione del logo del Governo dal sito del World Congress of Families.

«Continuiamo dunque nella nostra raccolta firme – ha dichiarato a Berlino – anche perché desideriamo che seguano la decisone del premier anche la Regione Veneto e la Provincia di Verona, revocando il loro patrocinio». 

Un risultato, dunque, da ascriversi soprattutto al tenace lavoro di attivisti e attiviste, il cui impegno ha fatto sì che gli elementi controversi del Wcf rimbalzassero alla pubblica attenzione. Un risultato da ascriversi anche a componenti tanto dell’opposizione parlamentare (a partire da Monica Cirinnà, Laura Boldrini e Alessandro Zan) quanto del M5s, che hanno moltiplicato i loro interventi nei riguardi dell’assise veronese. Un risultato da ascriversi, non da ultimo, anche a Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, che, non a caso, è stato implicitamente oggetto di critiche, l’altro ieri, da parte del ministro Fontana.

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«Salvini, Fontana, Zaia, Sboarina e Bussetti perché l’iniziativa è della Lega. Tajani e Meloni perché non si sa mai, meglio tenere un piede anche con Forza Italia e FdI. Il trio Coghe-Gandolfini-Brandi che pensa sia sensato essere i soli italiani “laici” nel panel dei relatori, perché giustamente alla greppia non vogliono che si avvicini nessuno».

Postata su Facebook l’8 marzo, questa valutazione sulla XIII° edizione del World Congress of Families (Wcf) – che si conclude con la stoccata: «Perché se dici che “votare Lega è immorale” poi te le fanno pagare pure dopo l’abiura» - è stata formulata non da un laicista o da un rosicone di sinistra ma da Mario Adinolfi.

Com'era prevedibile, le parole del direttore del quotidiano La Croce, che ha recentemente incassato il plauso di Barbara Alberti e Vladimir Luxuria per la proposta di reddito di maternità (osteggiato invece da quelli che lo stesso leader del Popolo della Famiglia definisce cattoleghisti a partire da Simone Pillon) nonché il pubblico sostegno del vescovo di Viterbo Lino Fumagalli, sono state liquidate come dettate da livore dagli scherani gandolfiniani del Family Day.

Ma la politicizzazione del World Congress of Families in senso leghista-meloniano (Tajani alla fine non vi prenderà parte), oltre a essere condivisa dall’intera area del Popolo della Famiglia (Pdf), è innegabile. È un dato di fatto che la Santa Sede, la Cei e lo stesso episcopato del Triveneto abbiano preferito assumere un atteggiamento di assoluto quanto prudenziale silenzio. Nessun attacco frontale ma meno che mai alcuna promozione o sostegno all’evento.

Ecco perché lo stesso Adinolfi, commentando il 16 marzo il dichiarato appoggio dello psichiatra Gandolfini (a nome del Family Day) a Fratelli d’Italia per le europee di maggio, ha potuto scrivere: «A parte che non ricordo bene quale proposta di legge depositata da Fratelli d’Italia in Parlamento stia “graniticamente sostenendo le istanze del Family Day” (che fu convocato per battere la legge Cirinnà, la Meloni ha forse scritto un ddl che ne propone l’abrogazione o almeno un ddl di facciata, che so, contro l’aborto?).

Ma qui sorgono solo due domande. La prima: non s’era detto che il comitato era apartitico? La seconda: quando arriva la precisazione “tranquilli, votiamo anche la Lega” (tanto Gandolfini e Pillon dieci voti li hanno, possono fare cinque e cinque)? Ma smettetela di giocare ai generali se non avete l’esercito e venite a firmare il reddito di maternità».

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Considerazioni, queste, da leggere anche alla luce della diretta conoscenza del comitato del Family Day (di cui Adinolfi è stato per anni uno dei massimi rappresentanti) nonché delle ennesime affermazioni di Gandolfini, che ieri ha equilibristicamente «assicurato il pieno appoggio del Family Day ai partiti (Lega, Fdi e Fi) che fino ad oggi ci hanno sostenuto nella battaglia a favore dei principi non negoziabili».

Ragione per cui, non senza una punta d’ironia, Boback Falamaki, commentando un lungo post di Federico Marconi, fedelissimo di Adinolfi, sull'assise veronese, ha scritto due giorni fa in riferimento a Gandolfini: «Hanno chiamato Family Day l’associazione derivante Comitato Difendiamo i nostri figli. È lui il presidente»

Questo non significa che il Popolo della Famiglia dissenta sui temi di fondo del Congresso, come lo stesso leader ha ben specificato al di sotto del citato post di Marconi: «Deve essere chiaro che noi non “demonizziamo” Verona».

A essere inaccettabile e, dunque, da anatemizzare è «semplicemente la consegna del movimento pro-life alle insegne leghiste o del partito satellite di FdI», che Adinolfi considera «un gravissimo errore politico. Perché la Lega ha dimostrato di essere nella sostanza disinteressata ai nostri temi (completamente ignorati pur avendo tutte le leve del potere in mano, anzi, scegliendo di andare nella direzione opposta con triptorelina, patti prenup, eutanasia e prostituzione legalizzata) ma solo interessata ai voti cattolici, che considera conquistabili con qualche promessa priva di fatti conseguenti». 

D’altra parte la rivendicazione d’una "primogenitura cattolica" in senso politico era già stata sollevata nel corso della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018, durante la quale erano volati i proverbiali stracci tra Gandolfini e Adinolfi.

A dar fuoco alle polveri lo psichiatra bresciano, che su Il Resto del Carlino e La Verità aveva invitato i cattolici a non votare il Popolo della Famiglia. La risposta non si fece attendere e Adinolfi, in un lungo post del 18 febbraio, denunciò il ricorso dei gandolfiniani ad audio e messaggi intimidatori contro la sua formazione politica.

«Il figlio della tua segretaria personale, Elia Buizza, scrive – così il direttore de La Croce –  ai nostri con il tono più sprezzante immaginabile: “Io prego il Signore che il 4 marzo prendiate una batosta di quelle che tornate dal padrone Mario con la coda tra le gambe” e altre piacevolezze che per proteggere le sue personali fragilità non ti cito. Un tuo amico che conosci bene fa messaggi da tre minuti con l’inconfondibile accento bresciano da far circolare su whatsapp solo per “non far votare Popolo della Famiglia”, anche qui condendo il tutto con insulti personali al sottoscritto e chiudendo l’audiomessaggio con l’appello a votare Lega perché così “vuole Gandolfini” per far eleggere il suo “collaboratore” Simone Pillon.

Caro Massimo, la mia proposta è di metodo. Come fa Amicone, come fa Lupi, come fanno tutte le persone serie in campagna elettorale spiega perché bisogna votare Lega il 4 marzo. Va bene pure omettere che avete accettato un posto da quarto in lista in una lista capeggiata da Giulia Bongiorno, nemica esplicita del Family Day e fruitrice delll’eterologa per un figlio a cui è negato il diritto ad avere un papà. Ormai ho capito che per ragioni di livore personale non darai indicazione di voto per tre membri del Dnf che con te hanno organizzato i due Family Day oggi candidati nel Popolo della Famiglia, ma per il solo posto che sei riuscito ad ottenere, da ineleggibile, nella lista il cui leader è esplicitamente ostile al Papa e annuncia come primo provvedimento da approvare la statalizzazione della prostituzione con relativa partita Iva, secondo le indicazioni del trans turco Efe Bal. Va bene, scelta legittima». 

A distanza d’un anno, come anche dimostrato dalle recenti posizioni sul World Congress of Families, il clima tra le diverse anime del variegato milieu laicale d’orientamento conservatore, anziché rasserenarsi, s’è inasprito.

E così, mentre la novitas del messaggio evangelico è completamente enervata e diluita nei soli temi vita-famiglia, tra gli stessi cattolici duri e puri non ci si fa scrupolo ad adoperare le armi del livore e della menzogna. Arti proprie, stando ai passi scritturali evocati, di quel serpente nella cui coda Piero Chiappano (autore dell’inno del Popolo della Famiglia A un passo dal cielo) vorrebbe «piantare un chiodo… per fare la storia».

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Nel corso della conferenza stampa di presentazione del XIII° Congresso Mondiale delle Famiglie, tenutasi il 15 febbraio presso la Sala degli Arazzi del Comune di Verona, è stato affrontato en passant dagli organizzatori anche la questione biglietti e fondi ancora da reperire.

Mentre il primo aspetto è stato illustrato da Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia e vicepresidente dell’edizione veronese del Wcf, che ha comunicato la vendita di tutti gli 800 biglietti previsti, il secondo è stato querimoniosamente affrontato da Toni Brandi, presidente di ProVita e della kermesse scaligera, il quale senza giri di parole ha detto della necessità di reperire ancora 200.000 euro per coprire le spese.

Spese indubbiamente gravose, di cui però non si conosce l’esatto ammontare e sui cui finanziatori in essere continua a regnare, come evidenziato dalla stessa consigliera comunale dem Elisa La Paglia, «la più totale opacità».

A essere certe sono invece le spese ingenti, che sosterrà il Comune scaligero in qualità di ente patrocinatore e co-organizzatore del Congresso con quello che, sempre La Paglia, ha indicato quale conseguente «salatissimo costo per i cittadini veronesi”.

La tre giorni si terrà infatti presso il momumentale Palazzo della Gran Guardia, che si erge sulla centralissima Piazza Bra di fronte all’Arena. Costruito quale luogo di rassegna per le truppe della Serenissima, l’edificio è attualmente adibito a centro convegnistico ed espositivo secondo un tariffario comunale per i singoli spazi.

Con decisisone del sindaco Federico Sboarina in data 20 febbraio (che, pervenuta in Affari Giunta il 22, a differenza della delibera non è soggetta a votazione e non va in Gazzetta Ufficiale) ne è stato disposto l’utilizzo del tutto gratuito per i tre giorni del Congresso (29-31 marzo) senza contare i due giorni antecedenti per l’allestimento e quello ssuccessivo per il disallestimento.

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Dalla lettera del sindaco si apprende che, mentre il 29 marzo, saranno messe gratuitamente a disposizione le sale del Piano Nobile, la Sala polifunzionale, l’Auditorium e la parte antistante del loggiato, l’intera struttura sarà invece a medesimo titolo il 30 e il 31 marzo.

Per poter fare i proverbiali conti della serva, bisogna tenere in conto quanto disposto dalla delibera della Giunta Comunale (66/2018) in materie di tariffe della Gran Loggia secondo lo specchietto di sotto allegato.

Si evince, dunque, che per prima giornata il Comune di Verona si priverà d’un guadagno 9.2000 euro (5.000 euro per l’utilizzo esclusivo del Piano Nobile, 1200 euro per l’utilizzo della Sala polifunzionale, 3.000 euro per l’Auditorium). Per le altre due giornate la perdita ammonterà a 28.204 euro così suddivise: 6.000 per l’Auditorium, 900 per il Foyer Auditorium, 3.200 per la Sala convegni, 2.000 per la Bouvette, 2.400 per la Sala polifunzionale, 10.000 euro per il Piano Nobile, 3.704 per il Loggiato (considerando che sulla base della planimetria esso misura 926 mq e che ogni mq è tariffato a 2 euro). Alla somma complessiva di 37.404 euro ne andranno aggiunti 21.153 per i giorni d’installazione/disinstallazione (secondo il dimezzamento del 50% dei costi di concessione indicati dalla delibera) per un totale di 58.557.

Ma a tale somma andranno poi assommate tutte le interminabili esenzioni elencate nella decisione di Sboarina. Alcune di esse sono facili da conteggiare, altre meno.

Si apprende così della concessione della Sala Arazzi in Palazzo Barbieri (che, in occasione di matrimoni, viene concessa per la somma di 500 euro all’ora) per un workshop dalle 15:00 alle 18:00 del 29 marzo con perdita di 1.500 euro. Della possibilità per i congressisti, previa esibizione del badge, di accedere all’Arena, ai Musei Civici e agli altri monumenti, versando appena 1 euro: il che vuol dire, in considerazione della normale tariffa della Verona Card (pari a 20 euro) e del numero dei convegnisti (800 sulla sola base dei ticket venduti senza dunque considerare i relatori, accompagnatori e componenti dello staff), che la perdita sarà pari a 15.200 euro.

Ci sono poi le spese relative alla polizia municipale in vista della Marcia per la Famiglia di domenica 31 marzo. Tenendo in conto che per l’ultimo Papà del Gnoco sono stati spesi al riguardo 33.000 euro e che sono state interessate aree non pedonali nonché delle ultime modiche in materia di relativa tariffazione, volendo fare una stima al ribasso bisognerà conteggiare 10.000 euro.

A questa somma stimata di 85.257 euro vanno aggiunte le spese per l’affissione dei manifesti, per l’occupazione del suolo pubblico, per la fornitura di corrente elettrica dai contatori di Palazzo Barbieri e Piazza dei Signori, la fornitura di arredi verdi, la disponibilità con annesso trasporto di materiale di vario tipo, la sosta gratuita in piazzale Maestri del Commercio per i pulmann dei partecipanti alla marcia del 31 marzo e la relativa esenzione del pagamento del ticket Ztl.

E, infine, beffa delle beffe, in deroga all’ordinanza prevista per il Mobility Day di domenica del 31 marzo, i mezzi dei congressisti, delle autorità, dei vip, degli organizzatori, dei fornitori potranno circolare liberamente in centro storico. Aspetto, questo, che, oggetto anche di una vignetta satirica di Gianni Falcone, sta suscitando ampio malumore tra i veronesi.

Insomma, una città per tre giorni espropriata alla cittadinanza, che da questo Congresso non ci ricaverà nulla se non un costo di 100.000 euro. Volendo conteggiare al ribasso.

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«La Disney aderirà ufficialmente alla causa Lgbt. Infatti, Disneyland Parigi farà diventare il Magical Pride un evento ufficiale della Disney, e questa sorta di Gay Pride avrà luogo nel famoso parco il 1 giugno 2019. La notizia è gravissima se pensiamo quanto la Walt Disney Company tocchi da vicino i bambini e quale potere abbia su di essi».

Così Toni Brandi, presidente di ProVita, ha oggi protestato contro la decisione del colosso multimediale aggiungendo: «Se lasciamo che la Walt Disney Company manifesti sostegno alla causa Lgbt, senza fare nulla, utilizzeranno i film e i cartoni per indottrinare i bambini e anche i nostri figli potrebbero essere coinvolti».

Un assillo, questo, che ha portato il copromotore del World Congress of Families di Verona a chiedersi: «I cartoni preferiti dei nostri figli saranno contaminati dalla propaganda Lgbt? Già l'anno scorso la Disney aveva pubblicizzato le 'orecchie arcobaleno di Topolino' e ha più volte ospitato - in modo non ufficiale - diversi Gay Day. Inoltre le ambiguità di alcuni cartoni erano state al centro del dibattito. Tuttavia, con l'annuncio del Magical Pride abbiamo superato il livello di allarme. È urgente far sentire la nostra voce di protesta».

A tal riguardo ProVita ha lanciato una petizione online per protestare contro la decisione della Disney, invitando le persone firmatarie a inviare il link relativo ai propri contatti chiedendo di fare altrettanto.  

Secondo il presidente la campagna avrebbe il solo fine di far sì «he i bambini possano continuare a godersi le creazioni degli autori di Topolino e compagnia senza indottrinamenti, senza strumentalizzazioni politiche e condizionamenti immorali... Insomma lasciamo che i bambini siano bambini e conservino la loro innocenza».

Esplicitamente richiamata da Brandi, l'accusa di "ambiguità di alcuni cortoni" non è certo nuova per la Disney.

Nei decenni addietro si contestava al celebre fumettista, quando ancora era in vita, l'intenzione di voler inviare messaggi massonici (ma la palese simbologia latomistica resta incontestabile) attraverso i suoi cartoon: da Biancaneve ad Alice nel Paese delle Meraviglie, da La bella addormentata nel bosco a La Bella e la Bestia. Ma, soprattutto, attraverso quel Topolino, tanto ricordato da Brandi.

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«Su questa storia ho letto dei titoli incredibili. Magari la gente legge il titolo e crede a certe assurdità, a certe fake news, a certe stronzate. Qualcuno davvero può pensare che io vada dentro a un'aula a insegnare alle bambine e ai bambini a diventare trans? Ma come si può pensare una cosa del genere? Io so bene che etero, gay e trans si nasce, non si diventa. Come posso pensare io di indottrinare qualcuno? Siamo ai limiti dell'idiozia e qualcuno abbocca anche». 

Così Vladimir Luxuria, ospite oggi della trasmissione I lunatici su Rai Radio2, è tornata a esprimersi sulle polemiche che, suscitate ieri mattina da Libero e Il Giornale, hanno assunto, nel corso della giornata, una connotazione violenta e offensiva con le dichiarazioni di parlamentari di Lega e Fratelli d’Italia nonché di Toni Brandi e Jacopo Coghe, rispettivi presidenti di ProVita e Generazione Famiglia. Polemiche incentrate sulla partecipazione dell’artista, sabato scorso, alla puntata di Alla lavagna!, fra l’altro trasmessa in seconda serata su Rai3.

Luxuria ha tenuto oggi a precisare di essere «stata invitata a confrontarmi con questa classe elementare di bambini e mi sono sottoposta alle loro domande e alle loro curiosità. Alle loro domande ho risposto usando un linguaggio garbato, comprensibile, delicato. Io ho sempre rispettato i bambini, c'è stato il consenso dei genitori dei bimbi che hanno seguito la puntata dalla regia, nessuno è uscito fuori turbato, anzi.

Il tema del bullismo è molto importante e sentito. In fondo, quelli che mi hanno dato contro pensano che se un gay viene sfottuto, discriminato e messo da parte, il messaggio che passa è che è meglio che i gay si nascondano. Ma oggi nessuno più si deve vergognare della propria identità sessuale. Si devono vergognare certi sepolcri imbiancati che vorrebbero farci tornare nel medioevo». 

L’ex parlamentare, pur senza menzionarlo, ha puntato il dito contro il senatore gandolfiniano Simone Pillon, che ha utilizzato l’argomento della «favola dell'uccello. Questa veramente mi fa imbestialire. A un certo punto i bambini mi hanno chiesto di raccontare una favola in due minuti. Io ho raccontato la favola di un uccello che stava in gabbia liberato da una bambina che lo vedeva soffrire. Io non ho mai pensato che l'uccello in gabbia avesse qualche doppio senso sessuale.

Chi pensa che io raccontando la favola dell'uccello faccia riferimento a un membro maschile, deve mettere le tende dallo psichiatra. Questi sono ossessionati dal sesso, sono malati, pensano solo a quello. Sapesse quanti eterosessuali si sono venuti a far rincuorare da me perché stavano male... Andiamo oltre la sessualità, andiamo oltre quest'ossessione: cerchiamo di vedere quello che ci unisce, non quello che ci divide»

Luxuria ha poi esplicitamente ringraziato «il sottosegretario Spadafora e altri esponenti della vigilanza Rai del Movimento Cinque Stelle, che hanno rimarcato la loro differenza dagli alleati».

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È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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Dopo aver ieri incontrato Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e Federico Sboarina, sindaco di Verona, Toni Brandi, Massimo Gandolfini, Jacopo Coghe, rispettivamente presidenti di Pro Vita onlus, Comitato Difendiamo i nostri figli e Generazione Famiglia, e Brian Brown, presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, hanno stamani incontrato a Roma Matteo Salvini e Lorenzo Fontana.

Ad accompagnarli il senatore leghista Simone Pillon, il cui ddl sull’affido condiviso si appresta a essere oggetto di oltre 120 audizioni in Commissione Giustizia.

Motivo degli incontri il World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo 2019 e che sarà appunto organizzato dalle tre associazioni promotrici del Family Day sotto la guida di Brian Brown.

Nel riceverli, il ministro dell'Interno ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di ospitare le famiglie del mondo a Verona: questa è l'Europa che ci piace». A lui Brown ha chiesto «di riflettere tutti assieme sul sostegno da dare alle famiglie e l'Italia, per la sua storia, è il luogo più adatto per farlo».

Anche il ministro per la Famiglia e le Disabilità si è detto «fiero di ospitare in Italia, e a Verona in particolare, le famiglie di tutto il mondo. La famiglia sarà per noi l'asse dell'Europa del futuro».

Al termine dei due incontri Gandolfini, Coghe e Brandi hanno visto nella giornata di oggi «un segno che il vento in Europa sta cambiando. Sta crescendo l'attenzione su un maggiore sostegno ai nuclei familiari, alla natalità e alla giustizia sociale». I tre presidenti sono certi «che da Verona partirà la controrivoluzione del buonsenso e della ragione»

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Il 27 giugno il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini ha incontrato il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, il suo omologo all’Istruzione Marco Bussetti e il sottosegretario all’Interno Enrico Molteni. Il motivo, come evidenziato il 28 giugno da Filippo Savarese, è da ricercarsi nella presentazione delle «istanze del popolo del Family Day ai tre principali rappresentanti di Governo che se ne dovranno occupare».

Fortemente vicino al medico bresciano e al suo braccio destro Simone Pillon – la cui candidatura ed elezione a senatore promanano direttamente dal sostegno dell’area gandolfiniana del Family Day alla Lega durante le ultime elezioni politiche – il coordinatore delle campagne della Fondazione CitizenGo (a partire dal Bus No Gender) ha quindi dichiarato: «Con tutti e tre il confronto è stato aperto ed estremamente fruttuoso, sui principi e sulla volontà di collaborazione. Il lavoro di contaminazione della politica iniziato dopo il grande Family Day del 30 gennaio al Circo Massimo continua e sta conoscendo oggi la sua forma più alta e diretta».

In realtà il triplice incontro ha visto partecipe non solo Gandolfini ma anche ProVita nella persona del presidente Toni Brandi e Generazione Famiglia nelle persone di Jacopo Coghe, Giusy D’Amico, Maria Rachele Ruiu.

Come chiarito sulla pagina della branca italiana de Le Manif pour tous, «sono stati vari i temi trattati nell’incontro, è emersa infine la proposta di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica».

Espressione, quest’ultima, che, cara a Papa Francesco e presente anche in documenti come l’Amoris Laetitia, fa riferimento all’ideologia gender. Si deve fra l’altro proprio a Generazione Famiglia il successivo tweet del ministro Fontana sulla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora al Pompei Pride.  

Ma un dettagliato resoconto degli incontri è stato offerto il 28 giugno da ProVita sul suo notiziario in una con le valutazioni di Toni Brandi: «Il Comitato Difendiamo i nostri figli, organizzatore dei Family Day di piazza San Giovanni e del Circo Massimo, di cui fa parte anche Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, è stato al ministero della Pubblica istruzione. Gandolfini ha parlato di "incontri fruttuosi con esponenti del governo per tutelare la famiglia".

Lo scopo degli incontri è stato quello di ottenere una "più efficace collaborazione sul fronte della promozione della natalità e della cultura della vita, della libertà educativa e del diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma", ha detto Gandolfini.

Il Comitato ha incontrato Marco Bussetti, ministro della Pubblica istruzione, Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: "È emersa una comunione di vedute sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini all’identità e ad avere entrambe le figure genitoriali, di perseguire pratiche di mercimonio di gameti e dei corpi e di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica", ha concluso Gandolfini».

Circolata negli ambiti di tali organizzazioni, la notizia è oggi rimbalzata nuovamente sui social grazie alla parziale narrazione offerta dalla pagina Facebook L’unione falla forsee all’appello congiunto di Marilena Grassadonia e Alessia Crocini su quella di Famiglie Arcobaleno.

Toccata direttamente dalle parole del ministro Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle loro realtà familiari (parole ribadite anche sul palco di Pontida il 1° luglio), l’associazione si ritrova a essere bersaglio dei correlati attacchi concentrici di Generazione Famiglia e CitizenGo per gli esposti presentati alle procure delle Repubbliche presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci».

Operazione per la quale, da giorni, le due associazioni stanno chiedendo attraverso mail dai toni pressanti donazioni di 25, 50 o 100 euro perché «le consulenze legali a cui ci affidiamo per resistere a tutti i tentativi di distruggere la famiglia in Italia hanno un costo non indifferente».

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Non si può infine non ricordare come Generazione Famiglia e CitizenGo si siano fatti promotori anche di una raccolta firme perché il ministro Matteo Salvini dia incarico ai prefetti di annullare le registrazioni anagrafiche dei “bambini” arcobaleno fatte da vari sindaci.

Iniziativa che, presentata in conferenza stampa a Palazzo Madama il 20 giugno, è stata vanificata nel pomeriggio dello stesso giorno dalla risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5s) all'interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Cosa, questa, che non è passata inosservata al Popolo della Famiglia, critico nei riguardi del governo gialloverde e oggetto di passati attacchi da parte del senatore Simone Pillon.

Sulla pagina Fb di Mario Adinolfi è intercorsa, negli scorsi giorni, un’interessante diatriba tra il direttore de La Croce e Filippo Savarese che, come Costanza Miriano chiamata in causa nel relativo post, appare apertamente schierato a difesa dell’area gandolfiniano-leghista.

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Il manifesto è stato rimosso!! Con queste parole l'Associazione Vita di Donna onlus ha dato notizia dello sperato esito della petizione online, lanciata ieri sulla piattaforma Change.org.

La petizione era stata motivata dall’affissione a Roma in Via Gregorio VII di una gigantografia ritraente un feto e recante la scritta: «Ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito». Commissionato da ProVita in prossimità (22 maggio) del 40° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194, era - fino ad alcune ore fa - il più grande manifesto (7x11 metri) mai realizzato in Italia contro l’interruzione di gravidanza. 

La campagna di ProVita aveva subito suscitato un’ondata di proteste sui social soprattutto da parte delle donne. A partire dalla senatrice Monica Cirinnà, che aveva lanciato su Twitter l’hastag #rimozionesubito mentre sulla pagina Fb aveva pubblicato il seguente post: Vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne.

Condiviso quasi 500 volte, il post è stato preso d’attacco con numerosi commenti offensivi nonché dai toni parossistici e sermonatori. In perfetta linea con quanto è dato leggere sul sito di ProVita, dove le reazioni contro il maxi manifesto sono state liquidate come “baggianate isteriche” e, paradossalmente, come manifestazioni di “oscurantisti del terzo millennio”.

Sarà forse opportuno ricordare come la senatrice Monica Cirinnà si fosse duramente scagliata, nell’estate scorsa, contro la partecipazione di Toni Brandi, presidente di ProVita, alla festa romana dell’Unità. Non è perciò un caso se sul medesimo sito dell’associazione sia stato ripreso con toni trionfalistici e irrisorii un articolo di Giordano Bruno Guerri comparso oggi su Il Giornale e critico nei riguardi della madrina della legge sulle unioni civili.

Articolo in cui l’intellettuale afferma di non capire “chi vuole la rimozione del cartello né lo sdegno della senatrice Cirinnà”, richiamandosi all’articolo 21 della Costituzione. Ma dimenticando però che il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero dev’essere sempre contemperato con altri beni giuridici. Ci sono infatti limiti che, stabiliti da 30 anni di giurisprudenza di legittimità, non possono essere travalicati a partire dalla tutela delle libertà individuali.

Contro il cartellone sono oggi insorte le consigliere capitoline del Pd Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e quella della Lista Civica Svetlana Celli.

Il Comune ha poi avviato indagini e ha allertato la polizia locale sul caso. L'amministrazione in passato aveva già interdetto l'associazione ProVita dall'affissione di simili manifesti, perché in contrasto con le prescrizioni previste dal Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente "esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali".

Poi nel pomeriggio d'oggi la rimozione.

 

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