A partire dalle 17:00 migliaia di persone hanno invaso il Molo di Levante di fronte alla nave Diciotti, da cui nel pomeriggio sono stati fatti progressivamente sbarcare per motivi sanitari sei uomini e sette donne. Altre quattro donne in gravi condizioni di salute si sono invece rifiutate di scendere a terra, non volendo abbandonare i propri rispettivi consorti a bordo.

Al grido di Fateli scendere i manifestanti hanno chiesto lo sbarco per tutti i migranti. Presenti cittadini e moltissime associazioni, tra cui anche Arcigay Catania col presidente Giovanni Caloggero e una nutrita schiera di giovani attivisti.

Al termine della manifestazione abbiamo raggiunto telefonicamente Daniele Viotti, europarlamentare e copresidente copresidente dell'Intergruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo, che il 23 agosto è potuto salire sul pattugliatore Diciotti e rendersi personalmente conto della situazione.

Onorevole Viotti, qual è l’esito di questa sua importante ispezione sull nave Diciotti? Le condizioni di salute dei rifugiati sono preoccupanti?

Sulla nave Diciotti ci sono persone letteralmente "sequestrate" dal nostro Governo. Le persone con le più gravi condizioni di salute sono state fatte scendere, tra quelle che rimangono ci sono casi di scabbia e qualche problema di lieve entità. Le condizioni di vita, però, non sono assolutamente accettabili, nonostante l'importante lavoro messo in atto dal personale di bordo. Per oltre cento persone, che vivono e dormono sul ponte, ci sono solo due bagni, non ci sono locali doccia e all'esterno, dove ci sarebbe modo di lavarsi, manca completamente la privacy.

Sceso dalla nave, ho avuto modo di incontrare uno dei responsabili della cooperativa che ha preso in carico 14 dei 29 minori che sono sbarcati mercoledì. Erano disidratati e denutriti. Sono stati mandati direttamente a letto, perché erano così stremati da non riuscire a fare la doccia. Uno di questi ha un braccio paralizzato da una pallottola e non è chiaro il motivo per cui non sia stato fatto scendere subito a Lampedusa.

Parte della collettività Lgbti catanese ha espresso, in questi giorni, grande solidarietà verso i migranti “prigionieri” sulla nave. Ci riferiamo, ovviamente, alle esternazioni di Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania, e all’iniziativa dell’attore e militante catanese Silvio Laviano. Qual è il suo giudizio relativamente a questi gesti di solidarietà da parte della collettività Lgbti?

Il mio impegno come membro della Commissione Libertà civili e come copresidente dell'Intergruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo è proprio questo: fare in modo che ci si occupi dei diritti di tutte e di tutti. È una battaglia che porto avanti dagli anni del mio attivismo Lgbti. Siamo più forti quando tutti insieme combattiamo per le cause giuste, quando difendiamo insieme tutte le minoranze: i disoccupati, i cassaintegrati, le donne, i migranti, appunto.

I nostri Pride sono ad oggi le più grandi manifestazioni laiche d'Italia e abbiamo il dovere di farli diventare sempre più uno spazio per tutti, dove difendere i diritti civili, la dignità e libertà di tutte le persone a cui vengono negati.

Come giudica, invece, la gestione politica della vicenda da parte del ministro dell’Interno e del Movimento 5 Stelle?

La gestione della vicenda da parte di Salvini e di Di Maio non è una gestione politica. È un atto da delinquenti. Già mi figuro i loro volti compiaciuti, quando queste persone scenderanno dalla nave e proseguiranno la loro propaganda spiegandoci che sono riusciti a piegare l'Europa. Sono responsabili di un comportamento che è inaccettabile.

Stiamo parlando di esseri umani e di 177 persone (perlopiù con possibilità di ottenere lo status di rifugiati), che sarebbe stato molto semplice far scendere a terra riservando loro le cure necessarie.

Infine, cosa ne pensa delle minacce di Di Maio alla Ue relativamente ai contributi che l’Italia cesserebbe di versare?

Di Maio, come gli capita ormai spessissimo, non sa di cosa sta parlando quando minaccia l'Europa. Intanto perché anche se dovesse riuscire a sbloccare le dotazioni finanziarie (che sono decise di sette anni in sette anni), l'unica cosa che otterrebbe è che non arriverebbero più i pagamenti a chi usufruisce o ha usufruito dei fondi Ue. A rimetterci sarebbero le nostre amministrazioni, gli enti di ricerca, il mondo agricolo, le università. L'Europa destina al nostro Paese 11,5 miliardi di euro, la maggior parte dei quali attraverso politiche di investimento che generano ritorni di gran lunga superiori a ciò che versiamo. L'Italia è il secondo Paese Ue per numero di richiedenti asilo nel 2017 ed è lo Stato membro che riceve più fondi in assoluto per la gestione dei migranti: una cifra di gran lunga superiore a quella assegnata alla Germania che è il Paese col maggior numero di richiedenti asilo.

Ciò specificato, alle minacce c'è chi risponde con il famoso "più uno". Pertanto ieri il commissario Oettinger (che farebbe certamente meglio a non intromettersi ogni tanto) ha dato la sua risposta: pronte gravi sanzioni per l'Italia. E mentre Di Maio continua a parlare di cose che non sa, il Governo italiano ancora non ha deciso quale ministro si occuperà effettivamente del prossimo bilancio Ue, su cui sto lavorando come relatore generale senza sapere con chi interfacciarmi nel nostro Paese.

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Sabato a Macerata il 28enne Luca Traini, candidato della Lega nel 2017 alle comunali di Corridonia nonché simpatizzante di Forza Nuova e CasaPound, si è messo a sparare su ogni persona di colore che incontrava per strada. Ne ha colpite sei. Sei feriti tra i 20 e i 32 anni, di cui è necessario ricordare i nomi per non dimenticare che che si sta parlando di vite umane. Si tratta di Jennifer Odion, Mahamadou Toure, Wilson Kofi, Festus Omagbon, Gideon Azeke, Omar Fadera.

Eppure esponenti della destra italiana hanno preferito far passare in secondo piano quest’aspetto per puntare il dito sulla sinistra quale vera colpevole di quanto accaduto. Qui siamo di fronte a un evidente caso di follia politica, le cui responsabilità morali non possomo che essere ricondotte in chi ha rivalutato il fascismo e lo sta utilizzando elettoralmente. Responsabilità morali di una destra che flerta in continuazione con realtà della variegata galassia neofascista e neonazista per cercarne uno squallido tornaconto personale.

Nessuno avrebbe mai pensato che l’Italia sarebbe diventata come il Mississipi o l’Alabama del secolo scorso. Che avremmo visto all’opera gruppi paragonabili a quelli del Klu Klux Klan. Eppure è quanto sta succedendo proprio a motivo di una destra assolutamente pericolosa. Una destra che continua a ravvisare nelle stesse persone Lgbti una minaccia all’ordine sociale e concausa del sovvertimento dei "tradizionali" valori italici.

Non a caso l’ultimo lavoro del vignettista Ghisberto raffigura una rivoltella fumante e grondante sangue, impugnata da una mano (quella ovviamente di Traini) ma armata dalle mani di un prete, un “comunista”, un banchiere e una persona Lgbti. In alto, poi, la scritta inequivocabile L’Italia macerata dagli istigatori

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Un’Italia alla cui macerazione avrebbe ovviamente contribuito, secondo parte della classe politica di destra, la legge sulle unioni civili. Quella legge che, a partire da Eugenia Roccella e Giorgia Meloni, andrebbe eliminata. Quella legge che secondo Berlusconi andrebbe modificata.

Insomma, il Cavaliere un Trump all’italiana? Sembra di sì, viste le dichiarazioni rilasciate a Libero, secondo le quali, se dovesse vincere l’elezioni, cambierebbe tutto.  E, quindi, smonterebbe l’intero apparato legislativo di cinque anni di governo di centrosinistra. Ora tra le cose da smontare o cambiare Berlusconi ha menzionato espressamente le unioni civili, chiarendo di non volere abrogare la relativa legge ma «definire chiaramente la funzione sociale del matrimonio fra un uomo e una donna, orientato alla procreazione e all' educazione della prole».

In realtà questa ossessione per la definizione o, se vogliamo, la “protezione” del matrimonio tra persone di sesso opposto – che, come tutti sappiamo, è fortissimamente in crisi – è propria di certa destra in tutto il mondo. Non a caso Putin e i Paesi confinanti con la Russia hanno spesso modificato le loro costituzioni per affermare che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna.

Le affermazioni berlusconiane appaiono quanto mai bizzarre in un  momento di crisi radicale del matrimonio. Crisi, la cui responsabilità certamente non è affatto imputabile alle unioni civili. Anzi, se mai, esse sono un antidoto a questa crisi perché, aumentando il numero dei riconoscimenti legali, aumenta quello di persone che hanno una relazione in qualche modo protetta dalla legge con un beneficio allo stesso matrimonio tra persone eterosessuali.

Sappiamo tutti benissimo da cosa dipenda la crisi matrimoniale dal momento che ogni epoca ha un modello di famiglia legato a un determinato modello economico. Berlusconi dovrebbe allora interrogarsi su quanto la politica disastrosa dei suoi governi in materia economica abbia precarizzato la vita quotidiana, rendendo più difficile la possibilità di lavori a tempo indeterminato. Quelli, cioè, grazie ai quali è possibile ottenere mutui bancari con cui mettere su casa. Dovrebbe interrogarsi su quanto sia più difficile mantenere un impiego e, quindi, su quanto un tale modello economico liberista e brutale abbia violentemente reso precaria la vita familiare. Questo è il punto.

Berlusconi dovrebbe perciò scusarsi di siffatte politiche antifamiliari. Dovrebbe scusarsi del fatto che la sua disastrosa esperienza di governo abbia impedito a moltissimi giovani eterosessuali di mettere su famiglia. Altro che unioni civili.

Appare dunque piuttosto chiaro come lo scopo di certe affermazioni sia un altro. Quello, cioè, di lanciare un sasso nello stagno. Lanciare un messaggio prettamente ideologico per rispondere a quattro pagliacci integralisti, che hanno ripreso le campagne contro la legge sulle unioni civili, e per blandire l’area ultracattolica del suo elettorato da strappare a Salvini.

Mi pare assolutamente evidente lo scopo tutto ideologico, tutto declamatorio, tutto proclamatorio della boutade berlusconiana sulle unioni civili. Se così non fosse, ci provi il Cavaliere – e lo sfidiamo al riguardo – ad avviare, qualora eletto, modifiche alla Costituzione relativamente alla definizione di matrimonio sul modello di Putin e dei sistemi autoritari ex sovietici. Ci provi a cambiare la Costituzione, dimentico che la mentalità di questo Paese e le unioni civili hanno creato una rivoluzione impossibile da mettere in discussione. Una rivoluzione culturale irreversibile.

È bene ricordare un dato messo in rilievo dall’amico Marzio Barbagli nel suo bellissimo articolo Se 2.800 unioni civili vi sembran poche e, cioè, che in Italia abbiamo il più alto numero di celebrazioni di unioni civili in relazione ai matrimoni tra persone di sesso opposto in Europa. E ci sono persino alcune realtà, come Milano, dove le unioni civili stanno per superare a livello numerico i matrimoni celebrati in Comune.

Bisogna quindi essere molto attenti. È necessario che la collettività Lgbti ricordi tutto ciò a un centrodestra dato per vincente alle prossime elezioni. Che la richiami a essere guardinga al riguardo e a non bruciarsi su un tale terreno, perché la reazione sarà durissima.

Torno perciò a ribadire – come detto e proposto in un mio recente editoriale su Gaynews – l’invito alle persone Lgbti e, in generale, a tutte e a tutti a fare argine a una destra tra le peggiori d’Europa. Quella più becera, quella più ideologica, quella meno attenta ai diritti civili e alle libertà personali. Quella destra che dice di difendere le libertà delle cittadine e dei cittadini ma che difende solo quelle proprie. Quelle di avere leggi ad personam e a tutela delle proprie aziende.

Dobbiamo essere quindi più baldanzosi, più forti, più aggressivi contro una tale destra. Perché abbiamo tutti gli argomenti necessari. Perché abbiamo ragione. Perché le unioni civili hanno cambiato in meglio questo Paese e coperto un ritardo che, oramai, era inaccettabile rispetto a quasi tutti i Paesi Ue. Ritardo che d’altra parte continua a esserci avendo quasi tutti i Paesi Ue adottato il matrimonio egualitario.

Bisogna dunque rilanciare a Berlusconi e dire che il matrimonio dev’essere uguale tutti. Perché solo col matrimonio egualitario si potrà ripensare all’istituto stesso del matrimonio in maniera diversa e più avanzata. L’istituto matrimoniale va anzi riformato e vanno eliminati gli ultimi residui di misoginia presenti. E ciò va fatto in modo tale da garantire serenità e tranquillità alle persone che si sposano, che vogliono sposarsi o che desiderano farlo come le persone omosessuali.

La vera riforma, lo ricordi il caro Berlusconi, è dunque il matrimonio per tutti. Non quello per una parte - le persone eterosessuali -, essendo oramai sempre più assottigliata propria quella parte che vi fa ricorso.

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L'Italia ha violato l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani (diritto al rispetto della vita privata e familiare) rifiutando di registrare i matrimoni contratti all'estero (Canada, California, Usa e Paesi Bassi) da sei coppie di persone dello stesso sesso. In  tal modo ha così negato loro protezione legale e altri diritti associati.

Questa, in sintesi, la sentenza emessa oggi dallo Corte europea dei diritti dell'uomo (con cinque voti favorevoli e due contrari) che ha così accolto i ricorsi presentati congiuntamente nel 2012. Quattro anni prima, cioè, dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Motivo, questo, dirimente per la Corte di Strasburgo.

Infatti, «sebbene gli Stati – come recita la sentenza - abbiano un ampio potere discrezionale sulla questione se consentire o meno di registrare i matrimoni omosessuali», l'Italia ha comunque commesso «una violazione dei diritti». E questo in ragione del fatto che «la legge italiana non forniva alcuna protezione legale né riconoscimento prima del 2016, quando la legislazione sulle unioni civili dello stesso sesso è entrata in vigore».

Secondo la stessa Corte «gli Stati sono liberi di restringere il matrimonio alle coppie eterosessuali, ma le coppie dello stesso sesso hanno bisogno di riconoscimento legale e di protezione della loro relazione».

L'Italia dovrà risarcire di 5mila euro ogni singolo ricorrente per i danni morali. In più versare una cifra forfettaria di 10mila euro da dividere tra tutti per il rimborso delle spese procedurali.

La notizia è stata accolta con esultanza da Rete Lenford che ha seguito una delle coppie.

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Daniele Viotti è da ieri presidente dell'integruppo Diritti di lesbiche, gay, bisessuali, transgender - Lgbti del Parlamento europeo. Succede così nell’incarico all’austriaca Ulrike Lunacek. A darne notizia lo stesso eurodeputato sulla sua pagina fb.

«Ho una news da darvi – ha scritto in un post –! I miei colleghi mi hanno nominato presidente dell’intergruppo per i diritti Lgbti del Parlamento Europeo. Voglio ringraziare Ulrike Lunacek, che ho l’onore di sostituire in questo importante incarico.

Il lavoro da fare è tanto e nel mio mandato mi concentrerò sopratutto su tre grandi temi: salute e prevenzione, attenzione ai Paesi Ue in cui i diritti non sono ancora stati acquisiti, e attenzione ai Paesi fuori dall’Europa dove impegnarsi per i diritti Lgbti significa lavorare per ottenere diritti umani e diritti alla vita.

Come Parlamento europeo abbiamo il dovere di mettere in campo tutte le azioni, anche culturali, possibili per stimolare gli Stati membri sulle materie specifiche legate ai diritti Lgbti.

E lo stesso farò per l’Italia. Dobbiamo impegnarci, perché la legge Cirinnà è solo un punto di partenza. Il nostro obiettivo, come sempre, non può che essere la piena uguaglianza.

Lavorerò per portare un po’ più d’Europa (quella buona, dei Paesi più avanzati) in Italia».

Pur non essendo organi del Parlamento, gli intergruppi sono disciplinati dalla regolamentazione interna adottata dalla Conferenza dei presidenti il 16 dicembre 1999 e sono fondamentali tanto nello scambio di opinioni informali su tematiche specifiche quanto nella promozione dei contatti tra i deputati e la società civile. 

L’intergruppo per i diritti Lgbti è al momento il più grande coi suoi 150 componenti. Bisogna ricordare che l’intergruppo, in collaborazione con ILGA-Europe (grazie al cui impegno se ne deve la costituzione nel 1997) e altre associazioni, ha ottenuto, in particolare con il Trattato di Amsterdam, maggiore attenzione da parte della Commissione ai diritti delle persone Lgbti nel processo di adesione dei singoli Paesi all'Unione europea.

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