Capolista al Senato nel collegio plurinominale della Sardegna tra le file di +Europa in vista delle elezioni del 4 marzo, il cagliaritano Riccardo Lo Monaco dovrà fronteggiare, fra gli altri, Mario Adinolfi. Il direttore de La Croce è infatti candidato al Senato come capolista del Popolo della Famiglia nel medesimo collegio.

Da noi raggiunto, così l’attivista sardo Lgbti ha illustrato la sua campagna elettotale e gli obiettivi che si è prefisso di raggiungere.

Riccardo Lo Monaco, candidato alle politiche. Una scelta personale?

Scelta personale che risponde a due appelli: quello lanciato da Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi nel momento in cui, tutti insieme, abbiamo dato vita al progetto +Europa. Quello della coscienza nel momento in cui le libertà e i diritti delle persone sono forse per la prima volta seriamente a rischio, unitamente alle sorti dell'Europa.

Perché +Europa?

Perché la priorità delle priorità è la salvaguardia del progetto europeo. Mi spiego meglio: lavoro, tasse, sicurezza, gestione del fenomeno migratorio, ricerca scientifica, diritti, sostenibilità, innovazione e competitività delle imprese, tutte queste priorità che, prese singolarmente e a seconda della sensibilità di ognuno, sembrano essere ciascuna l'unico problema risolvibile in casa, con ricette più o meno miracolose cucinate tra le quattro mura dei confini nazionali. E invece non è così:  possono trovare una vera soluzione solo all'interno di una casa comune molto più ampia come l'Unione Europea e il mercato europeo. Non possiamo parlare seriamente di sicurezza se non pensiamo di dotarci al più presto di un esercito europeo, così come non possiamo pensare di gestire il fenomeno migratorio isolandoci dal mondo e chiudendo i confini. Pensiamo poi a quanto è accaduto in tema di diritti e libertà grazie alla nostra appartenenza alla UE. Ecco perché +Europa, anche in Sardegna dove sono candidato capolista al Senato. 

Che cosa c’è nel programma di +Europa in riferimento ai diritti Lgbti? E quali avrà particolarmente a cuore in campagna elettorale?

Il programma di +Europa è molto esplicito in tema di diritti, compresi quelli Lgbti per i quali ci impegniamo a rimuovere le discriminazioni in tema di matrimonio, unioni e adozioni. Personalmente, nella mia campagna elettorale, mi sto impegnando per far comprendere a tanti amici come sia fondamentale un voto che metta in sicurezza le leggi di civiltà approvate nel corso dell'ultima legislatura. Il centrodestra dichiara apertamente di voler cancellare la legge Cirinnà e la legge sul testamento biologico, il movimento 5 stelle, dopo aver contribuito a depotenziare la legge sulle Unioni Civili, non ha scritto uno straccio di parola in tema di diritti Lgbti nel suo programma. Insomma, un voto dato a quelle formazioni politiche che pur in tema di diritti la pensano come noi ma sono fuori dalla competizione reale nei collegi uninominali, è un voto tolto alla coalizione di centrosinistra e un parlamentare in più regalato a Salvini, Meloni, Berusconi o Di Maio, con buona pace dei diritti Lgbti.

Adinolfi corre nel suo stesso collegio. Impaurito?

Impaurito dalla candidatura di Adinolfi, no. Terrorizzato dalle idee dei vari Adinolfi, tanto. 

Proprio a Cagliari Adinolfi ha parlato ieri di "discriminazioni alla moda", dicendo che ci sono quelle che non sono invece considerate. Come, ad esempio, l’essere   addidati quali “ciccioni”. Che cosa ne pensa?

Il vittimismo da carnefice di Adinolfi merita una riflessione più approfondita. Penso che dovremmo partire proprio dal concetto di "tradizionalità" che Adinolfi ha tanto a cuore. Quando parla di "famiglia tradizionale", con il preciso intento di espellere dal contesto sociale le altre famiglie, discriminandole, fa preciso riferimento a uno standard, a un canone basato su evidenza statistica: le famiglie con due genitori eterosessuali sono statisticamente di più, quindi solo quello è il modello su cui plasmare la società.

Facciamo nostro il ragionamento di Adinolfi basato sul canone e proiettiamolo nel campo della fisicità e dei modelli di bellezza e salute fisica presenti sin dalla notte dei tempi: dovremmo constatare come il canone classico, "tradizionale", quello statisticamente più presente sia rappresentato da una fisicità maschile atletica, slanciata, non appesantita, mentre il sovrappeso è sempre stato considerato una dote femminile perché sinonimo di fertilità e abbondanza; dalla raffigurazione della Madre Mediterranea alla maja di Goya, il ventre prominente e le cosce molto in carne sono sempre stati canoni statisticamente più presenti nella raffigurazione della femminilità. Poi è arrivato Botero che ha "inciccito" gli uomini, mentre Modigliani raffigurava le donne come delle silfidi a dieta. 

Muovendo sempre dal ragionamento adinolfiano dovremmo ritenere Botero e Modigliani fuori dal concetto di canone, di "tradizione", fuori da una statistica che permetta loro di essere considerati artisti. Ne consegue che, per lo stesso metro di giudizio applicato da Adinolfi - che purtroppo non è solo - così come tutte quelle famiglie che non rispettano il canone di classicità, di tradizionalità, devono essere espulse dal contesto sociale, e come gli omosessuali possano essere scherniti per la loro natura, anche gli uomini in sovrappeso dovrebbero essere considerati "sbagliati", cittadini di serie B perché non rispondono al canone tradizionale di fisicità maschile. Qualcuno, un Adinolfi al quadrato, potrebbe addirittura considerarli non idonei a procreare e a crescere dei figli. Ecco perché, muovendo dal suo stesso ragionamento, le posizioni di Adinolfi e di quanti la pensano come lui in tema di diritti Lgbti e famiglie "non tradizionali" sono posizioni logicamente, umanamente, filosoficamente e scientificamente insostenibili oltre che pericolose.  

Qualora eletto, cosa pensa di fare in primo luogo per i diritti delle persone Lgbti?

La prima cosa da fare in tema di diritti Lgbti, e sono certo la faranno gli altri eletti di +Europa se io non entrerò in Senato, è l'immediata riproposizione della legge contro l'omofobia. Dobbiamo poi ripartire dalla legge Cirinnà per giungere al matrimonio egualitario e rivedere seriamente la legislazione in tema di adozioni, aprendo ai single e a tutte le famiglie in grado di strappare un bambino dall'orfanotrofio, crescerlo educarlo e amarlo.


In secondo luogo dobbiamo potenziare le ore di educazione civica nelle scuole per avere una cittadinanza più consapevole anche in materia di diritti e libertà.

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Giorni fa Berlusconi è tornato alla carica sulle unioni civili e questa volta senza mezzi termini. Ha infatti detto di voler cancellare la legge senza però tornare alla situazione di prima. Non chiarendo però che cosa voglia dire esattamente: modifica, cancellazione, riforma costituzionale e via dicendo. È evidente che Berlusconi sta inseguendo il voto dell’elettorato ultracattolico. Un voto a mio parere irrilevante ma non secondo il Cavaliere. Soprattutto, forse, per la concorrenza con la Lega che non sembra invece insistere su questi terreni. Al pari di Fratelli d’Italia che definisce l’argomento una “non priorità”. Leghisti ed ex fascisti insistono sul no all’adozione e alla Gpa.

Abbiamo perciò una situazione inedita, per cui chi dovrebbe essere il polo moderato ed europeista del centrodestra si trasforma invece in quello estremista dell’integralismo clericale. Per la verità una parte del gruppo parlamentare di Forza Italia ha votato le unioni civili. Non a caso sia Stefania Prestigiacomo sia Mara Carfagna hanno cercato, negli ultimi giorni, di mettere una pezza alle dichiarazioni berlusconiane dicendo che i diritti non saranno modificati.

È necessario piuttosto chiedersi se nel nuovo Parlamento sarà modificabile o meno la legge sulle unioni civili. Io direi proprio di no. L’Italia è il Paese più arretrato dal punto di vista dei diritti civili. Mentre quasi tutta la vecchia Europa ha una legge sul matrimonio egualitario, l’Italia ha solo quella sulle unioni civili. Una legge che ovviamente tutti noi abbiamo aspettato per decenni. Una legge che costituisce un punto fermo sulla questione dei diritti delle persone omosessuali del nostro Paese. 

Tuttavia, come detto più volte come sottolineato dalla stessa prima firmataria, questa legge ha numerosi difetti. In primo luogo non si tratta di matrimonio egualitario. In secondo luogo non risolve la questione della genitorialità delle persone omosessuali. In terzo luogo contiene una definizione delle coppie di persone dello stesso sesso per noi inaccettabile. Questo essere chiamati “formazione sociale specifica” – per distinguere nettamente le unioni civili dal matrimonio – è stato ovviamente un contentino all’ala cattodem candidata, ahinoi, massicciamente nelle liste Pd per le prossime elezioni nonché un messaggio esplicito al Vaticano. 

Proprio a proposito del Vaticano bisogna dire che fino a questo momento non ci sono stati messaggi a sostegno delle uscite di Berlusconi se non sulle pagine dell’Avvenire, il fogliaccio dei vescovi italiani. Berlusconi sembra addirittura andare oltre la soglia di ciò che viene richiesto dagli stessi cattolici. Non dico ovviamente gli integralisti, che chiedono l’abolizione secca della legge, ma tutti gli altri i quali sembrano essersi resi conto che questa legge è condivisa dalla maggior parte dell’opinione pubblica italiana. 

Proprio questo mi sembra il punto: il rapporto tra una norma e ciò che ne pensa la maggioranza del Paese. Io credo che sulle unioni civili ben oltre il 50% del Paese sia assolutamente d’accordo. Lo abbiamo visto nelle decine e decine di celebrazioni, dove di solito erano presenti non solo le famiglie delle persone che si univano civilmente, ma spesso e volentieri anche una parte della popolazione locale. Che, soprattutto nei piccoli centri, faceva da ala a un evento visto come un’importante novità e anche come elemento di giustizia sociale da tutti rivendicato.

Il numero elevato di unioni civili – che, considerate quelle celebrate all’estero, sono quasi 4.000 – dimostra che la legge era attesa e molto gradita in primo luogo alle persone omosessuali. 

Generalmente chi ha costituito un’unione civile ha una certa età ed è forse comprensibile che sia così. Perché è soprattutto dopo una certa età che emergono le necessità di sistemare le questioni patrimoniali in modo tale che non accadano situazioni molto sgradevoli come la spoliazione dell’eredità, della casa comune, dei beni comuni. Situazioni che si sono verificate purtroppo troppe volte in assenza di una legge (ne sono stato testimone in molti casi). In ogni caso le unioni civili rappresentano un elemento di certezza, un elemento di sicurezza. Difficile che sotto questo punto di vista Berlusconi possa farci tornare indietro. 

Per cancellare questa legge o modificarla profondamente occorre una solida maggioranza parlamentare che intanto speriamo che Berlusconi non abbia dopo il 4 marzo. E quindi occorre fare i conti anche con i numeri. Cosa che Berlusconi ovviamente in questo momento non sta facendo. 

Solo dopo le elezioni si potrà capire se non si sia trattato di pura propaganda elettorale da parte dell’uomo delle cene eleganti e delle Olgettine. Proprio qui sta il punto. Che l’ex presidente del Consiglio (il leader politico che nella vita privata ha avuto il comportamento ritenuto più immorale di tutti i leader politici italiani) si metta a fare la morale sulle unioni civili non sta né in cielo né in terra. Ci sarebbe da sganasciarsi dal ridere se non avessimo a che fare con delle elezioni che, per quanto complesse, per quanto sfilacciate, per quanto deboli vista la mediocrità delle presenze politiche, potrebbero determinare maggioranza politiche per i prossimi cinque anni. Come potrebbero riportarci al voto a breve. In ogni caso sono elezioni da non prendere sotto gamba. 

Ci sono molte persone che hanno la tentazione di non andare a votare, che non sanno che cosa votare a queste elezioni così brutte, così mediocri, con programmi delle forze politiche così poco attraenti.

Ma le uscite di Berlusconi sulle unioni civili ci devono far capire che prima di tutto bisogna dare un contributo per battere la destra al di là di qualsiasi altra considerazione.

Inizialmente sembrava che la questione Lgbti fosse stata messa ai margini della campagna elettorale: assenza pressoché totale dai programmi elettorali se si esclude la sinistra, nessun leader che parlava dei diritti civili e dei diritti Lgbti nelle varie e noiosissime comparsate televisive, molti candidati Lgbti senza possibilità di venire eletti se si escludono le candidature Pd di Zan, Cerno. E ci permetta l’amica Cirinnà di includere la sua tra quelle particolarmente gradite alla comunità Lgbti italiana.

Lo schieramento di destra (Berlusconi, Salvini, Meloni, Lupi), pur non essendo d’accordo su nulla, è riuscito a costruire quell’unità per le urne che corrisponde al desiderio, per altro legittimo, di quell’elettorato di battere la sinistra. 

Avrebbe dovuto essere così anche per i progressisti. Vale a dire che il primo pensiero dei partiti di centrosinistra sarebbe dovuto essere quello battere la destra, che è la peggiore d’Europa. La destra in cui sono maturati i pistoleri come quello di Macerata. Una destra che copre il fascismo. Una destra che è antieuropea. Una destra che odia gli omosessuali. Questa destra non deve e non può vincere. 

Quindi il mio è un appello a tutte le persone Lgbti, ai loro amici, ai loro familiari di andare a votare. Votate chi vi pare ma votate contro questa destra che ci vuole togliere i diritti sacrosanti e persino quelli faticosamente acquisiti. Diritti che sono costati decenni di lotte. Diritti che abbiamo conquistato faticosamente. Diritti che non possono e non devono essere messi in discussione. Diritti di cui moltissimo amici non possono più usufruire perché ci hanno lasciato da tempo magari dicendoci proprio di vivere noi ciò che a loro era stato precluso.

(Oggi Berlusconi ha fatto nuovamente marcia indietro sulle civili. «Mi sono espresso male – così ha dichiarato stamani a UnoMattina – o sono stato frainteso». Un andirivieni di dichiarazioni, insomma, che sono evidente riprova di come Berlusconi guardi con attenzione al voto d’un elettorato da sacrestia ma senza stringersi troppo a esso in un abbraccio forse fatale).

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Ripubblichiamo l'intervista realizzata da Elena al direttore di Gaynews.it al direttore Franco Grillini e pubblicata in data odierna sul Corriere della Sera.

Quando apre la porta del suo appartamento nel centro di Bologna, tre stanze ingombre di oggetti e ricordi nello stesso palazzo in cui abita da quarant’anni, Franco Grillini, 62 anni, bolognese, presidente onorario di Arcigay, direttore di Gaynews.it, ex deputato (con i Ds nel 2001 e l’Ulivo nel 2006) e memoria storica del movimento lgbt in Italia, ha il passo incerto e il volto smagrito dalla malattia. «Mieloma multiplo, un tumore che colpisce il midollo osseo, lo sorvegliavo dal 2007 — spiega —. Nel 2016 ho iniziato le cure che però mi hanno stroncato. Ho dovuto prendere un medicinale sperimentale, con una dicitura del Comitato etico dell’ospedale che mi autorizzava “per motivi compassionevoli”. Della serie: gli diamo questo che più male di così non può fargli».

Adesso come sta? 

È stata una guerra totale: mesi e mesi di chemio in cui ero più di là che di qua. Ma mi sono detto: non è tempo di morire. Ho reagito con le unghie e con i denti, ho fatto le cure esattamente come dicevano i medici e per ora ci siamo salvati. Anche se con molti acciacchi e una malattia cronica: sono un uomo che ha bisogno di assistenza. Ma non ho intenzione di nascondermi: ho vissuto tutta l’epoca dell’Aids, quando la malattia era ritenuta una colpa, qualcosa di cui vergognarti, e mi sono detto: io del mieloma parlo ai quattro venti. E mi faccio vedere: mi piazzo sulla carrozzina e mi faccio spingere.

Siamo in campagna elettorale, non le manca? 

Non sono più di nessun partito. Ho dato 23 anni della mia vita alle istituzioni, mi sembrano abbastanza. Mi avevano proposto delle candidature, ma gli ho detto: come la faccio la campagna elettorale, in barella?. 

Quando ha iniziato a far politica?

Alle superiori, con il Pdup nell’estrema sinistra, grazie alla mia professoressa di italiano. Venivo da una famiglia poverissima: padre manovale, madre operaia, in casa parlavamo solo dialetto bolognese. Nei primi mesi di elementari ho dovuto imparare una lingua straniera che era l’italiano. Nel libretto di terza media mi scrissero: si sconsiglia vivamente la prosecuzione degli studi. Fu la professoressa delle superiori, con cui siamo rimasti amici e tuttora ci frequentiamo, a farmi appassionare allo studio e ai classici del marxismo. 

Quali?

Ce li avevo tutti: dal Che fare? di Lenin al Manifesto del Partito Comunista, all’Ideologia tedesca di Karl Marx. E poi Il Capitale e i Grundrisse. Eravamo un gruppo di intellettualini, volevamo mettere le braghe al mondo. Ma almeno noi studiavamo, a differenza di quello che succede oggi.

È ancora marxista? 

Oggi mi definisco un liberale di sinistra. Peraltro Marx ed Engels erano un po’ omofobi. C’è una lettera in cui Engels scrive a Marx commentando i primi movimenti lgbt in Germania e dice: se questi vincono dovremo andare in giro con le mutande di latta.... 

Lei come è arrivato all’attivismo gay? 

È stato il mio modo per accettare la mia omosessualità.

È stato difficile?

Molto. Avevo 6 anni quando mio padre, per prevenire certe “deviazioni”, mi accompagnò al mercato di Bologna a vedere un banchetto gestito da due donne trans . Mi disse in dialetto: “Guarda mo’ du’ buson”. Senza ovviamente sapere la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale. Mi sembrò una scena da zoo, mi lasciò atterrito: per anni ho interiorizzato quel divieto. Ma quando quello che sentivo è diventato così forte che faticavo a gestirlo, ho deciso che potevo trasformarlo in una cosa politica. Ero già responsabile nazionale degli studenti medi del Pdup, segretario organizzativo della federazione di Bologna, era il mio modo.

Si presentò al Cassero, che poi sarebbe diventato la sede di Arcigay...

Mi accolsero dicendo: ce ne hai messo di tempo a capirlo! Noi lo sapevamo già!.

E poi?

Mancavano 20 giorni alla festa di inaugurazione, per la prima volta in Italia un Comune dava uno spazio pubblico a un’associazione gay. C’era da organizzare tutto. Mi dissero: il volantino scrivilo tu, che sei del mestiere. Ci misi 5 minuti, trovai anche lo slogan: “Dalla clandestinità alla liberazione. Verso un nuovo alfabeto dell’amore”. I problemi ci furono con la foto. 

Che problemi?

Avevo scelto quella di due ragazzi abbracciati. Fino ad allora l’idea nel movimento gay era che più facevi sesso più eri rivoluzionario. Io mi opposi: “Si è esaurita la fase propulsiva della scop... — dissi — ora tocca alla rivoluzione dei sentimenti”. Mi accusarono di riproporre il modello tradizionale della famiglia borghese, che bisognava abbattere e non cambiare. Le decisioni andavano prese all’unanimità: rimasi fino alle 5 del mattino, finché i contrari non se ne andarono. Passò il mio manifesto. E venne elogiato da tutta la città, segno che erano maturi i tempi per dire che la rivoluzione si faceva con l’amore. 

A proposito di sentimenti: lei chi ha amato? 

«Massimo, Vanni, Andrea, Giancarlo, Henry, Valerio. A cui sia aggiunge Antonio, l’ultimo». 

Il suo attuale compagno?

Sì, anche se adesso ci vediamo poco: sta al Sud e i genitori, integralisti cattolici, gli hanno vietato di raggiungermi finché non si laurea. Ha 33 anni meno di me, oltre al tabù dell’omosessualità c’è quello dell’età. Però ci scriviamo lettere bellissime, tutte le sere. 

Cos’è cambiato per un ragazzo che si scopre gay oggi? 

Tutto. 

Quarant’anni fa per molti giovani vivere l’omosessualità significava spesso solo frequentare i cosiddetti “battuage”, luoghi appartati di incontri anonimi... 

Io li ho frequentati poco, un po’ perché non mi piaceva la modalità, un po’ perché ci vedo male e prendevo delle cantonate! Arrivavo a mezzo metro e mi accorgevo che quello che avevo di fronte proprio non era il mio tipo... Preferivo il fermo posta.

Il fermo posta?

Sì: mettevi un annuncio con il numero della carta d’identità sui giornali locali, spiegando chi cercavi, poi aspettavi una settimana. Loro rispondevano: vorrei incontrarti, ci vediamo giovedì sotto le Due Torri, a quest’ora. Funzionava! Era di una lentezza esasperante, ma funzionava: ho iniziato storie bellissime col fermo posta.... 

È stato il primo gay dichiarato eletto in Parlamento... 

Non il primo eletto, il primo a metterci piede, nel 2001 insieme a Titti De Simone di Arcilesbica. Negli anni 70 era stato eletto con i radicali Angelo Pezzana, uno dei fondatori del “Fuori!”, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, ma si è dimesso subito senza mai entrare in aula perché nel partito facevano a rotazione. 

Di certo lei ha presentato più di una proposta di legge per riconoscere le unioni gay.

Prima di tutte quella sul matrimonio, l’8 luglio del 2002. Non me la voleva firmare nessuno; allora a ottobre, dopo i Pacs celebrati all’ambasciata francese di Roma, presentai quella sui patti civili di solidarietà, che ne raccolse 170 e fu un elemento di rottura. La mia idea era che bisognava prima trovare un consenso ampio su una legge che riconoscesse i diritti delle coppie per arrivare poi al matrimonio: come è successo quasi dappertutto.

Sono passati oltre dieci anni e siamo ancora lì.

Ma la legge attuale è di fatto un matrimonio. C’è pure l’adozione dei figli del partner.

Non proprio uguale.... E la stepchild adoption non era stata tolta affinché la votasse il partito di Alfano?

Quando il governo Renzi ha posto la fiducia è stato chiamato a Roma un tecnico, un magistrato bolognese, per riformulare la legge in fretta e furia nella notte. Ha scritto l’articolo sulle adozioni in modo da soddisfare Alfano perché non c’era più la stepchild adoption, ma dando ai magistrati la possibilità di concederla ogni volta che una coppia la chiede. 

Non le è mai scocciato fare il gay di professione? 

No, l’ho fatto orgogliosamente: visto che qualcuno ci deve rappresentare, è necessario che sia al meglio. Io per 25 anni sono stato un di sacerdote della politica, non avevo né sabati né domeniche. Qualche mio fidanzato me l’ha anche rimproverato: il tuo vero grande amore è Arcigay. Però le rivoluzioni si fan così: tenendo botta, tenacemente e senza demordere un attimo. E noi, a differenza dei marxisti della mia gioventù, la rivoluzione l’abbiamo fatta: una rivoluzione gentile.

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Sabato a Macerata il 28enne Luca Traini, candidato della Lega nel 2017 alle comunali di Corridonia nonché simpatizzante di Forza Nuova e CasaPound, si è messo a sparare su ogni persona di colore che incontrava per strada. Ne ha colpite sei. Sei feriti tra i 20 e i 32 anni, di cui è necessario ricordare i nomi per non dimenticare che che si sta parlando di vite umane. Si tratta di Jennifer Odion, Mahamadou Toure, Wilson Kofi, Festus Omagbon, Gideon Azeke, Omar Fadera.

Eppure esponenti della destra italiana hanno preferito far passare in secondo piano quest’aspetto per puntare il dito sulla sinistra quale vera colpevole di quanto accaduto. Qui siamo di fronte a un evidente caso di follia politica, le cui responsabilità morali non possomo che essere ricondotte in chi ha rivalutato il fascismo e lo sta utilizzando elettoralmente. Responsabilità morali di una destra che flerta in continuazione con realtà della variegata galassia neofascista e neonazista per cercarne uno squallido tornaconto personale.

Nessuno avrebbe mai pensato che l’Italia sarebbe diventata come il Mississipi o l’Alabama del secolo scorso. Che avremmo visto all’opera gruppi paragonabili a quelli del Klu Klux Klan. Eppure è quanto sta succedendo proprio a motivo di una destra assolutamente pericolosa. Una destra che continua a ravvisare nelle stesse persone Lgbti una minaccia all’ordine sociale e concausa del sovvertimento dei "tradizionali" valori italici.

Non a caso l’ultimo lavoro del vignettista Ghisberto raffigura una rivoltella fumante e grondante sangue, impugnata da una mano (quella ovviamente di Traini) ma armata dalle mani di un prete, un “comunista”, un banchiere e una persona Lgbti. In alto, poi, la scritta inequivocabile L’Italia macerata dagli istigatori

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Un’Italia alla cui macerazione avrebbe ovviamente contribuito, secondo parte della classe politica di destra, la legge sulle unioni civili. Quella legge che, a partire da Eugenia Roccella e Giorgia Meloni, andrebbe eliminata. Quella legge che secondo Berlusconi andrebbe modificata.

Insomma, il Cavaliere un Trump all’italiana? Sembra di sì, viste le dichiarazioni rilasciate a Libero, secondo le quali, se dovesse vincere l’elezioni, cambierebbe tutto.  E, quindi, smonterebbe l’intero apparato legislativo di cinque anni di governo di centrosinistra. Ora tra le cose da smontare o cambiare Berlusconi ha menzionato espressamente le unioni civili, chiarendo di non volere abrogare la relativa legge ma «definire chiaramente la funzione sociale del matrimonio fra un uomo e una donna, orientato alla procreazione e all' educazione della prole».

In realtà questa ossessione per la definizione o, se vogliamo, la “protezione” del matrimonio tra persone di sesso opposto – che, come tutti sappiamo, è fortissimamente in crisi – è propria di certa destra in tutto il mondo. Non a caso Putin e i Paesi confinanti con la Russia hanno spesso modificato le loro costituzioni per affermare che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna.

Le affermazioni berlusconiane appaiono quanto mai bizzarre in un  momento di crisi radicale del matrimonio. Crisi, la cui responsabilità certamente non è affatto imputabile alle unioni civili. Anzi, se mai, esse sono un antidoto a questa crisi perché, aumentando il numero dei riconoscimenti legali, aumenta quello di persone che hanno una relazione in qualche modo protetta dalla legge con un beneficio allo stesso matrimonio tra persone eterosessuali.

Sappiamo tutti benissimo da cosa dipenda la crisi matrimoniale dal momento che ogni epoca ha un modello di famiglia legato a un determinato modello economico. Berlusconi dovrebbe allora interrogarsi su quanto la politica disastrosa dei suoi governi in materia economica abbia precarizzato la vita quotidiana, rendendo più difficile la possibilità di lavori a tempo indeterminato. Quelli, cioè, grazie ai quali è possibile ottenere mutui bancari con cui mettere su casa. Dovrebbe interrogarsi su quanto sia più difficile mantenere un impiego e, quindi, su quanto un tale modello economico liberista e brutale abbia violentemente reso precaria la vita familiare. Questo è il punto.

Berlusconi dovrebbe perciò scusarsi di siffatte politiche antifamiliari. Dovrebbe scusarsi del fatto che la sua disastrosa esperienza di governo abbia impedito a moltissimi giovani eterosessuali di mettere su famiglia. Altro che unioni civili.

Appare dunque piuttosto chiaro come lo scopo di certe affermazioni sia un altro. Quello, cioè, di lanciare un sasso nello stagno. Lanciare un messaggio prettamente ideologico per rispondere a quattro pagliacci integralisti, che hanno ripreso le campagne contro la legge sulle unioni civili, e per blandire l’area ultracattolica del suo elettorato da strappare a Salvini.

Mi pare assolutamente evidente lo scopo tutto ideologico, tutto declamatorio, tutto proclamatorio della boutade berlusconiana sulle unioni civili. Se così non fosse, ci provi il Cavaliere – e lo sfidiamo al riguardo – ad avviare, qualora eletto, modifiche alla Costituzione relativamente alla definizione di matrimonio sul modello di Putin e dei sistemi autoritari ex sovietici. Ci provi a cambiare la Costituzione, dimentico che la mentalità di questo Paese e le unioni civili hanno creato una rivoluzione impossibile da mettere in discussione. Una rivoluzione culturale irreversibile.

È bene ricordare un dato messo in rilievo dall’amico Marzio Barbagli nel suo bellissimo articolo Se 2.800 unioni civili vi sembran poche e, cioè, che in Italia abbiamo il più alto numero di celebrazioni di unioni civili in relazione ai matrimoni tra persone di sesso opposto in Europa. E ci sono persino alcune realtà, come Milano, dove le unioni civili stanno per superare a livello numerico i matrimoni celebrati in Comune.

Bisogna quindi essere molto attenti. È necessario che la collettività Lgbti ricordi tutto ciò a un centrodestra dato per vincente alle prossime elezioni. Che la richiami a essere guardinga al riguardo e a non bruciarsi su un tale terreno, perché la reazione sarà durissima.

Torno perciò a ribadire – come detto e proposto in un mio recente editoriale su Gaynews – l’invito alle persone Lgbti e, in generale, a tutte e a tutti a fare argine a una destra tra le peggiori d’Europa. Quella più becera, quella più ideologica, quella meno attenta ai diritti civili e alle libertà personali. Quella destra che dice di difendere le libertà delle cittadine e dei cittadini ma che difende solo quelle proprie. Quelle di avere leggi ad personam e a tutela delle proprie aziende.

Dobbiamo essere quindi più baldanzosi, più forti, più aggressivi contro una tale destra. Perché abbiamo tutti gli argomenti necessari. Perché abbiamo ragione. Perché le unioni civili hanno cambiato in meglio questo Paese e coperto un ritardo che, oramai, era inaccettabile rispetto a quasi tutti i Paesi Ue. Ritardo che d’altra parte continua a esserci avendo quasi tutti i Paesi Ue adottato il matrimonio egualitario.

Bisogna dunque rilanciare a Berlusconi e dire che il matrimonio dev’essere uguale tutti. Perché solo col matrimonio egualitario si potrà ripensare all’istituto stesso del matrimonio in maniera diversa e più avanzata. L’istituto matrimoniale va anzi riformato e vanno eliminati gli ultimi residui di misoginia presenti. E ciò va fatto in modo tale da garantire serenità e tranquillità alle persone che si sposano, che vogliono sposarsi o che desiderano farlo come le persone omosessuali.

La vera riforma, lo ricordi il caro Berlusconi, è dunque il matrimonio per tutti. Non quello per una parte - le persone eterosessuali -, essendo oramai sempre più assottigliata propria quella parte che vi fa ricorso.

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Ideatore e fondatore del Padova Pride Village nonché già presidente del locale comitato d’Arcigay, Alessandro Zan è soprattutto noto per aver ottenuto il primo registro anagrafico delle coppie di fatto, compreso quello di persone dello stesso sesso, e per aver tenuto, in veste di deputato, il commovente discorso antecedente l’approvazione del ddl sulle unioni civili alla Camera.

Adesso è in corsa per il suo secondo mandato parlamentare nelle file del Pd. Gaynews l’ha raggiunto per saperne qualcosa di più

Onorevole Zan, dopo estenuanti attese è stata confermata la candidatura nelle liste Pd. Qual è stata la sua prima reazione? 

Chiaramente è stata una fortissima emozione sapere di essere candidato alla Camera per il mio partito, nella mia città, nella mia provincia. Un’emozione accompagnata da un grande senso di gratitudine verso la comunità del Partito Democratico, che ha voluto concedermi un’enorme fiducia: non deluderò questa fiducia, lavorerò sodo, come penso di aver già fatto in questi cinque anni passati in Parlamento.

In quali collegio è candidato?

Correrò come capolista nel collegio plurinominale di Padova per la Camera dei Deputati. Non in quello uninominale di Padova, dove è candidato Fabio Verlato, un bravissimo primario ospedaliero, che sosterrò con tutte le mie forze contro la candidata leghista.

I diritti umani e civili le sono stati particolarmente a cuore in questa legislatura. Saranno al centro anche della sua campagna elettorale?

Assolutamente sì: in questi anni abbiamo aperto una stagione di affermazione dei diritti civili e umani nel quadro normativo nazionale. Ora dobbiamo continuare a percorrere questa strada: è nel dna del Partito Democratico, che ha dimostrato nei fatti di essere l’unica forza credibile in questo ambito: unioni civili, biotestamento, legge sul dopo di noi, introduzione del reato di tortura e legge sull’autismo.

Eletto, su quali punti in particolare s'impegnerà?

Da sempre mi batto per i diritti: questa sarà una battaglia costante, che porterò sempre avanti nella mia attività politica. Ora la priorità più urgente è approvare una legge efficace contro l’omotransfobia, dare pieni diritti e dignità ai figli delle coppie di persone dello stesso sesso e riformare l’intero impianto normativo delle adozioni, aprendole a tutte le coppie e ai single.

Dovremo necessariamente puntare ad approvare il matrimonio egualitario: le unioni civili hanno sicuramente colmato il ritardo sui diritti rispetto agli altri Paesi occidentali. Ora però è tempo di allinearsi totalmente, superando qualsiasi differenza, anche legislativa e istituzionale.

Parallelamente ai diritti delle persone Lgbti, dovremo urgentemente far approvare lo ius soli, dando piena cittadinanza a centinaia di migliaia di cittadini nati in Italia, a cui ancora non è riconosciuto questo status. Questo ritardo è inaccettabile e incomprensibile: chi nasce, vive e cresce in Italia è un nostro concittadino a tutti gli effetti, indipendentemente dalla famiglia d’origine o dall’etnia.

Inoltre mi impegnerò a fondo per il mio territorio, Padova: una provincia con un milione di abitanti, ricca di realtà molto diverse fra loro e con problematiche complesse che dovranno essere rappresentate in Parlamento e trovare ascolto all’interno delle istituzioni.

Che cosa pensa delle minacce di abolire le unioni civili da parte di Eugenia Roccella e d’alcuni esponenti del centrodestra?

Il loro accanimento fa sorridere: durante la discussione nell’opinione pubblica e parlamentare cercavano di far passare le unioni civili come un provvedimento di serie B, di cui non c’era urgenza.  Ora che finalmente i diritti sono legge, meritano, a quanto pare, ancora la loro attenzione.

Voglio essere chiaro nei confronti di questa gente, nemmeno in grado di raccogliere le firme per tentare di indire il referendum contro le unioni civili: il Paese non è con voi, rappresentate un mondo che non esiste più. E a un centrodestra, che strizza l’occhio e abbraccia queste frange omofobe e retrograde, dico: Ci vedremo in Parlamento, noi non molleremo un centimentro.

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Monica Cirinnà non ha bisogno di presentazioni. Un nome, il suo, che è oramai associato nell’immaginario comune alle unioni civili e alla battaglia per i diritti delle persone Lgbti.

A poche ore dall’assemblea pubblica che, fissata alle 18:30 presso la sede del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli in Roma, vedrà la partecipazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando, del senatore Sergio Lo Giudice, dell’europarlamentare Daniele Viotti, del coordinatore di Dems-Arcobaleno Angelo Schillaci e della stessa Cirinnà, abbiamo incontrato la senatrice per saperne di più sulla sua campagna elettorale e sugli obiettivi a essa sottesi.

Dopo estenuanti attese e colpi di scena è stata confermata la sua candidatura nelle liste Pd. Come ha vissuto quelle ore?

Come succede normalmente la composizione delle liste elettorali, in particolar modo nei grandi partiti, è complessa. Credo che il Pd esprima la miglior classe dirigente per il Paese per competenza e serietà.

Detto ciò, mi ha profondamente addolorato la decisione di non ricandidare Sergio Lo Giudice, un compagno di viaggio che è diventato anche un caro amico. Senza di lui probabilmente non avremmo avuto la legge sulle unioni civili. Penso che il prossimo Parlamento avrebbe avuto ancora bisogno di lui.

Correrà in due Collegi non facili, tenendo conto che, come ha detto Franco Grillini, la destra laziale è una delle peggiori. Timori al riguardo?

Mi piacciono le sfide e non mi spaventa impegnarmi: la democrazia italiana vive una fase delicatissima che riguarda la sua tenuta minacciata da populismi, forze antieuropee, reazionarie e fasciste. Non a caso da qualche giorno qualcuno millanta di voler abolire la legge sulle unioni civili. È ovvio che la legge non può essere abolita poichè ancorata saldamente ai principi costituzionale degli articoli 2 e 3.

Ma nessuno può escludere depauperamenti sui suoi aspetti principali e qualificanti. Penso alla reversibilità della pensione o all'estensione di tutte le norme del welfare che riguardano la famiglia. Deve essere chiaro a tutti che il voto alle destre e a M5S può realmente mettere a rischio il mondo dei diritti che abbiamo costruito

I diritti umani e civili le sono stati particolarmente a cuore in questa legislatura. Saranno al centro anche della sua campagna elettorale?

Sicuramente sì. Questi temi appartengono alla mia cultura e alla mia visione politica. Credo che sui diritti ci sia ancora molto da fare nel nostro Paese.

È stata attaccata per le sue coraggiose prese di posizione su temi caldi anche da qualche associazione Lgbti. Che cosa ha da dire al riguardo?

Da eterosessuale mi sono impegnata per i diritti di tutti. Il modo e l'affetto, con i quali la comunità Lgbti mi ha accolta e sostenuta, ha rafforzato in me l'idea che si possa discutere di ogni argomento senza partire da posizioni ideologiche e di pregiudizio oltre che da modelli stereotipati.

Se il riferimento è al tema della gpa faccio notare che i gay e le lesbiche non sono sterili. Trovo profondamente ingiusto consentire loro la genitorialità solo attraverso l'adozione, per altro ancora negata loro in Italia 

Come vede il futuro del Pd? E quali posizioni in tema di diritti sposerà con risolutezza? 

Il futuro del Pd è in mano agli elettori italiani e solo il 5 marzo sapremo quale scenario abbiamo davanti. Per quanto riguarda il programma del Pd, come area Orlando-Dems Arcobaleno, abbiamo stilato un programma dettagliato sui diritti che comprende, tra l'altro, il matrimonio egualitario, diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, lotta delle donne per la parità di genere, parità di diritti per tutti i bambini. Mi auguro che vi sia l'impegno di tutti a considerare questi temi come prioritari nell'agenda politica.

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Mercoledì 31 gennaio, alle ore 18:30, ci sarà a Roma presso la sede del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli (Via Efeso, 2) un incontro tra la collettività Lgbti e il ministro della Giustizia Andrea Orlando, i senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, l'europarlamentare Daniele Viotti, il coordinatore del comitato Dems Arcobaleno Angelo Schillaci.

Assemblea pubblica per parlare di diritti civili in relazione alla campagna elettorale. E per reagire agli attacchi contro la legge sulle unioni civili da parte di Eugenia Roccella, sui quali così si è espressa ieri Monica Cirinnà: «La parte più arretrata del centrodestra si ostina a suonare un disco rotto che non sente più nessuno. Millantano di poter abolire la legge sulle unioni civili e coppie di fatto che, in realtà, ha cambiato il Paese e ha un serio fondamento costituzionale in una sentenza della Consulta del 2010La smettano di continuare ad accanirsi contro i sentimenti e le persone che chiedono solo di potersi amare con quella dignità e quel riconoscimento giuridico sancito finalmente dalla legge che abbiamo votato nel 2016. Sui diritti civili si dimostra la differenza culturale e politica tra il Partito democratico, traino del centrosinistra, e una destra oscurantista e antistorica. Il Pd vuole continuare a portare l'Italia sempre più avanti sui diritti e sul welfare, mentre la destra sa solo alimentare paure e omofobia».

Il parere di Sebastiano Secci, presidente del Mieli

A fare gli onori di casa il presidente Sebastiano Secci, che ha dichiarato: «Le recenti dichiarazioni del centrodestra dimostrano ancora una volta che i diritti vanno sempre difesi e mai dati per scontati o definitivamente acquisiti. Questa è una campagna elettorale dura, che non si vergogna di usare la parola "razza", che non si vergogna di minacciare, promettendo addirittura modifiche alla Costituzione, la retrocessione dei diritti per la comunità lgbt+ proprio nel momento in cui il cammino per l'uguaglianza ha cominciato a muovere i primi faticoso passi. Tutta l'italia democratica, laica e progressista ha il dovere non solo di difendere le conquiste raggiunte, ma anche e soprattutto di rilanciare la battaglia per i diritti di tutte e tutti tornando a parlare di matrimonio egualitario, di riconoscimento dei nostri figli alla nascita, di diritto di autodeterminazione per le persone trans e intersex e di tutte le questioni politiche e culturali che il nostro movimento porta avanti da quasi 50 anni. Noi, come Circolo Mario Mieli, continueremo a vigilare come abbiamo fatto negli ultimi 35 anni affinchè l'Italia possa finalmente diventare un paese pienamente laico e inclusivo».

Gli antefatti

La promessa di abolire la legge sulle unioni civili è stata avanzata durante il convegno Oltre l’inverno demografico, tenutosi il 27 gennaio nella capitale per iniziativa dei raggruppamenti ultraconservatori Alleanza Cattolica – di cui è dirigente nazionale il canonista Giancarlo Cerrelli, candidato della Lega alla Camera nel collegio uninominale di Crotone – e Difendiamo i nostri figli. Al tavolo dei relatori anche Maurizio Gasparri e Stefano Parisi nonché il Segretario federale della Lega Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

«Il mio impegno nella prossima legislatura – ha detto la parlamentare di Idea – Noi con l’Italia, candidata di Forza Italia alla Camera in Emilia Romagna nel collegio uninominale di Casalecchio di Reno – sarà quello di battermi, insieme agli amici della coalizione di centrodestra, per abolire o cambiare profondamente tutte le leggi approvate dalla sinistra che hanno ferito la famiglia. Penso al provvedimento sulle unioni civili che, va detto con chiarezza, di fatto apre alla stepchild adoption. Per la sinistra, leggi come questa portano verso il progresso; per noi, vanno verso la fine dell’umano».

Pur accolte tra uno scroscio di applausi, le dichiarazioni della deputata cattolica dal passato radicale sono in realtà tutt’altro che condivise nel centrodestra. E tra gli stessi intervenuti alla kermesse romana.

Matteo Salvini favorevole alle unioni civili. Il contrattacco di Adinolfi

Già ieri, infatti, Matteo Salvini prendeva le distanze da tali posizioni massimaliste dicendosi favorevole alle unioni civili ma contrario alle adozioni per coppie omogenitoriali.  Assunto rilanciato oggi sui media da Giulia Bongiorno e inevitabilmente criticato da Mario Adinolfi nel corso della diretta mattuttina sul suo profilo Fb.

«Oggi Salvini – così il fondatore del Popolo della Famiglia – dice “ok le unioni civili, ma le adozioni no”, annuncia sui giornali la Bongiorno ministro della Giustizia, Guardasigilli. Quella che esultava per la legge Cirinnà, quella che ci voleva in galera con la legge Scalfarotto.

Giulia la considero una persona rispettabile, era in Parlamento con me messa da Gianfranco Fini. Un grande avvocato. Una persona certamente non di sinistra, anche se molto vicina alla Bonino nel referendum contro la legge 40, contro i cattolici. È il simbolo e il sintomo del cedimento del centrodestra sui valori.

È la ragione per cui in oltre 43mila hanno firmato per il Pdf e più di un milione ci voteranno, per “piantare il chiodo nella coda del serpente” come dice Amato. Altrimenti si finisce come con i governi di centrodestra inglesi: prima via libera al matrimonio egualitario, poi utero in affitto per Elton John et similia, infine morte per Charlie e Isaiah. Salvare l’Italia è il lavoro che deve compiere il Pdf in questi trenta giorni».

Un messianismo politico quello adinolfiano che muove al riso se, invero, non muovesse al pianto.

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Sulla ventilata esclusione dell’orlandiano Sergio Lo Giudice dalle liste del Pd per le prossime elezioni politiche si sono susseguite in giornata le reazioni di dissenso non solo nell’ambito di ReteDem – corrente di cui l’ex presidente di Arcigay è presidente – ma anche nella collettività Lgbti. Da Famiglie Arcobaleno al Mieli, da Arcigay Nazionale al presidente del Cassero Vincenzo Branà: un crescendo di proteste e di richieste perché ne sia confermata la candidatura.

Si è espresso al riguardo anche il direttore Franco Grillini, che ha detto: «L’esclusione di Sergio Lo Giudice dalle candidature garantite del liste del Pd, dopo appena un mandato, rappresenta un fatto grave che deve farci riflettere sulla politica Lgbti e suoi rappresentanti in Parlamento.

Non sappiamo se quest’esclusione sia dovuta a una scarsa difesa della sua componente politica o ad altre ragioni che ci sfuggono e che, in definitiva, c’interessano poco. Sta di fatto che Sergio Lo Giudice è stato un elemento essenziale nel Parlamento italiano negli ultimi cinque anni per la costruzione della legge sulle unioni civili, a cui ha dato un contributo estremamente importante sia in termini di creatività sia in termini di passione politica personale e di tempo.

Tutti ricorderanno l’immagine di Gasparri che attacca frontalmente il senatore Lo Giudice in modo squallido e brutale mentre lo stesso Sergio abbandona l’Aula del Senato. Onestamente un Parlamento senza un protagonista dei diritti come Sergio sarà decisamente un Parlamento più povero. Come Gaynet e Gaynews speriamo che queste ultime ore, come si suol dire, portino consiglio e consentino il reinserimento in lista di Sergio».

Raggiunta telefonicamente, così s’è invece espressa Chiara Foglietta, vicecapogruppo dem al Consiglio comunale di Torino: «È un grave danno non solo per la comunità Lgbti ma per tutti coloro che credono ancora in uno Stato laico. Sbaglia il Segretario nazionale Matteo Renzi a escludere il senatore Lo Giudice, la cui preparazione, serietà e competenza - di cui ha dato costantemente prova non solo nel corso di questa legislatura ma anche precedentemente sia come uomo politico sia come attivista Lgbti - parlano da sé.

Sono estremamente preoccupata che il Pd, che si vuole presentare come Partito progressista di sinistra, rischi di perdere i suoi referenti laici. E, come componente di ReteDem, non posso che essere amareggiata dell’eventuale esclusione di colui che ne è il coordinatore nazionale».

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In occasione della presentazione del libro di Monica Cirinnà L’Italia che non c’era presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma, il presidente del Coni Giovanni Malagò si è espresso a lungo sul coming out di Rachele Bruni a Rio 2016 e ha sottolineato il grande messaggio di pace che lo sport ha saputo dare in riferimento al riavvicinamento delle due Coree per i prossimi giochi olimpici invernali.

Rispondendo alle domande di Enrico Varriale, volto noto di RaiSport sin dagli anni '90, Monica Cirinnà ha confermato ancora una volta il suo impegno nel proseguire la battaglia non solo per il matrimonio egualitario, ma anche per un mutamento culturale che possa consentire a tutti gli sportivi di poter vivere liberamente la propria identità.

A seguire, sono intervenute le associazioni presenti.

Il presidente di Gaycs Adriano Bartolucci Proietti ha confermato ufficialmente l’organizzazione dei prossimi Eurogames 2019 a Roma, la manifestazione sportiva gayfriendly che si tiene in tutta Europa dal 1992 ed è promossa dalla Eglsf (European Gay and Lesbian Sport Association), per la quale Gaycs aveva vinto il bando internazionale nel 2016. Gli Eurogames muovono circa 4000 atleti da tutta Europa e sono caratterizzati dalla apertura a chiunque, a prescindere dall’orientamento sessuale, voglia contribuire alla battaglia contro l’omofobia. Giovanni Malagò ha risposto assicurando il patrocinio e il pieno sostegno del Coni, ribadendo che il contrasto alle discriminazioni è una questione di cultura sportiva.

Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli e responsabile Sport Arcigay, è intervenuto ricordando l’impegno dell’associazione per la modifica dello Statuto del Coni in materia di omofobia, formulata nel 2012 e accolta nel 2016, e chiedendo un impegno concreto per le prossime Universiadi 2019 a Napoli (i giochi olimpici universitari), affinchè possano essere ricordate in contrapposizione ai giochi invernali di Sochi come i giochi dell’inclusione e dei diritti. Il presidente Malagò ha accolto la richiesta lasciando intendere che il commissario governativo che verrà nominato in queste ore per i giochi avrà certamente sensibilità su questo tema.

Rosario Coco, coordinatore del progetto europeo Outsport di Gaycs/Aics (Associazione Italiana Cultura Sport), è intervenuto riscontrando ampia disponibilità da parte degli interlocutori nella richiesta di sostegno alla prima ricerca europea sulle discriminazioni omo-transfobiche nel mondo sportivo condotta dalla German Sport University di Colonia nell’ambito dell’iniziativa a guida italiana finanziata dall’Unione Europea. Nel mese di marzo verrà presentato ufficialmente il survey in quattro diverse lingue dell’Unione europea, grazie al quale sarà possibile raccogliere anche in forma anonima l’esperienza di moltissimi atleti e atlete.

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Se ne parla poco ma i diritti delle persone Lgbti sono al centro del documento programmatico della neoformazione di sinistra Liberi e Uguali (LeU), votato il 17 dicembre all’assemblea nazionale di Brescia. Il testo si configura come un contributo al programma definitivo che sarà licenziato a breve.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Luca Trentini, storico attivista Lgbti e componente del coordinamento provinciale di LeU per l’area bresciana.

Luca, come si arrivati al documento votato il 17 dicembre scorso?

Il percorso per la definizione del programma di Liberi e Uguali è partito da un piccolo gruppo di lavoro costituito da me, Cathy La Torre, l'on. Daniele Farina, l'europarlamentare Elly Schlein, Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Michele Covolan, Raffaele Serra, Sara Prestianni, Elia De Caro e altri che hanno redatto il testo base su cui lavorare. Ci siamo poi ritrovati a Brescia domenica 17 Dicembre per la conferenza programmatica Diritti e Cittadinanze che ha approfondito i contenuti del programma in modo partecipato e ha scritto e votato il testo del documento programmatico Per una società dei diritti e dell'uguaglianza.

Quale l’approccio utilizzato per redigere il testo?

L'approccio che abbiamo voluto utilizzare parte dalla lettura della realtà. Dopo l'approvazione delle unioni civili, legge appena sufficiente ma pasticciata, le famiglie arcobaleno sono di fatto entrate per la prima volta nel diritto di famiglia. Non è quindi più necessario declinare i diritti civili come un capitolo separato o una richiesta specifica. Questi diritti vanno inseriti nel quadro più ampio di una riforma globale del diritto di famiglia italiano che vorremmo diventasse “diritto delle famiglie” a partire naturalmente dal fondamentale principio di uguaglianza. Tuttavia uguaglianza non significa omologazione. Dobbiamo essere uguali nei diritti e nelle possibilità, ma tutelando e riconoscendo le mille diversità e la pluralità delle identità come un bene e un arricchimento sociale. Infine abbiamo riaffermato l'importanza di uno stretto collegamento fra diritti civili e diritti sociali, da noi percepiti come i due polmoni in grado di ridare respiro a un Paese affannato.

Da un punto di vista contenustico quali sono i punti salienti?

Dal punto di vista dei contenuti il documento programmatico approvato a Brescia contiene la richiesta esplicita del matrimonio egualitario per le coppie di persone Lgbti e la riforma dell'adozione ordinaria che deve essere semplificata per tutte e tutti e aperta a single e a tutti i tipi di coppia. Sull'omogenitorialità proponiamo la riforma della legge 40 che permetta l'accesso alla pratica della procreazione assistita a tutte le donne, abolendo la discriminazione che oggi ne limita l'accesso alle solo donne in coppia eterosessuale. Il programma prevede il riconoscimento di entrambi i genitori all'atto di nascita del figlio per tutti i tipi di coppia e/o “l’adozione piena e legittimante” per i bambini che nascono o vivono in una famiglia con due genitori dello stesso sesso.

Per quel che riguarda i diritti delle persone trans, Liberi e Uguali sceglie la strada della depatologizzazione della condizione trans in virtù del principio di autodeterminazione, ma richiede anche la riforma della legge 164 dell’82 nell’ottica del superamento del passaggio giudiziario per la rettificazione dei dati anagrafici.

E sul fronte delle misure di contrasto all’omotransfobia?

Sotto il profilo dell'antidiscriminazione il nostro programma prevede l'estensione della legge Mancino contro gli atti di odio compiuti in virtù dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o rivolta a persone con diverse abilità. Parallelamente proponiamo progetti di educazione e sensibilizzazione a favore di ogni minoranza discriminata, che comprendano anche il superamento dello stigma delle persone che vivono con l’Hiv. Anche nel capitolo relativo alla scuola richiediamo interventi formativi sull'educazione affettiva, sessuale e delle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Anche per insegnanti, gli operatori sociosanitari e le famiglie proponiamo di inserire una formazione permanente che includa anche questi aspetti.

Una delle proposte concrete inserite nel programma è proprio la riforma dell'Unar (Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali) che vorremmo fosse trasformato in Autorità nazionale Antidiscriminazioni. Un’agenzia indipendente dalla politica con poteri effettivi, anche sanzionatori, che vigili sull'applicazione dei trattati anti discriminatori internazionali nel nostro paese potrebbe essere un efficace strumento di contrasto all'odio e di sviluppo di una cultura delle differenze.

Il documento bresciano ha influito sulla discussione della successiva Assemblea del 7 gennaio?

Abbiamo portato queste idee all'Assemblea programmatica di Roma del 7 Gennaio grazie a due bellissimi interventi di Gianmarco Capogna e Cathy la Torre. Nella relazione programmatica votata da tutte e tutti i 1500 delegati è stato inserito il passaggio sulle unioni civili così: L’uguaglianza nei diritti: L'uguaglianza non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili. Abbiamo la necessità di riformare nel suo complesso il diritto di famiglia, che deve essere declinato al plurale, parlando di “famiglie” e includendo anche quelle di fatto e ogni altra forma di legame familiare. Il matrimonio deve essere un istituto unico, accessibile a tutte e tutti con il pieno ed eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi, compresi quelli delle coppie Lgbti, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità. Sono necessari progetti formativi anche scolastici, efficaci sull’educazione affettiva, sessuale e alle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Dobbiamo introdurre misure efficaci dal punto di vista normativo per inasprire le pene e renderle efficaci per chi commette violenze con l’aggravante della discriminazione.

Il lavoro è stato molto partecipato e ha coinvolto centinaia di militanti. Il programma è stato votato all'unanimità e impegna tutte le candidate e i candidati. Credo che questi contenuti diano risposte concrete e prospettive utili alla comunità Lgbti, ma che segni un avanzamento per il Paese nel suo complesso perchè il progresso dei diritti è una questione che interessa tutte e tutti e ne migliora la vita. Valori come l'uguaglianza, l'autodeterminazione, la dignità, le differenze e hanno trovato spazio in un programma coraggioso e avanzato che coniuga in modo armonico i diritti sociali (lavoro, solidarietà, accoglienza, pensioni, salute, welfare), la tutela dei beni comuni (ambiente, sostenibilità, risorse, patrimonio artistico) con i diritti civili. La speranza è che molte elettrici ed elettori ci diano fiducia sulla base di questi contenuti.

Infine, ma Luca Trentini sarà candidato alle prossime elezioni?

Il mio nome è stato inserito nella rosa delle candidature proposte al tavolo nazionale e votato dall'assemblea di Liberi e Uguali della mia  circoscrizione elettorale. Vedremo se e dove si riterrà che il mio contributo possa essere utile.

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