La 62enne Christine Hallquist ha vinto la nomination democratica per la corsa a governatrice del Vermont, le cui elezioni avranno luogo a novembre. Si tratta della prima candidata transgender per un tale incarico.

Come ceo della Vermont Electric Cop, è stata nel 2015 la prima donna transgender a ricoprire il ruolo di amministratrice delegata.

Con la nomination Hallquist allunga il numero record di candidate e candidati Lgbti alle prossime elezioni governative. La maggior parte di loro appartiene al Partito Democratico e si attesta su posizioni più direttamente antitrumpiane che incentrate sui diritti civili.

Quella di Hallquist sarà una dura corsa elettorale: il candidato repubblicano Phil Scott (attuale governatore) è infatti più popolare tra i dem che tra i componenti di partito in uno Stato, fra l’altro, solidamente democratico.

Nel gennaio scorso un’altra donna transgender, Chelsea Elizabeth Manning (conosciuta come talpa del Datagate e condannata – ma poi graziata da Obama – per aver consegnato documenti governativi sensibili a WikiLeaks), aveva invece presentato la sua candidatura per un seggio al Senato nello Stato del Maryland. Ma in giugno ha ottenuto  appena il 5,7% dei voti, battuta dal 74enne Ben Cardin, che ha incassato l’80,5% delle preferenze.

C’è, invece, riuscita nel 2017 la giornalista Danica Roem, che, vincitrice delle primarie democratiche, è stata poi eletta, il 7 novembre, alla Camera dei delegati della Virginia.

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Si sono conosciuti 13 anni fa e da allora non si sono mai separati. Una storia d’amore, quella tra il regista Marco Simon Puccioni e il produttore cinematografico Giampietro Preziosa, suggellatasi, il 28 giugno 2017, con l’unione civile in Campidoglio.

Unione cui erano presenti anche i loro figli David e Denis. Dei due gemelli Marco e Giampietro sono diventati papà grazie alla gestazione per altri, cui sono ricorsi, otto anni fa, in California.

Un’esperienza, la loro, che hanno voluto raccontare nel documentario Prima di tutto, assegnatario di una menzione speciale ai Nastri d’Argento nel 2016. È in cantiere un altro lavoro che sarà dedicato a storie di surrogacy negli Usa.

A pochi giorni dalle dichiarazioni di Lorenzo Fontana alla Camera il regista romano ha deciso di narrare all’Agi qual è la vita di una famiglia arcobaleno. Non senza un attacco diretto al ministro leghista: «O è ignorante o fa finta di essere ignorante – questa la dura replica –. Mi sembra che Fontana abbia preso questa posizione solo per compiacere il suo elettorato. Evidentemente non sa che la trascrizione dei diritti di nascita di un bambino compete al potere giudiziario».

Marco Puccioni ha ribadito all’agenzia di stampa come sia del tutto «legittimo che uno Stato proibisca la pratica della gestazione per altri. Ma non può impedire ai cittadini di recarsi in altri Paesi e fare quello che vogliono per realizzare la loro vita. Quello che mi dispiace è che le sparate del ministro sono fonte di stress per gli stessi bambini. I nostri figli non sono affatto traumatizzati dalla mancanza della mamma: hanno frequentato la 3ª elementare e a scuola sono ben inseriti con i compagni e con il corpo docente».

Il regista è poi passato a parlare di David e Danis: «Sanno che due uomini non possono far nascere biologicamente un bambino ma lo possono far nascere con il loro amore, mettendo in moto un processo».

Marco e Giampietro si sono rivolti a un'agenzia californiana, che ha fatto loro conoscere Cynthia, la donna che ha portato avanti la gravidanza, e Amanda, che ha donato l'ovulo. «Non abbiamo incontrato nessuna donna povera né sfruttata, ma persone che si sentono arricchite dall'aiutare gli altri a realizzare il sogno della paternità». Sogno per la cui realizzazione hanno dovuto spendere circa 75mila euro tra il pagamento dell'agenzia, dei medici, degli avvocati e delle due donne.

Ma «Cynthia non considera quello che ha fatto un lavoro. Il denaro che è arrivato a lei non le cambia certo la vita. Ha una casa con la piscina, un marito e tre figli. È orgogliosa di quello che ha fatto per noi, lo racconta a tutti. Si è subito creato un feeling che l'ha convinta ad accettare il percorso. Con altri, invece, aveva rifiutato. Ci sentiamo spesso al telefono: è venuta in Italia nel 2010 per il battesimo dei gemelli celebrato alla Chiesa valdese di Roma e anche l'anno scorso per la nostra unione civile».

Puccioni è consapevole che nel mondo Lgbti non mancano voci contrarie alla gpa. «Anche noi avevamo dubbi sulla nostra scelta - racconta - perché va a toccare convinzioni ataviche, come quella che la mamma è sempre certa. Invece si affronta un percorso che scompone la maternità in più parti, tra la donatrice, la gestante e chi cresce il bambino».

Essendo lui il padre biologico, al momento è l'unico genitore riconosciuto in Italia. Giampietro, soggiunge, «soffre questo stress da minoranza. Se il bambino si ricovera in ospedale o deve subire un'operazione devo firmare io, lui non può fare nulla senza la mia delega».

Alla domanda finale sui ruoli da rispettare in una famiglia arcobaleno questa la risposta: «Ognuno si comporta secondo le proprie inclinazioni. Giampietro è più portato per la cucina e la casa ma è più severo di me: pretende il rispetto delle regole di comportamento. Io mi occupo dell'istruzione dei ragazzi, della loro educazione. Ma sono meno severo e più accogliente».

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È morto il 22 luglio, all’età di 96 anni, in una casa di cura a Helena (Montana) – dove risiedeva col fratello sacerdote Jack – Raymond Gerhardt Hunthausen, arcivescovo emerito di Seattle, il cui esplicito sostegno al disarmo nucleare, ai diritti delle persone Lgbti e a un maggior connvolgimento delle donne nel ministero ecclesiale lo hanno reso uno dei presuli statunitensi più controversi.

«Era uno - ha dichiarato lunedì il nipote Denny Hunthausen al Seattle Times –, grazie al cui esempio molte persone hanno visto che c'era un posto per loro nella chiesa».

Nato ad Anaconda il 21 agosto 1921 e ordinato presbitero il 1° giugno 1946, Hunthausen fu nominato, l’8 luglio 1962, da Giovanni XXIII vescovo di Helena. In tale veste partecipò a tutte e quattro le sessioni del Concilio Vaticano II.

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L'allora vescovo di Helena Raymond Hunthusen a Roma durante il Vaticano II (3° da sinistra)

Nel 1975 Paolo VI lo promosse arcivescovo metropolita di Seattle, sede che guidò fino al 1991 quando Giovanni Paolo II ne accettò le dimissioni cinque anni prima del limite canonico prescritto.

Ma qui Hunthausen assunse tali prese di posizioni da finire nel mirino dei tradizionalisti, che lo accusarono di deviare dalla dottrina cattolica. A essere soprattutto criticate l’ammissione di fedeli divorziati e risposati ai Sacramenti, l’imponente celebrazione nella cattedrale di San Giacomo per i partecipanti di un meeting Lgbti e le sue dichiarazioni a favore degli stessi, il permesso di sterilizzazioni contraccettive negli ospedali cattolici dell’arcidiocesi.

Ciò mise in allarme Giovanni Paolo II che, nel 1983, affidò a Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’istruzione di un’indagine e nominò visitatore apostolico l’allora arcivescovo di Washington James Aloysius HickeyA conclusione della visita apostolica Hunthausen indirizzò una lettera a Ratzinger in cui riaffermava la sua fedeltà al magistero e al Papa

In ogni caso Giovanni Paolo II, il 30 novembre 1985, decise di affiancargli Donald William Wuerl (attualmente cardinale arcivescovo di Washington) come ausiliare con facoltà straordinarie.

Ma la mancanza di chiarezza nelle comunicazioni ufficiali rese la situazione così insostenibile da spingere lo stesso Wojtyla, meno di due anni dopo, a promuovere Wuerl vescovo di Pittsburgh e a nominare, il 26 maggio 1987, coadiutore di Hunthausen, cum iure successionis, Thomas Joseph Murphy.

Per una piena valutazione di questo periodo di tensioni col Vaticano non vanno dimenticate le proteste condotte nel 1982 dall’arcivescovo di Seattle contro lo stoccaggio delle armi nucleari e il programma di missili Trident che aveva una base a Puget Sound. Per questo motivo Hunthausen trattenne metà della sua imposta sul reddito invitando i fedeli a fare lo stesso. Celebri le sue parole: Trident è l'Auschwitz di Puget Sound.

Sotto la guida di Hunthausen Seattle divenne, a partire dal 1988, una delle prime diocesi statunitensi ad attuare serie misure per contrastare gli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti e a versare somme ingenti a favore delle vittime. Precedentemente il presule aveva invece adottato l’allora linea comune con la politica del trasferimento d’ufficio di presbiteri gravati di tali accuse.

Ma Hunthausen ha ammesso ripetutamente tali errori. Cosa che ha spinto le associazioni e i legali delle vittime di abusi sessuali ad affermare che, pur avendo potuto l'arcivescovo fare di più al riguardo, si è comunque distinto rispetto ai suoi predecessori o ad altri presuli in ​​tutto il Paese.

Hunthausen lascia soprattutto il ricordo di un vescovo vicino ai poveri e ai bisognosi. Basti ricordare la fondazione da lui istituita  presso la cattedrale di San Giacomo a Seattle a favore dei lavoratori indigenti e dei senzatetto

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Da oggi il Delaware è il 15° Stato Usa (oltre alla capitale Washington) a bandire le terapie di conversione di minori omosessuali. Nel solo 2018 ad adottare tali misure normative sono stati Washington, Maryland, Hawaii e New Hampshire.

Il provvedimento (SB 65) stato firmato dal governatore democratico John Carney.

Un risultato al cui raggiungimento hanno fattivamente contribuito il senatore Harris B. McDowell e Human Rights Campaign (Hrc), che si batte da sempre per la messa al bando delle terapie di riorientamento sessuale.

«La cosiddetta terapia di conversione è pericolosa, crudele e rifiutata in modo uniforme da tutte le principali organizzazioni per la salute mentale e l'assistenza ai bambini – ha dichiarato Sarah McBride, nativa del Delaware e addetta stampa di Hrc –. La firma odierna è un fondamentale passo in avanti nella battaglia a garanzia di un Delaware quale Stato sicuro e tutelante di tutti i giovani Lgbtq».

Per Mark Purpura, componente del consiglio d’amministrazione di Equality Delaware, questa legge «manda l’importante messaggio che l'orientamento sessuale o l'identità di genere di un minore non può né deve essere cambiato e che gli sforzi per provare a farlo in nome della terapia non hanno posto nel nostro Stato».

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Cvs, la seconda catena statunitense di farmacie dopo Walgreens Boots Alliance, si è pubblicamente scusata con Hilde Hall, una donna transgender di Phoenix (Arizona), che si era vista negare la terapia ormonale prescritta da parte di un farmacista.

L'azienda ha dichiarato che il farmacista non è più un suo dipendente, aggiungendo che la sua è una storia di supporto ai diritti delle persone Lgbti.

Le scuse sono arrivane dopo che Hilde Hall aveva denunciato l’accaduto sul sito web dell'American Civil Liberties Union.

Hilde ha raccontato che in aprile si era recata nel negozio della Cvs a Fountain Hills (sobborgo di Phoenix) e il farmacista si era rifiutato, davanti ad altri clienti, di spedire la ricetta e, successivamente, di trasferire la prescrizione del medico a un altro punto vendita.

Dopo essersi lamentata varie volte con uno degli uffici aziendali della Cvs, ha deciso di optare per la denuncia online. Hilde Hall ha anche auspicato che l’azienda renda maggiormente pubbliche le sue politiche di non discriminazione.

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Nel 49° anniversario dei Moti di Stonewall e in occasione della partita della Pride Night con l'Fc Dallas Collin Martin, centrocampista del Minnesota United, ha annunciato di essere gay. È così, di fatto, l’unico atleta ad aver pubblicamente rivelato la propria omosessualità tra quelli ancora in attività nelle principali leghe sportive professioniali.

Robbie Rogers aveva fatto coming out nel 2013 quando giocava nel Los Angeles Galaxy ma si è ritirato a novembre scorso. Anche il cestista della Nba Jason Paul Collins e il giocatore di football della Nfl Michael Alan Sam, Jr avevano rispettivamente dichiarato la loro omosessualità nel 2013 e 2014 per poi ritirarsi poco dopo.

Martin, che ha giocato sei campionati (compresi i quattro con la Dc United), ha dichiarato su Twitter come già da alcuni anni avesse comunicato il proprio orientamento sessuale a familiari, amici e compagni di squadra.

«Oggi – ha aggiunto – sono orgoglioso che l’intero team e i dirigenti del Minnesota United mi conosca come gay. Ho ricevuto solo attestati di gentilezza e accoglienza da parte di tutti nella Major League Soccer».

Ha voluto poi rivolgere  parole d’incoraggiamento a quanto giocano a livello professionale o dilettantistico perché abbiano «la sicurezza che lo sport darà loro il benvenuto con tutto il cuore». Ha infine aggiunto: «Giugno è il mese del Pride e io sono orgoglioso di giocare per la Pride Night e di giocare come uomo gay».

Cyd Zeigler, co-fondatore di Lgbt Outsports.com, ha confermato che Martin è l'unico atleta maschile professionale tra quelli in attività ad aver fatto coming out.

 

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Il 24 giugno centinaia di migliaia di persone hanno percorso la 5th Avenue in occasione del 49° Pride di New York.

Partita dalla 16th Street e terminata alla 29th al Greenwich Village nel cuore di Manhattan, la marcia dell’orgoglio Lgbti è stata accompagnata dall’interesse di milioni di spettatori lungo il percorso.

A un anno dal 50° anniversario dei Moti, che ebbero luogo proprio a Greenwich nel bar Stonewall Inn e diedero inizio al movimento di liberazione Lgbti, la parata del 2018  ha puntato sullo slogan Defiantly Different.

A darne il via le parole del governatore di New York Andrew Cuomo. Sulle note di Born this way di Lady Gaga (presente anche lei al Pride) si è quindi mosso il corteo, guidato dalla leggenda del tennis Billie Jean King e dall'avvocato transgender Tyler Ford.

Presente anche l'attrice Cynthia Nixon, che affronterà Cuomo alle primarie del 13 settembre per la candidatura alle elezioni governative.

«Direi che il nostro coming out non è mai stato più importante di adesso – ha dichiarato la nota protagonista di Sex & the City –. Sia che siamo lesbiche o gay o transgender o musulmane o messicane o qualsiasi altra categoria, siamo alleate unite dalla nostra alterità».

Mai come quest’anno il Pride di New York si è caricato d’un chiaro significato politico. Un messaggio inequivocabile a Donald Trump, che ha varato nuove disposizioni per la messa al bando delle persone transgender dalle forze armate, e al vicepresidente Michael Pence, sostenitore delle terapie di conversione.

E in tanti hanno anche puntato il dito contro le politiche presidenziali in materia d’immigrazione. Non puoi ingabbiarci tutti: queste le parole gridate dai partecipanti con riferimento alle recenti immagini shock dei bimbi messicani in gabbia dopo essere stati strappati alle loro famiglie.

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Alle 02:02 (ora locale) del 12 giugno 2016 Omar Seddique Mateen apriva il fuoco nel nightclub Pulse d’Orlando causando la morte di 49 persone. Poche ore dopo lo stesso attentatore avrebbe perso la vita a seguito d’un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

Nel secondo anniversario della peggiore sparatoria – prima di quella del 1° ottobre 2017 a Las Vegas (con 58 vittime) – nella storia moderna degli Usa e del più grave attacco alla collettività Lgbti in quella transnazionale sono stati organizzati nella città, che è capoluogo della contea d’Orange, una serie di eventi commemorativi.

A dare il via, ieri sera, alle celebrazioni l’incontro-dibattito coi genitori di Matthew Shepard, lo studente universitario torturato selvaggiamente, il 7 ottobre 1998, da due uomini per il fatto d’essere omosessuale e morto il 12 ottobre, dopo cinque giorni d’agonia, a Fort Collins. In un parco vicino al Pulse si è invece tenuta la corsa arcobaleno e, successivamente, è stato proiettato un documentario con interviste ai sopravvissuti della strage.

Oggi, invece, le campane del tempio centrale metodista suoneranno a mezzogiorno 49 volte mentre alle 19:00 avrà luogo, presso il memoriale provvisorio all’esterno del Pulse, la cerimonia ufficiale alla presenza del sindaco d’Orlando Buddy Dyer e della presidente del Consiglio di Contea Teresa Jacobs. Sempre in giornata saranno appesi davanti al municipio 49 nastri e si terrà presso il Centro storico della Contea d’Orange una mostra sulla tragedia.

Un fitto programma d’eventi, dunque, in vista del quale alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime hanno pensato di citare in giudizio il dipartimento di polizia di Orlando e i proprietari del nightclub, rispettivamente accusati di non aver fatto il possibile per contenere la strage e di non aver dotato la discoteca di adeguate misure di sicurezza.

Venerdì scorso Barbara e Rosario Poma, proprietari del Pulse, hanno preferito non commentare l’accaduto invitando, invece, «tutti a mantenere l'attenzione sul ricordo delle vittime mentre ci prepariamo per questa settimana della memoria».

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Quella di Boston è la più antica tra le maratone annuali nel mondo. Disputata la prima volta nel 1897, è stata riservata fino al 1972 a partecipanti di sesso maschile.

Ma dopo l’apertura alle donne la storica maratona bostoniana ha segnato quest’anno un ulteriore passo in avanti. I funzionari di gara hanno ufficialmente permesso alle persone transgender di poter competere nelle categorie maschile o femminile secondo il genere con cui si identificano.

«Prendiamo le persone in parola e registriamo le persone come si specificano - ha detto Tom Grilk, presidente dell’ente organizzatore, la Boston Athletic Association –. I membri della comunità Lgbt hanno avuto molto da affrontare nel corso degli anni e preferiremmo non aggiungere anche questo peso».

Almeno cinque donne apertamente transgender risultano iscritte per correre, il 16 aprile, attraverso Boston e la sua periferia i 42,195 km di rito. In passato alcune persone transgender si erano semplicemente registrate e avevano corso. «Ma molte altre avevano troppa paura di provare» ha detto Amelia Gapin, una donna transgender di Jersey City, che è iscritta alla gara di quest'anno.

L’esempio bostoniano sta facendo scuola. Gli organizzatori delle maratone di Chicago, New York City, Londra e Los Angeles hanno tutti dichiarato che la registrazione avverrà sulla base del genere indicato durante le iscrizioni. «Vogliamo essere inclusivi e sensibili nei riguardi di tutti i soggetti partecipanti», ha affermato Carey Pinkowski, direttore esecutivo della Maratona di Chicago. E per far ciò, ha aggiunto, «non riteniamo di dover richiedere certificazioni legali o mediche o qualcosa del genere».

Ma resta una questione spinosa. Quella legata, cioè, al dibattito relativo alle gare olimpiche che, negli ultimi anni, si è concentrato sulle donne transgender, richiedenti interventi chirurgici o farmaci per abbassare i livelli di testosterone. Nel 2016 i funzionari olimpici hanno emesso nuove regole sulla base delle quali le donne trans possono competere se i loro livelli di testosterone rimangono al di sotto di un certo limite. Regole che sono generalmente seguite nelle competizioni d’élite.

Ora quella di Boston è sì una maratona per dilettanti ma rigidamente basata sul rispetto rigoroso dei tempi di qualificazione in base all'età e al sesso. Sui social alcuni commentatori hanno affermato che le donne transgender hanno un vantaggio fisico ingiusto rispetto alle altre. Al riguardo Stevie Romer, una donna transgender di Woodstock afferma di essersi iscritta a Boston come donna perché è quello che è sebbene non abbia fatto nulla per abbassare i suoi livelli di testosterone. «Amo correre - ha detto - da quando ho memoria, ma sono transgender».

D’altra parte esperti medici sostengono che non ci sono prove di un vantaggio atletico per le donne trans che non abbassano i livelli di testosterone. «Questo è un equivoco e un mito - ha detto il dottor Alex Keuroghlian, direttore dei programmi di istruzione e formazione presso il Fenway Institute, un centro di salute e difesa della comunità Lgbt di Boston -. Piuttosto, le donne trans che assumono farmaci per abbassare i loro livelli di testosterone spesso affrontano effetti collaterali come disidratazione, lentezza e resistenza ridotta».

Amelia Gapin ha detto che ha dovuto superare importanti battute d'arresto durante la sua transizione: mentre prendeva i bloccanti per il testosterone, il suo ritmo diminuiva di più di un minuto al miglio. Poi ha subito un intervento chirurgico e ha dovuto attendere mesi dall'allenamento per riprendersi. Amelia ha lavorato per tre anni come donna apertamente transgender prima di qualificarsi per Boston. Anche se sa che a qualcuno potrebbe non piacere, ha intenzione di correre la gara questo mese. «Voglio solo correre per divertimento - ha detto -. In realtà correre è una sorta di giro di fortuna per quello che ho realizzato».

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Ieri sera il presidente Donald Trump ha emesso un ordine che bandisce le persone transgender dal far parte dell'esercito americano eccetto che per «circostanze limitate». A comunicarlo una nota della Casa Bianca, in cui si sottolinea come il mantenimento di soldati richiedenti trattamenti medici sostanziali «presenti un rischio considerevole per l'efficacia militare».

Con un tweet del luglio 2017 Trump aveva colto di sorpresa i vertici del Pentagono dichiarando di voler revocare la decisione presa dal suo predecessore Barack Obama per consentire l'arruolamento di persone transgender tra i militari. Un annuncio verso il quale quattro tribunali federali si espressero subito in maniera contraria. All’epoca la risposta del Pentagono fu di mantenere tra le file dell'esercito coloro già in servizio e consentire l'arruolamento a partire dal 1° gennaio.

L’ordinanza trumpiana è stata così commentata dalla portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders: «Ciò permetterà di applicare ugualmente standard consolidati di salute mentale e fisica - compresi quelli attinenti all'uso di farmaci - a tutti gli individui desiderosi di arruolarsi e combattere per la migliore forza militare che il mondo abbia mai visto».

Ma le reazioni non si sono fatte attendere. A partire da quella del Procuratore generale della California Xavier Becerra, il ha detto che il suo Stato continuerà la battaglia legale contro il divieto. «La California – ha affermato –  prenderà tutte le misure disponibili per prevenire l'azione discriminatoria del presidente Trump danneggiante o emarginante militari transgender in servizio o qualsiasi persona transgender americana che desidera difendere coraggiosamente la nostra nazione».

Durissima Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, che in un tweet ha scritto: «Questo divieto odioso è costruito appositamente per umiliare le coraggiose persone transgender dell'esercito che servono con onore e dignità».

La Human Rights Campaign ha accusato l'amministrazione Trump-Pence di alimentare gravi pregiudizi con un «divieto discriminatorio, incostituzionale e spregevole nei riguardi di militari transgender».

In ogni caso, come già preannunciato in febbraio dal maggiore David Eastburn, portavoce del Pentagono, l’ordinanza trumpiana non avrebbe alcun effetto pratico immediato sull'esercito perché il Pentagono è obbligato a continuare a reclutare e mantenere in servizio persone transgender in conformità con la legge vigente.

C’è anche da aggiungere che, secondo le linee guida del Pentagono presentate a dicembre, i requisiti richiesti a persone transgender ne rendono di fatto difficile l’arruolamento. Tali reclute potrebbero essere arruolate solo se un medico avrà certificato loro d’essere clinicamente stabili nel sesso d’elezione da almeno 18 mesi, di essere estranee a stati depressivi o psichici tali da compromettere significativamente un loro apporto in settori sociali, professionali o di altro tipo. Le persone transgender sotto terapia ormonale devono invece risultare stabilmente tali da almeno 18 mesi.

Contro tali requisiti hanno reagito attivisti per i diritti Lgbti ma è pur vero che essi rispecchiano le condizioni stabilite dall'amministrazione Obama nel 2016 quando, cioè, il Pentagono ha inizialmente revocato il divieto a militari transgender che prestano apertamente servizio apertamente nell'esercito.

 

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