Pochi ma accurati e ponderati, in piena linea col suo profilo, i post che Giulio Maria Terzi di Sant’Agata pubblica sulla propria pagina Facebook.

Il noto diplomatico bergamasco, già ministro degli Esteri durante il governo Monti (ma dimessosi il 26 marzo 2013 a seguito del rinvio in India dei due marò Latorre e Girotti disposto da palazzo Chigi), è stato componente del direttivo di Fratelli d’Italia dal 2014 al 2017. Anno, quest’ultimo, in cui ha annunciato la sua iscrizione al Partito Radicale Transnazionale e all'associazione Nessuno tocchi Caino contro la pena di morte.

Pubblicato nella tardo pomeriggio d’ieri l’ultimo post di Terzi di Sant’Agata è stato dedicato alle persone Lgbti, che sono crescentemente vessate in più parti del mondo.

Col titolo Diritti negati: quando l’ignoranza pone a rischio la vita l’analisi dell’ex ministro della Farnesina è soprattutto incentrata sulla Tanzania ma non evita, pur se la relativa situazione è considerata meno drastica, di accennare all’Eurasia, dove «gli autocrati russi (ceceni in particolare) e cinesi non sono certo teneri verso questo genere di diversità/identità», mentre in Indonesia «prosegue da mesi la 'caccia ai gay'». 

Terzi parla anche di Brasile e, infine, di Usa – dove, fra l’altro, è stato ambasciatore dal 2009 al 2011 – «Paese da sempre all'avanguardia, in cui si registrano purtroppo arretramenti significativi su queste tematiche».

Quindi l’interessante chiusa: «Laddove arretra il rispetto dei diritti essenziali dell'individuo, arretra la democrazia liberale: e se arretra la democrazia liberale, abbiamo tutti da perderci… i diritti violati, domani, potrebbero essere i nostri! #stopviolenza #dirittiumani».

Eccone il testo integrale:

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«Ho lanciato un comitato esplorativo presidenziale, perché siamo in un momento in cui è necessario osare ed è tempo di concentrarsi sul futuro. Siete pronti a dire addio alle politiche del passato?».

Con questo tweet, lanciato ieri, il 37enne Pete Buttigieg, sindaco di South Bend (città di circa 100 mila abitanti in Indiana), ha annunciato l’intenzione di volersi candidare alle presidenziali Usa nel 2020. Se eletto, sarebbe il primo presidente statunitense dichiaratamente gay.

In chiara polemica con lo slogan della vittoria elettorale di Trump, Make America great again, Buttieg ha dichiarato in un video: «Non esiste dire 'di nuovo' nel mondo reale. Non possiamo cercare la grandezza del passato: ora il nostra Paese ha bisogno di un nuovo inizio». Ha quindi aggiunto: «C'è una nuova generazioni di voci che emergono nel nostro Paese, che si allontanano dalla politica del passato e sono pronte a rispondere concretamente alle nostre priorità». 

Eletto sindaco di South Bend nel 2011 a 29 anni, Buttieg fu riconfermato nel 2015 con l'80% dei voti dopo aver fatto coming out su un quotidiano. Il 16 giugno dello scorso anno si è sposato, presso la cattedrale episcopaliana di St. James, col proprio compagno Chasten Glezman.

Ex riservista della Marina, reduce della guerra in Afghanistan e decorato al valore militare per l’impegno nella lotta al terrorismo, Buttieg ha tentato lo scorso anno, ma senza successo, di diventare presidente del comitato nazionale democratico.

Ora entra - primo rappresentante della generazione di trentenni democratici, che si sono imposti nelle recenti elezioni di Midterm - nell'affollato agone delle primarie dem dopo le senatrici Elizabeth Warren, Kirsten Gillibrand, Kamala Harris e l'ex sindaco di San Antonio Julián Castro. 

L'annuncio della crazione del comitato esplorativo da parte di Buttigieg è stato salutato "come un momento storico" da parte dell’importante organizzazione politica Lgbti Victory Fund.

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha oggi deciso a favore della temporanea legittimità delle restrizioni imposte dall'amministrazione Trump alle persone transgender all'interno delle forze armate. Persone che, secondo le stime, sono circa 15.000.

A votare in tal senso i cinque giudici conservatori a differenza dei quattro di estrazione liberal, che si sono invece espressi a favore dello stop della recente normativa.

Le nuove regole varate dalla Casa Bianca, bloccate da una serie di ricorsi nei tribunali inferiori, possono ora entrare in vigore mentre prosegue la battaglia legale in appello. In precedenza alcuni giudici federali avevano bloccato la normativa trumpiana ravvisando in essa profili di incostituzionalità. 

«Pur trattandosi solo di una decisione procedurale, essa potrebbe segnalare - come giustamente rilevato da Claudio Selvaggio - che la maggioranza conservatrice della Corte, sensibile ai poteri e alle prerogative presidenziali, sta mostrando i muscoli. E dimostrare che il ricorso al sistema giudiziario per bloccare i provvedimenti più controversi di Trump funziona solo se poi alla Corte Suprema c'è una maggioranza che conferma gli appelli». 

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Martedì 15 gennaio l’Assemblea e il Senato dello Stato di New York hanno votato a larghissima maggioranza (rispettivamente 100 sì, 40 no; 42 sì, 19 no) la messa al bando delle terapie di conversione di minori omosessuali. Esercitata da terapeuti e professionisti, ma anche da guide spirituali e da ministri di culto, la pratica è diffusa negli ambienti religiosi statunitensi più conservatori.

New York diventa così il 15° Stato Usa (oltre alla capitale Washington) a rendere illegale la conversion therapy. Nel solo 2018 ad adottare tale misura normativa erano stati Washington, Maryland, Hawaii, New Hampshire, Delaware.

La legge sarà presto firmata dal governatore Andrew Cuomo, che ha dichiarato: «La cosiddetta terapia di conversione Lgbtq è una pratica fraudolenta che ha arrecato danni a troppi giovani: New York è stata in prima linea nel proteggere i diritti Lgbtq per decenni e quando i repubblicani al Senato hanno rifiutato di vietare la terapia di conversione, abbiamo agito per impedirne la copertura da parte della compagnie di assicurazione.

Con l’odierna approvazione di questa legge, New York sta inviando un chiaro messaggio secondo cui nessuno dovrebbe essere torturato per ciò che è. Il mio plauso al legislatore per aver messo definitivamente al bando la terapia di conversione e protetto i giovani Lgbtq».

Sempre il 15 gennaio il Parlamento newyorkese ha infine approvato il Gender Expression Non-Discrimination Act (Genda), che accorda particolari tutele alle persone transgender in ambito lavorativo e assistenziale riconoscendo loro lo status di classe protetta.

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È dal 7 maggio 2018 che il Dipartimento di Stato Usa non fornisce risposte a ispettori delle Nazioni Unite su eventuali violazioni dei diritti umani nel Paese. A cadere così nel vuoto ben 13 richieste avanzate da esperti che, facenti parte della rete Onu, monitorano situazioni legate a povertà, immigrazione, libertà di espressione, giustizia sociale, discriminazioni.

Gli unici due ispettori a essersi recati nell'ultimo biennio negli Usa (già, dunque, durante la presidenza Trump iniziata a gennaio 2017) lo hanno però fatto sulla base di un invito precedentemente avanzato dall’amministrazione Obama. Durante il proprio mandato l'ex presidente accolse gli esperti in 16 diverse occasioni.

Da quando invece Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, non è stato formulato alcun invito agli ispettori Onu per verificare personalmente, all'interno dei confini statunitensi, l'esistenza di eventuali situazioni da monitorare.

Negli ultimi mesi, con il tema dell'immigrazione sotto i riflettori, gli Stati Uniti hanno evitato di rispondere a una serie di sollecitazioni relative, in particolare, alla separazione di famiglie di migranti al confine meridionale. Inevase anche le richieste valutative sulle minacce a Danni Askini, nota attivista transgender di Seattle. Stessa sorte per il fascicolo che ipotizza pregiudizi anti-gay nella sentenza di condanna a morte di Charles Rhines in South Dakota. 

Jamil Dakwar, direttore del programma dei diritti umani nell'ambito dell'American Civil Liberties Union, ha dichiarato: «Stanno mandando un messaggio estremamente pericoloso agli altri Paesi: se non cooperate con l'Onu, gli esperti semplicemente se ne andranno. È un duro colpo per il sistema creato dopo la seconda guerra mondiale, per garantire che le violazioni dei diritti umani, nell'ambito di uno stato, non vengano più considerate come una semplice questione interna».

Sollecitato da The Guardian, il Dipartimento di Stato Usa non ha fornito alcuna spiegazione. Un portavoce si è limitato ad affermare che gli Stati Uniti rimangono «profondamente impegnati per la promozione e la difesa dei diritti umani nel mondo» senza alcun riferimento alla situazione interna.

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Il Dipartimento di Stato Usa ha invitato i cittadini statunitensi, che decidono di recarsi in viaggio in Tanzania, a "esercitare una più ampia cautela" a causa dei rischi legati alla criminalità, al terrorismo, agli atti discriminatori nei confronti delle persone Lgbti.

In una nota, diffusa il 26 dicembre, l’Ufficio Affari Consolari ha messo particolarmente in guardia contro il rischio di aggressione, rapimento, violenza sessuale, sequestro di auto nel Paese dell'Africa Sud-orientale.

Sollevando timori sull’inadeguatezza delle forze di polizia locali a prevenire e contrastare atti terroristici, il bureau ha avvertito che tali attacchi potrebbero colpire "ambasciate, stazioni di polizia, moschee e altri luoghi frequentati dagli occidentali".

Nella notta viene inoltre ricordato, con riferimento alla campagna lanciata il 28 ottobre da Paul Makonda, governatore di Dar es Salaam, e ai fatti di Zanzibar del 3 novembre, come «componenti della comunità Lgbti siano stati arrestati, bersagliati, molestati e /o accusati di reati non collegati. Le persone arrestate, perché sospettate di rapporti omosessuali, potrebbero essere sottoposte a esami anali forzati».

Motivo per cui l’Ufficio Affari Consolari suggerisce, fra l’altro, a «non lasciare cibo o bevande incustodite», a essere attenti «in tutte le località, specialmente quelle frequentate dagli occidentali», a evitare «pubbliche manifestazioni di affetto, in particolare tra coppie di persone dello stesso sesso».

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Quarant’anni fa veniva assassinato Harvey Milk, consigliere comunale della città di San Francisco, freddato nello stesso municipio in cui era supervisor da Dan White, ex consigliere comunale (apertamente contrario all’emancipazione della comunità Lgbti), che uccise anche il sindaco George Moscone

White fu riconosciuto colpevole di omicidio volontario con l'attenuante della seminfermità mentale e fu condannato a sette anni e otto mesi di prigione. Sentenza da più parti ritenuta troppo lieve e motivata dall'omofobia.

La centralità della figura di Milk nel panorama dell’evoluzione culturale e civile della nostra società, risiede nel fatto che egli è stato il primo componente delle istituzioni statunitensi apertamente gay. Consapevole dei rischi a cui andava incontro – poavendo ricevuto numerose minacce di morte –,m decise di perseverare nella propria lotta politica e culturale per i diritti delle persone omosessuali. 

La sua figura di vero e proprio “martire” dei diritti Lgbti è stat riconosciuta anche da Barak Obama che, nel 2009, ha insignito la sua memoria della massima decorazione degli Stati Uniti, cioè la Presidential Medal of Freedom, per l’enorme apporto alla lotta per i diritti e la libertà della comunità LGBT. 

Laura Pesce, Presidente di Pianeta Milk, circolo Arcigay di Verona, a proposito della centralità della figura del personaggio a cui hanno dedicato il proprio circolo, ha rilasciato a Gaynews la seguente dichiarazione: «Abbiamo voluto intitolare il circolo Arcigay di Verona ad Harvey Milk per tenere vivo il ricordo di questa figura fondamentale per le rivendicazioni del movimento Glbtq+ mondiale. Quando i e le giovani (e anche meno giovani) si avvicinano alla nostra associazione spesso non sanno chi sia stato Milk e nel raccontare la sua storia ed il suo coraggio teniamo sempre viva la sua memoria.

Nel 2015, in occasione del Verona Pride siamo stati onorat* dalla presenza di Stuart Milk (all'epoca consigliere di Obama per le politiche LGBTI ed ambasciatore nel mondo della Harvey Milk Foundation): Stuart ha voluto sfilare con noi nelle strade veronesi portando la testimonianza della forza delle scelte dello zio Harvey e rinforzando il legame tra il nostro circolo Arcigay Pianeta Milk e la Fondazione che rappresenta».

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L'amministrazione Trump ha esortato la Corte Suprema degli Stati Uniti a pronunciarsi sulla messa al bando delle persone transgender dalle forze armate, chiedendo ai giudici di agire ancora prima che la questione passi il vaglio dei tribunali di grado inferiore.

Il presidente aveva sorpreso lo stesso Pentagono quando, nel luglio 2017, aveva lanciato una serie di tweet contro la possibilità che persone trans possano servire, a qualsiasi titolo, nell'esercito statunitense. Sei mesi dopo, il segretario alla Difesa James Mattis aveva proposto una revisione della normativa che avrebbe consentito alle persone transgender di servire, ma solo se avessero accettato di farlo "secondo il loro sesso biologico". La direttiva di Mattis fu immediatamente contestata e fermata da quattro corti federali.

Poi, il 23 marzo, un ordine che bandisce le persone transgender dal far parte dell'esercito eccetto che per «circostanze limitate». 

Adesso le pressioni di Trump sui magistrati della First Street perché esaminino quanto prima tre casi specifici, sui quali non si sono ancora pronunciate le Corti d'appello federali, e decidano nell’attuale sessione, che termina a giugno A chiederlo l'avvocato dello Stato Noel Francisco

Si tratterebbe però di una forzatura dei tempi, dato che la Corte Suprema normalmente aspetta che le questioni siano prima esaminate in tutti i gradi di giudizio.

Trump vuole raccogliere i risultati delle nomine di Neil Gorsuch (7 aprile 2017) e Brett Kavanaugh (6 ottobre 2018), che hanno spostato a destra l'equilibrio della Corte. Ma intanto ha già dovuto incassare un rimprovero del presidente dell'alto tribunale John G. Roberts.

Nei giorni scorsi il supremo giudice, che, nominato nel 2005 da George W. Bush, è di orientamento conservatore, ha pubblicamente ricordato a Trump il principio dell'indipendenza della magistratura dopo che questi aveva criticato una sentenza contro il bando al diritto d'asilo per i migranti entrati illegalmente negli Usa

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Chi ha vinto e chi ha perso le elezioni di midterm negli Usa?

È incontrovertibile il successo del Partito Democratico alla Camera dei Rappresentanti con un margine molto forte (senza dimenticare, inoltre, che le schede dovranno essere riconteggiate in Florida e dovrà terminare lo spoglio in Arizona così da poter arrivare a ben 35 seggi rispetto ai 30 sicuri di maggioranza) e per di più con una serie di esponenti dell’ala radicale, femminista, Lgbti, antirazzista e socialista (che negli Usa è bestemmia politica) come mai era successo prima. Altro che semplice increspatura blu, come aveva liquidato, in un primo tempo, i risultati degli avversari Donald Trump.

Anche il voto al Senato è significativo, perché i dem hanno preso 10 milioni di voti in più rispetto ai repubblicani anche se ciò non si è tradotto in un numero più ampio di seggi sulla base della ripartizione degli stessi che ha favorito l’area repubblicana.

C’era chi sperava in un colpo mortale al presidente Trump. Tutti noi lo speravamo. Ma è sbagliato pensare che le ragioni per cui Trump ha vinto le elezioni presidenziali, due anni fa, siano improvvisamente venute meno.

Nel mondo occidentale c’è un ciclo sovranista e populista che è arrivato al suo apice e che preme per ulteriori successi. Si pensi, ad esempio, alle prossime elezioni europee, alle quali il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) e quanti a esso s’ispirano (come Austria e nazionalisti nostrani) vorrebbero vincere su larga scala: vincere per governare un’Europa delle singole nazioni, chiudere tutti i confini, stringere così in una morsa autoritaria e bigotta Paesi laici e di lunga tradizione democratica come quelli dell’Occidente europeo.

Io sono tra coloro che gioiscono per la vittoria degli anti-Trump negli Usa. Intanto perché alla Camera (che gestisce i cordoni della borsa del bilancio Usa e può decidere la messa in stato d’accusa del presidente in carica) non passerà più uno spillo che non sia concordato con la nuova maggioranza. Maggioranza – ed è qui è la novità vera – composta da un mosaico di persone tra le più diverse, a partire dalla 29enne lesbica nativa Sharice Davidson per finire al senatore Zach Walhs, figlio di due donne dello Iowa.

Conosciamo tutti la polemica persino sul termine omogenitorialità, sui figli delle coppie Lgbti: fenomeno relativamente recente sia sul piano dei numeri sia su quello politico-culturale. Ma che un giovane (etero), figlio di due lesbiche e militante sul fronte omogenitoriale, sia eletto con la maggioranza del voto popolare rappresenta, a mio parere, un’autentica rivoluzione politico-istituzionale. Tale da consentirci di chiudere la bocca ai reazionari vecchi e nuovi che sbraitano contro i figli delle persone Lgbti.

L’altra foto simbolo di queste tornata è l’elezione del governatore del Colorado Jared Polis, la cui immagine simbolo è quella che lo vede ripreso (qualche anno fa) con il marito e i due figli alla Casa Bianca con Obama. Imprenditore e filantropo, Polis è stato eletto con la maggioranza del voto popolare (51,1%). Per non parlare del referendum in Massachusetts, che ha  respinto la richiesta di cancellare le norme antidiscriminatorie verso le persone trans.  

Quindi, non solo Trump e i repubblicani hanno perso la Camera, ma a vincere è stata l’ala più nettamente di sinistra, radicale e inclusiva del Partito Democratico. È la qualità della vittoria a Capitol Hill che ci rende un po’ più tranquilli e un po’ più sereni, per non dire ottimisti, sul futuro delle elezioni Usa, sull’inizio del declino del sovranismo omofobo, sulla percezione che la maggioranza della popolazione ha della collettività Lgbti e dei suoi diritti.

Prova ne è anche il sondaggio - di cui Gaynews ha dato notizia -  sui temi dei diritti civili in Brasile all’antivigilia della malaugurata elezione del militarista Bolsonaro a presidente del più popoloso Stato dell’america latina. Da questa rilevazione dell’Istituto di ricerca Datafolha risulta che ben il 74% della popolazione brasiliana è contraria a ridurre i diritti della collettività Lgbti. Ciò significa che la società è profondamente cambiata sia culturalmente sia socialmente, incorporando i diritti delle persone Lgbti come diritti irrinunciabili rispetto ai quali non si ritorna indietro.

L’elezione di rappresentanti Lgbti (ben nove) e gay-friendly al Congresso negli Usa è per me un fatto di grande rilievo, perché indica una positiva inversione di tendenza e perché persone decise e motivate possono fare grandi cose in un Parlamento democratico. Ma anche perché tutto ciò serve anche a noi, nella nostra piccola Italia, per far capire a governanti e opposizione che non si tratta più di sparute minoranze ma di rappresentani politici e istituzionali, che parlano a tutta la nazione.

Infine una vittoria così massiccia dei dem alla Camera smentisce il penoso dibattito italiano sulla sinistra nostrana, che avrebbe perso le elezioni per essersi occupata troppo di diritti civili e poco di quelli sociali. Al contrario il rinnovamento della rappresentanza parlamentare e la messa in mora di molti scialbi candidati centristi ha permesso ai dem di tornare a fare il pieno dei voti di “sinistra”.

Spero pertanto che qui da noi finalmente qualcuno cominci a sentirci da quest’orecchio: le elezioni si vincono con più radicalità e dando rappresentanza alle minoranze che, negli Usa, sono così tante da fare maggioranza da sole.

Per i militanti Lgbti italiani quella Usa non è quindi una “mezza vittoria” ma una vittoria a tutto campo.

Nel prossimo anno si celebreranno il 40° anniversario del martirio di Harvey Milk e il 50° anniversario dei moti di Stonewall: la società americana non poteva prepararsi a questi avvenimenti in modo migliore.

Ma sono celebrazioni che vanno al di là dei confini statunitensi. Come noto, lo Stonewall Inn Bar, da cui partirono i moti del 28 giugno 1969, è stato dichiarato dell’allora presidente Obama National Monument a memoria perenne della rivolta contro i soprusi alla collettività e alle persone Lgbti. Ma potrebbe essere definito International Monument, perché esso resta un simbolo ben al di là dei confini statunitensi.

Vita, cultura, storia di una collettività si fanno anche, a volte soprattutto, con i simboli e la memoria collettiva della propria storia. Memoria, di cui non possiamo che andare fieri, anche qui in Italia come in altre parti del mondo, perché alla fine riguarda tutte e tutti.

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Il riconteggio dei voti in Florida e il termine dello spoglio ancora in corso in Arizona (lasciando da parte quello relativo ai componenti delle assemblee legislative statali), che assicurerebbe alla fine ai democratici 35 seggi (se non di più) rispetto ai 30 già certi di maggioranza alla Camera, ha spinto oggi la Ccn a titolare 2018 was a way better election for Democrats than most people seem to think.

A interessare, in pari tempo, è il motivo che ha portato all’elezione di nove candidati omosessuali al Congresso secondo Lgbtq Victory Found, l’importante comitato di sostegno elettorale delle persone Lgbti. Determinante, infatti, per il Political Action Commettee presieduto da Annise Parker, sarebbero state le diffuse preoccupazioni per le prese di posizione dell’amministrazione Trump in riferimento alle persone transgender.

«Abbiamo lavorato duramente per ottenere i diritti che abbiamo oggi - ha dichiarato Annise Parker -. Ma ci rendiamo conto di essere ancora in una posizione vulnerabile in molti posti».

Dei nove seggi arcobaleno (senza contare l'elezione del 27enne Zach Walhs, figlio di due mamme, a senatore nello Iowa) cinque sono delle riconferme. Mentre nel Wisconsin è stata rieletta Tammy Baldwin – la prima donna dichiaratamente lesbica a vincere un seggio al Senato nel 2012 –, alla Camera sono risultati nuovamente vincitori i gay Mark Takano (California), Sean Patrick Maloney (New York), David Cicilline (Rhode Island), Mark Pocan (Wisconsin).

A loro si uniranno, a partire dal 3 gennaio, le quattro new entry: Katie Hill (California), Sharice Davids (Kansas), Angie Craig (Minnesota), Christopher Charles Pappas (New Hampshire).

Durante la campagna elettorale Hill, Davids e Craig hanno parlato apertamente della loro vita personale e familiareNelle pubblicità televisive pre-elettorali Angie Craig, ad esempio, è apparsa con moglie e figli. «Dico solo che io e mia moglie – aveva dichiarato – abbiamo quattro figli proprio come qualsiasi altro politico».

Nel New Hampshire, invece, Chris Pappas non aveva inizialmente sottolineato la personale condizione di persona omosessuale. Fino a quando l’avversario repubblicano Eddie Edwards non aveva sollevato dei rilievi su una fotografia, in cui il candidato dem appariva in t-shirt con scritta Resist. «La foto, a cui ti riferisci  - aveva allora ribattuto Chris –, è una maglietta arcobaleno che ho indossato durante un Gay Pride. Sono orgoglioso di quello che sono e di lottare contro l'odio, il fanatismo e l'intolleranza». 

La condizione di uomo dichiaratamente gay, felicemente coniugato e papà di due figli, nati a seguito di tecniche di gpa, non ha invece costituito alcun problema per Jared Polis (che è anche componente della Camera dei Rappresentanti) nella campagna elettorale per il seggio di governatore nel Colorado. Carica, questa, che si è assicurato col 51,1% dei voti.

In Oregon è stata invece rieletta alla carica di governatrice la bisessuale Kate Brown, che ha battuto il repubblicano Knute Buehler.

Circa i seggi delle assemblee legislative statali (benché, come accennato, il conteggio dei voti in alcuni Stati non sia ancora terminato) sono risultate elette Gerri Cannon e Lisa Bunker, due donne transgender nel New Hampshire, la bisessuale Megan Hunt nel Nebraska, Derek Kitchen nell'Utah. Kitchen, già consigliere comunale di Salt Lake City, è noto perché la sua causa davanti alla Corte Suprema Federale portò al riconoscimento del matrimonio egualitario nello Stato del Sud-ovest.

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