Tensione altissima a Veronetta, storico quartiere del Comune scaligero, dopo l’apertura della sede di Forza Nuova in via San Nazaro e la celebrazione del primo anniversario di quella di CasaPound in via Mazza. Tenutesi entrambe nel pomeriggio di sabato 22 dicembre, le due manifestazioni hanno visto la partecipazione dei rispettivi presidenti Roberto Fiore e Gianluca Iannone.

A esse, nella serata dello stesso giorno, ha fatto seguito presso The Firm Club (locale legato all'estrema destra), in viale dell'Industria, il concerto Merry Xmas del gruppo musicale nazirock dei Gesta Bellica.

Proprio per reagire a tali eventi le associazioni antirazziste, antifasciste, antisessite operanti sul territorio veronese (Assemblea 17 dicembre, Circolo Pink, Non Una Di Meno Verona, Potere al Popolo Verona, Cub, Paratodos, Anpi Verona, Aned Verona, Pink Refugees, Libre Verona, Veronetta 129, Social Street Abitanti di via XX settembre e dintorni, Rifondazione ComunistaVeronetta, Azione antifascista Verona) hanno organizzato la manifestazione Teniamoci stretta Veronetta con l’apertura straordinaria delle sedi di alcuni di esse, reading di poesie e storie di migranti, mercatini di libri fino al corteo collettivo, partito alle 15:00 da piazza Santa Toscana.

Ma purtroppo ciò non è bastato ad arginare l’immediata ripresa di violenze e minacce xenofobe, sessiste e omotransfobiche nel quartiere.

Come denunciato da L'Assemblea 17 Dicembre - Veronesi aperti al mondo, «una signora rumena, che parlava al telefono nella sua lingua camminando lungo via XX Settembre, è stata apostrofata come "straniera di merda" e presa a calci, finendo sotto shock al Pronto Soccorso.

E una ragazza che camminava sola lungo via Mazza in abbigliamento non consono all'estetica casapoundina si è presa una violenta spallata, ed ha scelto di non reagire neanche a parole, temendo di peggio».

Per cui «non diteci che esageriamo – conclude l’Assemblea -: è davvero tempo di tenere gli occhi aperti».

Come se non bastasse, nella notte è apparsa sul muro di fronte all'Università la scritta Pink Merda contro il Circolo Pink di via Cantarane, da tempo oggetto di messaggi sempre più minatori.

Gesti che, però, non hanno intimorito i vertici dell’associazione che hanno dichiarato: «Non sarà certo una miserabile scritta a spaventarci. Siamo a Veronetta da più di vent’anni e abbiamo intenzione di restarci ancora per molto».

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Fondata in febbraio a meno di un mese dalle elezioni del 4  marzo, Futura si sta progressivamente imponendo alla pubblica attenzione come una delle voci nuove e radicali della sinistra. Una delle cifre del movimento politico è l’attenzione ai diritti delle minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti.

Ad alcuni giorni dal sit-in romano Stop Gay Persecution in Tanzania, che ha visto anche Futura tra le associazioni aderenti nonché tra quelle firmatarie delle lettera aperta al ministro Enzo Moavero Milanesi sulla situazione tanzaniana, abbiamo raggiunto Marco Furfaro, fondatore e coordinatore del neonato organismo politico.

Dall’insediamento del governo gialloverde si registrano non poche violenze nei confronti di minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti. A suo parere cosa sta accadendo? 

Sta succedendo quello che mai avremmo auspicato: il coniugarsi delle peggiori forze conservatrici con il populismo d’accatto per tenere la maggioranza delle persone dentro un cono di consenso fondato su odio e paura. Non riescono a dare risposta alla sofferenza sociale. Per questo perseguono l’unico disegno possibile a costo zero: teorizzare che la crisi sociale, la disoccupazione, la precarietà è dovuta al fatto che in questi anni si è pensato troppo ai diritti civili e poco a quelli sociali. Una stupidaggine che purtroppo trova consenso anche in alcune parti della sinistra. Così, in maniera pelosa e strisciante, a volte esplicita, a volte meno, si nega la società di oggi e si colpevolizzano le persone Lgbti e non solo. È uno schema che riguarda i migranti, ma anche le donne. Prendete il ddl Pillon, la nascita dell’intergruppo dei “parlamentari per la vita”, l’attacco alla 194, le violenze che vengono deprecate solo quando a commetterle è uno “straniero”. Altro non sono che tasselli di una precisa idea di società: patriarcale, sessista, a misura di uomo etero, virile, rigorosamente bianco e italiano. Per questo femminicidi e episodi di intolleranza nei confronti delle persone Lgbti, non sono d’interesse per questo governo. Basti pensare al ministro Fontana, il cui primo intervento è stato il disconoscimento delle famiglie arcobaleno. Un attacco alla libertà di tutti, ma subdolo perché fa finta di colpire solo alcuni. Rendendoci tutti più poveri e precari. Però penso anche che la fantastica onda pride che ha riempito le piazze quest’estate, le manifestazioni e i cortei delle donne, la resistenza civile di sindaci e amministratori locali, dimostrino che siamo ancora in tanti e dobbiamo organizzarci al più presto.

In Italia ci sono più di 4 milioni d’indigenti, una quantità impressionate di precari ed è sempre più alto il numero di giovani italiani migranti. Cosa è che fa sempre più povero questo Paese? 

Il fatto che tutti o quasi si sono arresi all’idea che l’unica speranza nella vita non è studiare, lavorare, impegnarsi, ma avere la fortuna di crescere in una famiglia ricca. Lo ha sancito pure l’Istat: l’ascensore sociale è fermo al piano zero. Così, se nasci povero, ben che vada rimarrai povero. Non conta più niente aver studiato, essersi impegnato, rimboccato le maniche. Se non sei raccomandato da qualcuno, è difficilissimo emanciparsi. La povertà di questo Paese non è data solo dal fattore materiale, cioè quanti soldi possiedi, ma dal fatto che una volta i genitori facevano sacrifici per far studiare i figli, i figli facevano gli acrobati nella vita per poter finire gli studi, prendersi una laurea e finalmente accedere a migliori opportunità. Oggi non è più così, perché quelle opportunità sono state cancellate dalle cattive politiche di questi ultimi venti anni. Sta tutta qui la povertà del Paese. Abbiamo milioni di persone che rinunciano agli studi o vivono una tremenda precarietà di vita, altri, su cui si è investito in formazione e istruzione, se ne vanno dall’Italia. Chi vuole bene all’Italia dovrebbe ripartire esattamente da qua, da un investimento straordinario in scuola, innovazione, ricerca e sviluppo. Il tutto in un quadro di sostenibilità e di conversione ecologica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo governo che fa il contrario di questo, che risponde ai bisogni della povera gente dandogli in pasto i migranti da cacciare o minoranze da odiare. Proprio come in passato facevano i regimi. Ma a maggior ragione dobbiamo avere parole chiare sul futuro. Che non può che essere con salari dignitosi, ecologicamente improntato, innovativo, non solo economicamente, ma anche socialmente.

La vittoria di Bolsonaro in Brasile, le politiche  di Trump in Usa, le destre che crescono in Europa, un Salvini che in Italuia inneggia a figure Putin. C’è ancora spazio per opporsi?

È proprio quando tutto è più nero che abbiamo bisogno dei colori no? È il movimento Lgbti a insegnarcelo. Ed è proprio in questa situazione che l’opposizione deve ritrovarsi, ma non su “accordicchi” o parole d’ordine desuete, ma proprio su una visione radicalmente diversa del futuro. È vero c’è Bolsonaro, Trump, Putin e Orban. Ma ci sono anche Alexandria Ocasio-Cortez, Sanders, Corbyn, Costa in Portogallo e Sanchez/Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, gli ecologisti di tutta Europa che avanzano. Insomma, manchiamo solo noi. Ma vedrà che nuove generazioni politiche si prenderanno presto il campo e sostituiranno le classi dirigenti sconfitte il 4 marzo scorso con idee all’altezza dei tempi.

La caccia all’immigrato sembra essere ormai continua a seguito anche di certi proclami di chi è al governo. Cosa nasconde una tale politica razzista e xenofoba?

Nasconde incapacità e il vuoto più totale su che direzione dare al Paese. L’aver inventato un nemico, il più semplice perché il più indifeso, in modo tale da distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese che restano insoluti, è il modo migliore per assecondare la rabbia delle persone. Ma dimostra l‘inconcludenza di una classe dirigente che non riesce a dare risposte e dunque soffia sul fuoco della sofferenza diffusa e offre a quella sofferenza un capo espiatorio. Facile quanto aberrante. All’inizio erano i “terroni” come me, poi gli albanesi, poi i marocchini, i rumeni, gli stranieri, i migranti. La Lega fa questo giochino da venticinque anni. La cosa terribile di questo meccanismo è che non si ferma davanti a niente, arriva ai bambini, presto toccherà a chi la pensa diversamente dal governo, ai critici, alle minoranze, ecc. Se la tua politica è nascondere i problemi dando la colpa agli altri, non ha mai fine. Si arriva alla barbarie.

I media riportano spesso di manovre o litigi in quella che viene indicata quale area di “sinistra”. Sembra inoltre non esserci una vera opposizione. Secondo lei siamo messi così male? 

Se penso alla sinistra rappresentata in Parlamento, direi di sì. Autoreferenziale, incapace di ascoltare la sofferenza sociale, di abitarla, fuori dal tempo e dalla storia. Ma quella sinistra è già stata sconfitta il 4 marzo. La sinistra poi non è un partito, ma un’idea di società. Quella oggi va ricostruita, assieme a tutti coloro che vogliono costruire una storia diversa da quella sconfitta alle elezioni. In realtà, c’è tanto di buon nel Paese che mi lascia ben sperare. Penso alle piazze di Milano e di Catania a fine estate, penso a Mimmo Lucano e a quanti sono schierati al suo fianco, penso alle manifestazioni di Non una di meno, ai comitati NoPillon, penso all’onda pride, come dicevamo. Penso alla raccolta di fondi per i bambini di Lodi., a chi fa impresa rispettando le regole, a chi si inventa nuovi lavori, a chi fatica da pazzi in una fabbrica ma non si arrende all’odio. Penso all’Italia che resiste, nonostante tutto.

C’è ancora per la creazione di una forza democratica, pluralista e di sinistra che rimetta al centro della politica la persona, il lavoro, la salute, il welfare, i diritti e tanto altro? 

Se mettiamo un po’ tutti da parte il nostro io per fare uno sforzo condiviso sono sicuro che sia possibile. Più che una forza politica, visto che ce ne sono a decine, oggi serve un’idea di società, una passione che faccia battere il cuore, che sia così netta e percepibile da far scendere le persone in strada e lottare. La gente si smuove perché sente dentro di sé le ingiustizie, la voglia di riscatto sociale. La sinistra una volta era questo, non solo e soltanto un partito. Per farlo, bisogna battere le idee che c’hanno portato alla sconfitta. Serve coraggio, quel coraggio che hanno le Ocasio-Cortez d’America di scendere nell’agone politico e prendersi tutto il campo, di egemonizzarlo, di vincere su classi dirigenti inadeguate e ridare speranza con programmi radicali e innovativi. Questo serve oggi alla sinistra, non partiti che si parlano addosso, ma coraggiosi che hanno voglia di ricostruire un pensiero, una proposta politica. Attorno a quella, poi, si costruirà una naturale unità per battere le destre e quindi una forza che torni a dare speranza e rappresentatività. Dobbiamo farlo a partire dalle elezioni europee.

Se si rompesse con l’Unione Europea cosa succederebbe al paese e ai diritti conquistati grazie, anche, al lavoro svolto in questi anni dalla stessa Europa? 

Sarebbe una catastrofe. Perché chi ha a cuore l’emancipazione delle persone, sa che l’unico modo per raggiungerla è unirsi, non dividersi. Dividersi fa il gioco di chi comanda, dei potenti, non certo degli sfruttati. Certo, l’Europa di oggi è inservibile. Proprio per questo serve uno scatto in avanti, non il ritorno alle piccole patrie. Faccio parte di una generazione che nemmeno sa immaginarsi fuori da una cittadinanza europea. Ma non è nostalgia di futuro, la mia. In un mondo così interconnesso, come potrebbe uno Stato nazionale da solo ad affrontare sfide globali come l’evasione fiscali, la (pre)potenza delle multinazionali, le migrazioni, i cambiamenti climatici? I diritti conquistati, come dimostra ciò che accade in Ungheria, verrebbero meno. Perché la società che hanno in mente in nazionalisti prevede un ridimensionamento dei diritti e delle libertà individuali. Noi vogliamo un’altra Europa, non un ritorno al passato.

Come coordinatore nazionale di Futura cosa può dirci di questa esperienza? 

Una piccola grande comunità di persone che non vuole arrendersi alla rassegnazione e nemmeno a questa copia triste e sbiadita che è diventata la sinistra in Italia. Abbiamo fondato Futura a febbraio, perché tante persone appartenenti a liste civiche, realtà sociali, associazioni, non si ritrovavano in Pd e LeU, perché sono stufe delle divisioni della sinistra e vorrebbero contendere il campo con le proprie idee. Che sicuramente sono più radicali del Pd, ma anche più innovative di LeU. Vorremo costruire un’alternativa alla destra che non perda tempo a discutere se stare o meno in Europa o se i diritti civili vengono prima o dopo i diritti sociali. Significa non aver capito niente della società di oggi. A volte mi chiedo se un politico di sinistra ha mai conosciuto la ricattabilità che vive una persona transgender, gay o lesbica sul proprio posto di lavoro. Come fa a non capire che diritti civili e sociali sono inscindibili? Ci batteremo per liberare la sinistra dalla subalternità culturale della destra, che subisce il Pd quanto la sinistra radicale. Futura è una comunità che non ha rendite di posizione da difendere, per questo ci proveremo con coraggio. A costruire un’alternativa larga, unitaria, ma sicuramente radicale. In poche parole, di sinistra. 

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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Tempi di nuovi fascismi e di esclusione per le minoranze anche nella capitale. E così accade che a Roma, la Re-Lion Servizi Immobiliari, propone in locazione due appartamenti in via Leone IV, nei pressi dei Musei Vaticani, con la dicitura: Astenersi stranieri.

Insospettito da un tale annuncio, un nostro assiduo lettore ha chiamato l'agenzia per avere informazioni in merito. Il referente della Re-Lion Servizi Immobiliari, durante la telefonata, ha confermato che gli appartamenti non si fittano a immigrati ed extracomunitari, precisando che non è una sua idea ma la volontà del proprietario degli immobili.

Il nostro lettore, ricordando all'interlocutore che la nostra è una repubblica che condanna espressamente il razzismo, gli ha fatto altresì presente che, se il proprietario dell’immobile è xenofobo, lui dovrebbe rifiutarsi di rappresentarlo.

Pressato dal nostro lettore, il responsabile della Re-Lion si è mostrato in difficoltà e si è difenso con argomentazioni astruse del tipo: «Gli immigrati occupano gli appartamenti con un numero di unità superiori a quelle previste dalla metratura»; «La proprietà privata risponde alla sola volontà del proprietario che ha fatto sacrifici per acquistare gli immobili e, dunque, decide liberamente come proporli in locazione»; «Le persone di colore hanno vizi»; «La stragrande maggioranza delle persone ragiona in questo modo»; «Benché personalmente abbia locato un proprio appartamento a dei cittadini del Bangladesh, non posso costringere altri proprietari ad agire come lui».

La telefonata si conclude, purtroppo, con un nulla di fatto: il responsabile della Re-Lion Servizi Immobiliari di Roma crede che sia legittimo e normale nel 2018 rappresentare la locazione di immobili con il divieto espresso di fittare a stranieri. 

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Si è tenuta ieri a Palermo presso il Teatro Massimo la conferenza stampa di presentazione del Pride locale che, slittato da giugno a settembre per la mancata erogazione di un prefissato finanziamento comunale, avrà luogo tra due sabati.

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La parata del 22, che vedrà due madrine d’eccezione in Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia, sarà il momento clou del Palermo Pride insieme col Village (dal 20 al 23 settembre) tra piazza Croce dei Vespri e piazza Sant’Anna. Ma ribaltando il tradizionale concetto di madrinato il Palermo Pride si fa a sua volta testimonial e sostenitore delle attività del Forum Antirazzista Palermo e delle ong Sos Mediterranée e Proactiva Open Arms.

Scelta ineludibile per gli organizzatori a fronte del clima politico e sociale degli ultimi mesi soprattutto in materia di migrazione. «La vicenda della nave Diciotti è una di quelle che, nella storia di un Paese, possono definirsi spartiacque – ha dichiarato Luigi Carollo, portavoce del Palermo Pride –. Esiste un prima e un dopo la Diciotti, perché le motivazioni del blocco delle 177 persone migranti nel porto di Catania rischiano di cambiare per sempre la narrazione della "migrazione".

Usare l'argomento della difesa dei confini nazionali, infatti, significa paragonare i flussi migratori alle guerre. Perché i confini si difendono in caso di invasione nemica. E quando il ministro Salvini parla di "migranti che scappano da Rocca di Papa", continua a usare un linguaggio bellico: perché scappa solo chi è considerato/a prigioniero/a».

Per tali motivi, oltre ai vertici del comitato organizzatore del Palermo Pride (tra cui l'attivista e artista Massimo Milani e la presidente di Arcigay Palermo Daniela Tomasino) e al sindaco Leoluca Orlando, sono intervenuti alla conferenza stampa Italia Valeria Calandra, presidente di Sos Mediterranée, e il deputato di LeU Erasmo Palazzotto quale testimonial di Proactiva Open Arms.

Con lui Gaynews ha parlato del messaggio sotteso al Palermo Pride, di cui Palazzotto è stato attivista sin dagli inizi. Un Pride che, quest’anno, ha però un significato particolare dato «il tema delle migrazioni e il sostegno all’Open Arms. Credo che ci sia una forte responsabilità di questo governo nell’alimentare un clima di violenza e xenofobia cui stiamo assistendo nel Paese».

Ma Palazzotto ha anche parlato della recente proposta di un Partito Gay, valutato quale «ulteriore sostegno alla cultura della divisione».

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Siamo 30.000. Questo il grido d’esultanza degli organizzatori del Sardegna Pride che ha avuto luogo ieri a Cagliari.

Partita alle 19:00 di ieri da via sant’Alenixedda, la parata si è conclusa intorno alle 21:00 in piazza Yenne. Una marcia dell’orgoglio Lgbti, cui le persone hanno partecipato anche per ribadire la propria ferma opposizione al razzismo, alla xenofobia, a ogni forma di violenza e odio sociale.

Presenti le associazioni componenti il Coordinamento Sardegna Pride, che riunisce, sotto la guida di Arc onlus, le realtà che si occupano di diritti civili nell'isola: Mos - Movimento omosessuale sardo, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Unica Lgbt, Sardegna Queer, Gaynet, Cgil Ufficio Nuovi diritti.

Numerosi i rappresentanti del mondo istituzionale locala a partire dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda. «In un momento storico in cui discriminazioni vecchie e nuove sembrano prendere il sopravvento – ha detto il primo cittadino del capoluogo – serve l’impegno di tutti in difesa dei diritti. Ogni diritto in più è una nuova conquista per tutti: abbiamo sempre lavorato in questa direzione e così andremo avanti, per fare in modo che Cagliari possa continuare a essere un esempio»

Con Zedda erano presenti consiglieri comunali e regionali, la sindaca di Assemini Sabrina Licheri e il presidente della Regione Francesco Pigliaru, che ha dichiarato: «I diritti sono sacrosanti e vanno riaffermati con maggiore forza soprattutto quando un ministro della Repubblica li mette in discussione.

 Oggi rivendichiamo diritti basilari, e indossiamo in tanti una maglietta rossa perché qualunque sia l’opinione sui flussi migratori, la vita umana viene prima di tutto».

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Nelle zone Molo e Stazione Vecchia di Viareggio ignoti hanno imbrattato nella notte le mura esterne di uno stabile e di un altro immobile con  scritte xenofobe, omofobe e razziste con tanto di svastiche ed elogi a Matteo Salvini.

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Sono in corso da parte del Commissariato di polizia di Viareggio e della Digos di Lucca le indagini per risalire agli autori. Disappunto e sconcerto da parte della cittadinanza, che tra l'altro oggi ricorda le 32 vittime della strage avvenuta in stazione il 29 giugno 2009. 

Ferma condanna è stata espressa dal sindaco Giorgio Del Ghingaro, che ha dichiarato: «Viareggio non è questa: è accogliente e inclusiva. Si tratta di un atto frutto di ottusa stupidità, da qualsiasi parte provenga, che per questo non intimidisce e che verrà perseguito in ogni forma e sede».

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Tra le città che, sabato 30 giugno, a ridosso del 49° anniversario dei Moti di Stonewall,  saranno interessate dall’Onda Pride c’è anche Padova. Un’occasione importante per il capoluogo veneto dove, da meno di due settimane, è stata inaugurata l’XI° edizione del Pride Village.

A pochi giorni dalla parata abbiamo raggiunto Mattia Galdiolo, presidente del locale comitato d’Arcigay.

Fra pochi giorni il Padova Pride: quali le parole d'ordine quest'anno?

Quest’anno il Padova Pride darà molto risalto a temi come la salute, la libertà e l'inclusione. Ma resta in primo luogo la visibilità quale tema chiave. Ormai sempre più persone Lgbti sono visibili e questo, indubbiamente, è il motivo per cui sempre di più di questioni Lgbti si discute in ogni ambito, nel bene e nel male. Però oggi visibilità per un Pride è anche consapevolezza.

Questo Pride vuole ispirare tutti a compiere scelte coraggiose, a prendere posizione, a partecipare al dibattito sui diritti che, come comunità Lgbti, pretendiamo dal nostro Paese e alle lotte che dovremo fare per ottenerli.

Come valuti l’attuale clima politico in riferimento ai diritti delle persone Lgbti?

Un atteggiamento passivo e distaccato dalla politica ha dato come frutto uno dei peggiori governi degli ultimi dieci anni. Distacco anche da parte della nostra comunità che "si accontenta" di spazi sicuri nei locali e di una visibilità limitata ma sempre più facile. Ora abbiamo un governo populista in perpetua campagna elettorale e con un approccio ai temi sociali di stampo marcatamente fascista. Percepisco un machismo diffuso e tutto questo è molto preoccupante sia per i nostri (pochi) diritti faticosamente ottenuti sia per quelli che la nostra comunità chiede a gran voce: dalla tutela della genitorialità omosessuale alla revisione della legge Reale - Mancino. Più di tutto però mi preoccupa il fatto che questa politica possa finire col legittimare la violenza e i soprusi. Ci sono già i primi segnali.

Abbiamo visto le forze dell'ordine al Siracusa Pride vietare l'esposizione di uno striscione critico nei confronti di Salvini. La violenza verbale sui social è poi ai massimi storici e gli episodi di violenze e discriminazioni seguono a ruota tutto ciò con numeri sempre crescenti. Di fronte a tutto ciò noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un movimento di liberazione: la libertà o c'è totalmente o non è libertà. Pertanto è nostro dovere prendere posizione in modo forte e chiaro per la liberazione e il benessere della comunità Lgbti ma anche di tutte quelle libertà direttamente correlate alla nostra: penso all'autodeterminazione delle donne o al dovere dell'accoglienza per i migranti.

Hai fatto cenno a quanto successo al Siracusa Pride. Qual è la tua specifica valutazione?

Questo episodio, e lo dico soprattutto da portavoce di un comitato Pride, ci ha fatti incazzare di brutto. I Pride sono la rivendicazione di identità e libertà, in primo luogo quella d’espressione: una libertà che è stata guadagnata nel nostro Paese con il sangue e il sacrificio di molte vite. Oggi forse non serve più arrampicarsi sulle colline e le montagne per fare le lotte partigiane ma, anche sopra un paio di tacchi a spillo, possiamo rivendicare la nostra libertà con analoga determinazione.

Noi abbiamo puntato su un gesto simbolico: lo striscione fatto rimuovere a Siracusa sarà presente al Padova Pride. Scelta che, come comitato, abbiamo preso spontaneamente e immediatamente, e che siamo pronti a difendere a tutti i costi.

I risultati delle ultime amministrative hanno visto un’avanzata della Lega in pochi Comuni, roccaforti storiche della sinistra. Come valuti ciò con riferimento alle locali associazioni Lgbti e soprattutto alla futura organizzazione dei Pride?

Credo che bisogna ricordare come i Pride abbiano un valore educativo per tutta la città. Ma per farlo bisogna dare ai cittadini l'occasione per capire cosa sta succedendo, cosa è un Pride, perché è importante, qual è il senso profondo e molto umano che sta alla base delle richieste della comunità Lgbti. In tutto questo abbiamo amministrazioni che oggi hanno sempre più strumenti per rendere difficile la vita a chi vuole manifestare. Ricordo che oggi con la nuova normativa sulla sicurezza un Comune può vietare cortei e manifestazioni con ragioni anche abbastanza pretestuose.

Bisogna organizzarsi per fare un lavoro comunicativo incisivo ed efficace in occasione dei Pride, per far sentire la manifestazione come parte della città, come parte di quello scenario culturale che ne rappresenta le diverse anime. Per il Padova Pride abbiamo parlato con associazioni che si occupano di ambiente, territorio, commercio. Tutte queste realtà si sono confrontate per la nostra volta con i nostri temi, eppure hanno visto nel Pride un'occasione interessante per scoprire qualcosa di nuovo e prendere una posizione. Ecco, credo che il più importante deterrente alla destra che avanza sia proprio questo lavoro culturale: essere presenti sui nostri territori, dialogare con tutte le realtà e, se per farlo dobbiamo uscire dalle nostre comfort zone, non sarà mai troppo presto!

Secondo te quale dovrebbe essere l’impegno futuro delle associazioni in difesa dei diritti civili e sociali?

Dovremmo ricordare che non siamo soli. Molto spesso assisto sconfortato alle risposte campaniliste di alcune associazioni e di pezzi di movimento. O anche al silenzio imbarazzante delle nostre associazioni di fronte al razzismo e al sessismo dei nostri politici. Non basta essere in trincea col coltello fra i denti per i nostri diritti: dobbiamo formare un'unica frontiera o non potremo mai fare fronte a tutti gli attacchi che riceveremo. Per farlo come movimento Lgbti, dobbiamo imparare a dialogare, a trovare soluzioni che ci consentano di non perdere pezzi inultilmente, ma soprattutto che ci consentano di crescere. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi: è una frase del Vangelo che ci dice qualcosa di utile, che, cioè, i veri nemici sono altrove.

Sempre più persone Lgbti si mostrano vicine o favorevoli a istanze di matrice xenofoba. Cosa sta accadendo secondo te nella nostra comunità?

Èun errore banale pensare che le persone Lgbti siano più sensibili alle discriminazioni e, pertanto, immuni a razzismo o xenofobia. La triste realtà è che lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono uguali al resto del mondo anche negli aspetti peggiori. Anzi sono capaci di dare al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia nuove e interessanti declinazioni. Da gay penso a una banalissima schermata di Grindr (ma per chi ha più di 20 anni pensiamo anche ai siti di annunci, ecc) dove i profili sono pieni di frasi che discriminano per etnia, peso, forma fisica, gradazioni diverse di femminilità. La verità è che per chi non rientra in un'idea stereotipica di gay, lesbica, transessuale, ecc rischia l'emarginazione da parte della comunità Lgbti.

Questo è un impegno culturale ineludibile per le associazioni Lgbti: trovare metodi e azioni di contrasto al razzismo, al body-shaming e al femme-shaming, ma anche di inclusione nelle associazioni e più in generale nella nostra comunità. È un periodo questo di grande impegno e di grandi responsabilità per le nostre associazioni. Moltissime cose stanno cambiando, noi stessi siamo profondamente cambiati. Dobbiamo trovare il coraggio e la forza di far fronte a tutto tenendo sempre presenti i nostri valori e la nostra identità.

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È finita poco prima delle 17:00 sulle note di Bella ciao la manifestazione Mai più fascismi, mai più razzismi in Piazza del Popolo Manifestazione che, organizzata da 23 sigle associative, sindacali e partitiche, ha visto confluire a Roma decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia.

Tra i presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini e numerosi esponenti politici del centrosinistra.

Tante le bandiere e gli striscioni anche di associazioni Lgbti come il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e Arcigay Napoli.

Ed è stato proprio Antonello Sannino, promotore dell’appello antifascista Lgbti, a dichiarare ai nostri microfoni: «Giornata importante per il Paese: da Roma una risposta significativa contro i nuovi fascismi e contro l'odio. La Costituzione antifascista, profondamente amata dagli italiani e dalle italiane, è viva, vivissima.

Piazza del Popolo oggi è un messaggio ai nostri politici reazionari, integralisti e medioevali. Eravamo in piazza quel 24 febbraio del 2016, quando occupammo le strade antistanti il Senato delle Repubblica, per avere le unioni civili. Siamo oggi in piazza, 24 febbraio, per difendere quella legge e per ripuntare sul matrimonio egualitario. Con noi anche i due ragazzi di Casoria messi fuori casa dai genitori perché gay. Essi hanno sfilato per ricordare quanto questo Paese abbia un vitale bisogno di una legge contro l’omotransfobia.

Bello, bellissimo lo spezzone rainbow del corteo con il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli, il Circolo Mario Mieli e tanti attivisti e attiviste: tra questi Luigi Amodio, fondatore del Circolo Antinoo, e Vanni Piccolo, uno dei fondatori del Mario Mieli. Tutti insieme siamo avanzati al grido: Siamo frocie antifasciste».

Sul significato della manifestazione romana così si è espresso invece Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews: «Il grande successo della manifestazione antifascista, a Roma a cui anche Gaynet e Gaynews hanno dato il proprio contributo con l'adesione, ci dice che è possibile un fronte antifascista unito a differenza di ciò che purtroppo sta succedendo alle elezioni politiche e cioè un centro-sinistra diviso.

Pensiamo che l'antifascismo sia un elemento fondante della nostra Repubblica e della nostra democrazia. Combattere il fascismo è un dovere e va fatto in modo pacifico e non violento soprattutto in un momento in cui le organizzazioni di estrema destra stanno avendo consenso in Europa e hanno rialzato la testa anche in Italia».

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Classe 1968, il barcellonese Carles Rodriguez Reverter dirige da vent’anni lo storico sex-shop Zeus, la cui apertura nel barri di El Raval risale al 1983. Carles, che è intervenuto più volte su questioni afferenti alla sessualità delle persone Lgbti rilasciando interviste a media locali e a un magazine gay svedese, ha avuto in passato un ruolo di primo piano nell’ambito della collettività omosessuale catalana.

«Oggi ci sono molte associazioni Lgbti – così ha dichiarato ai nostri microfoni – che soddisfano alle esigenze dei suoi vari componenti. Ma durante gli anni '80 e '90 del secolo scorso abbiamo lavorato duramente per realizzare la prima “mappa gay” di Barcellona e collaborare con le poche realtà Lgbti esistenti. Collaborazione finalizzata a promuovere campagne in difesa della collettività e favorire l'accettazione sociale delle persone Hiv positive in particolare nel quartiere di Raval, che era all’epoca il più povero della città».

A lui abbiamo rivolto alcune domande sull’attentato della Rambla – a pochi passi da El Raval –  che nel pomeriggio di giovedì 17 agosto ha fatto 14 vittime e 120 feriti.

Carles, come hai vissuto quelle ore drammatiche?

Quando si è verificato l'attentato intorno alle 17:00, ero a casa mia che è a meno di 500 metri dal luogo della strage. All’inizio non riuscivo a  capacitarmi dell’accaduto. Poi sono subentrati indignazione e dolore.

Come ha reagito la collettività Lgbti?

Come hanno reagito tutte le altre persone. Non posso però non ricordare la manifestazione fascista e anti-islamica, che si è tenuta nella giornata d’ieri. Protetti da cordoni di polizia, i partecipanti sono stati alla fine ricacciati da numerosi contromanifestanti con le nostre bandiere raimbow e altre. Si sono uniti a noi anche tantissimi passanti.

Quest’anno si sta celebrando il decennale del Barcelona Circuit Festival che, iniziato il 5 agosto, terminerà domani. La sera di giovedì 17, per rispetto alle vittime dell’attentato, è stato sospeso il party al Razzmatazz mentre ieri il programma è ripreso come di consueto. È un segnale importante: non credi?

Assolutamente, sì. Sono d’accordo con il gruppo organizzatore Matinée. Non dobbiamo permettere a nessuno di farci intimorire né manipolare. Ieri mattina ne abbiamo dato prova insieme coi tantissimi barcellonesi e turisti in Plaça de Catalunya gridando nella nostra lingua: No tinc por (Non ho paura). E poi con lo stesso stato d’animo abbiamo invaso la Rambla. Solo così si potrà veramente enervare il terrorismo e ridurne la portata.

Jorge Moruno, sociologo e componente di Podemos, ha twittato: Alcuni utilizzano il dolore per rinfocolare la xenofobia, altri per attaccare l'indipendentismo e altri per mescolarlo con la turismofobia. Che ne pensi?

Sottoscrivo ogni parola. In primo luogo la strage della Rambla sta alimentando la mai sopita ondata xenofoba e, in particolare, islamofoba. In generale tutti i fascisti sono contro i musulmani. C’è poi da dire che non pochi giornali ed emittenti tv madrilene stanno parlando in queste ore dell’attentato anche con riferimenti negativi alle posizioni indipendentiste catalane. Che poi tutto questo si concreti in forme di turismofobia è inevitabile. Ma, come ho detto, non ci lasceremo sopraffare. Perché l’amore e il coraggio vincono sempre su l’odio e la paura.

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