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Assassino reo confesso ma anche presunta vittima di un prete pedofilo.

È questa la pista difensiva che intende intraprendere il legale del 36enne Ciro Guarente, in carcere da quasi 11 mesi per l'omicidio avvenuto ad Aversa (Caserta) dell'attivista gay Vincenzo Ruggiero nonché per relativo vilipendio e occultamento di cadavere.

Guarente ha ricevuto l'avviso di conclusione indagini dalla Procura di Napoli Nord a fine maggio insieme con Francesco De Turris, accusato di aver ceduto al presunto omicida la pistola calibro 7,65 usata per uccidere Ruggiero.

Nei giorni scorsi Guarente ha quindi chiesto di essere interrogato tramite il suo legale Dario Cuomo. Non si sa se rivelerà nuovi particolari sul delitto o se farà il nome di qualche altro eventuale complice. Cosa che sembra difficile visto il silenzio totale di questi mesi. La documentazione, comunque, è stata depositata in Procura.

Del grave trauma subito dal 36enne quando frequentava le scuole elementari nel quartiere napoletano di Ponticelli, si era parlato subito dopo l'omicidio Ruggiero ma in quel momento si trattava di voci.

Secondo l’avvocato Cuomo il suo assistito, tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, sarebbe stato vittima di abusi da parte dell’allora parroco di San Rocco in Ponticelli don Silverio Mura, il cui nome è balzato all’attenzione dei media dopo le pubbliche denunce di Diego Esposito (nome fittizio di Arturo Borrelli).

È noto come presso la Curia arcivescovile di Napoli sia stato recentemente avviato un supplemento d’indagine visto che finora non era emerso nulla di certo a carico del sacerdote.

Cinque le testimonianze raccolte sia di presunte vittime del sacerdote sia di persone vicine a Guarente. Questi, secondo la difesa, non aveva mai denunciato nulla, ma quel trauma se lo sarebbe portato appresso negli anni come un macigno fino a esplodere nel raptus omicida di quella sera del 7 luglio 2017.

Quella del raptus omicida sembrerebbe comunque cozzare con l’ipotesi di premeditazione del delitto.

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Venerdì 22 giugno è stata inauguarata a Napoli, presso il chiostro del complesso monumentale di S. Maria La Nova, la mostra Famiglie che, ideata dalla rete Re.a.dy. (Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere ), è stata realizzata grazie all’impegno congiunto di Simona Marino, delegata alle Pari opportunità del Comune di Napoli, Isabella Bonfiglio, consigliera di Parità della Città metropolitana di Napoli, nonché dei Comuni di Giugliano e di San Giorgio a Cremano.

La mostra si compone di un’interessante galleria di scatti fotografici dedicati ad alcune famiglie omogenitoriali, la cui esistenza è stata negata a più riprese nelle scorse settimane dal ministro Lorenzo Fontana.

Presso l’aula consiliare di S. Maria La Nova è stato poi presentato il volume Peccato che non avremo mai figli (Aut Aut Edizioni, Palermo 2018) di Giuseppina La Delfa, cofondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno - Associazione genitori omosessuali. A parlarne, fra le altre, con l’autrice anche Marilena Grassadonia, attualmente alla guida dell’organizzazione.

Gaynews ne approfitta per pubblicare una presentazione del volume scritta da Alberto Pertile, socio di Famiglie Arcobaleno e già portavoce della stessa.

Il primo libro di Giuseppina La Delfa, Peccato che non avremo mai figli, è un’autobiografia dell’ex presidente di Famiglie Arcobaleno, l’associazione italiana dei genitori omosessuali e transessuali, ma è soprattutto un dichiarazione d’amore a 360°: per la moglie, Raphaëlle Hoedts; per i figli, nati dalla loro unione, Lisa Marie ed Andrea Giuseppe; e per i lettori, cui l’autrice apre il cuore e mostra senza veli pensieri e sentimenti.

Se non fosse, appunto, un’autobiografia, potrebbe essere un romanzo fantastico: che cosa di più insolito e meraviglioso ci può essere del racconto dell’amore che sboccia fra due ragazze sui banchi del liceo, a Tourcoing, al confine tra Francia e Belgio, e che accompagna per mano il lettore fino alla loro maturità, tra milioni di dubbi e incertezze, le sofferenze familiari, i sacrifici personali e professionali e la quotidiana lotta per la sopravvivenza, che diventa via via la conquista della lavatrice, del motorino, della Punto, della casa da ristrutturare con le proprie mani?

Di fronte alle difficoltà, Giuseppina e Raphaëlle seguono la voce del proprio idem sentire, che governa il loro amore ed infonde loro il coraggio di non rassegnarsi mai. Le avversità, per questa coppia di donne, sono quelle di qualsiasi altra famiglia, con in più una certa odiosa avversione, da parte di alcune persone infelici, incontrate lungo il cammino.

«Peccato che non avremo mai figli» è dunque romanzo fantastico ma vero allo stesso tempo perché, come nei romanzi dove il principe sposa la principessa, hanno tanti bambini e vissero per sempre felici e contente… Poco importa se le protagoniste sono due principesse: i loro mostri sono probabilmente più brutti, cattivi e sputafuoco di quelli finora partoriti dalla letteratura.

Come sempre, l’amore vince e la determinazione che nulla le potrà mai separarae dona loro, giorno dopo giorno, una solida unione e due splendidi figli ed i più spaventosi draghi incontrati vengono sistematicamente ridimensionati a modeste mammolette. È successo anche dopo le sentenze di fuoco contro le Famiglie Arcobaleno dal neocatecum…, pardon, dal neoministro Lorenzo Fontana. A lui che andava dicendo che le famiglie omogenitoriali non esistono, hanno messo sotto il naso una sentenza della Corte di Cassazione che sancisce invece il perfetto contrario.

Anche in questo caso, l’alito infuocato del drago è ridimensionato a flato imbarazzante, sciaguratamente rilasciato in pubblico. 

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In preparazione al Pride del 16 settembre si è oggi tenuto a Belgrado una prima marcia dell’orgoglio Lgbti, cui hanno partecipato un centinaio di attiviste e attivisti.

Partita dal Pionirski Park, la parata è stata organizzata per chiedere la legalizzazione delle unioni civili e maggiori diritti per le oltre 20.000 persone transgender serbe, cui è permessa la sola rettifica dei dati anagrafici dopo l’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.  

Scortati dalla polizia, i manifestanti hanno sfilato con bandiere arcobaleno e cartelli recanti diverse scritte, tra cui La mia libertà è la tua oppure Non sono rischiosi i gruppi ma i comportamenti.

Nonostante la prima ministra Ana Brnabić (che anche quest’anno parteciperà al Pride di settembre) sia dichiaratamente lesbica, la situazione delle persone Lgbti nel Paese resta in ogni caso critica.

È infatti forte la pressione dei gruppi di estrema destra legati al Partito Progressista Serbo (SNS), il cui fondatore è l’attuale presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vucić.

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Mare, Umanità, Resistenza. Fedele al suo motto programmatico è stato tutto questo il Catania Pride che, partito alle 18:00 da Piazza Cavour e snodatatosi lungo l’elegante Via Etnea, si è da poco concluso davanti al Teatro Massimo.

Una marea arcobaleno, composta da 10.000 persone, si è infatti riversata lungo le strade della città siciliana per ribadire non solo il proprio orgoglio Lgbti ma la ferma opposizione a ogni forma di discriminazione, razzismo, insensibilità verso i migranti.

Una rivoluzione gentile – per usare le storiche parole di Franco Grillini – contro i fascismi e le prese di posizione di chi brandisce rosari e poi inneggia alla chiusura dei porti, al censimento dei rom, alle “famiglie tradizionali”

Differentemente da quanto successo al Siracusa Pride del 16 giugno, la Digos non ha applicato alcun intervento censorio nei riguardi di manifesti antisalviniani. Anzi è stato portato in parata lo striscione con la scritta X sempre in lotta contro Salvini, l’omofobia e tutti i confini che, proprio a Siracusa, era stato rimosso per intervento delle forze dell'ordine.

salvini

Ma quello di Catania è stato anche un Pride all'insegna della memoria, volto a ricordare un pioniere del movimento Lgbti quale Dick Leitsch che, morto nella notte a New York, è stato definito dal consigliere nazionale d'Arcigay Giovanni Caloggero «patrimonio della nostra storia gay, lesbica e transessuale».

Ed è soprattutto all'impegno di Giovanni Caloggero che si deve il felice esito della marcia catanese dell'orgoglio Lgbti che, quest'anno, è stata gemellata con quella di Siracusa. A sfilare in testa al corteo, insieme coi rappresentanti di altre associazioni, il portavoce dei due Pride Armando Caravini

Tante le delegazioni presenti, tra cui quelle di Amnesty International e Cgil. Tra i partecipanti anche il sindaco uscente Enzo Bianco.

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Il comitato Insieme senza Muri è una rete che si occupa di sostenere e promuovere iniziative d’interesse sociale al fine di creare nella società una cultura dell’accoglienza e della convivenza rispettosa della pluralità e delle diversità culturali ed etniche delle persone che vivono in Italia.

Quest’anno, dal 20 maggio al 23 giugno, con l’appello Per una città libera e accogliente ha organizzato a Milano, in collaborazione con l’assessorato comunale alle Politiche sociali, un intero mese di incontri, feste, dibattiti, occasioni di incontro e approfondimento sul tema dell’accoglienza, dell’inclusione, della convivenza, della cittadinanza.

Mese che, domani, sarà caratterizzato dall’incontro Le leadership carismatiche hanno desertificato la politica. Leader, oggi, deve diventare la comunità presso il Teatro Burri alle ore 16:00. Ad animare il dibattito lo scrittore Roberto Saviano, che vive da più di 11 anni sotto scorta ed è stato ieri attaccato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.

È stato lo stesso Saviano su Facebook a parlare dell’evento milanese del 23 giugno, cogliendo l’occasione per ribadire le sue critiche al responsabile del Viminale in materia di rom, migranti, famiglie arcobaleno.

«Vorrei ci foste – ha scritto sulla sua pagina lo scrittore, simbolo della lotta alle mafie –. Vorrei fossimo in tanti a prendere parte alla giornata di mobilitazione organizzata da Insieme senza Muri, perché non possiamo farci immobilizzare dall’odio degli haters, dalle idiozie che definiscono qualsiasi riflessione “radical-chic”. Smontiamo il cinismo di questo linguaggio.

Vi aspetto in piazza, dobbiamo esserci perché l'integrazione non ha a che fare solo con gli stranieri, ma riguarda tutti e riguarda, soprattutto, il Paese che vogliamo essere.

Prima definiscono illegali le famiglie gay, poi tocca all'aborto, poi si chiudono i porti ai migranti, poi si annuncia di voler schedare i Rom (che sono già censiti), poi si mandano avvertimenti agli italiani che la pensano diversamente. Siamo una comunità fatta di minoranze, ciascuno di noi può essere attaccato.

Pensate a cosa siete, da dove venite e troverete nel vostro percorso persone che hanno sofferto per essere state discriminate. Meridionali, ebrei, gay, migranti: vogliamo continuare ad ascoltare chi usa le differenze per armarci gli uni contro gli altri o vogliamo dimostrare di aver chiara una cosa, e cioè che siamo tutti esseri umani?

La politica di ieri ha fallito, e sta fallendo - per eccesso di violenza e mancanza di visione e capacità - anche quella di oggi. Troviamo insieme una nuova via, ma iniziando a guardarci negli occhi. Proviamo a costruire uno spazio culturale e umano che sia argine alla prepotenza di questi giorni».

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È vero che sei gay? Questa la domanda con la quale un gruppo di ragazzini di una scuola media del Basso Salento ha ripetutamente tormentato un docente fino ad aggredirlo fisicamente.

Timido e riservato, l’insegnante 43enne non ha retto a una tale persecuzione continuata (che va avanti dall'autunno 2016) e, caduto in uno stato di grave depressione, è stato costretto ad allontanarsi dalla scuola. L'accaduto è stato denunciato ai carabinieri dal padre del docente (un ex dirigente scolastico di 74 anni), secondo il quale il figlio «non è stato tutelato dalle istituzioni». A renderlo noto oggi Il Nuovo Quotidiano di Puglia.

«Inizialmente - racconta l'uomo in una intervista al  giornale - si è trattato di insulti omofobi segnalati da mio figlio con note disciplinari rimaste, perlopiù, lettera morta. Poi sono degenerati in autentiche aggressioni: danneggiamenti della sua auto, insulti omofobi e aggressioni come quella avvenuta in classe con una bottiglia, da parte di un alunno rimasto impunito. Altri episodi più gravi hanno causato le sue assenze prolungate per malattia. Purtroppo mio figlio a seguito di queste continue aggressioni è preda di una profonda depressione».

Il primo episodio risale al 2016, quando il docente fu apostrofato in classe da un alunno con un Oggi non mi rompere i c....... e minacciato con un oggetto che allo stesso insegnante parve essere un coltello. Informato dell'accaduto, il vicepreside si limitò a rispondere di non poter intervenire senza l'assoluta certezza della natura dell'oggetto mostrato, invitando il docente di avvisarlo immediatamente nel caso in cui ne avesse avuto sicura contezza.

Qunado alcuni giorni dopo lo stesso alunno mostrò in classe un grosso coltello, l'insegnante gli fece notare che ciò era vietato in un'aula scolastica. Per tutta risposta si sentì dire: Oggi faccio il coltello a sangue. Ti faccio un bel regalo di Natale: un mazzo di fiori.

Nel novembre 2017 un altro alunno spinse l'uomo, facendogli cadere zaino e occhiali, mentre gli gridava la solita domanda: Prof, è vero che sei gay?.

Alla luce di tali episodi, denunciati al locale comando dei carabinieri, il legale del docente ha indirizzato una diffida al dirigente scolastico e al vicepreside della scuola media.  Quest'ultimo, in particolare, avrebbe avuto, secondo lo stesso avvocato, «atteggiamenti ostili nei confronti dell’insegnante».

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Annullamento delle registrazioni anagrafiche dei figli di coppie omogenitoriali. Questo l’oggetto dell’interrogazione presentata dalla deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli al ministro dell’Interno Matteo Salvini in riferimento a quanto fatto da vari sindaci italiani a partire dal 20 aprile.

E la risposta è arrivata dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5s) che, nel corso del Question Time pomeridiano alla Camera, ha parlato a nome del titolare del Viminale.

«La questione richiama l'attenzione su una delicata tematica», ha esordito Fraccaro col ribadire altresì come il «vigente ordinamento dello stato civile preveda che gli atti di nascita si formino e si iscrivano nei relativi registri, indicando, quali genitori, la madre partoriente e il padre biologico. Inoltre l'annotazione nell'atto di nascita richiede sempre la preventiva verifica delle condizioni di paternità e maternità».

Ma Fraccaro ha subito poi ricordato l’intervento del «Tribunale di Pisa che, il 15 marzo scorso, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale della normativa di stato civile, nella parte in cui non consente la formazione in Italia di un atto di stato civile, in cui siano riconosciuti come genitori due persone dello stesso sesso». Anzi, su questa «complessa rilevante problematica», in particolare proprio rispetto «alle ipotesi di trascrizione di un atto di nascita di un bambino di coppia omogenitoriale formato in un altro Paese, la Corte di Cassazione si è pronunciata favorevolmente in più occasioni, formulando una serie di principi che pongono in rilievo il preminente interesse del minore a crescere in un contesto affettivo, in cui sviluppare la propria personalità, senza distinguere tra coppie etero o omogenitoriali». 

Fraccaro ha quindi reso noto l’impegno del ministro dell’Interno, che si è rivolto all’«Avvocatura generale dello Stato per ricevere valutazioni in merito ai contenziosi in atto, nonché per acquisire generali linee di indirizzo per la definizione di univoche indicazioni da diramare alle prefetture e agli uffici interessati». Quindi la conclusione: «Va osservato che secondo un recente orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato il prefetto, pur dotato di poteri di vigilanza, non può annullare l'atto dell'ufficiale di stato civile in assenza di un’espressa previsione di legge che conferisca tale potere».

Risposta, questa, che non solo ha vanificato in partenza parte dell’iniziativa presentata al mattino in Sala Caduti di Nassiriya da CitizenGo e Generazione Famiglia (con il sostegno politico del senatore leghista Simone Pillon per chiedere al «ministro dell’Interno Matteo Salvini di provvedere con urgenza ad incaricare le prefetture competenti dell’annullamento degli atti anagrafici illegitimi») ma ha creato vivo disappunto in Montaruli e negli omologhi di partito.

«Sono delusa – ha replicato l'interrogante –  da questa risposta che smentisce, purtroppo, sia il ministro Fontana che il ministro Salvini. E mi auguro, a quel punto, che la parte buona, tra virgolette, di questo Governo, cioè la Lega, tenga il punto su questa materia. In quel caso noi ci saremo.

Perché, vedete, la famiglia è una sola. Non ci sono genitori 1, non ci sono genitori 2, non ci sono genitori multipli: ci sono solo mamma e papà. Saremo fermi nel difendere l'unica famiglia che conosciamo che è la famiglia naturale. Gli unici diritti che vanno difesi sono quelli dei bambini. Tra egoismo e diritti noi difenderemo sempre i diritti».

 

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Uccisi a colpi di arma da fuoco e abbandonati lungo l’autostrada che collega Taxco a Cuernavaca nello Stato messicano del Guerrero. Questa la fine riservata da Rubén Estrada, esponente di spicco della collevità Lgbti di Taxco, e agli attivisti Carlos Uriel López e Roberto Vega.

Come riferito da Roberto Álvarez, portavoce delle forze di sicurezza del Guerrero, i corpi esanimi sono stati rinvenuti domenica mattina con ferite da proiettile alla testa. Secondo il funzionario la triplice uccisione sarebbe stato compiuta per estorsione. Al momento è sospettato d’omicidio il componente d’una banda di quattro persone, arrestate per possesso d’armi e droga.

Meta turistica per i siti archeologici precolombiani, le bellezze paesaggistiche e le spiagge, tra cui le più rinomate sono quelle d’Acapulco, il Guerrero è anche uno degli Stati messicani più poveri e maggiormente interessati dalla corruzione dei politici locali e delle violenze non solo dei narcotrafficanti ma anche delle forze dell’ordine

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Monica Cirinnà prima firmaria di un'interrogazione parlamentare (sottoscritta da altri 28 senatori del Pd: Cerno, Malpezzi, Fedeli, Vattuone, Patriarca, Comincini, Bini, Cucca, Stefano, Rampi, Bellanova, Miti, Misiani, Grimani, Alfieri, Rossomando, Astorre, D'Alfonso, Magorno, D'Arienzo, Giacobbe, Marino, Ginetti, Manca, Ferrazzi, Iori, Verducci) al ministro dell'Interno Matteo Salvini perché faccia sapere «cosa intende fare per garantire la sicurezza dei cittadini, l'ordine pubblico e la libertà d'espressione: tutto va in direzione assolutamente opposta.

Nel giro di pochi giorni, infatti, si sono verificati una serie di episodi gravi e preoccupanti che vedono come protagonista il neoministro dell'Interno e leader della Lega, l'ultimo dei quali con spari contro gli immigrati al grido di Salvini, Salvini».

Tali episodi sono stati così sintetizzati dalla stessa senatrice: «Prima tre giornalisti che indagavano sul finanziamento alla Lega sono stati convocati dalla Guardia di Finanza di Bolzano.

Il giorno successivo le forze di pubblica sicurezza a un comizio del Ministro dell'Interno hanno identificato degli attivisti radicali e di Amnesty International per aver esposto uno striscione su Giulio Regeni, mentre il 16 giugno, sempre le forze di polizia, al Siracusa Pride hanno imposto la rimozione di uno striscione contro Salvini. Episodi preoccupanti ai quali si sono aggiunte le frasi gravemente offensive e discriminatorie nei confronti di neri, migranti e persone Lgbt sulla pagina Facebook di un agente di polizia di Grosseto, per niente sanzionato.

Le parole e le azioni che il ministro Salvini ha avuto in questi giorni sono una chiara istigazione a comportamenti violenti e discriminatori.

È urgente che il ministro venga subito in Parlamento per spiegare come intenda garantire la sicurezza e come intenda garantire la piena effettività dell'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di riunione, oltre di garantire un'adeguata formazione delle forze di pubblica sicurezza, volta al rispetto del pluralismo e della pari dignità sociale di tutte e tutti i cittadini della Repubblica, nonché al fine di prevenire episodi incresciosi e veri e propri abusi come quelli riportati in premessa».

La notizia dell'interrogazione parlamentare è stata poi rilanciata dalla stessa senatrice sulla sua pagina Facebook con riferimento a un post insultante di Forza Nuova nei riguardi del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e del Roma Pride.

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L'Oms ha depennato oggi la transessualità dal novero delle malattie mentali.

«La disforia di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali dell'International Classification of Diseases - spiega l'Organizzazione mondiale della Sanità - per essere inserita in un nuovo capitolo delle 'condizioni di salute sessuale'». Il motivo? «È ormai chiaro che non si tratti di una malattia mentale e classificarla come tale può causare una enorme stigmatizzazione per le persone transgender».

La decisione di lasciarla in un capitolo dell'International Classification of Diseases (Icd) è stata motivata motivata dall'Oms con la necessità di garantire «l'accesso agli adeguati trattamenti sanitari».

La declassificazione quale malattia mentale, se da una parte contribuirà a eliminare ogni forma di stigmatizzazione verso le persone transgender, dall'altra,  riducendo la disapprovazione sociale verso le stesse, ne migliorerà l'accesso alle cure.

Contattato da Gaynews, così ha commentato ai nostri microfoni la decisione dell'Oms il prof. Paolo Valerio, ordinario di psicologia clinica presso l'Università Federico II di Napoli e direttore del Centro di Ateneo SInAPSi: «Abbiamo accolto con molta soddisfazione la notizia che, dopo 18 anni dal lancio dell’ICD-10, l'Oms ha diffuso la versione dell’ICD-11 che sarà presentata nel 2019 per essere approvata e adottata da tutti i Paesi. 

Dal documento emerge, infatti, la decisione di spostare la gender incongruence dal capitolo della salute mentale a quello della salute sessuale. Questo rappresenta un enorme passo in avanti dal punto di vista scientifico, sociale e sanitario e fornisce una risposta adeguata al notevole bisogno delle persone transgender di cure sanitarie e di assistenza, non sottoponendole a stigma.

Viene, infatti, ribadito che quella che il DSM 5 definisce “disforia di genere” non rappresenta una malattia mentale e autorevolmente affermato un approccio depatologizzante alle questioni che riguardano le persone transgender/gender non conforming».

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