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Un bambino che si sente bambina. Una bambina che fin da piccola si sente intrappolata in un corpo maschile. Creato e firmato dal premio BAFTA (Oscar britannici) Tony Marchant, Butterfly sarà trasmesso in prima visione assoluta (tutti e tre gli episodi) stasera dalle 21.00 su FoxLife (Sky 114): è tra i drama più attesi della stagione e racconta la complessa relazione che vive una coppia di genitori separati, Vicky, il premio Emmy Anna Friel (Limitless e Goal!) e Stephen, interpretato da Emmett J. Scanlan (Hollyoaks, The Fall), nell’affrontare la richiesta di cambio di sesso da parte del figlio minore Max (Callum Booth-Ford).

La serie, che ha fatto il boom di spettatori in Inghilterra, racconta con delicatezza la storia di un bambino di undici anni in lotta con sé stesso e con la propria natura.

Il conflitto centrale tra i due genitori è caratterizzato dal fatto che entrambi vogliono proteggere Maxine, ma hanno idee completamente diverse sul come farlo. Stephen, il padre, continua ad aggrapparsi all’idea che, quella del figlio, sia ancora una fase passeggera, mentre per Vicky è importante solo che Maxine stia bene fisicamente e mentalmente al di là di tutti i problemi.

La serie abbraccia il pensiero di una famiglia trigenerazionale con diversi punti di vista e diverse sensibilità. Ad esempio la nonna di Maxine, Barbara interpretata da Alison Steadman (Dolce è la vita, Orgoglio e pregiudizio) è ancora legata ai principi classici del passato e incarna lo stupore e lo scetticismo della vecchia generazione davanti ai cambiamenti come se fossero “assurdità moderne”.Il regista Anthony Byrne (Peaky Blinders) in Butterfly racconta in modo potente e realistico la delicatezza con cui è stata creata una famiglia credibile e amorevole nonostante le difficoltà, facendoci immedesimare nei personaggi e facendoci chiedere come avremmo reagito se una cosa simile fosse successa a noi.La colonna sonora di Butterfly è stata scritta dal duo che ha composto la colonna sonora di Stranger Things: Kyle Dixon e Michael Stein.

Nessuna marcia indietro, dunque, da parte di Sky di fronte alle richieste di gruppi cattoreazionari come Fondazione CitizenGO Italia che, in ottobre, aveva lanciato una petizione online con l'hastag #StopGender.

Petizione, che firmata da 15.000 persone, era volta a «chiedere a Sky di non farsi strumento di un bombardamento ideologico che sta gettando nella confusione più totale le famiglie e i bambini con conseguenze drammatiche per la loro salute fisica e psichica». 

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«Ho protetto la mia sessualità per molto tempo perché pensavo di dover favorire la mia carriera e ottenere più sponsor. Ma poi ho iniziato a chiedermi perché queste compagnie avrebbero dovuto sponsorizzarmi e farsi rappresentare da me se non potevo essere autenticamente me stessa». 

Con queste parole Melissa Reid, vincitrice di sei titoli nei campionati di Lpga (Ladies Professional Golf Association), ha deciso di fare coming out, il 10 dicembre, nel corso d’un’intervista rilasciata al sito dell’associazione Lgbti Athlete Ally, della cui lotta per l’uguglianza e l’inclusione nello sport è divenuta “ambasciatrice”.

La 31enne golfista britannica ha inoltre dichiarato «Nella mia vita privata non sono potuta essere così aperta come avrei voluto. Ho protetto a lungo la mia ragazza e sono sempre stata attenta a dove portarla. Ma adesso è arrivato il momento di cambiare pagina.

Vorrei vedere più donne inserite nell'organizzazione del golf, anche come spettatrici durante le gare. Così come sogno di ammirare maggiori pubblicità di atlete, perché io ho dovuto proteggere per tanto tempo la mia omosessualità per non mettere a repentaglio carriera e sponsor». 

Melissa Reid ha infine affermato: «Volevo far parte dell’Athlete Ally perché ritengo importante che le persone siano se stesse. Per me è stato sempre importante lottare per l'uguaglianza». 

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Quella suicidaria è una realtà di cui si parla poco all’interno della collettività Lgbti. Anche se si tratta di un rischio tutt’altro che marginale fino a essere un vero e proprio allarme, come riportato da un recente studio dell'American Academy of Pediatrics, in riferimento ad adolescenti transgender e gender non conforming.

Per rompere il silenzio al riguardo e ridurne i connessi rischi è stato ieri diffuso su YouTube Me alegro mucho de que estés aquí, video realizzato dalla piattaforma italiana L’amore è uguale per tutti e dall’associazione barcellonese Casal Lambda con la possibilità di attivare l'opzione dei sottotitoli in italiano, inglese, spagnolo, catalano e francese.

Presentato in anteprima il 5 ottobre in occasione del 42° anniversario di fondanzione dello storico ente Lgbti catalano di Avenida Marquès de l'Argentera, il progetto è un invito «a diffondere la speranza e a capire l’importanza di ascoltare ed essere ascoltati».

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Con ordinanza, depositata il 15 marzo 2018, il Tribunale di Pisa aveva rimesso gli atti alla Corte Costituzionale per verificare se la legge italiana, vietando di indicare due donne lesbiche come mamme di un bambino venuto due anni alla luce nel capoluogo toscano, non violasse i loro diritti fondamentali

Ma a tali atti, contenenti dati personalissimi, avrebbero potuto accedere finora le associazioni Vita è, rappresentata dal senatore Simone Pillon, il Centro Studi Livatino e Rete Lenford, in quanto intervenute nel giudizio.

Cosa che ha spinto le due donne, attraverso gli avvocati Alexander Schuster (loro legale sin dall’inizio) e Vincenzo Zeno-Zencovich (esimio giurista e rettore dell’Università degli Studi Internazionali di Roma), a presentare istanza, il 6 settembre, a Giorgio Lattanzi, presidente della Corte Costituzionale, perché fosse posto termine alla prassi di accedere agli atti di causa in giudizi pendenti.

Richiesta motivata in quanto tale prassi apparirebbe contraria alle regole processuali comuni e incompatibile con la tutela della riservatezza dei dati personali contenuti negli atti di causa. Tanto più che, nel loro caso specifico, due delle tre associazioni intervenute sono manifestamente contrarie alle loro richieste.

Con provvedimento del 21 novembre (ma reso pubblico solo nelle ultime ore sulla homepage della Corte Costituzionale) il presidente Lattanzi, dopo aver ampiamente ricostruito le norme processuali italiane  e richiamato proprio alla tutela della riservatezza delle persone coinvolte, ha determinato la fine di tale prassi.

Viva soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Schuster, che ha dichiarato: «Questa prassi aveva sollevato dubbi in me sin dalla mia prima esperienza in Corte costituzionale nel 2010 con la sentenza sul matrimonio gay.

Essa consentiva fino a ieri ad associazioni contrarie ai diritti delle donne e delle minoranze l’accesso senza filtro a informazioni assolutamente personali.

Spero anche che ora associazioni che intervengono a supporto siano indotte più di prima a coordinarsi con chi cura la difesa dei diretti interessati.

Nel caso di specie, si è appreso dell’intervento di tutte le associazioni, inclusa Rete Lenford, in cancelleria. Appare difficile fare un fronte comune senza un minimo di dialogo fra colleghi».

Ha anche rilevato come «rimanga ancora aperta la questione che abbiamo postoquanto all’opportunità che chiunque intervenga abbia diritto di prendere la parola in udienza,sottraendo di fatto tempo e spazio a chi deve difendere le libertà costituzionali di persone concrete: le vere parti del processo».

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Daniela Lourdes Falanga, prima donna transessuale alla guida del comitato Arcigay di Napoli, dedicato alla figura di Antinoo, amante dell'imperatore-poeta Adriano? Questa è la scommessa che intende vincere il gruppo di attiviste e attivisti, formato da alcuni consiglieri uscenti, noti a livello locale e nazionale, tra cui il presidente Antonello Sannino

Daniela Falanga, il cui impegno è stato più volte riconosciuto anche oltre il territorio campano, è la candidata presidente della mozione La Lotta Continua, mozione che intende continuare il lavoro iniziato con la presidenza di Sannino. L'altra mozione, recante il titolo chiAma Napoli 4.0, vede invece quale candidato presidente Marco Marocco, attuale delegato Salute per il medesimo comitato.

Il lavoro di Daniela, punto di riferimento di una comunità trans, quella partenopea, tra le più numerose, è stato sempre volto ad aiutare i soggetti che vivono in condizioni di estrema marginalità. A tal proposito non si può non ricordarne l'azione di sensibilizzazione, svolta nelle carceri, tra le persone transgender e omosessuali della Casa Circondariale di Poggioreale. 

La candidatura è sostenuta, tra l’altro, da un appello pubblico che, in pochi giorni, ha ottenuto l’adesione di nomi di spicco della cultura e dell’attivismo: da Pino Strabioli a Franco Buffoni, da Porpora Marcasciano ad Antonella Cilento, passando per Ivan Cotroneo, Paolo Valerio, Flavio Romani, Gianni Simioli, Regina Satariano, Luca Baldoni e tanti altri. 

L’appuntamento è per il prossimo 15 dicembre, giorno in cui si terrà il Congresso territoriale del Comitato Arcigay Napoli. 

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Nella Giornata Mondiale di lotta contro l’Aids sono innumerevoli le manifestazioni organizzate in Italia e all’estero, per sensibilizzare alla prevenzione e al superamento dello stigma sierofobico

Ma non è possibile non rivolgere un pensiero commosso alle tantissime persone che, tra gli anni ’80 e ’90, morirono a seguito della pandemia, spesso nella più estrema solitudine e stigmatizzazione sociale. Risuona ancora nella sua estrema gravità la definizione che nel 1987 diede dell’Aids l’allora arcivescovo di Genova, card. Giuseppe Siri, quale «peste dei gay».

Tra le prime vittime italiane di quegli anni ci fu anche Duccio, che si spense nel 1985.

Gaynews vuole ricordarlo (e con lui tutte le persone che morirono e continuano ancora a morire per Aids) attraverso una lettera aperta di Rosario Murdica.

Caro Duccio, oggi è il  1 dicembre. Un giorno importate perché dedicato alla lotta all'Aids. Tu non ci sei più e sono passati molti anni dal 1985, l'anno in cui ci lasciasti.

Era un giorno d'estate ed ero fuori città. Non sono potuto venire al tuo funerale. Tutto fu fatto in fretta. E noi tutti eravamo pieni di paura. E in parte la ferita di quegli anni ancora brucia. E brucia forte.

Quando arriva il 1° dicembre, non posso fare a meno di pensarti. Più degli altri giorni. E penso che, se fosse accaduto oggi, tu saresti stato ancora qui. Perché avresti potuto avvalerti  della  ricerca, dei test rapidi e dei farmaci. Oggi con i test e i farmaci giusti puoi vivere alla grande. Anche il sesso, che ci dicevano in quegli anni di non farlo e di astenerci perché omosessuali, oggi continua a essere meraviglioso. 

Non sai quanto ci si diverte ancora, soprattutto, quando si è informati bene. Oggi avresti più o meno 80 anni e sicuramente saremmo nella tua casa a discutere di letteratura, di teatro come facevamo sempre in quegli anni. Io avevo 26 anni e tu, diciamo, qualcosa in più portati meravigliosamente bene. 

Cercavamo di essere liberi, felici, gay a tutto tondo. Mi  sono sposato con Giovanni. Lo hai conosciuto poco prima. Vi siete subito piaciuti. Son passati  molti anni dal 1985 e credo  che se fossi qui al mio fianco saresti con tutti coloro che lottano contro la discriminazione delle persone  sieropositive e contro l'Aids . 

Anzi saresti, anche a 80 anni, dietro a quei tavoli, per la prevenzione e i test rapidi con tanti giovani volontari accanto. Ti ci vedo sorridente e con tutta la tua ironia. Quella che mi hai insegnato tu. 

Ora ti lascio con quell’abbraccio con cui ti lasciavo ogni volta che ci salutavamo.

Tuo, Rosario

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Un tema poco trattato, anche nella settimana di sensibilizzazione alla lotta contro l'Hiv/Aids, è la questione del test per i minori. La normativa attuale prevede fino a 18 anni la necessità della presenza di un genitore o tutore per effettuare il test Hiv nelle strutture sanitarie. Tuttavia, in molti casi, gli adolescenti non sono dichiarati con i propri genitori (se Lgbti) oppure non hanno abbastanza confidenza per parlare di sessualità.

Intanto, lo stesso Istituto Superiore di Sanità che denuncia nella fascia 25-29 anni l'incidenza maggiore delle nuove infezioni di Hiv, non esclude che in questi casi il virus possa essere stato contratto prima della maggiore età. Il tema era stato affrontato alcuni mesi in un'inchiesta de L'Espresso.

Abbiamo deciso, a tal proposito, di pubblicare la lettera di P. S., 15 anni, (la redazione è a contatto con la persona ed è stata autorizzata dalla famiglia a pubblicare il contenuto della lettera), che ci ha contattato attraverso Agedo Roma per raccontarci la sua esperienza. P. S. si ritiene fortunato di aver potuto interloquire con la famiglia. Ma questo, purtroppo, non accade per molti altri coetanei e coetanee.

Una risposta a tale problematica è ancora lontana dall'essere chiara. Dar voce a chi vive l'esperienza diretta può essere un modo per iniziare a inquadrare seriamente il problema. 

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Buongiorno a tutti.

Una mattina dello scorso ottobre mi sono recato al Centro Aids dell’ospedale Spaziani di Frosinone, la mia città, per sottopormi ad un test per l’Hiv Sono stato accolto da due dottoresse e da due infermieri, che ringrazio tantissimo per l’impegno e il supporto prestatomi. Le due dottoresse mi hanno, da subito, negato il diritto di sottopormi al test poiché minorenne e non accompagnato da alcun tutore. Ero solo con una mia carissima amica di famiglia, la dottoressa Roberta Cassetti. Io, con la fortuna che mi ritrovo, ho chiamato mia madre, la quale era già informata della situazione ed è subito venuta a firmare le carte per farmi sottoporre al test. 

Purtroppo, non tutti i ragazzi della mia età hanno questo tipo di dialogo con i propri genitori e possono "chiedere" di effettuare test come invece ho potuto io. La legge 135 del 1990, infatti, prevede che il minore debba essere accompagnato da un tutore legale, salvo che non abbia contratto matrimonio (casi più rari che discutibili); non trovate una grande incoerenza, nonché futilità, in questa legge? L’Hiv è un virus sessualmente trasmissibile ad alto rischio infettivo ed è in crescita soprattutto tra giovani e minori. La sessualità non la scopriamo certo a 18 anni e persino l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di fare prevenzione nelle scuole già dalla prima adolescenza. Nel mondo, le morti per Aids sono circa 35.000.000 nell'ultimo anno, più della metà dovute alla trasmissione del virus avvenuta in età adolescenziale.

Ho deciso di denunciare pubblicamente questa inezia, invece di starmene a casa e continuare tranquillamente la mia vita. Voglio indirizzare questa lettera alle autorità competenti, affinché si possa rendere il test accessibile a tutti, anche a minori non accompagnati, rispettando i diritti inderogabili all’anonimato e alla sanità pubblica.

Vorrei si parlasse anche di questo per la giornata mondiale contro l'Aids: vogliamo veramente che ragazzi minorenni, che non hanno un forte dialogo con i propri tutori per poter trattare questi argomenti, rischino ogni giorno di contrarre l'Hiv o le altre infezioni a trasmissione sessuale come la sifilide, che stanno aumentando in percentuali ancora maggiori?

Lo Stato, che è preposto alla nostra sicurezza, ci sta ignorando. Sta ignorando l'educazione sessuale nelle scuole, la distribuzione dei profilattici e qualsiasi strumento concreto di prevenzione tra i giovanissimi. Oggi il test è toccato a me e fortunatamente è negativo. Domani potrebbe toccare a te, a tuo figlio, al tuo collega o al tuo migliore amico, gay o etero che sia.   

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Tra le iniziative per la Giornata Mondiale contro l’Aids (1° dicembre) è stato presentato ieri a Roma, presso la Federaziona Nazionale della Stampa, il progetto nazionale We Test - Mettiamo la salute in circolo, che prevede il test rapido Hiv nei circoli Arco e nelle associazioni Lgbti.

A intervenire, fra gli altri, alla conferenza stampa di presentazione Roberto Dartenuc (presidente di Arco), Sebastiano Secci (presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Giulio Maria Corbelli (vicepresidente di Plus Onlus), Michele Breveglieri (Arcigay), lo storico miliante del movimento di liberazione omosessuale Vanni Piccolo.

L'iniziativa si svilupperà in oltre 15 città, con 9 associazioni coinvolte e oltre 3000 test previsti in più di 30 fra circoli e associazioni locali, direttamente nei luoghi di ritrovo della collettività Lgbti. L'obiettivo - si legge nel comunicato congiunto - è quello di ampliare la possibilità di fare il test, diffonderne la periodicità, contrastare il ritardo nella diagnosi da Hiv, tra i principali responsabili della continua diffusione del virus.

Tra le novità dell'iniziativa l'ampio partenariato che sostiene il progetto, che include anche associazioni non strettamente legate alla prevenzione nel gruppo MSM (maschi che fanno sesso con maschi): ArcigayArc Onlus, Arco - Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali, Asa - Associazione Solidarietà Aids MilanoCircolo di Cultura Omosessuale Mario MieliIreos - Comunità queer autogestitaNps Italia OnlusNudi - Nessuno Uguale Diversi InsiemePlus Onlus.

Il tema principale secondo i promotori, che riprendono i dati dell'Istituto Superiore di Sanità è quello delle diagnosi tardive, dovute all'assenza di una cultura del test abituale.

«Oltre la metà (55,8%) delle persone che hanno avuto una diagnosi di infezione da Huv nel 2017 (3443) aveva già il sistema immunitario compromesso (definito come un numero di cellule CD4 inferiore a 350). Inoltre - proseguono - va rilevato che tra le motivazioni che hanno indotto le persone con nuova diagnosi Hiv a fare il test, si registra una percentuale stabile (32%) di persone che lo hanno fatto a seguito di sintomi Hiv correlati, mentre solo un 26% lo ha fatto in seguito a comportamenti a rischio infezione

Tutto questo rappresenta una situazione critica di grave rischio per la salute: se diagnosticata per tempo l’infezione da Hiv è perfettamente gestibile con la terapia antiretrovirale (che può rendere il virus non trasmissibile), mentre in caso contrario compromette il sistema immunitario e diventa più facilmente trasmissibile».

Come ribadito dai promotori in conferenza stampa, We Test mira a rendere strutturali esperienze di collaborazione già rodate sul territorio per raggiungere le persone direttamente nei luoghi di ritrovo, ampliare la possibilità di fare il test e ottenere informazioni sulla salute, sensibilizzare alla periodicità dei test in strutture pubbliche e associative». 

L’iniziativa si svilupperà in tutto il 2019 e vedrà per la prima volta un'azione coordinata di monitoraggio e raccolta dati su scala nazionale.

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Il tema dell’omosessualità nel clero e nella vita religiosa torna a essere al centro delle dichiarazioni di Bergoglio.

Nel libro intervista La fuerza de la vocación. La vida consagrada hoy, che, curato dal sacerdote claretiano Fernando Prado e pubblicato in dieci lingue (in Italia comparirà per i tipi bolognesi delle Dehoniane), sarà in vendita nelle librerie a partire dal 3 dicembre, papa Francesco ritiene la questione «qualcosa che mi preoccupa», per la quale occorre più attenzione in riferimento ai candidati nei seminari e nelle case religiose. 

Ribadendo le nuove direttive in materia di formazione risalenti a Benedetto XVI (anche se sembra che il pontefice tenda a dimenticare la recenziorità di tali posizioni magisteriali-disciplinari), dichiara infine che le persone omosessuali devono essere esortate a «vivere pienamente il celibato» e a lasciare il ministero «piuttosto che vivere una doppia vita».

Ecco in anteprima la domanda specifica e la relativa risposta di Francesco come appariranno nel libro.

Non è un segreto come nella vita consacrata e nel clero ci siano anche persone con tendenze omosessuali. Cosa dire di questo?

È qualcosa che mi preoccupa, perché forse a un certo punto non è stata ben affrontata. In linea con ciò di cui stiamo parlando, direi che dobbiamo curare molto la maturità umana e affettiva

Dobbiamo discernere con serietà e ascoltare la voce dell'esperienza che anche la Chiesa possiede. Quando il discernimento non è curato al riguardo, i problemi crescono. Come ho detto prima, succede che al momento forse non mostrano i loro volti, ma in seguito appaiono per quello che sono.

La questione dell'omosessualità è una questione molto seria che deve essere oggetto di corretto discernimento fin dall'inizio, se è il caso, con i candidati. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l'omosessualità sia di moda e che questa mentalità influisca, in qualche modo, anche sulla vita della Chiesa.

Ho incontrato qui un vescovo un po’ scandalizzato che mi ha detto d’aver appreso che nella sua diocesi, una diocesi molto grande, c'erano diversi preti omosessuali e che doveva affrontare tutto questo, intervenendo, prima di tutto, sulla formazione per formare un altro clero distinto. È una realtà che non possiamo negare

Non mancano casi nella vita consacrata. Un religioso mi ha detto d’essere rimasto sorpreso durante la visita canonica a una delle province della sua congregazione. Vide che c'erano dei buoni giovani studenti e che persino alcuni religiosi già professi erano gay.

Lui stesso aveva dubbi sulla questione e mi ha chiesto se ci fosse qualcosa di sbagliato in ciò. «In fondo – diceva – non è così grave: è solo un'espressione di affetto». Questo è un errore. Non è solo un'espressione di affetto. Nella vita consacrata e nella vita sacerdotale non c’è posto per questo tipo di affetti. 

Per questo motivo, la Chiesa raccomanda che le persone con tale tendenza radicata non siano ammesse al ministero o alla vita consacrata. Il ministero o la vita consacrata non sono il loro posto

I sacerdoti, i religiosi e le religiose omosessuali devono essere esortati a vivere pienamente il celibato e, soprattutto, a essere squisitamente responsabili, cercando di non scandalizzare né le loro comunità né il santo popolo fedele di Dio vivendo una doppia vita. È meglio che lascino il ministero o la loro vita consacrata piuttosto che vivere una doppia vita.

 

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Stabili i nuovi casi, incidenza maggiore delle nuove infezioni tra i 25 e i 29 anni. Si conferma in generale la trasmissione da rapporti eterosessuali come modalità principale, mentre tra maschi si stabilizza quella da MSM. Resta critica la situazione delle diagnosi tardive, con il 73,9% delle nuove diagnosi di Aids in cui la persona scopre di essere sieropositiva pochi mesi prima di passare allo stato conclamato. 

 

Secondo il report annuale dell’Istituto Superiore di Sanità, diffuso pochi giorni prima dalla Giornata Mondiale di lotta contro l'Aidsnel 2017 sono state segnalate 3.443 nuove diagnosi di infezione da Hiv (al netto di eventuali ritardi di notifica). L’incidenza - il numero di casi in rapporto alla popolazione - maggiore di infezione da Hiv è nella fascia di età 25-29 anni.

La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l’84,3% di tutte le segnalazioni. Percentuale, questa, che dal 2014 si mantiene tra l'84 e l'85%.

Tra questi, il 45,8% provengono da rapporti eterosessuali, mentre il 38,5% da rapporti Msm (maschi che fanno sesso con maschi): una categoria che è bene ricordare non coincide del tutto con i maschi gay ma include tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno avuto un rapporto omosessuale.

Se invece consideriamo solo i maschi, la modalità principali rimane quella dei rapporti Msm con il 38,5% rispetto ai maschi che hanno rapporti eterosessuali con il 25,3% (38,1% e 27,7% nel 2016, 45,7% e 28,9% nel 2015, 49% e 26% nel 2014).

Si conferma la tendenza generale effettuare il test Hiv in situazioni specifiche e non per abitudine: nel 2017, il 32,0% delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv aveva eseguito il test per la presenza di sintomi Hiv-correlati il 26,2% in seguito a un comportamento a rischio e il 14,6% in seguito a controlli nei Sert, nelle strutture extrasanitarie e nei penitenziari. 

Cooerentmente a questo dato, oltre la metà (55,8%) delle persone che hanno avuto una diagnosi di infezione da Hiv nel 2017 (3443) aveva già il sistema immunitario compromesso (definito come un numero di cellule CD4 inferiore a 350).

Nel 2017 sono stati diagnosticati 690 nuovi casi di Aids pari a un’incidenza di 1,1 nuovi casi per 100.000 residenti. Come noto da diversi anni, la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere Hiv positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids conclamato è aumentata su scala ventennale, passando dal 20,5% del 1996 al 73,9% del 2017.

Rispetto agli ultimi anni questo dato subisce finalmente una battuta d’arresto rispetto al 76,3 nel 2016, al 74,5% del 2015 e al 71,5% nel 2014). Il fenomeno complessivo delle diagnosi tardive, tuttavia, resta una delle criticità da affrontare nonché una delle principali cause di trasmissione del virus, che non viene trattato efficacemente all'inizio dell'infezione. 

Come ha ben spiegato infine la Dott.ssa Barbara Suligoi dell'Istituto Superiore di Sanità, infine, la sfida principale rimane quella di riagganciare il trend europeo di complessiva diminuzione delle nuove  diagnosi di HIV, che invece in Italia sono stabili da 4 anni. 

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