Francesco Lepore

Francesco Lepore

Tanti striscioni con lo slogan No Bavaglio o Stampa libera, stop fascismo. Solidarietà a Repubblica e L'Espresso. Tante le persone che hanno preso parte al sit-in che, iniziato alle 15:30 in Via Cristoro Colombo, 90, è stato organizzato da Rete NoBavaglio e Articolo21 in risposta al blitz indimidatorio del 6 dicembre. Blitz inscenato da Forza Nuova Roma proprio davanti alla sede romana del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.

A sostenere l’iniziativa, fra gli altri, anche Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale stampa italiana, e Carlo Verna, presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che ha rilevato la necessità di «una risposta ferma e determinata: non accettiamo pseudo-proteste che in realtà sono minacce». E ha poi concluso: «Quella di oggi è una festa per la libertà di stampa e per la democrazia».

Significativa la partecipazione della segretaria della Cgil Susanna Camusso che ha dichiarato: «Tali episodi parlano della ricostituzione di organizzazioni di stampo fascista. Dobbiamo essere perciò custodi della libertà e delle regole democratiche costituzionali. Perché chi minimizza non ha il senso delle parole libertà e democrazia: chi vuole occuparsi della scena pubblica deve garantire innanzitutto la libertà, a partirete da quella della stampa». 

Fra le numerose associazioni che hanno aderito anche Emergency, Arci, il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli nonché i cdr dei principali giornali e agenzie italiane. 

Presenti anche alcuni componenti di Gaynet e della redazione di Gaynews (tra le prime ad aderire al sit-in odierno) insieme col direttore Franco Grillini.

Ovviamente si sono uniti ai manifestanti anche i direttori de La Repubblica Mario Calabresi Tommaso Cerno che, in un video, ha spiegato ai nostri lettori l’importanza dell'evento.

 

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Il Partito Laburista Progressista (Plp), al governo dal circa cinque mesi in Bermuda, è riuscito a far approvare, grazie alla sua maggioranza, una legge che rende illegale il same-sex marriage e consente al contrario le sole unioni civili.

Approvata lo scorso fine settimana e resa nota nella giornata d’ieri, la norma non avrà effetto retroattivo sui matrimoni (sette in tutto) contratti da persone dello stesso sesso tra maggio e novembre. Nei mesi, cioè, in cui è stato possibile farlo a seguito della sentenza emessa, il 5 maggio, dalla presidente della Corte Suprema, Charles-Etta Simmons, a favore dei ricorrenti Winston Godwin e Greg DeRoche.

La giudice ha infatti messo in evidenza come Godwin e il suo compagno canadese erano stati di fatti discriminati sulla base del loro orientamento sessuale quando presso la Cancelleria generale ci si era rifiutati di procedere alle pubblicazioni di matrimonio. Assunto poggiato sul rilievo giuridico del  palese contrasto del Marriage Act 1944 (la vigente legislazione bermudiana in materia matrimoniale) con quanto disposto nelle Sezioni II (2, a, II) e V del Bermuda Human Rights Act.

La sentenza della Corte Suprema ha così legalizzato di fatti la celebrazione del same-sex marriage (il primo in data 31 maggio) in tutto l’arcipelago. Che, come noto, è un territorio d'oltremare britannico e componente della comunità caraibica (Caricom). Ma i cui abitanti (poco più di 60mila) sono nel complesso tutt’altro che gayfriendly. Riprova ne è (anche se poi considerato invalido per il mancato raggiungimento del quorum previsto) il risultato del referendum non vincolante del 23 giugno 2016 su unioni civili e nozze tra persone dello stesso sesso: su 20.804 votanti ben 13.003 e 14.192 si erano rispettivamente espressi contrari (63.03% e 68.54 %) di contro al 31 e 37% dei favorevoli.

Non meraviglia, dunque, che l’8 dicembre, dopo un dibattito di cinque ore, la Camera dell’Assemblea abbia approvato (24 sì, 10 no, 2 astenuti) l’accennato disegno di legge. Via libera insomma alle unioni civili ma sbarramento al matrimonio egualitario, durato nell’arcipelago caraibico l’éspace d’un matin.

Il proponente del ddl Walton Brown ha messo in luce come la normativa garantisca non pochi diritti alle coppie di persone dello stesso sesso nel «pieno rispetto dei diritti di tutta la comunità».

Durante il dibattito Lawrence Scott, deputato del Plp e figlio dell’ex-premier William Alexander, ha definito equilibrato un disegno di legge che alla fine «garantisce alla comunità Lgbti i benefici richiesti. Fino ad oggi le persone omosessuali potevano godere del matrimonio a livello nominale ma senza i suoi benefici. Dopo l'approvazione di questa legge ne avranno i vantaggi senza il nome. E sono i vantaggi quanto veramente essi richiedono».

Ha invece duramente attaccato il disegno di legge quale discriminatorio Patricia Gordon-Pamplin, leader ad interim del partito d’opposizione One Bermuda Alliance. «Mai – ha dichiarato – sosterremo un testo che toglie diritti acquisiti a una collettività». 

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Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Le cose cambiano: buone prassi nazionali e internazionali di Pasquale Quaranta, giornalista di Repubblica.it.

 

 

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Prima unione civile a Camerino, Comune del Maceratese, retto da un’amministrazione di centrodestra. A dire il loro sì il 40enne Marco Dolci, originario di Civitanova Marche e impiegato presso un’azienda di Corridonia, e il 60enne Franco Verdarelli, addetto storico all’Ufficio Anagrafe del Municipio carmerte.

A celebrare il rito presso un gremito Salone Contram, sede provvisoria comunale, il sindaco Gianluca Pasqui (FI) visibilmente emozionato. Commosse le testimoni Monica Dolci e Patrizia Verdarelli, rispettive sorrelle dei festeggiandi. Raggiante Clara, la 96enne madre di Franco.

Il primo cittadino di Camerino, che ha donato alla coppia due bouquet di rose azzurre e fiori bianchi, ha rivolto loro un significativo augurio dopo la rituale firma sul registro di stato civile.

«Caro Franco – così ha detto il sindaco di Forza Italia -, sono veramente contento per voi, per tutti noi e per quello che rappresentate. È stata un’emozione vera e vi ringrazio per avermi permesso di viverla, soprattutto in questo momento storico per un territorio che ha tremendamente bisogno di simboli di speranza nel futuro. È un giorno di festa per un’intera comunità. Un'emozione per tutti, tanto affetto e una famiglia che nasce in un territorio che rinasce».

E ha poi aggiunto: «Franco è una persona che stimo, un amico da tanto tempo, e conosco i valori personali e professionali che esprime anche nel suo lavoro».

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87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Il "decoro" nella storia e l'annoso dibattito sui Pride dello storico dell'arte Valerio Mezzolani.

 

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A meno d’un mese dal sondaggio governativo (che aveva visto il 61,6% dei partecipanti a favore) il Parlamento federale dell’Australia ha oggi approvato il disegno di legge che legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Dopo il voto al Senato la scorsa settimana (43 sì, 12 no) il testo ha oggi ottenuto alla Camera dei Rappresentanti una maggioranza schiacciante. Dei 150 deputati soltanto quattro hanno espresso voto contrario.

Il risultato è stato accolto tra applausi e abbracci mentre in Aula si cantava We are Australian. Il primo ministro Malcolm Turnbull ha espresso la sua gioia con un tweet.

L'ultimo passo spetta adesso al governatore generale Peter Cosgrove, rappresentante della Regina in Australia, che ratificherà la legge nei prossimi giorni. Dopo l'assenso reale e altre formalità procedurali, la normativa dovrebbe entrare in vigore nel prossimo mese.

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Il 22enne Mario Donadio e il 24enne Yevheneik Borysyuk erano stati fermati sabato scorso in flagranza di reato mentre tentavano di estorcere del denaro a don Crescenzo Abbate per un video hard. Un video in cui il parroco della chiesa della Trasfigurazione in Succivo (Ce) sarebbe stato filmato mentre aveva un rapporto sessuale con uno dei due giovani.

20mila euro la somma richiesta (di cui mille erogati proprio sabato mattina con banconote segnate) al sacerdote, che aveva sporto tempo fa denuncia contro Mario e Yevheneik.  Ma i due 20enni hanno però dato una versione ben diversa agli inquirenti. I mille euro sarebbero soltanto il corrispettivo delle prestazioni a pagamento secondo gli accordi presi con don Crescenzo.

In ogni caso, lunedì mattina, la gip Valentina Giovanniello del tribunale di Napoli Nord ha convalidato il fermo e disposto gli arresti domiciliari per i due giovani. E intanto a Succivo, tra colpevolisti e innocentisti, non si fa che parlare di don Crescenzo. Anche perché, come scritto da una ragazza del luogo in un gruppo Fb, «in piazza tutti i ragazzi sanno da chi andare, e cosa fare, se hanno bisogno di un po' di soldi».

Nel condannare l’estorsione si è unanimi. Ma molti a Succivo sapevano da tempo delle abitudini di don Crescenzo con uomini bisognosi. Molti ne ridacchiavano sussurandoselo all’orecchio. Senza però avere mai il coraggio di parlarne alle autorità ecclesiastiche competenti.

E ieri, a seguito del clamore mediatico suscitato dalla vicenda, uno stringato comunicato della diocesi d’Aversa (dove è incardinato don Crescenzo) rendeva nota la sospensione temporanea del sacerdote dall’ufficio di parroco.

«Le notizie - si legge nella nota - immediatamente divulgate ieri dai mezzi della comunicazione, relative alla vicenda della denuncia per tentata estorsione sporta dal Parroco di Succivo a carico di due giovani, residenti nello stesso luogo, e della successiva convalida del fermo di questi ultimi, nonché della particolare situazione che avrebbe fornito l’occasione e la motivazione dell’azione estorsiva, trova questa Diocesi profondamente consapevole della gravità dei fatti e vivamente colpita per il disagio che ne consegue nelle persone coinvolte e nell’intero tessuto sociale ed ecclesiale. Si attende con rispetto che le indagini condotte dalle Autorità Giudiziarie facciano chiarezza e accertino l’effettiva consistenza dei fatti e delle responsabilità di quanto accaduto. Nel frattempo, e per il tempo che sarà ritenuto necessario, la Diocesi ha disposto di chiedere al Sacerdote la sospensione temporanea dal suo ufficio di Parroco».

Quello che è apparso a tanti quale un atto tempestivo dell’Ordinario aversano, è in realtà una risposta molto tardiva a una situazione già denunciata nell’aprile 2016 al vescovo d'Aversa, Giovanni Spinillo. Che, però, non fece nulla.

In due telefonate, registrate e rese oggi pubbliche da Gaynews, Francesco Mangiacapra aveva fatto il nome di Don Crescenzo con riferimento ad alcuni di questi episodi. Di cui non pochi succivesi avevano trovato riferimenti nel libro dello stesso escort napoletano Il Numero Uno. Confessioni di un marchettaro. Non è forse un caso, come raccontato dallo stesso Mangiacapra, che ogni tentativo di presentare il suo volume a Succivo fosse caduto per l’addietro nel vuoto.

Ascolta gli audio delle telefonate di denuncia al vescovo d'Aversa nei confronti del parroco di Succivo

 

 

 

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Catolicadas, la campagna messicana di animazione realizzata dall’onlus Católicas por el Derecho a Decidir e trasmessa sul relativo canale YouTube, giungerà giovedì prossimo al settimo capitolo della nona stagione ossia, complessivamente, al centesimo capitolo.

Segno incontrovertibile dell’enorme successo d’una serie che, presentata in anteprima in occasione della Giornata internazionale delle donne nel 2012, è arrivata a realizzare otto milioni di riproduzioni su YouTube e ad avere oltre 300mila follower, di cui il 50% sono giovani con meno di 24 anni.  

Si tratta di episodi che vogliono illustrare temi quali aborto, uso dei contraccettivi, omofobia, violenza sulle donne e di genere, lavoro delle donne, immigrazione, pedofilia, intervento della Chiesa nella politica, distanza tra vescovi e fedeli. E tutto questo attraverso i personaggi di Suor Juana (che esprime valori e sentimenti comuni in accordo con la genuina tradizione evangelica) e del Padre Beto (che incarna l’immagine d’una Chiesa arroccata sul conservatorismo e sulla rigorosa adesione alle dichiarazioni magisteriali).

Come dichiato all’agenzia di stampa spagnola Efe da Sandra Fosado, portavoce dell’organizzazione no-profit (fondata nel ’94 da donne e uomini di fede cattolica per difendere in prospettiva femminista e laica i diritti delle donne e dei giovani), «Suor Juana è la nostra eroina, perché lei è la voce che ci rappresenta, perché è dietro ogni cosa che vogliamo trasmettere: una religiosa investita del ruolo di difensora dei diritti umani». E che ricorda alle gerarchie come i loro atteggiamenti e insegnamenti siano non di rado contrapposti al messaggio del Cristo.

L’ultima puntata trasmessa dal titolo La otra cara de la Luna, ad esempio, è stato incentrato sui femminicidi in Messico e le dinamiche di vittimizzazione. Suor Juana s’impegna nel difendere la famiglia di Luna, la ragazza assassinata, e si rivolge a un’avvocata. Entrambe chiedonon alle autorità d’indagare sul caso in una prospettiva di genere e denunciano l'impunità dilagante nel Paese. «Dio sta con quanti lottano per la giustizia», spiega Suor Juana.

Nell’episodio El triunfo del respeto, invece, due giocatrici della Nazionale messicana femminile festeggiano la vittoria nella finale della Coppa del Mondo dandosi un bacio sulle labbra. Il Padre Beto, antagonista di Suor Juana, considera ciò un disonore per la comunità ecclesiale. Ma Suor Juana gli ricorda che «il pregiudizio acceca le persone». Decide allora di costituire un gruppo che educhi la cittadinanza al rispetto per la collettività Lgbt perché «Gesù amò senza eccezioni».

La gerarchia cattolica non ha finora criticato il progetto. Il motivo, secondo Sandra Fosado, sta nel fatto di fondare gli episodi sui «documenti ufficiali della Chiesa o sulle testimonianze dei teologi, compresi quelli dalle posizioni più progressiste».

Sulla rete non sono mancati gli insulti ma la serie ha ricevuto soprattutto elogi. Al punto tale che la onlus cattolica ha deciso di trasformare le storie di Catolicadas in materiale didattico attraverso uno specifico manuale. Nelle prossime settimane sarà inoltre lanciato un videogioco per smartphone basato sulle avventure e gli insegnamenti di Suor Juana.

Guarda il video dell'episodio El triunfo del respeto contro l'omofobia

 

 

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A ridosso della Giornata mondiale di lotta all’Aids si è tenuto a Napoli presso la  Federico II un seminario di studi promosso dal locale Osservatorio Lgbt di Scienze sociali.

A volere l’incontro Fabio Corbisiero, coordinatore dello stesso organismo universitario e ordinario di sociologia nell’ateneo federiciano, che ne ha così spiegato le finalità: «Attraverso la ricerca sociale possiamo ripensare all’identità della comunità Lgbt del nostro Paese in modo nuovo, a partire dal vocabolario, dalle pratiche e dalle politiche mediante le quali si assiste oggi a un vero e proprio meticciato tra ricerca e militanza che implica un coinvolgimento della soggettività e della capacità di “narrazione empatica” del ricercatore che non può essere raggirata con un semplice richiamo all’oggettività scientifica».

Strutturato in due sessioni (1° L’Osservazione militante. I rischi della circolarità nella ricerca sui movimenti di liberazione sessuale. Seminario di studi e ricerche Lgbt; 2° L’accesso ai servizi sanitari dei migranti e della popolazione Lgbt), il seminario ha visto la partecipazione dei docenti Amalia Caputo, Gabriella Grassia, Marina Marino, Pietro Maturi, Dario Minervini, Eugenio Zito, dell’infettivologo Rosario Ferro e del presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino.

Di particolare rilievo la relazione Tecniche e metodi della ricerca partecipativa in contesto militante Lgbt: dall’osservazione sul campo alla pubblicazione scientifica di Massimo Prearo, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona.

Lo studioso ha così dichiarato a Gaynews: «Una delle questioni a cui tento di rispondere attraverso il mio lavoro di ricerca è “Che cosa sono i movimenti Lgbt?”, “Cos’è il lavoro militante?”. E per rispondere a questa domanda mi sono orientato verso un lavoro fondato sugli archivi della militanza per ricostruire la traiettoria storica di questi movimenti, ossia la traiettoria di costruzione di quello che oggi identifichiamo come movimento Lgbt e che è al contempo prodotto e produttore della militanza Lgbt. Dal punto di vista di una sociologia politica quello che mi interessa è identificare gli spostamenti intervenuti nel momento politico della svolta riformista del movimento, e nel mettere in evidenza una trasformazione cruciale per la comprensione delle politiche dell’omosessualità degli ultimi trent’anni, da un lato, e di proporre un modello analitico del movimento sociale come spazio della militanza, dall’altro».

Ha quindi concluso: «L’ipotesi centrale su cui si sviluppa il mio lavoro è che la politicizzazione delle soggettività Lgbt è il risultato di una volontà di affermazione pubblica dell’orgoglio di una minoranza, attraverso un faticoso e quotidiano lavoro di militanza. Le interazioni fra gruppi, collettivi e associazioni danno forma a un fitto reticolato di organizzazioni che nell’immaginario collettivo e militante prende il nome di movimento Lgbt».

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Sconosciuto ai più, il nome di Silvana De Mari è salito alla ribalta nel gennaio scorso. Endoscopista, psicoterapeuta, scrittrice di romanzi fantasy, la collaboratrice della testata adinolfiana “La Croce” si era lasciata andare, prima sui social e poi nel corso d’un’intervista a “La Zanzara” (arrivando a rincarare la dose senza soluzione di continuità nei mesi successivi) molteplici dichiarazioni sull’omosessualità: dalla medicalizzazione ai danni per la «condizione anorettale»; dall’innaturalità alla contiguità col satanismo. Senza dimenticare l’esistenza d’un «diritto all’omofobia».

Ciò aveva spinto il Coordinamento Torino Pride ad avviare, il 19 gennaio, un’azione legale contro la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo). Alla denuncia per diffamazione aggravata dalla finalità della discriminazione e dell’istigazione all’odio razziale si era aggregato anche il Comune di Torino. Non senza dimenticare l’avvio d’un provvedimento disciplinare da parte dell’Ordine dei Medici del capoluogo piemontese a carico della chirurga specializzata in endoscopia.

Ma la scorsa settimana il pm Enrico Arnaldi Di Balme ha chiesto al gip l’archiviazione. La dottoressa non sarebbe imputabile: le sue offese sarebbero rivolte “a una pluralità indiscriminata di persone” e non sarebbe possibile quindi individuare “il destinatario dell’offesa”. Affermare, quindi, pubblicamente quindi “i gay sono malati”, o che “non esistono”, ipotizzando collegamenti tra satanismo e sesso anale, non costituirebbe reato perché mancherebbe un destinatario specifico con nome e cognome.

Sconcerto al riguardo ha espresso il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi presso l’Università di Napoli Federico II, presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere e della Fondazione Genere Identità Cultura. Ecco l’articolata dichiarazione che ha rilasciato a Gaynews:

Ho letto con enorme tristezza e costernazione la notizia che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l’archiviazione delle accuse rivolte alla dottoressa Silvana De Mari per le sue affermazioni aberranti e prive di ogni fondamento scientifico relative a una supposta condizione di malattia associata all’omosessualità.

È inutile ricordare che la comunità scientifica internazionale e quella del nostro Paese hanno ampiamente ribadito l’assenza di qualunque forma di patologia associata all’orientamento sessuale di tipo omosessuale e che le così dette terapie riparative, finalizzate a “curare” le persone omosessuali, sono molto dannose per le persone che vengono ad esse sottoposte. Non si può “curare” una persona per una malattia che non esiste!

Ricordo con orrore la storia di Giovanni Sanfratello, amico del filosofo Aldo Braibanti, rapito dai familiari e fatto “visitare” dallo psichiatra dell’Università di Modena prof. Rossini e da lui “curato” per  omosessualità con elettroshock e coma insulinici e costretto al ricovero coatto nell’ospedale psichiatrico  di Verona per circa un anno.

Questo accadeva a metà degli anni ’60. Oggi l’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha radiato uno psicologo che proponeva “terapie riparative” per l’omosessualità.

Mi ha molto colpito un’affermazione della dottoressa de Mari che, nel corso di una trasmissione radiofonica, ha affermato: I gay vivono in una condizione tragica. Questo purtroppo è dolorosamente vero, visto che in Italia non esistono leggi che sanzionino con aggravanti i crimini d’odio omo/transfobico.

L’assenza nella legge Mancino di discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere fa si che aumenti il rischio del così detto “stigma strutturale o istituzionale” che è riferito a quelle condizioni sociali, norme culturali e/o politiche istituzionali che limitano le opportunità, le risorse e il benessere delle persone gay, lesbiche  e transgender, quando sono loro a essere vittime di tale forma di stigma.

Lo stigma strutturale perpetua, quindi, le differenze di stato e di potere delle persone Lgbt, operando anche in assenza del pregiudizio del singolo individuo membro di quella istituzione. Auspico che sia accaduto proprio questo nel caso del PM Enrico Arnaldi di Balme che, per i ben noti limiti previsti dalla legge Mancini, non ha potuto portare la dott.ssa De Mari a processo.

Quindi, in assenza di pregiudizi soggettivi nei confronti delle persone Lgbt da parte del Pm, l’Istituzione Giudiziaria quale entità  a sè stante ha finito con lo stigmatizzarle, creando un conflitto tra il parere soggettivo del Pm e le logiche istituzionali. Fino a quando non è stata fatta una legge contro il “matrimonio d’onore” i giudici non erano messi in grado di sanzionare tale aberrante comportamento!

Purtroppo lo stigma strutturale ha gravi conseguenze sulla qualità della vita delle persone Lgbt e sul loro stato di salute.

Varie ricerche hanno dimostrato che adulti Lgbt che vivono in stati dove è assente una specifica legislazione nei confronti dei crimini d’odio omofobico e transfobico presentano una prevalenza di disturbi psichiatrici significativamente più elevata di coloro che vivono al contrario in paesi dove questa regolamentazione è presente. 

Altre recenti ricerche hanno riscontrato che nelle persone gay che vivono in comunità con elevati livelli di stigma strutturale, ovvero con alti livelli di pregiudizio anti gay, lesbiche  e transgender, il rischio di mortalità, misurato attraverso il suicidio, l’omicidio e le malattie cardiovascolari, è più elevato rispetto a coloro che vivono in contesti a basso livello di stigma strutturale.

Infine, altre ricerche fatto nel mondo adolescenziale, hanno rilevato livelli più elevati di ideazione suicidaria  o di tentativi di suicidio nei giovani gay, lesbiche e transgender che vivono in quartieri a elevato tasso di crimini omofobici e transfobici.

Quindi, è vera l’affermazione della dott.ssa De Mari che “i gay vivono in una condizione tragica”, ma se questo accade è perché viviamo in un Paese dove persone, medici come la dott.ssa De Mari fanno gravi affermazioni senza alcun riscontro scientifico, in assenza di leggi in base alle quali si possa sanzionare il loro comportamento.

Speriamo che l’Ordine del Medici accerti la gravità delle sue affermazioni e che, come quello degli Psicologi della Lombardia, la radi dall’albo.

Speriamo però soprattutto che finalmente anche nel nostro paese vengano puniti con sanzioni aggiuntive i  crimini d’odio omo/transfobico. 

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