Francesco Lepore

Francesco Lepore

Noi con te. Contro il liberismo, contro il razzismo.  Questo lo slogan de La Sinistra, che, composta soprattutto da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista, correrà alle prossime elezioni europee. I lavori per la composizione delle liste sono agli sgoccioli ma a essere certa è la volontà di restituire il senso delle lotte per i diritti portati avanti in questi anni dalla galassia della sinistra: dal lavoro ai migranti, dalle donne al mondo Lgbti. Marcata inoltre l’impronta femminile soprattutto tra i nomi capilista nelle cinque circoscrizioni.

Le candidature saranno ufficializzate domani nel corso d’un evento elettorale al Teatro Quirino di Roma ma circolano già alcuni nomi.

Oltre allo Spitzenkandidat Nico Cuè, leader del sindacato dei metalmeccanici in Belgio, ci sarà Argyris Panagopulos, rappresentante di Siryza in Italia. Ci sarà lo storico Piero Bevilacqua mentre sarà candidata l’europarlamentare uscente Eleonora Forenza.

Il mondo Lgbt sarà rappresentato da Marilena Grassadonia, che, dimessasi in mattinata da presidente delle Famiglie Arcobaleno (le subentra nell’incarico Gianfranco Goretti), correrà come capolista per la Circoscrizione Centro. Contattata telefonicamente da Gaynews, la pasionaria rainbow d’origine palermitana ha dichiarato: «Sono contenta e onorata di tale candidatura in piena continuità con 15 anni di lotte a sostegno soprattutto dei diritti delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno. Le battaglie sono sempre le stesse al di là di dove si combattano. Altri particolari saranno resi noti domani al Teatro Quirino».

Spazio inoltre ai territori con la giornalista ed ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio, e il presidente del consiglio comunale di Napoli, Sandro Fucito.

Scrittrice, editrice, traduttrice e saggista e insegnante italiana è Ginevra Bompiani, figlia del fondatore della nota casa editrice. Infine, dal mondo associazionistico a favore dei migranti proviene Paolo Narcisi, medico e presidente di Rainbow for Africa, che a Bardonecchia ha soccorso in questi anni migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, che hanno tentato di passare il confine con la Francia.

Sicura anche la candidatura di Nicola Fratoianni, segretario di Si, che nel presentare il simbolo ha dichiarato: «Siamo l'unica lista di sinistra alle prossime elezioni europee».

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La condanna del senatore leghista Simone Pillon per diffamazione nei riguardi dell’associazione perugina Omphalos Lgbti ha catalizzato nel pomeriggio-serata d’ieri la pubblica attenzione tanto sui media quanto sui social.

È un dato di fatto come il braccio destro di Massimo Gandolfini dall’inseparabile papillon e dal sembiante a metà tra Tomás de Torquemada ed Enzo Miccio sia divenuto una delle figure più controverse dell’attuale legislatura. Con le dichiarazioni ossessive sulle persone Lgbti, le partecipazioni protagonistiche a eventi quali il World Congress of Families di Verona, gli atti parlamentari come il ddl sulla riforma condivisa dell’affido condiviso Pillon si è attirato strali da più parti ma ha contribuito anche a fare di sé un personaggio caricaturale.

E come tale è visto soprattutto da ieri sui social, dove la notizia della condanna continua a essere commentata con lepida ironia. Su Twitter, in particolare, è trending topic l’hastag #CinePillon, che sta accompagnando i tweet contrassegnati da fotomontaggi di locandine cinematografiche e rivisitazioni dei titoli dei film più celebri.

Si va così da Un omofobo piccolo, piccolo a Diffamazione e pregiudizio, da Bigotti verdi fritti Io speriamo che me la pago.

Eccone una carrellata dei più significativi.

 

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Benché le associazioni femministe dell’area emiliano-romagnola (dalla Casa delle Donne a Non una di meno) nonché quelle Lgbt abbiano criticato senza e senza ma l’emendamento Boschini-Paruolo (Pd) al pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, ArciLesbica Nazionale ha invece espresso pubblico plauso al riguardo. Anche se la questione surrogacy con l’omotransfobia c’entri come il cavolo a merenda.

Come prevedibile – data l’ossessione per il tema da parte di un’associazione che lo scorso anno ha perso, fra i vari circoli disaffiliatisi, anche quello di Bologna -, la presidente nazionale Cristina Gramolini ha dichiarato all’agenzia Dire: «Una legge contro l'omofobia la chiediamo da anni. Ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l'autorizzazione a comprare figli all'estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato di esseri umani è presentarla come libertà.

Io sono contenta se il Pd esce da questa ambiguità. Ci sono quattro scalmanati che lo ricattano, ma gran parte delle persone progressiste sono contro l'utero in affitto. Non è vero che lottare contro l'utero in affitto è di destra: è di sinistra. Noi siamo andate a manifestare a Verona. Non siamo rappresentate da Pillon, ma dal centrosinistra. Spero che il Pd ci dia modo di essere rappresentate». 

Non senza, poi, l’argomento vittimistico finale di essere «state cacciate dal Cassero per l'utero in affitto», sulla cui totale infondatezza ha così scritto su Fb Vincenzo Branà, presidente della storica associazione bolognese: «Cristina Gramolini è una bugiarda. Abbiamo partecipato assieme a una riunione in Comune affinché i loro progetti rientrassero nella coprogettazione.

Ma al termine dell'istruttoria pubblica, il Comune di Bologna - e non il Cassero - ha dato il suo diniego. Mi meraviglio di chi le dà ancora retta».

Ma a dare in serata una decisa risposta critica a Gramolini ci ha pensato l’ex deputata Titti De Simone, che è attualmente consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’Attuazione del programma ma che, dal 1996 al 2005, ha guidato ArciLesbica come prima presidente nazionale.

Raggiunta da Gaynews, De Simone ha dichiarato: «Concordo con le dichiarazioni del sindaco di Bologna. Trovo sbagliato che si introduca strumentalmente il tema della gpa, peraltro vietata in Italia, per contrastare la legge contro l’omotransfobia che è una vera emergenza visto l’aumento del bullismo nelle scuole.

Siamo in una fase molto preoccupante per i diritti delle persone Lgbt con un attacco frontale alle famiglie omogenitoriali e ai figli delle persone  omosessuali. Cosa inaccettabile per un Paese civile».

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Clima sempre più rovente in Regione Emilia-Romagna, dove domani in Commissione Parità sarà votato, fra gli altri, anche l’emendamento XXIV (Paruolo-Boschini) sulla gestazione per altri al travagliato progetto di legge “anti-omotransfobia” mentre giovedì si terrà il convegno del centrodestra Sì alle leggi per la famiglia. No alla legge sulla omotransnegatività contro il testo normativo.

A suscitare al momento maggiori reazioni in area Lgbt e femminista è proprio quello che appare sempre più un regolamento di conti in casa dem emiliano-romagnola, dove l’emendamento – incomprensibile ai più dal momento che non si capisce cosa c’entri la gpa con il pdl in questione – appare non solo come una richiesta ineludibile dell’area cattolica del Pd ma anche un pestare i piedi da parte di chi non ha digerito l’elezione a segretario nazionale di Nicola Zingaretti.

Nell’emendamento Boschini-Paruolo viene detto: «Dopo l’articolo 10 è inserito il seguente articolo 10bis:

  1. All’art. 13 comma 1 della L.R. 6/2014 aggiungere punto f:
  2. f) opera per prevenire e sostenere il contrasto, nell’ambito delle proprie competenze, anche avvalendosi della rete di protezione sociale di cui all’art. 11, di ogni forma di sfruttamento della donna e violazione della dignità della persona, con particolare riferimento a violenza sessuale, abuso di minori, sfruttamento della prostituzione, maltrattamenti in famiglia, stalking, surrogazione di maternità.
  3. All’articolo 13 della L.R. 6/2014 aggiungere il comma 3:
  4. La Regione non concede i contributi di cui alla presente legge ad associazioni, anche se regolarmente iscritte nei registri regionali, che nello svolgimento delle proprie attività ledano la dignità della donna e delle persone relativamente alle lettere di cui al comma 1; qualora i contributi siano già stati concessi provvede alla loro revoca». 

I consiglieri di sinistra hanno già annunciato il loro voto contrario. Durissimo il sindaco di Bologna Virginio Merola che ha lanciato due tweet, in cui è rispettivamente scritto: «La legge sull'omotransfobia è un traguardo fondamentale e va approvata. Tuttavia non condivido l'accordo trovato nel gruppo Pd regionale, arrivato attraverso un emendamento a un'altra legge» e «È discutibile equiparare tout court la maternità surrogata alla violenza sessuale. In ogni caso non mancherà il sostegno del Comune di Bologna alle famiglie arcobaleno».

Per questo motivo nel pomeriggio di oggi il Centro delle Donne di Bologna ha indirizzato una lettera aperta di protesta che, indirizzata ai consiglieri e alle consigliere regionali, è stata firmata da numerose realtà associative e centri anti-violenza.  

«L’approvazione di tale legge - si legge  - non può essere procrastinata e soprattutto non può essere oggetto di nessuna contrattazione politica quando si tratta di garantire il rispetto dei diritti fondamentali per tutte e tutti senza alcuna distinzione.

In questi giorni circolano allarmi circa la volontà di alcuni consiglieri del Partito Democratico di proporre un emendamento al testo che intervenga sulla legge 6, stigmatizzando una serie di pratiche tra queste la maternità surrogata, già vietata in Italia dalla legge 40, caricando quel divieto di un giudizio morale collegandolo alla lesione della dignità della donna senza un reale confronto con i movimenti delle donne. Cosa c’entra la gestazione per altri con l’omotransfobia? Nulla a nostro avviso. 

Un eventuale emendamento di questo tipo rappresenterebbe inequivocabilmente la volontà di realizzare uno scambio politico sul corpo delle donne, privandoci della libertà di dibattere di un tema così divisivo e imbavagliandoci in una morale stabilita prevalentemente da uomini di potere. Questo tentativo, a nostro avviso, è lesivo della dignità delle donne e della loro autodeterminazione.

Non solo: un'inaspettata modifica alla legge 6, provvedimento nato da un percorso virtuoso con le associazioni di donne della regione, sarebbe vera scorrettezza che respingiamo categoricamente.

E infine: il solo timore che quell’emendamento rappresenti l’appiglio legale per negare il riconoscimento anagrafico a figli e figlie nati tramite gestazione per altri e altre, lo rende inaccettabile e del tutto affine al disegno politico del Congresso Mondiale delle Famiglie, contro il quale siamo scese in piazza a Verona. Far pagare ai bambini e alle bambine il prezzo di un conflitto politico è un atto deprecabile.

Qualsiasi tentativo di scambio politico in tal senso sarà fortemente denunciato e contestato dalle nostre realtà e da tutta la società civile, anche mediante i mezzi di comunicazione».

Intanto le associazioni si preparano a scendere in piazza contro l’annacquamento del pdl e il convegno del centrodestra, in concomitanza del quale è previsto un presidio in regione organizzato dal Bologna Pride. Appuntamento alle ore 17:00 in viale Aldo Moro, 50 «davanti alla sede della Regione Emilia Romagna - si legge nel comunicato - per contrastare le lobby cristiano integraliste che, con il supporto della Lega Nord e dei cattolici integralisti presenti in altri partiti, mettono a repentaglio i diritti e i valori conquistati per una società laica, solidale dove il rispetto delle donne e delle persone lgbt*iq+ è un aspetto fondamentale di ogni democrazia. Non ci fermeranno! Non ci fermeremo!".

Un altro, invece, promosso da Non una di meno, avrà luogo in piazza del Nettuno a partire dalle 19:00 e sulla falsariga della grande manifestazione veronese si chiamerà Bologna città transfemminista.

Nel comunicato di Nudm ne sono così spiegate le motivazioni: «Non si tratta di un'iniziativa "democraticamente" innocua, anzi, il disegno politico che la sottende è repressivo, razzista e aggressivo: lo dimostrano gli atti intimidatori che la precedono, così come le proposte omolesbotransfobiche che da lì verranno fatte.  Per questo non intendiamo affatto essere "accoglienti" o "dialogare", come ha suggerito invece a mezzo stampa il sindaco di Bologna. 

Gli attacchi ripetuti all’autodeterminazione di donne, lesbiche, gay, persone trans e intersex, di qualsiasi età, si sommano e si riflettono nella violenza razzista, istituzionale e sociale. Non basta appendere bandiere rainbow alle finestre del Comune, nessuno spazio deve essere concesso alla violenza dei neofondamentalismi e dei fascismi. Non Una di Meno lotta quotidianamente nelle case e nelle strade di tutto il mondo per un futuro e un presente femminista, che non lasci nessun* indietro. Risponderemo come sempre a queste derive e a questi attacchi: con migliaia di voci, irriducibili alle norme di genere, arrabbiate e vitali, contro la reazione familista e fascista.

Gli spazi femministi non si toccano, non si toccano le nostre vite, le nostre scelte. Organizziamo collettivamente la rabbia, sempre e ancora una volta, trasformandola in potenza gioiosa come a Verona. Per ogni attacco ricevuto saremo mille in più e #nonunadimeno».

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In pochi giorni Forza Nuova ha inscenato in diverse ragioni raid contro ciò che ritiene infamia e perversione.

Prima a Bologna, dove la mattina del 4 aprile l’ingresso della  Libreria della Donne in via San Felice è stato tappezzato di volantini e “transennato” con un nastro segnaletico bianco e rosso. Sotto attacco la serie d’eventi culturali dal titolo Identità di genere nei libri, per l'infanzia, che, secondo militanti forzanoviste, inculcherebbero nelle «menti dei nostri figli un pensiero abnorme e innaturale». Blitz difeso dai vertici del movimento d’estrema destra, sulla cui pagina ufficiale è ieri comparso il post minaccioso: «Bologna. Dei vostri libri gender faremo falò».

Nella notte d’ieri Forza Nuova Perugia ha invece affisso uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove termina oggi il Festival del Giornalismo.

A finire nel mirino dei militanti il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

Con un post sgrammaticato su Fb la sezione umbra ha così motivato il raid: «Con questo esplicito striscione Forza Nuova si schiera contro il festival del giornalismo che si sta celebrando in questi giorni a Perugia. Un concentrato di idiozie politicamente corrette, prive di qualsiasi attinenza alla realtà. Quello che doveva essere un evento dedicato all’informazione si è difatti tramutato in un cenacolo partigiano di ispirazione trozkista. L’ultimo vagito di una sinistra sconfitta dal flusso degli eventi e schifata dalla gente.

Si parte dall’aberrante conferenza pornografica del signor Guadagno, in “arte” Luxuria , sulla "Transessualità spiegata ai bambini”. Si passa quindi ai piani pro società multirazziale di Don Zanotelli. Chissà se fra gli effetti benevoli dell’immigrazione a cui pensa vi è anche la scazzottata fra pusher stranieri a Fontivegge di qualche giorno fa ?

Infine come farci mancare il solito pistolotto antifascista di Berizzi? Già, perché il libro dell’editorialista della Repubblica è un must per la sinistra terminale: una accozzaglia di fatti a malapena verosimili e disarticolati nel tempo e nello spazio, scritti sotto la dettatura di un traditore, alla ricerca spasmodica di un istante di fama. Apprendiamo infine, della possibile presenza della creatrice delle Femen. Il circo antifascista e pro Soros sarebbe a quel punto al completo. Ci auguriamo anzi che la Shevchenko ci sia e si spogli come suo solito, contribuirebbe infatti a far alzare il livello».

Berizzi ha così commentato su Fb l’accaduto: «E anche a Perugia i fenomeni di ForzaNuova mi danno il benvenuto per la mia partecipazione al #Festivalinternazionaledelgiornalismo #ijf2019: solito vigliacco striscione fascista nella notte e comunicato su Fb. Se la prendono anche con #Luxuria e don #Zanotelli. Ah, io sono l'infame! Che pena mi fate!».

Sempre nella giornata d’ieri è toccato, infine, alla ministra della Difesa subire l’offensiva di Forza Nuova, che davanti alla base navale di Porta Marola a La Spezia ha srotolato uno striscione con la scritta: Trenta, dimettiti. Motivo dell’indignazione, questa volta, gli auguri che la ministra aveva rivolto, alcuni giorni fa, a due donne della Marina militare unitesi civilmente.

«Riteniamo inaccettabili – così in una nota Angela Verdicchio, coordinatrice regionale della Liguria – le dichiarazioni del ministro della Difesa, che parla di svolta e di evoluzione culturale a proposito di un evento che non è altro che un attacco alla famiglia, nonché l'ennesimo tentativo di sovvertire l'ordine naturale delle cose.

Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, allineata al peggior politicamente corretto, in linea con l'operato di quel Governo che ama definirsi "Governo del Cambiamento", mostra il volto del vero oscurantismo dei nostri tempi: quello della ragione e del buon senso, sperticandosi in auguri discriminatori verso tutti quei membri delle forze armate che hanno contratto un vero matrimonio e ne sostengono i doveri senza aspettarsi niente dalle istituzioni, attribuisce alle forze armate il suo pensiero di sostegno alla propaganda omosessualista.

A fronte delle difficoltà che affronta il popolo lavoratore sottopagato e vessato da tasse inique, pensionati immiseriti e derubati, infrastrutture civiche ed istituzioni sociali in degrado, si vuole rimediare a costo zero elevando a diritti quelli che sono desideri poco edificanti, tralasciando i veri diritti primari dei cittadini».

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È toccato alla fine al card. Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, incontrare il gruppo di una cinquantina di attivisti, politici, giudici, impegnati a livello internazionale nella difesa dei diritti delle collettività Lgbt e intenzionati a chiedere un impegno della Chiesa contro la criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso, vigente in 68 Paesi (70 se si considera che de facto esse sono perseguite in Egitto e Iraq).

A guidare la delegazione Raúl E. Zaffaroni, professore emerito di Diritto penale presso l’Università di Buenos Aires e giudice della Corte Suprema argentina nonché amico intimo di Bergoglio, e Leonardo J. Raznovich, che avrebbero dovuto in realtà presentare a Papa Francesco i risultati preliminari di una ricerca sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali nei Caraibi, condotta da un comitato facente capo all'Inter American Institute of Human Rights col sostegno dell'International Bar Association (che raggruppa 80.000 avvocati di 170 Paesi in difesa dei diritti umani) e dell'agenzia Onu ILANDU.

Ma l’udienza privata con Bergoglio è saltata dopo che il giornalista Frédéric Martel, autore del libro-inchiesta Sodoma, ne aveva dato previamente informazione annunciando, fra l’altro, uno “storico discorso” del pontefice su tale argomento.

Cosa che aveva subito creato malumore al di là del Tevere con una secca smentita da parte del direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. Ma è stata un’operazione quanto mai maldestra, perché prorio oggi Martel ha pubblicato una relativa lettera di Zaffaroni e Raznovich, il cui contenuto è inequivocabile.

Oltre a rendere noto alla stampa come «qualche giorno fa ci sia stato comunicato che [il Papa] non poteva» presenziare all’incontro, i delegati hanno aggiunto: «Il cardinale Parolin è stato molto chiaro: la violenza è inaccettabile e ha insistito sul rispetto della dignità umana».

Gli stessi hanno auspicato che «con oggi si sia attivato un processo, un dialogo con il Vaticano» da continuare nei prossimi tempi. In particolare sono stati presentati al Segretario di Stato alcuni casi specifici di Paesi in cui l'omosessualità è perseguita penalmente.

Ci sono situazioni in cui «la Chiesa locale - è stato detto nella conferenza stampa - non supporta questa battaglia per la difesa dei diritti». Per questo i componenti della delegazione internazionale hanno deciso di rivolgersi direttamente al Vaticano nella speranza che ci sia un orientamento univoco della Chiesa su tali questioni.

È stato poi citato il caso del Belize, dove l'episcopato locale aveva fatto appello contro la decisione governativa di decriminalizzare l'omosessualità. Appello poi ritirato, come dichiarato dai delegati, «grazie all'intervento di Papa Francesco».

In ogni caso, secondo Leonardo Raznovich, si ha bisogno di una «chiara dichiarazione della Chiesa cattolica che denunci la criminalizzazione dell'omosessualità». E, questo, come ha rilevato la baronessa britannica Helena Ann Kennedy, parlamentare della Camera dei Lord e direttrice dell'International Bar Association, nel pieno rispetto delle posizioni magisteriali cattoliche.

Mentre, infine, Helen Kennedy, direttrice dell'associazione canadese Égale, ha definito un «momento storico» l'incontro odierno con Parolin, Ruth Baldacchino, ex segretaria dell'Ilga, ha espresso l'auspicio che dal Vaticano sia lanciato «un messaggio chiaro al mondo che non c'è nulla di male a essere Lgbt».

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Continua il tortuoso e annoso iter del progetto di legge contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere in una regione, quale l’Emilia-Romagna, considerata una roccaforte storica della sinistra. E a fare e disfare l’ordito, come una Penelope dei nostri giorni fronteggiante i nemici in casa propria, un Pd che, pur essendo partito di maggioranza nella Giunta Bonaccini e avendo ampiamente i numeri per approvare il pdl, continua ad apportare impedimenti e frenate in nome di una «piena condivisione del testo».

Riprova ne è la cancellazione del termine 'omotransnegatività' dalla stessa denominazione della legge, che Roberta Mori, presidente della Comimissione Pari Opportunità e relatrice di maggioranza in relazione al pdl, ha annunciato il 13 marzo. Cioè, a un mese esatto, da quell’audizione conoscitiva di cinque ore, che sembra ora suonare come un’ennesima operazione di facciata a fronte di pressioni opposte dell’associazionismo cattolico e dell’area “devota” del partito. In linea con le posizioni gesuitizzanti assunte sulla questione Mori ha spiegato in marzo come «non ci debbano essere elementi d’ambiguità che mettono a rischio il provvedimento o aprano la strada a ricorsi».

Ciò non ha fatto che ringalluzzire il centrodestra, ancorato a un’opposizione totale al pdl in quanto «aprirebbe la strada a discriminazioni al contrario».

Come se non bastasse e benché il termine “omotransnegatività” sia stato bellamente liquidato, un pezzo del World Congress of Families di Verona animerà a Bologna, l’11 aprile, il convegno Sì alle leggi per la famiglia. No alla legge sulla omotransnegatività.

A prendere la parola nella sala polivalente Guido Fanti della Regione saranno Jacopo Coghe (vicepresidente della XIII° edizione del Congresso mondiale delle Famiglie) e presidente di Generazione Famiglia),Maria Rachele Ruiu (referente nazionale di Generazione Famiglie) e Filippo Savarese (direttore di CitizenGO Italia). Interveranno, inoltre, Francesco Farri (Centro studi Livatino) e i consiglieri regionali Daniele Marchetti (Lega), Andrea Galli (Forza Italia), Giancarlo Tagliaferri (Fratelli d'Italia) e Michele Facci (Movimento per la sovranità).

Come ha annunciato su Facebook Filippo Savarese in un post intitolato Pane al pane, «giovedì 11 aprile a Bologna non faremo polemiche, ma solo una domanda secca: ci spiegate, precisamente, che cosa significa "omotransnegatività", visto che il Consiglio Regionale dell'Emilia Romagna vuol farci una legge apposta?

Gli emiliano-romagnoli che credono che un bambino abbia il diritto di crescere con una mamma e un papà, per esempio, sono "omonegativi"? Vanno rieducati? Chi pensa che sia una follia criminale iniettare in un dodicenne un farmaco per bloccargli lo sviluppo ormonale, è "transnegativo"? Domande semplici. Amici di Bologna e dintorni ci vediamo lì per aspettare insieme risposte oneste che, temo, non arriveranno».

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Non si arresta l’ondata d’odio omotransfobico in Francia con un crescendo preoccupante. Questa volta vittima di pestaggio e insulti Julia, giovanne donna transgender, aggredita domenica scorsa in Place de la République a Parigi durante una manifestazione contro il regime algerino.

«Spero sia fatta giustizia. Spero che la gente capisca e apra gli occhi affinché questo genere di aggressioni non avvenga mai più». Con queste parole Julia ha oggi commentato ai microfoni di Bfm-Paris quanto accadutole. Scena fra l’altro filmata e messa on line da Lyes Alouane, esponente regionale dell'associazione Stop Homophobie, prima di diventare virale sui social.

Nel video si vede la giovane presa di mira da insulti e sberleffi mentre si trova sulle scale della metro. Ad accanirsi contro di lei, sola, sono in parecchi. Julia riesce ad aprirsi un varco tra la folla ma viene raggiunta e colpita da un individuo che le sferra diversi pugni.

 

«C'è stata tanta umiliazione - ha dichiarato oggi in una trasmissione televisiva su Lci -: l'ho vissuta abbastanza male. Le immagini parlano da sé. È traumatizzante che questo accada a Parigi nel 2019. Se fate attenzione non cerco mai di fuggire ma di difendermi. Guardando in faccia il mio aggressore dico: 'Non mi fai paura'».

Una dura condanna per quanto accaduto è stata espressa da larga parte del mondo politico e dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo.

«Questa aggressione chiaramente transfobica in piena Parigi - ha twittato ieri Marlène Schiappa, segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni - è inammissibile! Gli autori vanno identificati e portati in tribunale. Le Lgbt+ fobie non sono opinioni ma stupidità e odio. Assaltano e uccidono».

Uno di loro è già stato rintracciato e posto in stato di fermo, prima di venire rilasciato in attesa della conclusione dell'inchiesta. Sulla vicenda indaga la polizia della capitale.

Intanto sui social network Julia ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno. Anche se lei continua a deplorare che molti «associno la sua aggressione all'Algeria. Ho visto messaggi di odio, di razzismo. Non bisogna confondere tutto. Chi mi ha aggredito sono persone ignoranti, nulla a che vedere con le religioni o col fatto che siano algerini». Quanto alla denuncia che ha sporto in commissariato, plaude al lavoro della polizia: «Mi hanno trattato molto bene, chiamandomi: Madame».

Julia ha poi parlato della sua vita, dei non facili rapporti con i genitori, del fatto che in molti la percepiscano ancora come "un uomo travestito", ma anche della "fortuna" di essere stata compresa dal suo datore di lavoro.

«Ha accettato la mia transizione - ha concluso -. Mi ha accompagnata, sostenuta, e non ho perso il posto come invece succede a tante persone nella mia situazione». 

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Mentre entrano oggi in vigore nel sultanato del Brunei le nuove disposizioni del Codice penale in materia di pena capitale per lapidazione a chi ha rapporti omosessuali, è sempre più virale sui social con l’hastag #BoycottBrunei la campagna di boicotaggio lanciata da George Clooney.

Il 29 marzo il Premio Oscar 57enne aveva infatti fornito in una lettera aperta a Deadline Hollywood la lista degli alberghi luxury di proprietà del sultano Hassanal Bolkiah con l’invito a non metterci più piede. Essi sono: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

Lo stesso giorno lanciava una simile iniziativa, sia pur con esplicito riferimento ai soli The Beverly Hills Hotel Hotel Bel-Air, l’attrice statunitense Sharon Stone, mentre il 30 marzo promuoveva la campagna di Clooney il cantante Elton John.

Ma non solo. Perché, oltre alla popstar britannica, l’iniziativa di boicottaggio ha incassato anche le adesioni dello scrittore Jim Dobson, della cantante Belinda Carlisle, del cantautore Rufus Wainwright, dell’attrice Jamie Lee Curtis, del cantante e ballerino James Lance Bass, del giornalista Jason Lemon, del conduttore meteo Sam Champion.

Ieri anche la nota conduttrice tv Ellen DeGeneres si è unita alla campagna lanciando un tweet con la lista degli hotel da boicottare.

Poco prima di Clooney si erano comunque espressi contro il sultano del Brunei, con eventuale proposta di boicottarne gli hotel, nomi dal calibro di Jeffrey Katzenberg, Kate Hudson, Juliette Lewis, Courtney Love, Lady Gaga, Margot Robbie, Kristen Stewart e Alfonso Cuarón.

In Italia il primo a farsene portavoce, con esplicito riferimento ai due alberghi italiani del sultano (l'Eden a Roma e il Principe di Savoia a Milano), è stato il noto conduttore radiofonico Rai Antonello Dose

Si è espresso oggi a sostegno anche l’attore Ricky Tognazzi rispondendo, fra l’altro, a Giorgia Meloni, che, completamente ignara del movimento internazionale di protesta contro il sultano e della campagna di boicottaggio, ha scritto in un tweet: “In #Brunei entra in vigore la #Sharia: bambine date in sposa a 9 anni, adultere e omosessuali condannati a morte con #lapidazione. Dove sono gli ipocriti #buonisti che sbraitavano contro il #Congressodellefamiglie? Coi musulmani i #dirittigay e delle donne non si difendono più?”.

Da qui le risposte tra l’indignato e l’ironico di tanti commentatori, tra cui quella del figlio d’Ugo Tognazzi. L'attore in un tweet ha scritto: “Sei disinformata @GiorgiaMeloni c’è un movimento mondiale con tanto di lista degli hotel di proprietà del Sultano del Brunei da boicottare. Ben due sono in Italia. Da #Georgeclooney @eltonofficial, l'hashtag #BoycottBrunei fa il giro del mondo seguito da innumerevoli “buonisti””.

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È stata oggi celebrata la 6° edizione della Giornata internazionale della Visibilità Transgender (TDoV), che fino al 2014 ha mantenuto un carattere prettamente locale. La ricorrenza era stata istituita nel 2009 da Rachel Crandal, attivista trans del Michigan, per sopperire alla mancanza di una data specifica dedicata alla visibilità delle persone transgender all’interno della collettività Lgbti e alla sensibilizzazione contro le discriminazioni verso le stesse.

Su il significato, i valori e i limiti di una tale giornata abbiamo contattato tre voci autorevoli e diversificate del panorama nazionale dell’attivismo trans.

Per la psicologa Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans (Colt), «in una società patriarcale, maschilista,  etero-sessista e cisessista in cui è imposto il binarismo di genere, ossia la divisione della società in due generi, rivendicare la propria visibilità, per una persona trans, è un atto politico, rivendicazione dell'essere e dell'esserci, di un modo, il mio/il nostro delle persone trans (ma non solo) di essere nel mondo.

Rivendico il diritto all'esistenza e all'identità non solo per me e per le mie/i miei compagn@ di battaglie, ma soprattutto per chi questa possibilità di esprimersi non ce l'ha, perchè vive situazioni o contingenze che le/gli impediscono di esprimere pienamente se stess@, cercando di dare voce a chi questa voce non ce l'ha.

Non siamo ideologia o teoria, siamo storia, siamo cultura, siamo esperienza che si ripete nel mondo, in diverse forme, da millenni..

Siamo un modo altro di essere nel mondo, un modo spesso condannato e ostracizzato (non sempre), ma che merita dignità, rispetto, diritti, al pari di quanto spetterebbe a tutt@ le/gli esseri umani».

Pur essendo d’accordo sulla bontà delle motivazioni sottese all’istituzione di una tale ricorrenza, la giovane attivista transfemminista Valentina Coletta ritiene «che sia una giornata inutile, perché tutti i giorni le persone trans e femminelle sono visibili con i propri corpi fuori dalla norma. Le trans e i trans fanno i conti con l'eterocisnorma dei corpi in ogni momento. La visibilità è 365 giorni all'anno.

Quelli che non sono visibili ai più sono le esigenze delle persone trans, dall'accesso al diritto allo studio, al lavoro, al diritto all'identità fino al diritto alla salute che in queste settimane in Italia è sospeso per alcune persone per la difficoltà a reperire i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva per chi fa un percorso dal femminile verso il maschile, nonostante il continuo interfacciarsi delle maggiori associazione trans del nostro paese con l'Agenzia per il farmaco».  

Alla luce di tali elementi l’attivista d’origini beneventane rinominerebbe «questa ricorrenza in Giornata mondiale della Visibilità delle Esigenze Trans senza dimenticare che la lotta per il riconoscimento per i nostri diritti avviene tutto l'anno». 

A dare una lettura della visibilità delle persone trans nell’ottica del connesso tema dell’orgoglio è invece l’attivista d’origine catanese Sandeh Veet (ma da anni residente a Torino), per la quale «orgoglio trans è una parola che ha perso di significato nel mio percorso di vita. Non trovo orgoglio nell’essere usata come oggetto per abbellire i carri dei Pride. Non trovo orgoglio nell'apparire nelle trasmissioni tv per impietosire i telespettatori sul dramma di essere trans. Non trovo orgoglio nel sentire usare la frase “sono nata in un corpo sbagliato”. Non trovo orgoglio nell'osservare di quanta superficialità è intriso il mondo trans.

Non trovo orgoglio leggere commenti inneggianti a Salvini da molte donne trans. Non trovo orgoglio nell’inconsapevolezza del momento storico che l’Italia sta attraversando specialmente per le donne e le donne trans. Per tutto ciò non ho nulla per essere orgogliosa».

Per questo motivo l’attivista 55enne, che è l’ideatrice della Trans Freedom March, cofondatrice del Divine Queer Film Festival e presidente di Sunderam Identità Transgender Torino Onlus, conclude: «È il momento di capovolgere i paradigmi: basta con l’orgoglio, basta con la presunzione di essere “normali”, basta con la sudditanza. Quando questo sarà realizzato, sarò felice di celebrare una giornata in onore dell’essere trans».

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