Francesco Lepore

Francesco Lepore

Sono cinque i candidati in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali in Slovacchia, che si terranno il 16 marzo: Zuzana Čaputová, Maroš Šefčovič, Štefan Harabin, Marian Kotleba, Béla Bugár. 

Ma secondo i sondaggi ad aggiudicarsi la vittoria, già al primo turno, con ben oltre il 50% delle preferenze sarebbe la 45enne Čaputová, avvocata ambientalista ed eccezionale oratrice, la cui fama è cresciuta progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018.

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni. E proprio oggi, all’antivigilia del voto, è stato incriminato quale mandante dell’omicidio l’uomo d’affari Marián Kočner, già in prigione dallo scorso anno per frode e al centro dell’inchiesta di Kuciak.

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, la lotta alla corruzione e la revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Per le particolari doti oratorie ha letteralmente incantato il pubblico nei dibattiti televisivi, superando ampiamente nei gradimenti il principale concorrente Maroš Šefčovič, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale. A nuocere non poco all’ex comunista 52enne, sposato e padre di tre figli, l'aperto sostegno da parte del partito al potere Smer-Sd, benché egli corra come indipendente. Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica dal 2014, Šefčovič è pro-Ue ma rifiuta di essere visto come "gentiluomo di Bruxelles".

Ampiamente indietro nei sondaggi, invece, i due candidati antisistema Harabin e Kotleba, rispettivamente al terzo e al quarto posto.

Presidente della Corte Suprema dal 1998 al 2003 e dal 2009 al 2014, il 61enne Štefan Harabin è stato ministro della Giustizia durante il Governo Fico I dal 2006 al 2009, quando fu travolto dallo scandalo per la pubblicazione di una conversazione telefonica con un boss della mafia nel 1994. Nel 2006 arrivò a licenziare in due giorni sette presidenti di tribunali regionali senza giustificazioni. Euroscettico e convinto sostenitore della revoca delle sanzioni europee contro Mosca, è stato ampiamente criticato per aver pubblicato sul proprio profilo Fb notizie false sui migranti. Candidato di Ľs-Hzds, è come Šefčovič paladino della tutela della famiglia tradizionale

Medesima posizione congiunta a marcata omofobia quella del 41enne Marian Kotleba, leader del partito d’estrema destra Lsns (che nel 2016 ha ottenuto i primi seggi in Parlamento) e presidente della regione di Banská Bystrica fino al 2017. Noto per aver sfilato coi sodali di partito in uniforme neo-nazista, Kotleba è stato indagato per incitamento all’odio. Oltre alle violente campagne contro i rom e contro l’accoglienza dei migranti, visti quale minaccia ai valori cristiani della Slovacchia e fonte d'imbastardimento della cultura locale, Kotleba è un nostalgico del regime di Jozef Tiso.

L’unico candidato della minoranza ungherese (8,5% della popolazione slovacca) è Béla Bugár, leader del partito Most-Híd, facente parte dell’attuale coalizione di governo. 

Parlamentare da 27 anni e amante del giardinaggio, il 60enne Bugár, soprannominato il "George Clooney della politica slovacca", è europeista e a favore della Nato. In materia di diritti civili è contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (anche se nel 2014 fu tra i 18 parlamentari che votarono contro l'emendamento costituzionale per il divieto del matrimonio egualitario) e all'adozione di bambini da parte di coppie di persone dello stesso sesso. È noto inoltre per le sue battaglie contro la legalizzazione dell’eutanasia mentre circa l'aborto ritiene che si tratti di materia esulante dalle competenze del legislatore.

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Volendo parafrasare Manzoni, quella d’ieri potrebbe essere definita giornata “degli imbrogli e de’ sotterfugi” in riferimento alla questione del patrocinio e del logo della presidenza del Consiglio dei ministri al World Congress of Families di Verona.

Prima, infatti, la notizia deflagrante d’una revoca del logo del Governo. Quindi la smentita di fonti del ministero della Famiglia sull’inesistenza di «alcuna richiesta di revoca del patrocinio», non senza il rilievo della spiacevolezza «che questa 'notizia' emerga mentre il ministro Lorenzo Fontana e il Dipartimento Famiglia sono in viaggio per New York per un evento all'Onu sul tema della conciliazione dei tempi famiglia-lavoro». Smentita rilanciata dal senatore Simone Pillon, che è arrivato nervosamente ad agitare lo spettro dimaiano della manina.

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Poi lo stesso vicepremier Luigi Di Maio, che, ospite a Di Martedì, non solo ha affermato: «Non mi risulta che sia stata neanche inoltrata una domanda di patrocinio alla Presidenza del Consiglio». Ma ha anche aggiunto: «È una destra degli sfigati, se trattano così le donne. È persino scontato dire che le donne hanno gli stessi diritti. Chi vuole tornare indietro ne risponderà alla storia, neanche agli elettori», rivolgendosi quindi al ministro della Famiglia Lorenzo Fontana col dire: «Se ci va a quel Congresso, non va a rappresentare il governo ma la sua forza politica». 

Infine, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, Vincenzo Spadafora, che in un’intervista a La Repubblica da New York (dove guida la delegazione italiana all’Onu), ha oggi dichiarato: «Il segretario generale di Palazzo Chigi ha chiuso un’istruttoria importante e ha chiesto al dipartimento dell’Editoria e della Famiglia di ritirare il patrocinio. Sono stato tra i primi a segnalarlo». Per poi rispondere sulle smentite di Fontana: «Lo confermo. C’è una nota ufficiale in data odierna per far presente che non esistono i presupposti e chiedere il ritiro».

Per fare il punto della situazione abbiamo raggiunto Yuri Guaiana, presidente di Certi Diritti e Senior Campaigns Manager di All Out, principale artefice del progetto di informazione e sensibilizzazione alla richiesta di revoca dei patrocini istituzionali.

Yuri, dopo le dichiarazioni di Spadafora sembra che ci sia effettivamente una revoca di logo e patrocinio da parte del Governo. Che ne pensi?

Al di là delle dichiarazioni di Spdafora e Di Maio, pur apprezzabili, resta la precedente smentita del ministero della Famiglia. Il Governo è chiaramente in imbarazzo per la situazione e questo è un primo risultato delle nostre campagne e delle oltre 61.000 persone, che finora hanno chiesto a tutte le istituzioni italiane di non patrocinare il Congresso mondiale delle famiglie. Bisogna capire cosa avverrà effettivamente. Nel momento in cui ti sto rispondendo, sul sito, sui manifesti e sui  banner ufficiali del Congresso mondiale delle famiglie il logo della Presidenza del Consiglio rimane presente. 

Noi intanto andiamo avanti e rilanciamo la nostra petizione per far sì che la Presidenza del Consiglio intervenga sul proprio logo e che Ministero della Famiglia, Regione Veneto e Provincia di Verona ritirino i loro patrocini. 

Puoi spiegare meglio come è strutturata la campagna di All Out

Sì, da un lato, abbiamo raccolto, su un sito, le dichiarazioni fatte da alcuni dei relatori al Wcf per far conoscere meglio le loro posizioni al di là della retorica ufficiale dell’evento veronese. Dall’altro, come accennato, abbiamo lanciato una petizione per chiedere a tutte le Istituzioni italiane di non sostenere questo evento e di ritirare tutti i patrocini al Congresso mondiale delle famiglie.

La petizione è fatta in partnership con 16 associazioni italiane ed europee, tra cui Agedo, Arci, Arcigay, Associazione Luca Coscioni‎, Associazione Radicale Certi Diritti, Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Differenza Donna, Famiglie Arcobaleno, Gaynet, I sentinelli di Milano, Ippfen, Rete Lenford, Uaar e Ufficio Nuovi Diritti Cgil Nazionale. 

Perché è inaccettabile che la manifestazione goda di tali patrocini? 

Io sono per la libertà d’espressione di tutte e tutti, ma quando un evento sfida in maniera così sfacciata i principi fondamentali di uguaglianza e di non-discriminazione della nostra Costituzione e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che l'Italia ha sottoscritto ed è tenuta a rispettare, le Istituzioni italiane non possono dare il loro patrocinio. Quelle Istituzioni rappresentano tutti i cittadini italini, non solo una parte.

Come giudichi il fatto che alla mozione Cirinnà abbiano aderito non solo tutti i senatori del Pd ma anche di altri partiti, compreso M5S?

Credo sia molto positivo che tanti senatori abbiano sottoscritto la mozione di Monica Cirinnà che ringrazio molto per il suo impegno. La firma di alcuni senatori del M5S mostra chiaramente l’imbarazzo all’interno di quel partito, che pure sostiene il Governo, per questo evento. Francamente avrei voluto vedere un’adesione ancora più trasversale.

Brandi e Coghe hanno definito famiglicidi chi si oppone al Wcf. C’è effettivamente un tentativo di voler distruggere l’istituto familiare?

Questa tua domanda è ovviamente retorica. Mentre loro usano queste iperbole francamente offensive nei confronti di chi si permetta di dissentire da loro, noi continuiamo ostinati a ripetere che cos'è la famiglia lo decide l'amore e non lor signori!

Tra i relatori non figura alcun componente dell’episcopato cattolico a differenza di quello ortodosso. Perché secondo te?

Non sono un teologo e sono pure agnostico, ma mi sembra chiaro che alcuni dei relatori presenti al Congresso mondiale delle famiglie facciano un uso politico della religione che potrebbe offendere il sentimento religioso di tanti cattolici. Almeno questo è quanto mi stanno dicendo in questi giorni tante amiche e tanti amici credenti. Probabilmente l’episcopato cattolico se ne rende conto e preferisce adottare una certa prudenza.

Non ritieni un controsenso che parlino di famiglia naturale e tradizionale persone come Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che hanno, al contrario, una famiglia allargata?

Abbastanza, sì. Ma io rispetto la vita privata di ciascuno. Mi piacerebbe che chi ha responsabilità politiche e di governo si preoccupasse di garantire a ciascun cittadino il miglior quadro giuridico per organizzare i propri affetti in libertà e responsabilità, piuttosto che imporre le proprie idee.

Quali personalità hanno aderito alla campagna?

Il nostro è un movimento di tante persone: è l’unione che fa la forza. Monica Cirinnà e Marco Cappato hanno fatto un video di endorsement della campagna. Laura Boldrini ha fatto un post. So che anche Filomena Gallo e Lella Costa hanno firmato la petizione. Ringrazio sentitamente Moica, Marco, Laura, Filomena, Lella e le oltre 61.000 persone che hanno firmato sin’ora e faccio un appello a tutte e tutti per diffondere la petizione e farla firmare. Dobbiamo mostrare che siamo in tantissimi a credere che a decidere cosa sia la famiglia è unicamente l'amore.

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Era stato presentato il 7 settembre 2018 da Gianfranco Acri, capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio comunale di Brescia. A distanza precisa di sei mesi è stato discusso e votato, giovedì scorso, a Palazzo della Loggia l’ordine del giorno (17) relativo al riconoscimento della genitorialità per coppie di persone dello stesso sesso. 

Il gruppo consiliare meloniano aveva chiesto al sindaco Emilio Del Bono, alla Giunta e al Consiglio comunale di «esprimersi in modo chiaro, inequivocabile, netto in merito al non riconoscimento della qualifica di genitore nelle coppie omosessuali al soggetto senza vincoli di consanguineità con il bambino».

Ma con 20 voti contrari, 9 favorevoli e nessun astenuto il Consiglio comunale bresciano ha respinto l'ordine del giorno contro l'omogenitorialità. A esprimere il proprio sì all’odg 17 Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega mentre per il no si sono schierati M5s, Sinistra a Brescia, Brescia per passione, Civica del Bono (a esclusione del consigliere Guido Galperti, assente in aula) e Pd (a esclusione del consigliere Giuseppe Ungari, assente in aula). Tra i voti contrari anche quello del sindaco Del Bono.

Nel discutere l’ordine del giorno Fdi, Fi e Lega ne hanno presentato il carattere a tutela della famiglia naturale come presuntamete sancito dall’art. 29 della Costituzione. Tra i contrari all’odg 17, invece, mentre il Pd si è trincerato dietro a un parere tecnico, liquidando la questione come di non competenza del Consiglio comunale, M5s e le alte liste hanno motivato la loro opposizione in termini di inclusività.

In particolare, Donatella Albini (Sinistra a Brescia) ha parlato di umanità da portare in politica nonché di diritti dei minori da rispettare così come previsto dalla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia.

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, così si è espresso il noto attivista bresciano nonché componente d’Arcigay Orlando Luca Trentini: «È sicuramente una pagina positiva dell'amministrazione di centrosinistra che governa Brescia. Si è superato un tentativo regressivo da parte della destra che al di là delle dichiarate posizioni liberali ha rivelato tutto il suo clericalismo reazionario. Tuttavia molti ostacoli vanno ancora superati. A Brescia le richieste di trascrizione anagrafica, tre fino ad ora, sono state rifiutate.

Le felici prese di posizione espresse in aula vanno sostanziate con atti concreti e amministrativi che vadano verso l'inclusione e la tutela dei diritti fondamentali dei figli delle coppie omosessuali, che devono vedere pienamente riconosciuta la natura materna e paterna del genitore sociale.

Arcigay, insieme alle altre associazioni, alle cittadine e ai cittadini presenti numerosi in sala, continuerà a sollecitare l'amministrazione perché si abbatta ogni ostacolo e si garantisca piena tutela e protezione sociale ai figli delle famiglie arcobaleno. Nell'esclusivo interesse del minore».

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Non si placano le polemiche sul patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri al World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo e che vedrà la partecipazione, nella veste di relatori, dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità) e Matteo Salvini (Interno). 

Tanto più che detto patrocinio è stato pubblicamente smentito dal premier Giuseppe Conte alcuni giorni addietro, eppure «ad oggi sul sito del WCF così come sul materiale informativo relativo al congresso continua a comparire il logo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, seppure con la dicitura Ministro per la Famiglia e le Disabilità».

Rilievo, quest’ultimo, messo in luce dalla senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria di una mozione, che, depositata nella giornata di oggi, «impegna il Governo a revocare ogni forma di patrocinio al World Congress of Families, che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019; a porre in essere politiche di contrasto all’omotransfobia, con strumenti culturali e specificamente giuridici; a sostenere attivamente la condizione femminile, in particolare attraverso una tutela adeguata delle lavoratrici madri e la salvaguardia del modello italiano di diritto di famiglia, solidamente basato – come impone la Costituzione – sull’eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi».

La mozione è stata cofirmata non solo da tutti i restanti senatori del Pd (51) a partire dal capogruppo Andrea Marcucci ma anche dagli omologhi di Leu (Pietro Grasso, Laura Boldrini, Loredana De Petris, Vasco Errani), Psi (Pietro Nencini), Gruppo Per le Autonomie (Gianclaudio Bressa), +Europa (Emma Bonino), M5s (Paola Nugnes).

Il World Congress of Families, che gode, fra gli altri, anche del patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Verona, è stato segnalato con la dicitura di gruppo istigatore all’odio da organismi internazionali quali Southern Poverty Law Center (SPLC) e Human Rights Campaign. Il motivo? È indicato ampiamemte nel testo della stessa mozione, in cui si legge: «Tra gli obiettivi del WCF - non rientra soltanto la difesa della “famiglia naturale”, ma anche la promozione di una concezione delle relazioni familiari basate sulla subordinazione della donna all’uomo e su una decisa compressione dell’autodeterminazione femminile, ad esempio per ciò che riguarda la conciliazione tra vita familiare e lavoro».

Inoltre, «come ampiamente riportato dagli organi di stampa, tra i soggetti organizzatori del WCF figurano associazioni e gruppi – anche stranieri – che si distinguono per un messaggio gravemente omofobo e di sostegno a leggi liberticide e miranti alla repressione penale dell’omosessualità, oltre che alla limitazione dell’autodeterminazione in materia affettiva e familiare;

secondo il programma ufficiale dell’evento, al congresso interverranno alcune personalità di spicco dell’antiabortismo e dei sostenitori della famiglia tradizionale come il russo Dmitri Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità che ha lo scopo di influenzare il parlamento russo, la Duma, e di aiutare il presidente russo Vladimir Putin a sviluppare politiche in linea con le indicazioni della chiesa ortodossa; la ministra per la famiglia del governo ungherese, Katalin Novak e il presidente moldavo Igor Dodon, che ha spesso espresso posizioni omofobe;

all’evento interverranno inoltre anche Theresa Okafor, un’attivista nigeriana che nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso, e Lucy Akello, Ministro ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che nel 2017 ha presentato al parlamento ugandese una legge contro le coppie omosessuali, già proposta nel 2014, che prevedeva originariamente la pena di morte per “omosessualità aggravata”».

Nella giornata d’ieri, inoltre, All Out (con l’adesione di Agedo, Arci, Arcigay, Associazione Radicale Certi Diritti, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno - Associazione genitori omosessuali, Gaynet, IPPFEN, Rebel Network, Rete Lenford - Avvocatura per i diritti LGBTI, Uaar, Ufficio Nuovi Diritti CGIL Nazionale) ha lanciato, grazie al fattivo impegno di Yuri Guaiana, una campagna per «mostrare ciò che il Congresso Mondiale delle Famiglie sostiene in realtà e una raccolta firme «per dire al Governo italiano e a tutte le altre Istituzioni di non sostenere questo evento e di ritirare tutti i patrocini al Congresso Mondiale delle Famiglie».

La mozione ha suscitato le prevedibili reazioni di ProVita e Generazione Famiglia, co-organizzatori del Congresso di Verona col Comitato Difendiamo i nostri figli (presieduto da Massimo Gandolfini). I rispettivi presidenti Toni Brandi e Jacopo Coghe (i quali ricoprono le cariche di presidente e vicepresidente dell'edizione veronese del World Congress of Families) hanno diramato una nota, in cui, eludendo i rilievi circostanziati della mozione, hanno assunto toni vittimali.

«Ci mancava – si legge nel comunicato congiunto - la mozione per il ritiro di tutti i patrocini al Congresso Mondiale delle Famiglie. Monica Cirinnà e Andrea Marcucci insieme a tutti i senatori Pd evidentemente non hanno molto da fare in Parlamento se dedicano tanto tempo a noi. Odiare le famiglie che chiedono sostegni e aiuti è il loro sport preferito. Si tratta di un vero e proprio famiglicidio quotidiano.

Non ci stupiscono poi gli altri firmatari eccellenti che vorrebbero zittire le famiglie e quanti di adopereranno per metterle al centro del dibattito politico tra cui spiccano i nomi di Emma Bonino, Pietro Grasso e Loredana De Petris.

Fa sorridere poi il richiamo di Cirinnà & Co all'importanza delle voci plurali. La censura che vorrebbero mettere in atto è davvero tutto meno che un esempio di rispetto del dettame costituzionale, la Repubblica infatti riconosce diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Quanto alla regressione politica e culturale, cara Monica, è contenuta tutta nel fango e nelle fake news del 'bullismo interattivo Lgbt' che stiamo subendo per il semplice fatto di organizzare una tre giorni sulla bellezza della famiglia».

Una tre giorni sulla bellezza della famiglia, in ogni caso, alla quale non interverrà come relatore - fatta eccezione del 75enne patriarca siro-cattolico Ignazio Giuseppe III - alcuna figura dell’episcopato cattolico né, tanto meno, del Collegio cardinalizio.

Su una tale bellezza familiare apporteranno invece la loro testimonianza, ad esempio, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni (mai coniugata con Andrea Giambruno, da cui ha avuto la piccola Ginevra nel 2016) o il ministro dell’Interno Matteo Salvini (che dopo il divorzio dalla moglie Fabrizia Ieluzzi – da cui è nato Federico nel 2003 – ha avuto prima una relazione con Giulia Martinelli – da cui è nata Mirta nel 2012 – e, poi, con Elisa Isoardi, conclusasi nel dicembre 2018).

Guarda il Video promozionale del WCF di Verona

 

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Malak al-Kashif, donna transgender, è stata arrestata all’alba d’ieri nella sua casa a Giza e tradotta in una prigione maschile. Prossima a sottoporsi a intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, Malak non ha ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici ed «è perciò registrata come uomo».

A denunciare l’accaduto Amnesty International, che informa come Malak sia stata incarcerata per aver pubblicato appelli a manifestare pacificamente in seguito al recente disastro ferroviario presso la stazione centrale del Cairo.

Non è chiaro dove sia detenuta ma, come rilevato da Magdalena Mughrabi, responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, «ci sono reali timori per l'integrità fisica e il benessere psicologico di Malak al-Kashif. A causa della sua identità di genere Malak è ad alto rischio di tortura da parte della polizia, incluso lo stupro e la violenza sessuale, come anche di aggressioni da parte di altri detenuti.

Le autorità egiziane sono responsabili della sua sicurezza fisica e psicologica. Devono immediatamente rivelare dove si trova e, in attesa della sua liberazione immediata e incondizionata, assicurarsi che sia protetta dalla tortura e da altri abusi». Torture che, come denunciato dalla stessa Magdalena Mughrabi, includono il test anale forzato.

Come ricordato dal sito Egyptian Streets, la giovane transgender, che ha oggi 19 anni, aveva già fatto parlare di sé nel 2017, quando postò su Facebook foto relative al suo percorso di transizione, nonché lo scorso anno quando, dopo aver tentato il suicidio, ebba a denunciare: «La società mi ha ucciso». 

La condizione delle persone Lgbti in Egitto s'è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando un giovane, che aveva sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila, fu arrestato. Ne seguì, all'epoca, una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Solo poco più d'un mese fa il noto conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato invece condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e storica voce dell’attivismo trans a Napoli, ha ieri ottenuto dal Tribunale civile partenopeo la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Ad assisterla legalemente l’avvocata Ilena Capurro, presidente di Atn, che ne ha sostenuto le parti presso il giudice Stefano Celentano.

A darne notizia la diretta interessata in un post su Facebook: «Finalmente è giunto anche il mio momento. Oggi in tribunale con l'avvocata Ileana Capurro mi è stato riconosciuto il mio diritto ad avere il nome Loredana anche sui documenti. Voglio ringraziare il giudice Stefano Celentano per l'umanità nella gestione della causa». E poi con quel tocco di veracità e ironia, che la contraddistingue, ha scritto: «Ue' ue' so femmena».

Un passo che la 58enne Loredana Rossi non considera primario ma bensì altamente significativo e simbolico. 

«Mi si chiede – così a Gaynews – perché ho deciso solo ora per il cambio anagrafico del nome. Ti dirò che non era per me un bisogno primario ma una, seppur necessaria, formalità. Dentro sono Loredana da sempe e il mio percorso di transizione  esteriore è compiuto da anni.

Ma da quando la Cassazione ha emesso una storica sentenza sul cambio del nome anche senza intervento chirurgico, mi sono data molto da fare. Ma non per me. Ho aiutato tantissime ragazze.

Non bisogna dimenticare che, oltre a essere e sentirmi favolosa, sono un'operatrice sociale. L'ho fatto ora perchè ho avuto tempo da dedicare a me. Sono ovviamente orgogliosa che anche sulla carta d’identità compaia finalmente il mio vero nome: Loredana.  Insomma, anche per lo Stato adesso so femmena». 

Non ha mancato, infine, d’auspicare una legge specifica sulla questione della rettifica dei dati anagrafici per le persone trans nonché quella contro l’omotransfobia, «perché assistiamo a un’escalation di aggressioni fisiche e verbali, di fronte alle quali non è più possibile volgersi dall’altra parte. Le più vulnerabili restano al solito le persone trans, che sono oggetto di maggiori discriminazioni in tutti gli ambiti. Maggiormente maltrattate anche dai media attraverso una narrazione spesso insultante».

Una mattinata d'emozioni quella di ieri anche per Ileana Capurro, che ha dichiarato: «Loredana si è inserita in un percorso oramai standardizzato a Napoli e, in particolare, presso il Tribunale di Napoli Nord, i cui giudici hanno una grande sensibilità al riguardo.

Bisogna ricordare come in virtù di un protocollo, che Atn ha attivato col Policlinico di Napoli grazie all'interessamento del prof. Paolo Valerio, vengano redatte delle perizie psicologiche con valenza legale. Ciò permette una velocizzazione del processo, il che evita il passaggio attraverso i Ctu.

Ci tengo a dire che Loredana è un pezzo della mia vita e una maestra di vita. Devo confessare che ho dovuto insistere molto con lei per presentare il ricorso presso il Tribunale, perché lei pensa sempre prima agli altri e poi a sé stessa».

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«Io ho quattro nipoti, ho una famiglia normale, non c'ho gay, non c'ho niente che...».

Queste le parole che, interrotte con prontezza dal deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, sono statre pronunciate ieri da Giuseppe Brini, in corsa al seggio di sindaco a Pontedera (Pi), durante la presentazione ufficiale della candidatura. Parole che, pronunciate nella sede della Lega (al tavolo erano presenti anche Susanna Ceccardi, coordinatrice regionale, e il deputato Edoardo Ziello) subito dopo un elogio sperticato a Matteo Salvini per «averci ridato l'orgoglio di essere italiani», hanno suscitato imbarazzo e reazioni. 

Giuseppe Brini si è poi affrettato a rilasciare la seguente dichiarazione: «Mi scuso se le parole che ho utilizzato possono aver offeso la sensibilità di persone che non debbono essere giudicate per la propria inclinazione sessuale. Mi sono espresso male e probabilmente qualcuno si sarà offeso delle mie parole e me ne dispiaccio. Con i fatti, meglio che a parole, dimostrerò che nessuno verrà discriminato con la nostra azione di governo.

Le persone che rispettano le regole, di ogni sesso o colore, saranno al centro della nostra azione amministrativa. Le liste che mi sostengono non guardano alle preferenze sessuali, tant'è che sono presenti anche candidati dichiaratamente omosessuali, ma che sono stati scelti soltanto in base alle loro capacità». 

Tra i primi a intervenire sulla vicenda il sindaco di Pontedera, Simone Millozzi (Pd), che ha affermato: «Mi è stato chiesto cosa pensi di quanto detto dal candidato della destra pontederese sul fatto che la sua famiglia sia normale perché non ha figli gay. Io penso che Pontedera meriti davvero altre parole ed altri valori.

Tipo queste di Ferzan Ozpetek: "Nel mondo che amo, ciascuno può essere semplicemente se stesso, con naturalezza e libertà, senza per questo sentirsi giudicato. Può vestirsi come gli pare, ballare come si sente, cantare a squarciagola nella notte, se ha voglia di far sapere a tutti che è felice. Può nutrire i suoi sogni, coltivare i desideri, seminare il proprio futuro di nuove speranze. Può chiamare il suo amore a voce alta, infischiandosene se a qualcuno potrà dare fastidio».

Severe critiche anche da parte del deputato LeU nonché segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, che ha detto: «Che tristezza se a Pontedera prevalessero uomini come il candidato del centrodestra, che con le sue parole di oggi sui gay ha semplicemente rivelato quello che è la destra nel nostro Paese: retrograda, non rispettosa della dignità delle persone, medievale. Insomma la destra peggiore». 

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Shams ha annunciato che il Governo tunisino ha fatto appello contro la decisione del Tribunale di Tunisi del 23 febbraio 2016 che ne autorizzava l'attività. I responsabili dell'associazione sono stati convocatti davanti ai giudici il 1° marzo.

L'organismo, finalizzato all'ottenimento della depenalizzazione dell'omosessualità in Tunisia, violerebbe, secondo il Segretario generale del Governo che presentò il ricorso nel 2016, la legge sulle associazioni e «i valori islamici della società tunisina, che rigetta l'omosessualità e ne proibisce un tale comportamento estraneo». Ma non avendo, all'epoca, la Corte riscontrato alcuna infrazione, l'iniziale sospensione di 30 giorni fu revocata.

L'appello, presentato il 20 febbraio scorso dall'incaricato di Stato per i contenziosi, muove dal presupposto che, proibendo la legge tunisina l'omosessualità sulla base dell'articolo 230 del Codice penale del 1913 (che, largamente modificato nel '64, commina fino a tre anni di reclusione per atti privati di sodomia tra adulti consenzienti), proibirebbe dunque anche l'attività di associazioni in difesa di «tali pratiche». 

A difesa di Shams si è schierata Human Rights Watch, annunciando che «il Governo tunisino dovrebbe fermare il suo tentativo di ricorrere contro una sentenza della Corte, che conferisce a un'associazione Lgbt il diritto di operare».

Amna Guellali, direttrice del bureau dell'ong a Tunisi, ha dichiarato: «Se le associazioni che difendono i diritti umani e le minoranze sessuali vengono sciolte o messe a tacere, l'immagine della Tunisia come santuario di libertà e democrazia nell'area nordafricana subirà un grave contraccolpo».

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Martedì la Chiesa Metodista Unita ha votato per ribadire il divieto dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e del clero Lgbti. Mossa, questa, che potrebbe segnate l’allontananento di un gran numero di fedeli favorevoli alle riforme. 

Con 438 voti a favore rispetto ai 384 negativi, i delegati di tutto il mondo alla Conferenza generale in St. Louis hanno rafforzato un principio  della Chiesa Metodista Unita che, stabilita nel 1972, ritiene "la pratica dell'omosessualità incompatibile con l'insegnamento cristiano".

Conosciuta come Tradional Plan, la nuova politica include sanzioni per chi ne infrange le regole e chiede ai disobbedienti di trovare un'altra chiesa.

Il Tradional Plan è stato approvato per dare coesione alla Chiesa Metodista Unita relativamente al clero Lgbti e al matrimonio egualitario dopo anni di contrapposizione tra le singole comunità, con alcune delle quali che denunciano l'omosessualità come peccato e altre che accolgono tra i ministri di culto persone gay e lesbiche.

Prima di optare per il Tradional Plan, i delegati hanno respinto il progetto alternativo noto come One Church Plan, che avrebbe permesso alle singole chiese di decidere autonomamente se celebrare o meno matrimoni omosessuali e accogliere componenti gay e lesbiche del clero. Esso prevedeva anche l’eliminazione della dichiarazione, secondo cui l'omosessualità è in contrasto con il cristianesimo.

Il voto ha suscitato molte proteste all’interno di quella che è la seconda denominazione protestante degli Usa a livello numerico.

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Adolescenti in minore età potranno fare il test per Hiv e Ist anche senza il consenso di genitori o tutori ma «in contesti protetti e dedicati». Ad annunciarlo come fattibile una nota del ministero della Salute, la cui titolare, la pentastellata Giulia Grillo, sta lavorando a una norma ad hoc

Dalla nota si apprende come la ministra abbia «da tempo avviato un confronto positivo con le associazioni impegnate nella lotta all'Aids per individuare sempre migliori strategie per informare e sensibilizzare i cittadini sui temi e le priorità per la prevenzione e cura dell'Hiv e delle malattie sessualmente trasmesse. Uno dei punti critici riguarda il libero accesso per i cittadini minorenni ai test diagnostici che sono anonimi e gratuiti per tutti, ma che per i minori richiedono il previo consenso del genitore o del tutore. Questo paletto normativo costituisce di fatto un ostacolo ai test»

Gli studi evidenziano che i contagi da Hiv in età precoce sono sempre più frequenti, ma le diagnosi sono troppo spesso tardive. Motivo per cui la ministra ha scritto all’Autorità Garante per l'Infanzia e l’Adolescenza (Agia), ricevendone «una risposta positiva circa la possibilità di lavorare insieme a una nuova norma che agevoli l'accesso al test Hiv per i minori». 

Circa il parere favorevole dell'Agia Giulia Grillo ha dichiarato: «Per rendere più semplice l’accesso alla diagnosi per i giovanissimi è essenziale intercettare precocemente l’eventuale contagio da Hiv o da altre malattie sessualmente trasmesse. Per questo sono molto soddisfatta della positiva risposta dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza alla mia richiesta di lavorare insieme a una norma per superare questa regola ormai obsoleta. I tempi sono cambiati, eppure tanti giovani provano grande imbarazzo ad aprirsi con i genitori su alcuni aspetti della propria vita personale e non effettuano i test, pur avendo una vita sessuale  attiva.   

Il Ssn è di tutti i cittadini ed è compito del ministro della Salute e delle istituzioni rimuovere gli ostacoli alla prevenzione in ogni ambito della salute.

Negli ultimi anni è stata fatta pochissima informazione sul pericolo Aids e molti ragazzi ignorano o sottovalutano la pericolosità della malattia. Presto i ragazzi potranno effettuare liberamente i test in contesti protetti e dedicati, senza più bisogno del consenso del genitore o tutore. È un punto di partenza che può migliorare concretamente la consapevolezza sui temi della prevenzione»

Valutazione positiva per la presa di posizione del ministero è stata espressa da Giulio Maria Corbelli, vicepresidente di Plus, che a Gaynews ha dichiarato: «Sicuramente è un primo passo che andava fatto. Si tratta di una cosa buona e attesa, frutto, in ogni caso, di un processo iniziato anni fa dalle associazioni, che nel 2009 organizzarono una conferenza a sé stante dedicata alle varie modalità d'accesso al test Hiv.

Va dato atto alla ministra Grillo d’aver raccolto i risultati di questo processo e d’essersi impegnata nell’avvio dell’iter legislativo con la redazione di un disegno di legge sulla materia».

Aspetto, quest’ultimo, toccato anche da Filomena Albano, Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, che ha espresso la piena disponibilità a fornire il proprio contributo nella fase redazionale. 

In ogni caso la stessa Albano ha tenuto a precisare che l’introduzione di una norma specifica sull’accesso dei minori al test senza previo consenso genitoriale (in deroga con legge  al principio dell'acquisizione della capacità di agire al 18° anno di età come contemplato dall’ordinamento italiano) deve avvenire nell’assoluto rispetto di tre condizioni: «La prima è che i test avvengano in un contesto protetto e dedicato nell'ambito del Servizio sanitario nazionale. La seconda è che in caso di positività ai test i genitori o il tutore siano coinvolti al fine di garantire alla persona di minore età un adeguato supporto affettivo nella gestione della notizia e della terapia. Infine, è necessario promuovere capillarmente una cultura della prevenzione e l'educazione all'affettività e alle emozioni».

Condizioni certamente fondate ma che, secondo lo stesso Corbelli, non fugano alcuni timori. «Ci preoccupa – così il vicepresidente di Plus - che le varie tutele e cautele segnalate dalla Garante si trasformino in impedimenti per l’accesso al test del minore: se questo infatti fosse offerto solo ed esclusivamente in ambiente sanitario, già questo sarebbe un’importante barriera visto che i minori hanno scarsa dimestichezza con quell’ambiente».

Viva soddisfazione è stata epressa da Massimo Farinella, presidente della Sezione M del Comitato tecnico sanitario del Ministero nonché responsabile area Salute per il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, che a Gaynews ha ricostruito i passaggi ultimi che hanno portato alla decisione odierna. 

«Due settimane fa - ha dichiarato - tutte le associazioni della Sezione M hanno incontrato la ministra Grillo. In quell’occasione abbiamo potuto presentare tutte le varie priorità anche rispetto all’applicazione del Piano Nazionale Aids.

Tra i vari punti toccati abbiamo fatto notare come, un anno fa, l’Ufficio Legislativo del Ministero, su sollecitazione delle Sezioni L e M, avesse chiesto il parere sul tema all’Autorità Garante dell’Infanzia. Abbiamo perciò sollecitato la ministra perché ottenesse una tale risposta, ricevendone dalla stessa formale promessa. Non posso che esprimere soddisfazione per l’impegno fattivo della ministra».

Sulla nota del ministero è intervenuto anche Michele Breveglieri, responsabile Salute per Arcigay Nazionale, che ha dichiarato in un comunicato: «Auspichiamo che la definizione di una norma più adeguata ai tempi avvenga ora con un dialogo serrato con le associazioni, anche tramite i percorsi già intrapresi nei tavoli del Comitato tecnico sanitario, al fine di evitare che a un meccanismo oggi di fatto ostativo per i minori se ne sostituisca un altro magari non del tutto ostacolante ma solo diversamente farraginoso e disincentivante».

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