Francesco Lepore

Francesco Lepore

Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e storica voce dell’attivismo trans a Napoli, ha ieri ottenuto dal Tribunale civile partenopeo la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Ad assisterla legalemente l’avvocata Ilena Capurro, presidente di Atn, che ne ha sostenuto le parti presso il giudice Stefano Celentano.

A darne notizia la diretta interessata in un post su Facebook: «Finalmente è giunto anche il mio momento. Oggi in tribunale con l'avvocata Ileana Capurro mi è stato riconosciuto il mio diritto ad avere il nome Loredana anche sui documenti. Voglio ringraziare il giudice Stefano Celentano per l'umanità nella gestione della causa». E poi con quel tocco di veracità e ironia, che la contraddistingue, ha scritto: «Ue' ue' so femmena».

Un passo che la 58enne Loredana Rossi non considera primario ma bensì altamente significativo e simbolico. 

«Mi si chiede – così a Gaynews – perché ho deciso solo ora per il cambio anagrafico del nome. Ti dirò che non era per me un bisogno primario ma una, seppur necessaria, formalità. Dentro sono Loredana da sempe e il mio percorso di transizione  esteriore è compiuto da anni.

Ma da quando la Cassazione ha emesso una storica sentenza sul cambio del nome anche senza intervento chirurgico, mi sono data molto da fare. Ma non per me. Ho aiutato tantissime ragazze.

Non bisogna dimenticare che, oltre a essere e sentirmi favolosa, sono un'operatrice sociale. L'ho fatto ora perchè ho avuto tempo da dedicare a me. Sono ovviamente orgogliosa che anche sulla carta d’identità compaia finalmente il mio vero nome: Loredana.  Insomma, anche per lo Stato adesso so femmena». 

Non ha mancato, infine, d’auspicare una legge specifica sulla questione della rettifica dei dati anagrafici per le persone trans nonché quella contro l’omotransfobia, «perché assistiamo a un’escalation di aggressioni fisiche e verbali, di fronte alle quali non è più possibile volgersi dall’altra parte. Le più vulnerabili restano al solito le persone trans, che sono oggetto di maggiori discriminazioni in tutti gli ambiti. Maggiormente maltrattate anche dai media attraverso una narrazione spesso insultante».

Una mattinata d'emozioni quella di ieri anche per Ileana Capurro, che ha dichiarato: «Loredana si è inserita in un percorso oramai standardizzato a Napoli e, in particolare, presso il Tribunale di Napoli Nord, i cui giudici hanno una grande sensibilità al riguardo.

Bisogna ricordare come in virtù di un protocollo, che Atn ha attivato col Policlinico di Napoli grazie all'interessamento del prof. Paolo Valerio, vengano redatte delle perizie psicologiche con valenza legale. Ciò permette una velocizzazione del processo, il che evita il passaggio attraverso i Ctu.

Ci tengo a dire che Loredana è un pezzo della mia vita e una maestra di vita. Devo confessare che ho dovuto insistere molto con lei per presentare il ricorso presso il Tribunale, perché lei pensa sempre prima agli altri e poi a sé stessa».

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«Io ho quattro nipoti, ho una famiglia normale, non c'ho gay, non c'ho niente che...».

Queste le parole che, interrotte con prontezza dal deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, sono statre pronunciate ieri da Giuseppe Brini, in corsa al seggio di sindaco a Pontedera (Pi), durante la presentazione ufficiale della candidatura. Parole che, pronunciate nella sede della Lega (al tavolo erano presenti anche Susanna Ceccardi, coordinatrice regionale, e il deputato Edoardo Ziello) subito dopo un elogio sperticato a Matteo Salvini per «averci ridato l'orgoglio di essere italiani», hanno suscitato imbarazzo e reazioni. 

Giuseppe Brini si è poi affrettato a rilasciare la seguente dichiarazione: «Mi scuso se le parole che ho utilizzato possono aver offeso la sensibilità di persone che non debbono essere giudicate per la propria inclinazione sessuale. Mi sono espresso male e probabilmente qualcuno si sarà offeso delle mie parole e me ne dispiaccio. Con i fatti, meglio che a parole, dimostrerò che nessuno verrà discriminato con la nostra azione di governo.

Le persone che rispettano le regole, di ogni sesso o colore, saranno al centro della nostra azione amministrativa. Le liste che mi sostengono non guardano alle preferenze sessuali, tant'è che sono presenti anche candidati dichiaratamente omosessuali, ma che sono stati scelti soltanto in base alle loro capacità». 

Tra i primi a intervenire sulla vicenda il sindaco di Pontedera, Simone Millozzi (Pd), che ha affermato: «Mi è stato chiesto cosa pensi di quanto detto dal candidato della destra pontederese sul fatto che la sua famiglia sia normale perché non ha figli gay. Io penso che Pontedera meriti davvero altre parole ed altri valori.

Tipo queste di Ferzan Ozpetek: "Nel mondo che amo, ciascuno può essere semplicemente se stesso, con naturalezza e libertà, senza per questo sentirsi giudicato. Può vestirsi come gli pare, ballare come si sente, cantare a squarciagola nella notte, se ha voglia di far sapere a tutti che è felice. Può nutrire i suoi sogni, coltivare i desideri, seminare il proprio futuro di nuove speranze. Può chiamare il suo amore a voce alta, infischiandosene se a qualcuno potrà dare fastidio».

Severe critiche anche da parte del deputato LeU nonché segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, che ha detto: «Che tristezza se a Pontedera prevalessero uomini come il candidato del centrodestra, che con le sue parole di oggi sui gay ha semplicemente rivelato quello che è la destra nel nostro Paese: retrograda, non rispettosa della dignità delle persone, medievale. Insomma la destra peggiore». 

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Shams ha annunciato che il Governo tunisino ha fatto appello contro la decisione del Tribunale di Tunisi del 23 febbraio 2016 che ne autorizzava l'attività. I responsabili dell'associazione sono stati convocatti davanti ai giudici il 1° marzo.

L'organismo, finalizzato all'ottenimento della depenalizzazione dell'omosessualità in Tunisia, violerebbe, secondo il Segretario generale del Governo che presentò il ricorso nel 2016, la legge sulle associazioni e «i valori islamici della società tunisina, che rigetta l'omosessualità e ne proibisce un tale comportamento estraneo». Ma non avendo, all'epoca, la Corte riscontrato alcuna infrazione, l'iniziale sospensione di 30 giorni fu revocata.

L'appello, presentato il 20 febbraio scorso dall'incaricato di Stato per i contenziosi, muove dal presupposto che, proibendo la legge tunisina l'omosessualità sulla base dell'articolo 230 del Codice penale del 1913 (che, largamente modificato nel '64, commina fino a tre anni di reclusione per atti privati di sodomia tra adulti consenzienti), proibirebbe dunque anche l'attività di associazioni in difesa di «tali pratiche». 

A difesa di Shams si è schierata Human Rights Watch, annunciando che «il Governo tunisino dovrebbe fermare il suo tentativo di ricorrere contro una sentenza della Corte, che conferisce a un'associazione Lgbt il diritto di operare».

Amna Guellali, direttrice del bureau dell'ong a Tunisi, ha dichiarato: «Se le associazioni che difendono i diritti umani e le minoranze sessuali vengono sciolte o messe a tacere, l'immagine della Tunisia come santuario di libertà e democrazia nell'area nordafricana subirà un grave contraccolpo».

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Martedì la Chiesa Metodista Unita ha votato per ribadire il divieto dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e del clero Lgbti. Mossa, questa, che potrebbe segnate l’allontananento di un gran numero di fedeli favorevoli alle riforme. 

Con 438 voti a favore rispetto ai 384 negativi, i delegati di tutto il mondo alla Conferenza generale in St. Louis hanno rafforzato un principio  della Chiesa Metodista Unita che, stabilita nel 1972, ritiene "la pratica dell'omosessualità incompatibile con l'insegnamento cristiano".

Conosciuta come Tradional Plan, la nuova politica include sanzioni per chi ne infrange le regole e chiede ai disobbedienti di trovare un'altra chiesa.

Il Tradional Plan è stato approvato per dare coesione alla Chiesa Metodista Unita relativamente al clero Lgbti e al matrimonio egualitario dopo anni di contrapposizione tra le singole comunità, con alcune delle quali che denunciano l'omosessualità come peccato e altre che accolgono tra i ministri di culto persone gay e lesbiche.

Prima di optare per il Tradional Plan, i delegati hanno respinto il progetto alternativo noto come One Church Plan, che avrebbe permesso alle singole chiese di decidere autonomamente se celebrare o meno matrimoni omosessuali e accogliere componenti gay e lesbiche del clero. Esso prevedeva anche l’eliminazione della dichiarazione, secondo cui l'omosessualità è in contrasto con il cristianesimo.

Il voto ha suscitato molte proteste all’interno di quella che è la seconda denominazione protestante degli Usa a livello numerico.

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Adolescenti in minore età potranno fare il test per Hiv e Ist anche senza il consenso di genitori o tutori ma «in contesti protetti e dedicati». Ad annunciarlo come fattibile una nota del ministero della Salute, la cui titolare, la pentastellata Giulia Grillo, sta lavorando a una norma ad hoc

Dalla nota si apprende come la ministra abbia «da tempo avviato un confronto positivo con le associazioni impegnate nella lotta all'Aids per individuare sempre migliori strategie per informare e sensibilizzare i cittadini sui temi e le priorità per la prevenzione e cura dell'Hiv e delle malattie sessualmente trasmesse. Uno dei punti critici riguarda il libero accesso per i cittadini minorenni ai test diagnostici che sono anonimi e gratuiti per tutti, ma che per i minori richiedono il previo consenso del genitore o del tutore. Questo paletto normativo costituisce di fatto un ostacolo ai test»

Gli studi evidenziano che i contagi da Hiv in età precoce sono sempre più frequenti, ma le diagnosi sono troppo spesso tardive. Motivo per cui la ministra ha scritto all’Autorità Garante per l'Infanzia e l’Adolescenza (Agia), ricevendone «una risposta positiva circa la possibilità di lavorare insieme a una nuova norma che agevoli l'accesso al test Hiv per i minori». 

Circa il parere favorevole dell'Agia Giulia Grillo ha dichiarato: «Per rendere più semplice l’accesso alla diagnosi per i giovanissimi è essenziale intercettare precocemente l’eventuale contagio da Hiv o da altre malattie sessualmente trasmesse. Per questo sono molto soddisfatta della positiva risposta dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza alla mia richiesta di lavorare insieme a una norma per superare questa regola ormai obsoleta. I tempi sono cambiati, eppure tanti giovani provano grande imbarazzo ad aprirsi con i genitori su alcuni aspetti della propria vita personale e non effettuano i test, pur avendo una vita sessuale  attiva.   

Il Ssn è di tutti i cittadini ed è compito del ministro della Salute e delle istituzioni rimuovere gli ostacoli alla prevenzione in ogni ambito della salute.

Negli ultimi anni è stata fatta pochissima informazione sul pericolo Aids e molti ragazzi ignorano o sottovalutano la pericolosità della malattia. Presto i ragazzi potranno effettuare liberamente i test in contesti protetti e dedicati, senza più bisogno del consenso del genitore o tutore. È un punto di partenza che può migliorare concretamente la consapevolezza sui temi della prevenzione»

Valutazione positiva per la presa di posizione del ministero è stata espressa da Giulio Maria Corbelli, vicepresidente di Plus, che a Gaynews ha dichiarato: «Sicuramente è un primo passo che andava fatto. Si tratta di una cosa buona e attesa, frutto, in ogni caso, di un processo iniziato anni fa dalle associazioni, che nel 2009 organizzarono una conferenza a sé stante dedicata alle varie modalità d'accesso al test Hiv.

Va dato atto alla ministra Grillo d’aver raccolto i risultati di questo processo e d’essersi impegnata nell’avvio dell’iter legislativo con la redazione di un disegno di legge sulla materia».

Aspetto, quest’ultimo, toccato anche da Filomena Albano, Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, che ha espresso la piena disponibilità a fornire il proprio contributo nella fase redazionale. 

In ogni caso la stessa Albano ha tenuto a precisare che l’introduzione di una norma specifica sull’accesso dei minori al test senza previo consenso genitoriale (in deroga con legge  al principio dell'acquisizione della capacità di agire al 18° anno di età come contemplato dall’ordinamento italiano) deve avvenire nell’assoluto rispetto di tre condizioni: «La prima è che i test avvengano in un contesto protetto e dedicato nell'ambito del Servizio sanitario nazionale. La seconda è che in caso di positività ai test i genitori o il tutore siano coinvolti al fine di garantire alla persona di minore età un adeguato supporto affettivo nella gestione della notizia e della terapia. Infine, è necessario promuovere capillarmente una cultura della prevenzione e l'educazione all'affettività e alle emozioni».

Condizioni certamente fondate ma che, secondo lo stesso Corbelli, non fugano alcuni timori. «Ci preoccupa – così il vicepresidente di Plus - che le varie tutele e cautele segnalate dalla Garante si trasformino in impedimenti per l’accesso al test del minore: se questo infatti fosse offerto solo ed esclusivamente in ambiente sanitario, già questo sarebbe un’importante barriera visto che i minori hanno scarsa dimestichezza con quell’ambiente».

Viva soddisfazione è stata epressa da Massimo Farinella, presidente della Sezione M del Comitato tecnico sanitario del Ministero nonché responsabile area Salute per il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, che a Gaynews ha ricostruito i passaggi ultimi che hanno portato alla decisione odierna. 

«Due settimane fa - ha dichiarato - tutte le associazioni della Sezione M hanno incontrato la ministra Grillo. In quell’occasione abbiamo potuto presentare tutte le varie priorità anche rispetto all’applicazione del Piano Nazionale Aids.

Tra i vari punti toccati abbiamo fatto notare come, un anno fa, l’Ufficio Legislativo del Ministero, su sollecitazione delle Sezioni L e M, avesse chiesto il parere sul tema all’Autorità Garante dell’Infanzia. Abbiamo perciò sollecitato la ministra perché ottenesse una tale risposta, ricevendone dalla stessa formale promessa. Non posso che esprimere soddisfazione per l’impegno fattivo della ministra».

Sulla nota del ministero è intervenuto anche Michele Breveglieri, responsabile Salute per Arcigay Nazionale, che ha dichiarato in un comunicato: «Auspichiamo che la definizione di una norma più adeguata ai tempi avvenga ora con un dialogo serrato con le associazioni, anche tramite i percorsi già intrapresi nei tavoli del Comitato tecnico sanitario, al fine di evitare che a un meccanismo oggi di fatto ostativo per i minori se ne sostituisca un altro magari non del tutto ostacolante ma solo diversamente farraginoso e disincentivante».

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È morta nella sua casa di Nashville, venerdì 22 febbraio, la cantante soul Jackie Shane: aveva 78 anni. A darne notizia la sua etichetta discografica Numero Group

Principale interprete del genere Rhythm and Blues nella Toronto degli anni ’60 del secolo scorso, l’artista è ricordata come una delle icone transgender di quel periodo.

Nata a Nashville, nel Tennessee, il 15 maggio 1940, Jackie afferma con coraggio la propria identità di genere femminile sin dall’adolescenza.

Nel 1960 si trasferisce nella città canadese di Montreal, dove, nel corso di un concerto del gruppo Frank Motley and his Motley Crew presso l’Esquire Show Bar, attira l’attenzione del frontman Frank Motley per il suo abito rosso fuoco. Invitata a salire sul palco, stupisce tutti per l'esecuzione di brani di Ray Charles e della Bobby Blue Bland. 

Diventa così la cantante principale del gruppo e nel 1961 si stabilisce a Toronto. Nel 1963 s’impone alla generale attenzione per la cover di Any Other Way che, registrata per la Sue Music nell’autunno del ’62, presenta, rispetto all’originale di William Bell, la trasformazione delle parole Tell her that I'm happy in Tell her that I'm gay.

Una maniera, questa, non solo di giocare sull’originaria sinonimia tra happy e gay ma anche di affermare esplicitamemte, attraverso lo sdoganamento di una parola all’epoca poco usata e onnicomprensiva in riferimento alle persone Lgbti, la propria identità trans. Jackie appare così l’unica donna afroamericana transgender impegnata nella musica soul, in anni in cui la transessualità non è stata ancora definita e gli atti omosessuali, in Canada, sono ancora perseguiti penalmente (lo saranno fino al ’69).

Poi, nel 1971, il ritiro dalle scene per prendersi cura della madre a Los Angeles.

I riflettori tornano a riaccendersi su di lei nel 2010, quando la CBC Radio trasmette il documentario I Got Mine: The Story of Jackie Shane. Nel 2017 l’artista pubblica il boxset Any Other Way, che è stato candidato ai Grammy 2019, svoltisi nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, per la categoria Best Historical Album.

La sua vita, la sua arte, la sua eredità sono sintetizzate nelle parole pronunciate nel corso d’un’intervista al Guardian nel 2017: «Non m'inchino. Non m’inginocchio. Il punto più basso, cui arrivo, è la parte superiore della mia testa. Questa è Jackie». 

 

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Colpevole di molestie sessuali su due 13enni secondo cinque capi d'accusa: uno per aggressione e quattro per attentato al pudore.

Questo il verdetto che, emesso all’unanimità l’11 dicembre dai 12 giurati della County Court di Victoria a Melbourne nei riguardi del cardinale George Pell, è stato reso pubblico soltanto oggi dopo che il medesimo tribunale ha revocato il divieto ai media di notificare la condanna. Anche se sembra essere sfuggita a tutti la menzione esplicita fattane da Frédéric Martel nel suo ultimo libro Sodoma, dove a p. 118 si legge: «Il suo primo processo, che conta migliaia di pagine d’audizioni, si è concluso con la sua condanna alla fine del 2018».

Secondo la giuria, il porporato 77enne, già componente del Consiglio dei Cardinali (detto comunemente C9 bergogliano) e prefetto della Segreteria (Vaticana) per l’Economia, molestò nel 1996 i due adolescenti, componenti del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne (quando Pell ne era arcivescovo), dopo che gli stessi gli avevano servito messa. La giuria ha anche dichiarato che il presule si è reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei due adolescenti in un corridoio più di un mese dopo.

L'udienza di condanna inizierà domani. Il cardinale, che rischia fino a 50 anni di carcere, continua a dichiararsi innocente e il suo avvocato prevede di ricorrere in appello.

Conservatore della linea ratzingeriana e pubblicamente critico nei riguardi di Bergoglio, soprattutto all’indomani della pubblicazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia (in riferimento alla quale ha supportato i Dubia, sottoscritti dai cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra, Meisner), George Pell, che ama celebrare secondo il messale di Pio V o tridentino, si è reso noto in Australia come paladino dei valori tradizionali del cattolicesimo.

Noto per le sue crociate contro la legalizzazione dell’eutanasia e del matrimonio tra persone dello stesso sesso, il porporato si è sempre pronunciato criticamente contro l'ordinazione sacerdotale delle donne e l'abolizione del celibato cleriale.

Promosso nel 2001 ad arcivescovo di Sidney da Giovanni Paolo II (che lo avrebbe creato cardinale due anni dopo) ed entrato in diocesi il 10 maggio, Pell ebbe allora a dichiarare nell'omelia per la presa di possesso canonico: «L'insegnamento cristiano sulla sessualità è solo una parte dei Dieci Comandamenti, delle virtù e dei vizi. Ma è essenziale per il benessere umano e specialmente per il corretto sviluppo dei matrimoni e delle famiglie, per la continuità della razza umana».

Nel 2009, a seguito delle dichiarazioni di Benedetto XVI su la monogamia e l'astinenza sessuale quale soluzione all'Hiv/Aids in Africa, fecero enorme scalpore le affermazioni del porporato ben al di là degli stessi postulati ratzingeriani. 

«L'idea di poter risolvere - disse all'epoca nel corso di un'intervista televisiva - una grande crisi spirituale e sanitaria come l'Aids con alcuni congegni meccanici come i condom è ridicola. Se si guarda alle Filippine, si vedrà che l'incidenza dell'Aids è molto più bassa rispetto alla Thailandia, che è inondata di preservativi. Ci sono preservativi ovunque, eppure il tasso di infezione è enorme. I preservativi incoraggiano la promiscuità; i preservativi, dunque, incoraggiano l'irresponsabilità».

Si è fatto anche notare per l'opposizione alle tesi ambientalistiche del cambiamento climatico (in pieno accordo col pensiero di Trump) non risparmiando attacchi all'enciclica bergogliana Laudato si'.

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All’indomani della vandalizzazione del murale raffigurante la Tarantina si è tenuto a Napoli in via Concezione 26 (a Montecalvario) un presidio di solidarietà e denuncia.

La manifestazione ha avuto luogo, dalle 16:00 alle 18:00, davanti a Palazzetto Urban, su un cui muro lo street artist Vittorio Valiante ha realizzato la grandiosa opera muraria dedicata all’ultimo femminiello di Napoli nonché figura iconica dei Quartieri Spagnoli.

Un gesto transfobico, che la Giunta comunale non ha esitato a definire «vile e di profonda ignoranza della nostra storia e della nostra cultura, al quale occorre dare subito una risposta concreta, con una condanna formale, il ripristino in tempi brevi dell’opera stessa e soprattutto una mobilitazione popolare per affermare che Napoli è amore e non odio e sopraffazione».

In prima linea, davanti a Palazzetto Urban, proprio la Tarantina, che ha dichiarato: «Quello che hanno fatto non è un gesto diretto solo a me, ma a tutti. Hanno fatto sembrare una cosa di cui vergognarsi qualcosa che invece non lo è. Io ho girato tutto il mondo. Ma la città più bella, più calda, più umana, è Napoli. Napoli ti dà tutto: è una città dove si può sognare. Napoli è come una famiglia, quello di cui una persona ha bisogno».

Al presidio hanno preso parte la delegata comunale alle Pari Opportunità Simonetta Marino, l'assessore Gaetano Daniele (Cultura), le assessore Laura Marmorale (Diritti di citadinanza) e Monica Buonanno (Lavoro), le/i componenti del Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana, l’artista Vittorio Valiante nonché il conduttore televisivo Diego Bianchi.

In gran numero componenti delle associazioni Lgbti a partire da Atn (Associazione Transessuale Napoli) e Arcigay Napoli.

Nel corso della manifestazione Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha  detto: «La cancellazione del viso della Tarantina è come la cancellazione dei nostri volti. Forse quanti l’hanno fatto vorrebbero cancellare le nostre esistenze.

Voglio dire a queste persone: Noi ci siamo. Noi esistiamo. Abbiamo fatto le Quattro Giornate, la Resistenza a Napoli. Abbiamo dato il sangue per questa città e non ci cancellerete mai».

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Nella capitale un ennesimo caso di discriminazione a danno d’una coppia gay. Come denunciato dal 39enne Giovanni Marino, lui e il suo compagno, la sera del 23 febbraio, erano in lista per l’apericena presso il noto locale Vinile in via Giuseppe Libetta.

«Eravamo in fila come gli altri e avevamo un abbigliamento normale - racconta Giovanni - Ci tenevamo mano nella mano come facciamo spesso. Poi i buttafuori del locale ci hanno negato l'ingresso».

In base alla ricostruzione del 39enne, la security ha inizialmente addotto come motivazione la necessità d'essere in coppia quale requisito indispensabile per accedere. Quando Giovanni ha fatto notare che lui era accompagnato dal proprio partner, sono stati invitati a parlare con il responsabile dei buttafuori. A questo punto è arrivata la frase che li ha lasciati sconcertati: «Per coppia si intende quella tradizionale».

Grillini: " Necessario un percorso di formazione per il personale"

Ferma condanna per quanto successo è stato espressa da Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews, che ha dichiarato: «Quanto successo al Vinile, sulla base della denuncia della coppia stessa, è molto grave. Non è la prima volta che si verificano casi di palese discriminazione presso esercizi commerciali o club della capitale. Qualora dovessero risultare vere le accuse nei riguardi del responsabile dei buttafuori, è necessario che lo stesso ne risponda in prima persona su tutti i piani al pari dei titolari del locale.

Questo ennesimo episodio di omofobia rilancia con forza la necessità di arrivare in tempi brevi alla discussione della legge antiomofobia in Parlamento. Ma anche le regioni, compresa la Regione Lazio, possono dare un forte contributo varando norme contro le discriminazioni a partire dalle competenze delle stesse.

Auspichiamo, inoltre, che gli eventuali responsabili si scusino per quanto avvenuto e siano coinvolti in un percorso di formazione per il personale del Vinile, affinché lo stesso sia sensibilizzato alle tematiche della diversità in modo che più nessuno debba subire episodi di questa gravità».

Bonafoni: "Urge approvare la legge regionale contro le discriminazioni"

Viva riprovazione per l’accaduto e richiamo alle necessità d’una legge regionale contro le discriminazioni sono state espresse anche da Marta Bonafoni, capogruppo della Lista Civica Zingaretti al Consiglio regionale del Lazio, che ha dichiarato a Gaynews: «L’episodio accaduto sabato sera al locale Vinile, dove una coppia di giovani omosessuali è stata respinta all’ingresso, è certamente da condannare.

Non è la prima volta che nella nostra città si verificano discriminazioni nei confronti di ragazze e ragazzi gay, a testimonianza di un clima di intolleranza che va combattuto e stigmatizzato.

La proposta di legge contro l’omofobia che ho presentato quasi un anno fa ha alla base proprio la formazione, l’informazione, la sensibilizzazione sulle diverse forme di orientamento sessuale e identità di genere in ogni ambito della vita quotidiana, a partire dalla scuola fino al mondo del lavoro, perché solo attraverso la conoscenza e la cultura saremo in grado di costruire una società basata sul rispetto reciproco.

Mi auguro, quindi, che quel testo con le integrazioni che possono derivare dalle altre proposte di legge depositate al più presto possa cominciare il suo iter legislativo in Consiglio Regionale e arrivare a una rapida approvazione».

Il tweet di condanna della sindaca di Roma

Condanna è stata espressa, nel primo pomeriggio, anche dalla sindaca Virginia Raggi, che in un tweet ha scritto: «Inaccettabile che nel 2019 si facciano ancora discriminazioni sessuali. Ferma condanna verso quanto accaduto in un locale di via Libetta a Roma».

Il j'accuse di Futura Lgbtqi

Sulla vicenda è intervenuta anche Futura Lgbtqi, la sezione arcobaleno del movimento politico fondato da Marco Furfaro.

Il responsabile Milo Serraglia ha dichiarato a Gaynews: «Quanto successo a Roma in un locale a via Libetta, dove una coppia gay è stata respinta all’ingresso “perché qui entrano solo coppie etero”, è un episodio di omofobia che deve farci riflettere su quanto sia necessario che le aziende italiane pubbliche e private si adeguino a standard ormai applicati in tutto il mondo su Diversity & Inclusion.

Se anche il gestore di serate Lgbtqi friendly si ritrova in casa personale non formato la risposta non può essere solo quella di chiudere i locali e comminare multe. Si pensi invece a pene alternative, che le sanzioni pecuniarie diventino obbligo per le aziende di formazione per prevenire episodi di intolleranza sul lungo periodo».

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Due udienze l’una a poca a distanza dall’altra (19 e 21 febbraio), ma entrambe celebrate a Forlì con Forza Nuova Romagna sul banco degli imputati per istigazione all’odio contro le persone omosessuali.

Una sorta di unicum, al momento, dal punto di vista giurisprudenziale in ragione dell’applicabilità della legge Reale-Mancino (i cui disposti sono confluiti negli artt. 604 bis e 604 ter del Codice penale) agli atti discriminatori da orientamento sessuale e identità di genere.

Merito, questo, dell’avvocato Christian Guidi, componente di Aiga (Associazione Italiana Giovani Avvocati) e legale di Arcigay Rimini, che si è costituita parte civile insieme col Comune di Cesena in entrambi i procedimenti giudiziari.

Il primo - la cui relativa udienza si è svolta il 19 febbraio con prossimo dibattimento fissato al 28 giugno dalla giudice Nunzia Castellano – vede imputato il solo Mirco Ottaviani, coordinatore di Forza Nuova Romagna, per l’affissione di falsi manifesti funebri a danno di Manuel Papi e Marco Trentini, la prima coppia a essersi unita civilmente a Cesena il 25 settembre 2016.

Nel secondo, invece, il gup del Tribunale di Forlì Marco De Paoli ha rinviato a giudizio lo stesso Ottaviani e altri nove forzanovisti per aver inscenato, il 5 febbraio 2017, un corteo funebre a Cesena in occasione dell’unione civile tra Matteo Capacci e Marco Zaccaria. In questo processo si sono costituite parte civile anche la coppia offesa e Rete Lenford.

Contattato telefonicamente da Gaynews, l’avvocato Guidi, ricordando come il 25 maggio 2018 Ottaviani fosse stato rinviato a giudizio proprio per istigazione all’odio contro le persone Lgbti, ha detto: «Il 19 febbraio, come un anno fa, è incominciato un nuovo processo per razzismo e discriminazione contro la comunità omosessuale. Sosteniamo che la Legge Mancino è baluardo, e intrinseca attuazione, dell’eguaglianza, sancita dall’art. 3 della Costituzione, dunque contro ogni discriminazione, anche l’omofobia.

L’impegno, lo spirito, la volontà di difendere e pretendere dignità e tutela hanno portato i valori costituzionali nella vita reale. Sono orgoglioso che anche l’avvocatura possa contribuire con Arcigay Rimini a questa missione. Capita a volte, oggi è capitato di nuovo».

Marco Tonti, presidente d’Arcigay Rimini, ha invece dichiarato a Gaynews: «In mancanza di un impegno specifico del Parlamento in materia di contrasto all'omo-transfobia è necessario muoversi seguendo tutte le strade possibili. L'uso della Legge Mancino anche per perseguire il reato di omofobia è un tentativo che deve essere portato fino in fondo, perché potrebbe rompere il ghiaccio di una legge contro le discriminazioni verso le persone Lgbt. Un chiaro buco legislativo, che il tribunale può contribuire a colmare.

In questi tempi di incremento dell'omofobia e con il futuro tetro che si prefigura è necessario avere tutti gli strumenti possibili per difendere le persone gay, lesbiche e transessuali da infamie e discorsi d'odio».

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