Francesco Lepore

Francesco Lepore

Oltre un milione di persone si sono riversate ieri sulle strade di Madrid per la quinta edizione del World Pride. Partita alle 17.00 dalla Plaza del Emperador Carlos V (più conosciuta come Glorieta de Atocha), la parata è stata aperta dallo striscione con la scritta Por los derechos LGTBI en todo el mundo e si è conclusa dopo la mezzanotte in Plaza de Colón.

Ben 52 i carri che hanno caratterizzato la marcia dell'orgoglio Lgbti. Fra i leader scesi in piazza anche Pablo Iglesias, Pedro Sanchez e Albert Rivera, rispettivamente segretari di Podemos, Psoe e Ciudadanos. Tra la folla gioiosa e multicolore anche alcuni volti "storici" della lotta per i diritti della collettività Lgtbi, duramente vessata dal regime franchista. Fra i pià noti quello della donna transessuale Laura Antonelli, oggi deputata regionale socialista di Madrid, il cui coming out avvenne alla fine degli anni '70. 

 

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Sulle polemiche, che hanno scosso la collettività Lgbti e non per la presentazione del libro di Daniela Danna alla vigilia del Milano Pride e l'opera di volantinaggio antigpa da parte di ArciLesbica Zami durante il corso della parata, era intervenuta anche la filosofa, politica e scrittrice Michela Marzano con una puntuale intervista rilasciata a Gaynews. Sollecitati dalle stesse componenti di ArciLesbica Zami a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo la punteggiatura originaria.

Michela Marzano critica l'espressione “utero in affitto” pure usata da fior di giuristi come il compianto Stefano Rodotà: si tratta di un'espressione puramente descrittiva, dato che nella cosiddetta “gestazione per altri” o gpa si presta per denaro (compenso o rimborso) l'apparato riproduttivo di una donna. Forse, essendo l'utero non separabile dalla donna intera, potremmo più correttamente dire “donna in affitto”. Chi cerca espressioni apparentemente neutre come gpa o maternità surrogata lo fa per ragioni ideologiche, per sfuggire alla riflessione morale cui siamo chiamate da questo fenomeno e per addolcirne gli aspetti più allarmanti dal punto di vista dei diritti umani.

È bene chiarire un equivoco di fondo: la gpa non è una pratica medica perché la gravidanza non è una pratica medica, ma una potenzialità intrinseca del corpo femminile. Nella gpa, però, l’intero corpo femminile viene trattato come macchina riproduttiva.

La gpa è un (nuovo) istituto giuridico attraverso il quale si dichiara che una gravidanza non appartiene alla donna che la fa, ma a chi gliel'ha commissionata (in cambio di denaro).

Le attività che preparano i pride sono momenti appropriati per discutere di questioni che riguardano le aspirazioni delle persone lgbtia - non a caso i documenti dei pride, come ad esempio quello di Roma, contenevano riflessioni ugualmente nette, ma di segno contrario, su questo stesso tema. Forse solo i favorevoli alla gpa possono creare occasioni di dibattito?

Tutti i pride si aprono con i trenini arcobaleno di un'associazione che ha firmato la Carta di Bruxelles secondo cui la donna che partorisce come “portatrice” deve essere retribuita e deve cedere i neonati senza alcun possibile ripensamento (come invece accade).

Il dibattito sulla gpa è sviluppato in primo luogo da femministe: sono vaste le aree di femministe in Italia, in Francia, negli USA e negli altri paesi che ne hanno chiesto il bando universale e si battono contro la mercificazione di gravidanza, del parto e della nascita. Il consenso informato nulla toglie alla riduzione a cosa della gestante e di chi nascerà e quindi non può essere paragonato alla donazione di organi. In ogni caso gli organi vengono donati, non venduti o offerti dietro rimborso. Non ci pare che qualcuno chieda la libertà di scelta e l'autodeterminazione per soggetti che volessero vendere i propri organi.

Diciamo all'onorevole Marzano che non siamo certo paternaliste, al limite “maternaliste”, anche se a noi sembra di essere umaniste, nel senso della difesa dei diritti umani basilari che la gpa vìola, sebbene le immagini di famiglie sorridenti con figli acquisiti in quel modo vorrebbe farci dimenticare il fenomeno oscuro che ne è all'origine.

Siamo convinte che la genitorialità non si realizzi solo sotto forma di maternità biologica, siamo infatti sostenitrici della possibilità di adozione per gay, lesbiche e single.

La nostra non è una opposizione immotivata di chi non ha riflettuto sulla questione della genitorialità: noi ci abbiamo riflettuto a lungo e ci siamo documentate. Siamo pronte a continuare la riflessione in un incontro pubblico con l'onorevole Marzano. Siamo certe che un raffronto di questo genere potrebbe aiutare le tante persone che dicono di essere ancora in fase di riflessione e a cui assistere ad uno scambio sereno e approfondito potrebbe essere molto utile.

Cristina Gramolini, Lucia Giansiracusa, Daniela Danna – ArciLesbica Zami Milano

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Incriminato il cardinale George Pell per abusi sessuali che avrebbe commesso su minori negli anni ’70-’80. Nel periodo, cioè, in cui il porporato vicino a Papa Francesco era vicario parrocchiale a Ballarat East nello Stato autraliano di Victoria. La notizia, lanciata dal Sidney Morning Herald in riferimento a tre presunti reati contestati (tra cui quello di stupro), è stata confermata dal vicecommissario della polizia di Victoria Shane Patton che, in videoconferenza, ha semplicemente dichiarato: «Ci sono diversi querelanti rispetto a queste accuse». Accuse, sulla base delle quali sono state avviate le indagini il 20 febbraio 2016. In più è stata annunciata la convocazione di Pell presso il tribunale di Melbourne in data 18 luglio.

Secondo il quotidiano australiano Pell avrebbe avuto comportamenti molesti e inappropriati con due ragazzini all'interno degli spogliatoi della piscina della parrocchia di Ballarat East. Le vittime oggi quarantenni, intervistate in tv, hanno raccontato, a distanza di decenni, come quell'episodio custodito nel silenzio sia stato un macigno, un trauma, un passaggio negativo e angosciante del loro percorso evolutivo. 

Ma Pell - già coinvolto in una precedente inchiesta giudiziaria con l'accusa d'aver coperto sacerdoti pedofili nella diocesi di Melbourne, di cui fu arcivescovo dal 1996 al 2001 - nega tutto. In una nota, diffusa sul sito dell'arcidiocesi di Sidney (di cui Pell fu a capo dal 2001 al 2014 quando Bergoglio lo ha nominato prefetto della neonata Segreteria per l'Economia), è stato dichiarato che il porporato, dopo aver negato tutte le accuse, «attende il giorno dell'udienza e si difenderà in maniera decisa». «Il cardinale Pell - si legge ancora - rientrerà in Australia, prima possibile, per riabilitare il suo nome seguendo i consigli e l'approvazione dei suoi medici che daranno inoltre consigli sui suoi spostamenti».

È stato lo stesso Pell a prendere la parola alle 8.30 in Sala Stampa Vaticana. «Guardo al giorno in cui mi potrò difendere davanti alla corte - ha dichiarato davanti ai giornalisti -. Sono innocente. Le accuse sono false e considero l'idea stessa di abuso sessuale un crimine orribile. Ho informato regolarmente il Santo Padre in questi lunghi mesi e in numerose occasioni e abbiamo parlato della possibilità che io prenda un periodo di congedo per difendermi. Per questo sono molto grato al Santo Padre di avermi dato il congedo per tornare in Australia. Sono sempre stato totalmen coerente e chiaro nel mio respingimento totale di queste accuse». «Le notizie di queste accuse - ha poi concluso Pell che non ha voluto rispondere alle domande dei giornalisti - rafforzano la mia risolutezza e le procedure del tribunale mi offrono ora la possibilità di difendere il mio nome».

Diramato contemporaneamente anche un comunicato della stessa Sala Stampa, che riporta il pensiero di Papa Francesco. «La Santa Sede - si legge nella nota - ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono. Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse che gli sono state mosse. Il Santo Padre, informato di ciò dallo stesso Card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere.

Durante l’assenza del Prefetto, la Segreteria per l’Economia continuerà a svolgere i propri compiti istituzionali. I segretari rimarranno in carica per il disbrigo degli affari ordinari, donec aliter provideatur. Il Santo Padre, che ha potuto apprezzare l’onestà del Card. Pell durante i tre anni di lavoro nella Curia romana, gli è grato per la collaborazione e, in particolare, per l’energico impegno a favore delle riforme nel settore economico e amministrativo e l’attiva partecipazione nel consiglio dei Cardinali (C9).

La Santa Sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il cardinale Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le autorità australiane (ad esempio nelle deposizioni rese alla Royal Commission), ha appoggiato la creazione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e, infine, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi».

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La notizia del monsignore che, dimorante nel Palazzo del Sant’Uffizio, è stato allontanato per orge a base di cocaina ha fatto in breve il giro del mondo. Una vicenda boccaccesca che, se da una parte fa sorridere per taluni particolari, dall’altra apre il campo a un’ampia riflessione. Viene in primo luogo da chiedersi perché un fatto avvenuto quattro mesi fa viene dato in pasto all’opinione pubblica solo oggi e, per giunta, nel giorno del Concistoro.

Prima di rispondere, è necessario riassumere l’accaduto anche per ampliare la narrazione offertane da Il Fatto Quotidiano. E chiarire, innanzitutto, che si tratta dell’oramai ex segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio. Dato essenziale per capire il perché d’una certa narrazione giornalistica. Il sacerdote lavorava da decenni presso il dicastero retto dal porporato lombardo ed era noto per una certa affezione a una “purezza dottrinaria” non meno di quella per vesti liturgiche, pizzi e merletti. Nessuna meraviglia al riguardo. L'integrità dottrinaria è spesso per taluni ecclesiastici un paravento, dietro cui nascondere un'omosessualità disinvoltamente praticata, quando non è un mezzo di autolegittimazione di contro alle reiterate condanne magisteriali di quella condizione.

A partire da quelle, apparentemente mitigate, dello stesso pontefice. Di cui ancora una volta viene data l’immagine del papa riformatore, che interviene con fermezza per rinnovare la Curia come nel caso in questione. Del papa che sventa l’eventuale elezione episcopale del monsignore omosessuale tutto orge e droghe – in realtà era in predicato per un canonicato in San Pietro - e la cui azione è esaltata da un anonimo presule bergogliano, che sarebbe da individuare come gola profonda della faccenda.

Eppure, nulla si dice dell’anomala irruzione notturna della gendarmeria vaticana nell’abitazione dell’ecclesiastico – sì, abitazione come ce ne sono tante all’interno del Palazzo del Sant’Uffizio contrariamente a quanto riportato da Il Fatto – e dell’annosa conoscenza bergogliana del viavai maschile nella stessa. Irruzione avvenuta nel bel mezzo di un’animata gang bang ecclesiastico-laicale con tanta di quella droga da portare all’arresto per spaccio dell’incauto monsignore. Poi, la degenza alla Clinica Pio XI, dove io stesso ebbi modo d’incontrarlo a fine aprile e di sentirlo parlare di “brutta polmonite” nonché di stupefacenti elogi continuati a Oltretevere.

Ora, al di là di tutto, è il giustizialismo e il doppiopesismo papale a lasciare interdetti più del chem sex al Sant’Uffizio. Un papa, che parla fino alla noia di misericordia, dovrebbe avere a cuore le sorti dei propri collaboratori e richiamarli opportunatamente, una volta informato, prima di permettere di punto in bianco le retate notturne. Che poi, pur volendo ammettere certe modalità degne di Sisto V, si richiederebbe che siano applicate sempre, visti i numerosi casi consimili in Curia e al di fuori. Viste le non poche nomine episcopali di soggetti notoriamente omosessuali.

Sorge poi l’ultimo quesito sulla tempistica della notizia, diffusa, come s’è detto, nel giorno del Concistoro. Non è possibile non notare la volontà di accreditare ancora una volta l’immagine del papa che, incarnando finalmente i valori evangelici, si batte con fermezza per riformare le chiesa ed eliminare le mele marce a iniziare da quelle curiali. Fatte salve  però, ovviamente, quelle che più direttamente lo circordano e per le quali i distinguo si moltiplicano.

Operazione mediatica, questa, quanto mai necessaria per un concistoro, sul quale grava la grave ombra della promozione alla porpora dell’arcivescovo di Bamako. Un altro presule di quelli tutto purezza e carità ma con conti bancari svizzeri da capogiro. Ecco, il caso del monsignore del chem sex mostra, in ultima analisi, che a essere preoccupante non è tanto la vicenda in sé (una delle tante) ma un tipo d’informazione giornalistica tutta prona verso Bergoglio e panegiristica nei riguardi dello stesso. Insomma un vero e proprio caso di cortocircuito mediatico.

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Sono stati rilasciati nella giornata d’ieri le 44 persone tratte in state di fermo dalla polizia turca durante il Pride di Istanbul del 24 giugno. Pride represso con proiettili di gomma e lacrimogeni dai circa 2000 agenti delle forze di sicurezza per impedire l'accesso in piazza Taksim da Istiqlal.

Di queste 25 sono attivisti, come annunciato su Twitter dall'associazione Lgbti Kaos Gl, da sempre in prima linea contro la violenza e le discriminazioni. Tra le persone rilasciate c'è anche il fotoreporter olandese Bram Janssen, il quale sulla sua pagina Facebook ha assicurato di stare bene. 19, invece, appartengono a gruppi ultranazionalisti, le cui eventuali reazioni erano state addotte dal governatore della metropoli sul Bosforo per vietare il Pride. Il divieto era stato anche correlato a una presunta richiesta d'annullamento da parte degli organizzatori della marcia dell'orgoglio Lgbti. Cosa che, però, è state decisamente negata dagli stessi.

È il terzo anno consecutivo che le autorità turche impediscono la marcia dell’orgoglio Lgbti. Divieto che aveva spinto il comitato organizzatore a lanciare, alla vigilia del Pride, un appello a non avere paura e a manifestare: «Se sei spaventato, ti cambierai e ti abituerai. Invece dobbiamo mostrare che siamo qui per lottare in nome del nostro orgoglio». Ma anche un appello a scendere in piazza per onorare la memoria di Hande Kader, la donna transgender di 22 anni brutalmente uccisa lo scorso agosto.

Durissima la condanna del Consiglio d'Europa. «Anche se una manifestazione può disturbare o offendere persone che si oppongono alle idee o alle affermazioni che cerca di promuovere - ha dichiarato il commissario per i Diritti Umani Nils Muiznieks -, ciò non può essere una base ammissibile per vietare un raduno pacifico».

Non sono mancate le reazioni anche in Italia. Ospite dell'ultima puntata della trasmissione radiofonica L’Altra Frequenza, condotta da Claudio Finelli, la senatrice Monica Cirinnà ha ieri invitato a boicottare i prodotti e il turismo turco. Non meno dura la condanna del giornalista Antonello Dose che, parlando della preoccupante stretta autoritaria di Erdogan e del preoccupante clima omofobico in Turchia, ha concluso con una battuta amaramente ironica: «Se il sesso è sporco, lavatelo».

Assordante, invece, il silenzio di Ferzan Ozpetek, che da anni vive in Italia e si è guadagnato l’apprezzamento della collettività Lgbti per i suoi film. Atteggiamento, però, in linea col pensiero dello stesso del regista turco, le cui riserve nei riguardi della valità dei Pride sono ben note. Silenzio mantenuto anche dalla cerchia ozpetekiana degli attori turchi a iniziare da Serra Yilmaz Mehmet Günsür.

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Ricorrerà domani il 48° anniversario dei moti di Stonewall, scoppiati all'1.20 del 28 giugno 1967 a seguito dell'incursione della polizia all'interno del bar newyorkese Stonewall Inn nel Greenwich Village. Anima della protesta fu Sylvia Rivera, donna transessuale, che diede il via alla rivolta scagliando contro gli agenti delle forze dell'ordine una bottiglia di gin. Con lei un'altra donna trans, Marscia P. Jhonson, trovata poi annegata, in circostanze mai chiarite, il 6 giugno 1992. I moti, che sarebbero proseguiti nelle giornate del 29 giugno e del 2 luglio, segnarono l'inizio del movimento contemporaneo di liberazione omosessuale mentre il 28 giugno fu scelto per celebrare la Giornata mondiale dell'orgoglio Lgbti.

In prossimità di quella data si tiene a New York il Pride, che quest'anno ha avuto luogo domenica 25 giugno. Tra i partecipanti anche il governatore Andrew Cuomo che, in un tweet lanciato al termine della parata, ha annunciato la costruzione in città del primo monumento ufficiale dedicato al movimento Lgbti. L'opera sarà realizzata nell'Hudson River Park a pochi passi dallo Stonewall Inn e sarà costituita da nove massi intagliati con lamine di vetro che, ogniqualvolta saranno colpite dalla luce del sole, rifrangeranno i colori dell'arcobalenoIl monumento sarà, in primo luogo, un tributo alla memoria delle 49 vittime della strage del Pulse e, più in generale, a tutte quelle di atti omotransfobici

A realizzarla sarà l'artista Anthony Goicolea che, vivente a Brooklyn insieme al suo compagno e famoso per lavori legati ai temi identitari, aveva partecipato al bando indetto nell'ottobre 2016 dall'ufficio del governatore ad alcuni mesi dalla sparatoria nel nightclub di Orlando. È stato lo stesso Goicolea a spiegare in un comunicato che il memoriale Lgbti sarà innalzato in «uno spazio comune inondato di luce, colori e speranza, dove i visitatori si potranno sedere per piangere, amare, ricordare negli anni a venire».

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Filosofa, saggista, politica, accademica ma soprattutto donna. È così che ama definirsi Michela Marzano, nel cui ultimo romanzo L’amore che mi resta si affrontano con delicata sensibilità i temi della perdita, dell’amicizia, dell’affettività, della maternità. Aspetto, quest’ultimo, su cui Gaynews ha voluto ascoltarla in relazione alle ultime polemiche relative alla gpa in seno alla collettività Lgbti.

Onorevole Marzano, le parole sono importanti. Che cosa esprimono secondo lei le espressioni utero in affitto e gestazione per altri?

Partiamo da un assunto per me fondamentale. Quello della importanza assoluta delle parole secondo il pensiero di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura. L’espressione utero in affitto è erronea perché a essa è sottesa una concezione negativa e ideologizzata d’una pratica medica. L’espressione gestazione per altri è invece neutra in quanto descrittiva di quella pratica senza che se ne dia alcun giudizio morale.

Tre giorni giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride è stato lanciato il comunicato Utero in affitto, firmato anche da alcune femministe della differenza e dalla presidente di ArciLesbica Nazionale. Che cosa ne pensa?

Penso che si tratti di un’azione altamente scorretta e inappropriata. Ancora una volta si è agito con la volontà di creare scompiglio e non di favorire un sereno raffronto. Tale modalità ricorda infatti l’allarme che fu lanciato lo scorso anno proprio mentre in Senato si discuteva dell’ex art. 5 del ddl Cirinnà sull’adozione del configlio o stepchild adoption. Dispiace poi vedere tra le firmatarie anche alcune femministe. Riprova delle contrapposizioni e spaccature che caratterizzano il movimento femminista italiano a differenza della sua comprattezza iniziale.

In molti si è impegnati anche sui social a favorire un discussione sulla gpa ma non poche femministe della differenza muovono l’accusa che si stia facendo propaganda sulla scorta dell’art 12 (comma 6) della legge al 40. Chiusura al dialogo o manganellismo verbale?

È ovvio che si tratta di una totale chiusura al dialogo, scambiando artatamente l’esternazione delle proprie vedute con la propaganda. Si crede di poter imporre un pensiero unico al riguardo brandendo le armi delle sanzioni o, addirittura, del reato universale. Sulla gestazione per altri sarebbe ribadire una volta per tutte che una cosa è la pratica, una cosa sono le modalità con cui si effettua. Non si può liquidare la gestazione per altri - volta a realizzare il desiderio di genitorialità d’una coppia a prescindere dal loro orientamento sessuale – sulla base dell’argomento di quanto avviene nei Paesi terzo/quartomondiali. Si pensi al Canada o alla California dove la gpa è normata nel pieno rispetto dei basilari principi legali col consenso informato delle parti e senza, dunque, alcun sfruttamento della donna gestante Quanto detto potrà essere più chiaro se si pensa a un’altra pratica medica importantissima quale la donazione di organi. Donazione che può avvenire nel caso di soggetti sia morti cerebralmente sia vivi. Ora sarebbe illogico qualificare la donazione di organi una pratica illegittima e criminosa perché in Paesi estremamente poveri c’è chi si presta alla sua effettuazione per motivi d’indigenza. Tali modalità, che si configurano come sfruttamento della persona, sono da condannare con fermezza e perseguire penalmente. Ma ciò non può portare alla condanna della pratica che è legittima e altamente umanitaria.

Sabato pomeriggio è stato presentato a Milano l’ultimo volume di Daniela Danna. ArciLesbica Zami Milano ha inviato una mail alle socie annunciando la diffusione di  volantini antigpa durante il Pride del giorno dopo. Quale il suo parere?

Trovo totalemente inaccettabile quel comunicato per il contesto (il giorno prima del Milano Pride) e, soprattutto, per i contenuti. Si pensi alle parole: “Le lesbiche non sono le mogli dei gay, che tacciono e annuiscono quando gli uomini parlano”. Si tratta di parole che esprimono l’idea paternalistica e patriarcale della vita matrimoniale quale condizione di sudditanza servile per la donna. Quell’idea che il movimento femminista ha sempre combattuto e continua a combattere Per non parlare della presunzione di voler parlare a nome di tutte le altre donne lesbiche.

Per Michela Marzano, donna e politica, che messaggio deve arrivare sulla gpa dal mondo delle donne e da quello della politica?

Come donna e politica credo che sia ora di mettere da parte ogni visione ideologica sulla gpa e d'incontrarsi sul terreno del confronto iniziando a eliminare l’utilizzo di parole offensive tanto per le donne quanto per chi vuole concretare il desiderio di genitorialità. Confronto che deve partire dall’idea di genitorialità. Un’idea che non è univoca come quella imposta dalle posizioni biologistiche. L’essere genitore si realizza al di là dell’aver messo un mondo un figlio. Si realizza nell’affetto costante nei riguardi di colui alla cui crescita, formazione ed educazione ci si presta attimo per attimo con la mente e il cuore.

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Continua la stagione dell'Onda Pride, che vedrà nella giornata del 24 giugno ben cinque città scendere in piazza per la marcia dell'orgoglio Lgbti. Tra queste Napoli, la cui Pride Parade sarà all'insegna dello slogan Liberamente Corpo. Non sono purtroppo mancati nei giorni antecedenti la parata avvenimenti dolorosi, come il ritrovamento del corpo di Simo, ragazzo FtM, tra i cassonetti di Forcella, e atti reazionari come lo striscione di Forza Nuova contro Arcigay Napoli e il sindaco Luigi De Magistris in una col comunicato intimidatorio del raggruppamento neofascista dal titolo Ci vogliono gay e drogati, ci troveranno rivoluzionari!, dove si annuncia: «Ci faremo sentire al Mediterranean Pride of Naples».

Per saperne di più, Gaynews ha intervistato Antonello Sannino, presidente del locale comitato Arcigay Antinoo.

Antonello, dopo Bagnoli il Pride torna quest'anno nell'area portuale di Napoli. C'è una connessione tra le due location?

Sì. Dopo il Pride di Bagnoli, che per l’intesa tra associazioni Lgbti, comitati civici ed ex operai della locale area industriale ha ricordato, per molti versi, quello dell’omonimo film, incentrato sull’alleanza tra minatori e comunità omosessuale londinese, la marcia dell’orgoglio torno al centro in un luogo simbolo di Napoli: il Porto. Quel porto, da cui nel secolo scorso sono partite tante e tanti meridionali in cerca di fortuna all’estero e in cui, una settimana fa, sono sbarcati 1500 migranti richiedenti asilo. Persone che sono state accolte benissimo dalla città con tanto di striscione con la scritta Welcome Refugees. Napoli is Your Home.  Da Piazza Municipio il corteo si snoderà per Via Toledo, Piazza del Plebiscito fino a quel Lungomare che, liberato dal traffico e dallo smog, è stato restituito ai napoletani.

Si sono registrate alcune reazioni al Pride in questi ultimi giorni. Come le spieghi?

Bisogna fare sempre molta attenzione a tutti i meccanismi reazionari: sia esterni a partire da quelli di Forza Nuova che inquietano e spaventano, sia interni a partire da alcune posizioni d’una parte di Arcilesbica sulla gestazione per altri e su ripetuti atteggiamenti venatamente transfobici nei riguardi di ragazzi FtM, che se ne stanno reiteratamente lamentando. Bisogna dunque fare attenzione a tutte queste posizione di retroguardia culturale sia interne sia esterne.

Forza Nuova Napoli è ricorsa a uno striscione intimidatorio contro Arcigay e De Magistris, che tiene dietro a quello esposto alcuni mesi fa davanti al locale Macho Lato nel quartiere San Carlo all'Arena - Stella. Preoccupato?

Nient'affatto. Lo striscione di Forza Nuova non apporta nulla nulla di nuovo. Si tratta di persone che mancano di capacità nel raccogliere consensi e di fare azioni costruttive sul territorio. Per cui appena arriva il Pride ne approfittano per avere un po’ di visibilità. È chiaro che resta un fatto grave perché la guardia non va mai abbassata nei riguardi di queste forme di neofascismo. È singolare che loro abbiano paura dei “superpoteri” delle persone Lgbti, che hanno la possibilità di trasformarli tutti in omosessuali. Mi verrebbe da pensare che tutto ciò celi in loro una sorta di omofobia interiorizzata. Probabilmente qualche forzanovista non riesce a vivere in maniera serena la propria omosessualità. E, quindi, attaccano soprattutto Arcigay e il nostro favoloso sindaco De Magistris sempre in prima linea al Pride. Anzi, quest’anno, avremo per la prima volta anche il gonfalone cittadino. Non posso infine dimenticare che prenderà parte al Pride anche la senatrice Monica Cirinnà che, per solidarietà e affetto al sindaco e alla colletività Lgbti napoletana, ha comunicato sui social la propria partecipazione.

Quale sarà dunque il messaggio che arriverà dal Pride di Napoli?

Come si sa, il nostro è un Pride che ha al centro il corpo e il principio dell’autodeterminazione in opposizione a posizioni involuzionistiche tanto ad intra quanto ad extra del movimento Lgbti. È un Pride dedicato al Mediterraneo. Non per niente il simbolo di questo Pride è la statua del Nilo che fu donata dagli egiziani d’Alessandria ai napoletani per riconoscere l’enorme accoglienza ricevuta nella città partenopea. Statua che non per niente è chiamata “Il corpo di Napoli”. Non sono mancate nell’organizzazione tensioni. Tensioni che, però, ritengo necessarie allo sviluppo del dibattito di temi importanti, di cui la politica non può non farsi carico. Napoli non ha paura. Napoli affronta anche temi caldi. E questo Pride dimostrerà ancora una volta che Napoli è una città profondamente antifascista, vantando lo storico primato d’essere la prima città a essersi liberata dall’occupazione nazifascista con le Quattro Giornate. Giornate gloriose, di cui furono protagoniste anche i femminielli con le loro celebri barricate.

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Oltre a Torino anche Varese e Brescia hanno avuto il proprio Pride nel pomeriggio d’ieri. Nella città nota come la Leonessa d’Italia sono stati in migliaia a sfilare. Presenti, fra gli altri, anche l'attivista Kasha Nabagesera, il comico Daniele Gattano e Vladimir Luxuria.

Il Brescia Pride aveva ottenuto il patrocinio di 21 amministrazioni comunali ma non quello del capoluogo e dell'ente Provincia, rispettivamente retti dai due dem Emilio Del Bono e Pierluigi Mattinelli. Alla luce di ciò non destano poi tanta meraviglia le scontate dichiarazioni rilasciate dall’ex missina (attualmente Fdi-An) desenzanese Viviana Beccalossi, assessora regionale al Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo della Lombardia, in nome d’una prioritaria attenzione alle famiglie: «Nel giorno del Gay Pride - ha affermato - preferisco ricordare tutte le azioni messe in campo per sostenere migliaia di uomini, donne e bambini in situazioni economiche gravi, grazie al programma che Fratelli d'Italia sostiene convintamente e con forza. I numeri non mentono. L'anno scorso in provincia di Brescia, grazie al bonus famiglia, sono state finanziate 1520 domande che hanno permesso di erogare 1800 euro a ogni neo-mamma. 1134 bambini hanno potuto frequentare gratuitamente gli asili nido e 450mila euro sono stati destinati a favore dei genitori separati o divorziati per abbattere le spese di affitto e facilitare il reperimento di nuovi alloggi».

Dati, questi, che Viviana Beccalossi ha riportato proprio in correlazione al concetto unicistico di famiglia eteronormata. «Se si parla di famiglia – così l’assessora - per me la stessa è il risultato dell'unione tra un uomo e una donna e a maggior ragione, se l'argomento si sposta sul tema delle adozioni, confermo la mia convinzione che ogni bambino dovrebbe avere il diritto di essere cresciuto da un padre e da una madre. I riferimenti al "genitore A" o al "genitore B" continuo a trovarli un non senso. Il politically correct non mi ha mai appassionato. Detto questo, ognuno è certamente libero di vivere la vita e gli affetti come meglio crede, se questo non reca danno ad altri. Ma è altrettanto legittimo che chi amministra abbia a cuore chi, magari in mezzo a mille difficoltà, lotta ogni giorno per assicurare una vita dignitosa ai propri figli».

Non si è avuta, invece, nessuna pubblica manifestazione soddisfattoria, come già successo a Reggio Emilia e a Pavia, benché sui social non siano mancati gli appelli a preghiere riparatrici «per il sacrilegio in atto oggi nella cattolica Brescia». Invito che ha avuto, al contrario, la sua concretizzazione a Varese, il cui Pride è giunto quest’anno alla seconda edizione e ha visto sfilare, fra gli altri, quattro assessori della giunta Galimberti, il viceconsole statunitense Rami Shakra e l’attivista Stuart Milk, nipote del celebre Harvey. Precedentemente fissata sul sagrato della basilica di San Vittore per «riparare pubblicamente l'osceno corteo che avrà luogo lì vicino in contemporanea», la recita pubblica del rosario è stata poi spostata dagli organizzatori nella prima cappella del Sacro Monte di Varese

Al di là di valutazioni d’ordine teologico sulla validità o meno del concetto di preghiere riparatrici (la cui fortuna è sussegguente alle apparizioni cordicolari di Paray-Le-Monial [XVII secolo] ed è segnata dagli interventi pontifici da Pio IX in poi per subire un ampio ridimensionamento a partire dal dopoconcilio) verrebbe da chiedere ai promotori perché, stante l'assioma che "un pubblico peccato richiede una pubblica riparazione", non organizzino mai processioni o recite di rosari per riparare gli scandali della violenza sulle donne, dell'abuso sui minori, dello sfruttamento dei lavoratori, dell'evasione fiscale o della corruzione sistemica, giusto per fare qualche esempio. Domande, di cui si fa presto a non sorprendersi considerando il milieu di provenienza di tali manifestazioni. Quello, cioè, del cattolicesimo ultraconservatore della Fraternità di San Pio X (sbrigativamente conosciuti come lefebvriani) e dei raggruppamenti a esso contigui, non a caso apparentati o sostenuti da movimenti culturali e politici di estrema destra

L’appello varesino, ad esempio, rilanciato da giornali e siti ultraconservatori come Riscossa cristiana - che, fra l'altro, argomentava: «Sarebbe interessante sapere dove le varie organizzazioni, che inquadrano militarmente gli omosessuali, impedendo loro di curarsi e convincendoli della loro assoluta “normalità”, trovino i quattrini per queste penose manifestazioni» - e Una Vox, è stato sostenuto ancha dalla pagina fb dei fan di Gianfranco Amato, su cui sono state postate foto e video del «Rosario pubblico in riparazione al corteo sodomitico e alle offese arrecate alla religione dal gay pride». 

Ora, l’avvocato Amato, che alla vigilia del Piemonte Pride era a Giaveno (To) in coppia fissa con Povia per un’ulteriore tappa del tour conferenzistico-concertistico Invertiamo la rotta – Contro la dittatura del pensiero unico!, sarà questa sera a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, per festeggiare il 40° anniversario del Circolo Pier Giorgio Frassati. Con lui altre figure delle galassie reazionarie (da Sermarini a Bertocchi) ma, soprattutto, il vescovo ciellino di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca, che presiderà la messa conclusiva. Quel Camisasca, cioè, che sotto gli attacchi dei social e dei media non aveva esitato il 27 maggio a sconfessare una sua partecipazione alla processione riparatrice di Reggio Emilia in concomitanza del REmilia Pride. Ma si sa, Paris vaut bien une messe.

 

 

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Grande partecipazione al Piemonte Pride, partito da piazza Carlo Felice a Torino al suono della banda della Polizia municipale. Ad aprire la marcia dell’orgoglio Lgbti lo striscione col claim A corpo libero retto dalle autorità, tra cui l'assessore alle Pari Opportunità Marco Giusta in fascia tricolore (la sindaca Chiara Appendino stava partecipando alla cremazione di Erika Pioletti, la 38enne deceduta l’altroieri dopo essere stata schiacciata dalla folla il 3 giugno scorso), il presidente del consiglio comunale Fabio Versaci, il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, l'assessora alle Pari opportunità della Regione Piemonte Monica Cerutti e gli europarlamentari Magda Zanoni e Daniele Viotti.

Tra i manifestanti anche il 74enne Gianni Reinetti, che nel 2016 aveva costituito con Franco Perrello (scomparso a 83 anni nel gennaio scorso) la prima unione civile nel capoluogo sabaudo. «Per me è la prima volta, è una grande emozione e un grande orgoglio essere qui con la convinzione che altri passi devono essere fatti per rendere la legge sulle unioni civili più completa - ha detto Reinetti - È naturale che ci sia un fondo di tristezza perché Franco mi manca tanto. È stata la persona più importante della mia vita. Ma penso che lui sia vicino a me».

Momento d’intensa commozione quello vissuto in Piazza San Carlo, dove il 3 giugno era stata ferita a seguito della ressa Erika Pioletti, deceduta al Giovanni Bosco nella serata di giovedì. Adesso sei un angelo in cielo Erika. La folla del paradiso non ti farà paura...un grande abbraccio. Questo il biglietto firmato dal gruppo dei City Angels e lasciato sul luogo della tragedia con un mazzo di rose rosse e arancioni. La banda municipale al suo ingresso nella piazza ha smesso di suonare e il silenzio è calato tra i partecipanti, rotto solo da un applauso spontaneo scattato quando il carro del Piemonte Pride ha ivi sostato per qualche minuto.

Alessandro Battaglia, responsabile del Coordinamento Torino Pride, ha dichiarato: «Siamo abituati a vivere le piazze da anni: la nostra è la manifestazione più pacifica e anche la più allegra che c'è non solo in Italia. Il nostro è un messaggio di solidarietà e di coesione. Vogliamo ricordare tutte le tragedie, non solo quella di piazza San Carlo, ma anche per quel che riguarda i diritti, gli omossesuali gettati dalle finestre o lapidati in altre parti del mondo».

Anche per Massimo Florio, componente del coordinamento, attivista e presidente del locale circolo 011, «ancora una volta da Torino è partito un messaggio di altissima solidarietà e condivisione d'intenti. Non ci lasciamo scoraggiare dalle tragedie ma andiamo avanti nella convinzione che con l'amore si può vincere tutto e costruire in esso un mondo migliore. Siamo oggi in migliaia a sfilare anche per riaffermare che continua la nostra battaglia per la piena parità dei diritti, per la tutela del principio dell'autodeterminazione e per la riappropriazione dei nostri corpi, messa nuovamente in discussione dal vigente clima di moralismo sessuofobico».

Significativa la presenza di alcuni promotori del Roma Pride, tra cui il portavoce Sebastiano Secci, il presidente del Circolo Mario Mieli Mario Colamarino Tiziano De Masi. «I due Pride - ha spiegato Secci - sono legati, in particolar modo quest'anno, da un forte legame politico culturale ed umano. Roma sabato scorso ed oggi Torino, al grido di Corpi senza confini e A corpo libero, hanno mostrato con queste incredibili e, fatemi dire, poco sobrie parate, il volto più libero della nostra meravigliosa diversità». 

 

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