Rosario Coco

Rosario Coco

Il coming out, fatto ieri da Marco Carta nel corso della trasmissione Domenica Live condotta da Barbara D’Urso, è apparso a tanti tardivo e quasi una trovata di marketing alla vigilia dell'uscita del suo nuovo single Una foto di me e di te.

Marco lo conoscevano in tanti a Roma e più di una volta è stato visto in party gay-friendly della capitale. Premesso che frequentare le meravigliose feste arcobaleno non vuol dire essere gay, di fronte a un coming out c'è comunque un'importante positività: una persona in più è finalmente libera e, in questo caso, si tratta di qualcuno che lo ha detto di fronte al grande pubblico.

Ciò premesso, caro Marco, è proprio vero che avresti potuto darci una mano molto tempo prima. Pensiamo alla battaglia per le unioni civili o ai tanti e tante teenager Lgbti che, ascoltandoti negli anni addietro, si sarebbero potuti sentire più forti a fronte di un clima diffusamente discriminatorio.

Di fronte all’ondata di critiche sollevatasi dai social, una considerazione è però d'obbligo: è solo Marco il problema? 

Esiste una generazione di artisti che è nata per un pubblico ben preciso con un dettagliato studio del target alle spalle. Ma questi artisti non sono soli: ci sono le produzioni, i manager, le case discografiche. Che altro non fanno se non prendere spunto da noi, noi società, che siamo i destinatari finali di quei prodotti. 

Intendiamoci: nessuno può dire che qualcuno abbia costretto Marco a non dichiararsi. Ma quel «ho vissuto questo processo – come dichiarato ieri – dando dei pesi alla mia carriera» vuol dire molte cose. Sono scelte di immagine, di opportunità, compiute volontariamente ma a denti stretti. 

Forse è sul nostro immaginario che dobbiamo riflettere. Ragionando sul perchè non abbiamo ancora avuto artisti dichiaratamente omosessuali fin dalla più tenera età, almeno in Italia.

Detto questo, tra l'Italia del 2008 e quella del 2018 ci sono delle differenze. Forse i tempi sono maturi. Ma per tutti quelli "arrivati prima", come Marco, avremo tanti altri infiniti coming out "tardivi". A loro non chiederemo mai di essere stati coraggiosi, semplicemente perchè non sono personaggi noti.

Forse allora tutta questa vicenda andrebbe semplicemente presa per quello che è: una persona, con i suoi tempi, ha trovato il coraggio di fare coming out. Tocca far sì che ai prossimi il coraggio non serva più. 

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Si è conclusa oggi a Bruxelles la 22° conferenza annuale di Ilga-Europe (International Lesbian and Gay Association), intitolata Politics 4 Change.

Sul tavolo anche importanti riforme statutarie per un organismo ormai storico e punto di riferimento delle più importanti associazioni Lgbti europee. Dall'Italia erano presenti Certi DirittiArcigay Palermo, Arcigay Varese, Arco (Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali), Gaycs, Cild (Coalizione Italiana Diritti e Libertà), Circolo Tondelli di Bassano del Grappa. Di queste, Arcigay Palermo e Gaycs hanno anche dato un contributo ai workshop tematici, rispettivamente su prevenzione e sport. 

Abbiamo rivolto alcune domande a Yuri Guaiana, componente italiano del board di Ilga-Europe, che è stao riconfermato nel ruolo di co-segretario

Nei tempi di populismo reazionario Bruxelles sembra essere una roccaforte dei diritti. Come mai questa scelta da parte di Ilga-Europe? È davvero così o c'è bisogno di riflettere anche nell'Europa occidentale su risultati e strategie? 

È l'assemblea annuale di Ilga-Europe a scegliere di anno in anno la sede delle future conference. Due anni fa Bruxelles è stata votata a maggioranza dai delegati e dalle delegate. Nonostante l'Europa occidentale sia uno degli angoli del mondo più avanzati in termini di diritti Lgbti, ci sono diverse questioni che si pongono, come ad esempio quelle relative alle mutilazioni dei bambini e delle bambine  intersessuali.

Solo Malta ha una legge che vieta simili interventi di vera e propria mutilazione, che non vanno considerati solo in funzione delle persone che li subiscono ma in base al loro portato di pregiudizio e binarismo di genere. Portato che investe nello specifico la classe medica, ma che va considerato anche nel quadro dell'opinione pubblica. Tenere alta l'asticella delle rivendicazioni è sicuramente uno modo per prepararci all'urto dell'ondata populista alle prossime europee.  

Quali sono stati secondo te i temi più innovativi di questa edizione?

Il programma è stato molto ricco e non sono mancati i temi ormai cari a Ilga-Europe, dal dialogo tra le fedi al sex working. Probabilmente i workshop più innovativi hanno riguardato il rapporto tra movimento Lgbti e mondo del business, con una riflessione sul come trarre vantaggio da esso senza che si verifichi solo il contrario. Poi il tema del digitale, in merito alla sicurezza e ai rischi delle app, ad esempio, ma anche alle opportunità che esse offrono per le campagne e l'attivismo. 

Non è stato da meno il dibattito sulla libertà di movimento in Eurpopa per le famiglie omosessuali, specie in ottica delle elezioni europee. 

Quali sono i principali punti di distanza con il dibattito italiano sui temi Lgbti? 

Rispetto alle organizzazioni europee, l'Italia si sta concentrando maggiormente sul tema delle famiglie omogenitoriali piuttosto che sui temi dell'intersessualità e del transgenderismo. Per il resto l'Italia è inserita nelle principali tematiche di discussione, anche se il dibattito sulle diverse intersezionalità, ovvero la sovrapposizione di più elementi di rivendicazione e di lotta alll'interno della società, risulti molto più sviluppato in Europa. Infine, va detto che le tensioni tra le diverse identità in cui si riconoscono le attiviste e gli attivisti Lgbti, si stanno facendo sentire anche in Ilga-Europe, ad esempio nel dibattito sulle quote.

A questo proposito, cosa è cambiato in Ilga con le ultime modifiche statutarie? 

Dopo la richiesta di Tgeu (la principale organizzazione europea di realtà transgender) si era arrivati, attraverso un ampio dibattito interno, a una proposta di modifica statutaria da parte del board che eliminasse tutte le quote nel direttivo, che fino ad oggi erano state, per un totale di 10 componenti, 4 donne, 4 uomini (compresi uomini e donne trans) e due persone che non si identificassero nè come uomini nè come donne, in particolare non binary e agender.

Le femministe del sindacato inglese Unison sono riuscite a far cadere la proposta di abolizione di tutte le quote, facendo mancare il 75% dei voti e hanno poi presentato un emendamento che eliminava solo le quote maschili. Pur di andare nella direzione di una riduzione delle quote, iniziando almeno un percorso, il board si è espresso a favore della proposta, preferendo una situazione in cui solo 4 posti risultano "riservati" anziché 8 come nella situazione precedente. L'emendamento è quindi passato.

La battaglia vera resta, a mio avviso, quella di poter finalmente avere una competizione di merito tra persone, senza alcuna pregiudiziale sull'identità di genere. Lo dimostra anche il trend dell'elezione delle cariche di Ilga-Europe negli ultimi anni, in cui sono state elette più donne rispetto agli uomini nonostante ci fosse una percentuale di uomini candidati di uno o due punti più alta. I tempi sono maturi affichè ci possa essere una vera eguaglianza nelle opportunità. 

Secondo te le associazioni italiane dovrebbero lavorare di più sul panorama europeo?

Da presidente di un'associazione transnazionale come Certi Diritti posso solo rispondere in modo assolutamente affermativo. Lavorare in Europa significa per il nostro movimento poter formare i propri attivisti e attiviste, poter imparare strategie e buone pratiche, poter aquisire contatti e strumenti validi sul territorio e a livello nazionale. Basti pensare anche alle unioni civili. Uno degli eventi fondamentali che ha aperto la strada al dibattito sulla legge Cirinnà è stata la sentenza della Cedu che condannava l'Italia per l'assenza di riconoscimento delle coppie same sex: una sentenza che è stata anche il risultato del lavoro sul piano internazionale di Certi Diritti insieme all'avvocato Schuster. 

Ci sono quindi moltissime opportunità da cogliere ed è sicuramente auspicabile una presenza più corposa dell'Italia all'interno di Ilga-Europe.

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A rispondere al secondo manifesto di ProVita e Generazione Famiglia in versione femminile ci ha pensato il sindaco di Fiumicino (Rm) Esterino Montino.

«A Fiumicino c'è una nuova famiglia». Ha esordito così ieri su Facebook il primo cittadino della cittadina laziale nell’annunciare l’iscrizione anagrafica della piccola Ginevra, nata in Italia, alla quale sono state riconosciute sul certificato di nascita le sue due mamme: Claudia e Ilaria.

«Fiumicino deve essere la città di tutti e di tutte le famiglie - ha proseguito Montino -. Riconoscere entrambe le mamme di Ginevra significa riconoscere a lei tutti i diritti e ai suoi genitori tutti i doveri.

Sebbene non ci sia ancora una legge che riconosca le famiglie arcobaleno in Italia, i tribunali hanno tracciato una strada che non possiamo ignorare e che si basa sul principio imprescindibile del superiore interesse del minore».

Ad associarsi all'esultanza di Montino sua moglie, la senatrice Monica Cirinnà, che ha preferito rilanciarne su Facebook alcune parole: «Dove alcuni tacciono davanti ai bisogni dei cittadini e altri discriminano i bambini per il colore della pelle o per l'orientamento sessuale dei genitori, noi non ci tiriamo indietro».

Soddisfatto il commento di Marilena  Grassadonia, presidente appena riconfermata di Famiglie Arcobaleno: «Ginevra è una bimba fortunata perché crescerà con le sue due mamme che si prenderanno cura di lei assumendosi la piena responsabilità di essere genitori. Ginevra è una bimba fortunata perché vive nel ‘posto giusto’».

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Lo scorso 15 settembre a Misano Adriatico (Rn) ha avuto luogo la Spartan Race, corsa a ostacoli che, ispirata ai tipici percorsi utilizzati nell'addestramento militare e famosa in tutto il mondo, ha visto partecipare oltre 7000 persone da tutta Europa. 

Come noto, l’appellativo fa riferimento alle prove di iniziazione in uso nella poleis della Grecia antica. A questo termine resta tuttavia sotteso un pesante immaginario maschilista e omofobo.

Ne abbiamo parlato con Andrea Nenci, che oltre a essere appassionato di corse a ostacoli e aver partecipato all’edizione di Misano Adriatico, è anche un maestro di Pole dance: sport, questo, che è spesso principalmente associato a un pubblico femminile

Andrea, che cosa ti senti di dire a chi si mostra sorpreso da una tale accoppiata sportiva? 

Prima di tutto va detto che ci sono moltissime similitudini tra il tipo di lavoro che un individuo affronta durante una routine di pole dance e il superamento di ostacoli come muri, corde, monkey e barre. In questo si caso si sfrutta il proprio peso in maniera funzionale tramite trazionamenti, oscillazioni, tecnica, agilità, endurance, core stability, etc. Inoltre il mio passato da ginnasta riempie completamente il gap di questa "accoppiata sportiva", dandomi anzi una marcia in più in tutte le discipline sportive che mi trovo ad affrontare.

Cos’è successo alla Spartan Race di Misano Adriatico? 

Nel particolare, sia prima sia durante la performance della Spartan Race, ho potuto ascoltare i commenti tra i vari team: si insultavano giocosamente a vicenda dandosi dell'omosessuale o del frocio, come se appunto quell'etichetta contenesse in sé disabilità o incapacità nell’esprimere il proprio vigore fisico e nell'affrontare una prova di alto livello come quella della Spartan Race. Piccoli e bassi commenti, che ho reputato offensivi nei miei confronti: non perchè personalmente diretti a me ma perchè offensivi per un'intera comunità.

Hai reagito o hai visto qualcuno reagire? 

Tutto ciò ha inciso negativamente sul mio tono umorale. Non ho reagito nel caso specifico, perché erano commenti tra componenti dello stesso team. Quindi, lì per lì non ho avuto gli strumenti per decidere che tipo di politica adottare. Ma sicuramente ero pervaso da imbarazzo e malessere. Nessuno ha reagito e non ho riscontrato la presenza di altri componenti della comunità Lgbti.

Gli amici che hanno partecipato con te sanno della tua omosessualità? Ci sono persone omosessuali dichiarate che partecipano? 

Il mio team era composto da componenti della mia famiglia e da alcuni esterni molto sereni e open mind. Con loro non ho avuto necessità di dichiarare il mio orientamento sessuale. Nessuna persona, a mio avviso, era dichiaratamente omosessuale all'interno della competizione.

Cosa vorresti dire agli organizzatori? 

Vorrei chiedere sicuramente all'organizzazione di fare uno sforzo per diffondere l’idea che lo sport sia per tutti. Come disse il barone Pierre de Coubertin alla fine del 1800: «Tutti gli sport devono essere trattati sulla base dell'uguaglianza».

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Il 23 settembre è la Giornata mondiale dell'Orgoglio bisessuale. Per tale data il mondo Bisex, il coordinamento delle associazioni e dei collettivi bisessuali italiani, ha indetto una manifestazione a Roma in piazza Madonna di Loreto (ore 16:00, sotto la Colonna Traiana).

Ne abbiamo parlato con l’attivista veronese Tom Dacre, 29 anni, da tempo residente a Roma. Tom è tra gli organizzatori dell’iniziativa.

Perchè una manifestazione per le persone bisessuali? 

I pregiudizi sono tanti. Quante volte avete sentito dire: “È un’omosessuale che si nasconde”? Purtroppo oltre all’omofobia, chi è bisessuale subisce anche la bifobia di quanti, anche all'interno della comunità, sostengono che la bisessualità non esiste. Un altro luogo comune è che la bisessualità sia solo una fase. Eppure a me questa fase dura da dodici anni e conosco persone alle quali questa “fase” sta durando da molti anni.

I miei studi classici mi riportano alla mente Giulio Cesare, noto oltre che per le sue strategie militari anche per i suoi appetiti sessuali estesi a entrambi i sessi, tanto da essere chiamato “Il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.  Questa “fase” pare sia durata fino alla sua uccisione; chissà, forse se Bruto e Cassio non lo avessero ucciso sarebbe giunta al termine.

Cosa rispondete a chi dice che le persone bisessuali non sanno scegliere? 

Che la bisessualità è sia un orientamento sessuale più preposto di altri al tradimento è un’altra delle convinzioni più radicate. Come se le persone eterosessuali e omosessuali non tradissero. In altri casi si pensa che le persone bisessuali sono per forza di cose poliamorose, quando invece come negli altri casi, ci sono persone bisessuali monogame e persone bisessuali poliamorose. Io appartengo ald secondo gruppo, ma si tratta della mia situazione personale. Alcuni pensano invece che essere bisessuali possa essere un vantaggio, in quanto si può benissimo lasciare perdere la parte omosessuale e intraprendere una relazione eterosessuale, come se autoreprimersi fosse un vantaggio.

Quali sono stati i coming out più rilevanti per la bisessualità?

Ci sono stati coming out di personaggi famosi in tal senso puntualmente ignorati: la cantante italiana Gianna Nannini, dichiaratasi bisessuale nel 2002 è tutt’ora vista dai più come una lesbica non dichiarata; il campione mondiale dei pesi medi della boxe dal ‘62 al ’67, lo statunitense Emile Griffith, che nel 2005 ormai anziano dichiarò la propria bisessualità (che non aveva mai nascosto pur non avendola mai formalmente dichiarata); i rapper Frank Ocean e Taylor Bennet, entrambi dichiaratisi bisessuali, il primo nel 2012 e il secondo quest’anno; oppure si potrebbe parlare del cantante Michele Bravi, che venne preso di mira da molte persone e considerato un omosessuale represso quando annunciò nel 2017 di avere una relazione con un ragazzo e di apprezzare anche le donne.

Cosa è cambiato oggi rispetto al passato?

Oggi la bisessualità è più accettata rispetto al passato ed inizia ad essere considerata come una realtà a sé stante. La strada è tuttavia ancora molta per poter superare le discriminazione. L’invisibilità nella cultura di massa rende la bisessualità inevitabilmente qualcosa da “accettare”. Per questo è importante, non solo per le persone bisessuali, ma anche per quelle eterosessuali, omosessuali e asessuali, scendere in piazza e dare visibilità alla realtà bisessuale.

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Dal 4 al 12 agosto Parigi ospiterà la 10° edizione dei Gay Games, il più grande evento di sport e cultura al mondo dedicato all’inclusione delle persone lgbti. Dal 1982 i giochi promossi dalla Federation of Gay Games riuniscono persone da ogni continente all’insegna dello sport amatoriale e della lotta alle discriminazioni.

Paris 2018 Gay Games ha aperto i lavori nel 2013 per arrivare oggi al risultato di 10.000 partecipanti, 300.000 spettatori, 36 sport e 14 eventi culturali.  Un evento che si presenta con lo slogan All equal. Quasi a sottolineare l’apertura anche a chi, da eterosessuale, vuole sostiene la battaglia contro l’omofobia e le varie forme di intolleranza.

Ad arricchire la manifestazione, già sostenuta dal governo francese, dalla regione Ile-de-France e dal comune di Parigi, arriva anche Jean-Paul Gaultier,  che ha disegnato una t-shirt unisex proprio per l’evento. Maglietta che sarà acquistabile solo al Bhv Marais di fronte al Gay Games Village, dal 27 luglio al 4 agosto.

Un’idea che riporta alla mente, per contrasto, la maglietta disegnata da Dolce e Gabbana, lo scorso dicembre 2017, che recitava I’m a not a gay, I’m a man e aveva invece l’intenzione opposta di smarcarsi da qualunque iniziativa lgbti a favore dei diritti.

A dispetto dei due stilisti italiani, a Parigi si ha invece la sensazione che tutti, dalle istituzioni nazionali alla popolazione, abbiano compreso il senso e l’importanza di una manifestazione che porta l’aggettivo “gay” associandovi una grande complessità di significati culturali. 

Prova ne sono le tre conferenze di apertura della giornata di mercoledì 1 agosto, dedicate alla storia della decriminalizzazione dell’omosessualità, al movimento sportivo Lgbti e allo sport come strumento di inclusione.

In particolare, durante il panel Lgbt sports movement against all discriminations promosso dalla rivista Sport and Citizenship, è stato presentato il progetto italiano Outsport di Acs/Gaycs, che a novembre darà i risultati della prima ricerca europea sull’esperienza delle persone Lgbti nello sport, condotta dall’Università dello Sport di Colonia. 

Sempre dall’Italia, infine, ad accogliere i partecipanti alla Cité de la mode e du Design,  c’era anche la delegazione di Roma Eurogames 2019, i “cugini” europei dei GayGames, promossi dalla Eglsf che si svolgeranno il prossimo anno per la prima volta nel nostro Paese. 

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Lo scorso sabato, proprio nel giorno del Pride di Napoli, l’attivistaAndrea Giulianoè stato aggredito da una coppia nel quartiere Pianura che lo ha accusato di essersi “mostrato nudo” alla finestra.

Non è purtroppo la prima volta per Andrea. Dopo aver vissuto per parecchi anni in Ungheria, è diventato bersaglio di gruppi neonazisti locali per un messaggio satirico durante il Pride di Budapest del 2014. Da allora ha dovuto cambiare casa continuamente.

Sfuggito a tentati attacchi anche sul posto di lavoro, è adesso in attesa che la corte di Strasburgo possa dar inizio a un processo contro chi ha messo addirittura una “taglia” sulla sua testa, in quanto le autorità ungheresi hanno respinto ogni tentativo di denunciare i persecutori. Da questa storia è nato due anni fa anche il video documentario The right to provoke.

Ma intanto, con l’episodio di sabato, piove sul bagnato. Dopo la corsa al pronto soccorso e alcuni giorni di dolori invalidanti alle costole e alla testa, abbiamo contattato Andrea per capire meglio i fatti.

L'aggressione che hai subito a Napoli, così come è stata raccontata, non sembra essere iniziata da motivazioni di stampo omofobico. Ci puoi dire come sono andati i fatti?

Mi trovavo a Napoli per le riprese di un documentario prodotto da Deriva Film su disabilità, corpo, sessualità e attivismo, il cui protagonista è Giuseppe Varchetta, attivista Lgbti disabile. La mattina di sabato ho “osato” alzare le persiane della camera in cui alloggiavo, in via Montagna Spaccata 231, per vedere com’era il tempo, appena prima di farmi la doccia.

Mi sono sporto sul balcone letteralmente per qualche secondo, nudo. Mentre rientro in camera sento un urlo, ma non capisco né di cosa si tratta né da dove viene. Prendo l’asciugamano che avevo messo ad asciugare la notte prima accanto alla porta e vado di nuovo sul balcone, avvolgendomelo in vita. Le grida aumentano, ma di nuovo non capisco: la strada davanti a me è vuota. Vado in bagno a lavarmi. Dopo qualche minuto il mio vicino di stanza mi chiede, ridendo, se fossi stato nudo sul balcone, perché in strada c’è un uomo che vuole picchiarmi.

Nel giro di mezz’ora vengono chiamati i condomini, l’amministratore e il proprietario dell’alloggio in cui stavamo. Ricevo la telefonata del proprietario dell’appartamento, gli racconto quello che ho fatto, la telefonata finisce con lui che dice che forse è stato tutto un inutile allarme.

E poi quasi 12 ore dopo, di ritorno dal Pride, mi trovo verbalmente aggredito da una sconosciuta, che mi dice: Fai schifo, come ti permetti, qui ci sono bambini!, e da un un uomo fuoribondo che, mentre mi attacca, mi dice: Io ti ammazzo, mongoloide, frocio! La mia faccia schiacciata sul cofano di un taxi, gli occhiali da sole rotti, i manici della borsa spezzati. E poi le botte in testa, sulle costole, le mani che mi afferrano e mi tirano per la barba.

A che punto si è manifestato l'insulto omofobo?

L'insulto omofobo si è manifestato nel momento in cui sono riuscito a divincolarmi dall'aggressore. Siccome mi ha aggredito alle spalle, quella sera non aveva ancora visto il mio viso. Ma una volta che mi sono girato, lui mi ha guardato in faccia e ha visto che ero ancora truccato dal Pride e che sul petto avevo una spilla arcobaleno. A quel punto ho nuovamente scatenato la sua rabbia, ha ricominciato ad attaccarmi e all'insulto si è pure aggiunta la minaccia: Ti ammazzo. Fortunatamente, avendocelo di fronte, sono riuscito a difendermi dai suoi colpi. Preciso anche che l'intero gruppo con cui mi trovavo è stato bersagliato. Questi froci vengono a Napoli a fare queste cose era un chiaro riferimento sia al Pride sia al vivere liberamente il proprio corpo.

Ma non finisce qui: quello che secondo me è il punto più basso di questo tristissimo episodio è l'uso dell'epiteto mongoloide. Amio avviso è stato diretto all'attivista Lgbti disabile Giuseppe Varchetta, che durante la prima parte dell'attacco si trovava a un paio di metri da me. L'aggressore deve aver notato che Giuseppe ha difficoltà motorie, mentre si affrettava a risalire sul taxi per proteggersi.

Esiste un legame, secondo te, tra lo scandalo che desta la nudità e l'omofobia?

Certo che esiste. Sono sicuro che, se fossi stato una donna, il mio corpo nudo sul balcone avrebbe attirato un tipo di attenzione molto diversa. Anziché avere un violento in strada che vuole picchiarmi, avrei forse ricevuto delle avances o, più probabilmente, delle molestie. Viviamo in un periodo storico dove l'oggettificazione del corpo ha raggiunto livelli preoccupanti, dove la nudità è indissolubilmente legata al sesso, dove la pornografia (prevalentemente fatta per un pubblico maschile eterosessuale) è a disposizione di chiunque. Ma anche in questo mondo ipersessualizzato la vista di un corpo maschile nudo in un contesto per niente sessuale continua a destare indignazione. Forse è proprio perché mostrare un uomo per quello che è, senza filtri bellezza, senza secondi fini e senza che sia circondato dalla cultura machista, fa paura.

Come possiamo giustificare questa preoccupazione per i bambini quasi a giustificare un pestaggio del genere?

I bambini non sono altro che uno strumento. In quale civiltà degna di essere chiamata tale è accettabile insegnare ai bambini che se qualcuno non ci piace possiamo picchiarlo e, al tempo stesso, imprimere nella loro mente il fatto che la cosa più naturale che abbiamo, vale a dire il nostro corpo, è qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, a meno che non venga usata per picchiare qualcuno?

Quali conclusioni hai tratto da questa vicenda e che appello vorresti lanciare alle associazioni?

Mi piacerebbe vedere il mondo associativo italiano aprire gli occhi e vedere che serve a poco avere una (mezza) legge sulle unioni civili, se prima non esistono legislazioni volte alla protezione di tutte le minoranze oppresse (che non sono solo di genere e sessuali ma anche etniche, religiose, economiche e disabili). La stessa mezza legge, che abbiamo raggiunto in quasi 50 anni di storia di lotte e rivendicazioni, presenta gravi mancanze in fatto di tutela dei bambini presenti all'interno di queste coppie ed è spesso ostacolata da sindaci obiettor,i che non vogliono rispettarla.

Questo accade perché manca una base: manca una legge decente sull'omo-lesbo-bi-transfobia, manca l'educazione sessuale e affettiva, mancano il monitoraggio e l'applicazione di quei pochi strumenti a nostra disposizione per mantenere il nostro Stato laico e antifascista.  E, infine, manca il concetto di intersezionalità. Mi fa piacere sapere che le persone L e G, se vogliono, se possono permetterselo e se vivono in coppia possono unirsi civilmente. Ma chi si occupa dei diritti fondamentali delle persone single in generale e delle persone B, T e I? E se queste persone sono povere, disabili, straniere, rifugiate politiche? Svegliamoci, i diritti di pochi sono solo privilegi.

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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Che hanno è stato il 2017 per la collettività Lgbti? un anno certamente non facile. Prima ancora delle cose accadute vale la pena ricordare ciò che non è accaduto. Dopo il passo delle unioni civili e le dichiarazioni di Boschi sull'impegno nella riforma delle adozioni, di questo tema la politica si è puntualmente disinteressata nel corso degli ultimi 12 mesi, riuscendo a portare a casa in tema di diritti civili solo il testamento biologico in zona cesarini, con buona pace di chi ha sperato fino all’ultimo nello Ius soli.

Nel complesso, è stato un anno che ha mostrato in modo chiaro i pregiudizi che permangono ancora nel profondo della nostra società e in molti casi anche i limiti evidenti del movimento Lgbti, che non ha ancora trovato una linea chiara per il dopo Cirinnà.  

IL CASO UNAR-IENE

L’anno si è aperto il caso Unar, che ci ha accompagnato tra Febbraio e Aprile. Le Iene accusano Anddos di aver vinto un bando pubblico per finanziare i propri circoli tramite il direttore dell’Unar Francesco Spano, uno degli oltre 200.000 tesserati. “Orge finaziate dal governo”. La speculazione mediatica sul tabù della sessualità ci riporta indietro di decenni e, improvvisamente, gli stessi circoli che erano stati l’ossatura della nascita del movimento e della stessa Arcigay diventano il più squallido dei gironi infernali, in una situazione in cui alcuni casi isolati connotano l’intero circuito come il regno della prostituzione e del degrado. Pochi mesi dopo si risolverà tutto in una bolla di sapone, senza alcun avviso di garanzia né indagine, e in compenso innumerevoli danni come una persona distrutta nella propria privacy, Spano, un intero movimento screditato di fronte all’opinione pubblica, un ufficio del Governo come l’Unar tuttora bloccato, un’associazione come Anddos costretta a ritirarsi nel silenzio per non danneggiare la propria base associativa, composta per la maggior parte di persone non dichiarate che non meritavano certo di stare nel mirino dei riflettori e delle minacce di Forza Nuova. Rimane la rinuncia ai fondi di Anddos per salvare i progetti delle altre associazioni, nonostante la validità del progetto presentato, e la più che fondata (e inquietante) sensazione che il tutto sia partito non dalle Iene ma ad una fonte interna al movimento.

IL CASO CECENIA

Un caso che ha mostrato quanto ci sia da lavorare ancora contro i pregiudizi sessuofobici nel nostro Paese, come spiegava bene Enzo Cucco in questa intervista che riguardava anche il caso Cecenia, esploso nel mese di aprile.   La diffusione della notizia di Novaya Gazeta di oltre centro persone rinchiuse, uccise e torturate fa il giro del mondo in pochi giorni, suscitando l’indignazione della comunità internazionale. Minime le reazioni da parte del nostro Paese, al contrario, invece, di Germania e Francia, in cui i rispettivi ministeri degli Esteri si attivano per facilitare l’accoglienza delle persone in fuga dalla Russia. L’attivista russo Igor Kochetkov giunge in Italia a luglio denunciando il folle piano di Kadirov di “purificare la razza dagli omosessuali”. Reazioni quasi inesistenti dalla politica, se si esclude una breve dichiarazione del ministro Orlando.  A Roma si mobilitano le associazioni e Amnesty International. Un gruppo di attivisti diffonde lo slogan “Noi esistiamo” in cinque lingue, per non dimenticare le persecuzioni degli omosessuali nelle altre parti del mondo. Il network internazionale All Out promuove una petizione internazionale rivolta a Putin, ma al momento della consegna delle firme, Yuri Guaiana e altri attivisti vengono arrestati e trattenuti a Mosca. Le interviste e le testimonianze sul caso ceceno non lasciano spazio a nessuna tesi complottista che vedrebbe questo episodio come una montatura per screditare Putin. L’orrore di uno stato membro del Consiglio d’Europa in cui si nega l’esistenza degli omosessuali e si nascondo le peggiori nefandezze è reale. Tra i media a diffondere la notizia in Italia va ricordato Huffington post.

IL “FLOP” DELLE UNIONI CIVILI

Nel mese di maggio, intanto, ricorreva l’anniversario delle unioni civili. A rovinare la festa ci pensava Repubblica con l’incredibile gaffe del “flop sui numeri delle unioni civili”. Un titolo poi prontamente corretto, tranne che sulla carta stampata, e smentito dalla comparazione dei numeri con il resto dei Paesi europei, che vede l’Italia perfettamente allineata nei dati, nonostante l’idea di misurare l’importanza di un diritto dalla quantità di persone che lo esercitano è qualcosa di estremamente contrario alla filosofia dello stato di diritto stesso.

L’ESTATE INTOLLERANTE

Il clima non migliorava con l’arrivo di quell’estate costellata da episodi di omofobia e rifiuto delle coppie omosessuali: ricordiamo il caso di Gallipoli e il divieto di baciarsi in pubblico a cui si tentò di rimediare con una bottiglia di spumante. Avremmo avuto di li a poco il tragico omicidio di Vincenzo Ruggiero, sul quale il nostro giornale riuscì a far correggere alcuni titoli de “Il Mattino” che parlava di “delitto gay”, e lo stupro di Rimini, in cui la vittima trans passava regolarmente in secondo piano e diventava spesso il trans. Anche, in quel caso, grazie alla pressione dei social, anche Enrico Mentana passò da “il trans” a ”la trans”.

LA CONFERENZA SULLA FAMIGLIA

Superata l’estate, il Governo ci regala a settembre una Conferenza sulla Famiglia identica a quelle del 2007 e del 2010, in cui la famiglia è una sola ed eterosessuale. Unica novità l’invito, solo a presenziare, di Arcigay e Agedo e l’amara esclusione di Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow. Pesa, in questo caso, la scelta delle associazioni di non organizzare una protesta, che si inserisce in un più generale senso di disorientamento e inefficacia nell’esprimere una piattaforma rivendicativa visibile e chiara nel dibattito politico. La polemica sulla Gpa e la presa di posizione di Arcilesbica, costituiscono un esempio di un dibattito interno qualitativamente sterile, che non riesce ad uscire dalla logica dell’ “io non lo farei” e a muoversi sul terreno della regolamentazione e dell’autodeterminazione.  

LE LINEE GUIDA DEL MIUR

Passano un paio di mesi, in cui ricordiamo tra l’altro l’uscita del libro di Monica Cirinnà, l’Italia che non c’era, e arrivano, finalmente, le linee guida del Miur relative al comma 16 articolo 1 della Buona Scuola, quello che per intenderci diede vita alla “propaganda antigender” del fronte conservatore.  Per molti un passo avanti (dopo quasi tre anni di attesa), ma scorrendo il testo si scopre che la parola omofobia non c’è e che l’espressione “orientamento sessuale” compare in un paragrafo che parla delle “altre discriminazioni” subito dopo “convinzioni personali”. Questa scelta (che non può essere imputata solo a Valeria Fedeli) ci da la misura di quanto siano forti le pressioni conservatrici sul mondo della scuola e di quale sia effettivamente il punto di vista maggiormente condiviso nel senso comune nel 2017 sull’omosessualità: una minoranza capricciosa che ha avuto quello che voleva e che adesso deve smetterla di “strafare”. Le idee dell’uguaglianza, dei diritti umani universali, di una educazione sessuale seria che garantisca la sicurezza e la salute di tutti e tutte (come raccomanda anche l’OMS), sono ancora lontane dall’immaginario della maggior parte della cittadinanza.

IL CASO GABBANA

Questo scenario lo aveva disegnato perfettamente il rapporto della Commissione Joe Cox, pubblicato a luglio per opera di Laura Boldrini, che ha fornito preziosi dati sul discorso d’odio: 1 italiano su 4 crede ancora che l’omosessualità sia una malattia, mentre il 41% ritiene che non debba fare l’insegnante.

Infine, l’anno si è concluso con la recente polemica sulle parole di Stefano Gabbana, che rinnega in sostanza la portata storica del termine “gay”, al quale ha risposto Franco Grillini in questo editoriale

LE BUONE NOTIZIE

Solo una serie di segni meno, quindi? Per fortuna non c’è solo del negativo, anche perché i fatti fino ad ora riportati ci offrono la possibilità di guardare in faccia la realtà, senza filtri e retorica. Il 2017 è stato tuttavia anche un anno in cui i tribunali hanno confermato definitivamente il proprio atteggiamento positivo nei confronti delle famiglie omogenitoriali, continuando a colmare il vuoto lasciato dallo stralcio della stepchild adoption. Vanno anche ricordati fatti ed eventi che testimoniano che, nonostante tutto, “c’è vita”: ci sono stati per la prima volta 24 Pride in tutta Italia, grazie all’impegno dei comitati Arcigay, il Circolo Mario Mieli ha candidato Roma ad ospitare il World Pride 2025, è stato lanciato il progetto Outsport di Aics/Gaycs che porterà alla prima ricerca scientifica su omotransfobia e sport, è stata strutturata la formazione professionale con l’ordine dei giornalisti da parte di Gaynet, con l’ultimo corso a novembre. La Trans freedom March, quest’anno, si è svolta sia a Torino che a Napoli, Il coordinamento Torino Pride ha presentato il primo vademecum su lgbti e lavoro riunendo i tre sindacati principali, Tommaso Cerno è stato nominato condirettore di Repubblica, Agedo ha presentato il suo secondo calendario dopo la riuscita iniziativa dello scorso anno. Anche Globe Mae ha proposto su finire dell’anno una bella iniziativa sui diritti lgbti nel mondo.

Infine, per il primo dicembre, il movimento ha dato una bella prova di collaborazione nell’iniziativa "We Test", che ha visto realtà locali e nazionali lavorare insieme per somministrare in tutta Italia i test rapidi HIV.

PROSPETTIVE

Sul piano internazionale, nonostante i pesanti venti di intolleranza che soffiano dagli Stati Uniti di Trump e dai populismi europei, vanno registrate le belle notizie dall’Austria, che è giunta per mano della Corte Costituzionale al Matrimonio egualitario, e dell’Australia, che ha conseguito lo stesso risultato per via politica a seguito di un referendum consultivo.

Tanto da fare dunque, prima ancora che sul terreno dei diritti sul piano culturale. Portiamo a casa tuttavia gli strumenti, se si vuole, per aprire gli occhi e lavorare su priorità e strategie, specie considerando la difficile legislatura che si prepara, in cui il movimento sarà chiamato probabilmente ad una stagione di “opposizione” e rivendicazione pura delle proprie istanze.

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Arcobaleno, tacchi a spillo, una persona che invita a una festa chiamata What is love.  E’ così che nei giorni scorsi ci eravamo imbattuti nel video promozionale dell’evento che si è svolto venerdì scorso in Sapienza, organizzato da diverse realtà studentesche e sociali.

E così, io e un paio di amici abbiamo deciso di andare. 

“Vivi con noi una notte libera, senza distinzioni, senza etichette, in cui scatenarti fino alle luci dell’alba tra le mura della Facoltà di Lettere, che al nostro ritmo di danza si tingeranno di mille colori”.  Questa la descrizione su Facebook 

Arriviamo e troviamo l'ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia di Piazza Aldo Moro illuminato con i colori arcobaleno. Entriamo e iniziamo a vedere un vero e proprio mosaico. Diversi modi di vestire, diversi look, diversi modi di fare, diversi modi di guardarsi e di sorridersi. Diversità ovunque, come raramente se ne vede nello stesso luogo. Lo spazio è l’atrio della Facoltà, riempito oltre le aspettative da alcune centinaia di persone. 

Fingendomi un po’ ‘neofita’ chiedo a un ragazzo: "Ma questa è una festa gay?" 

"Beh mi sembra sia una festa per tutti. Io sono etero, lui è gay – indicando un amico a fianco – ma qui importa poco“.

Quando si indicano le feste in cui si ritrova la comunità lgbti, comunemente si usa l’espressione “feste o serate gay”. Anche se è più corretto scrivere “feste gayfriendly” o lgbti, perché si tratta comunque di eventi aperti al pubblico e non di riserve indiane, nel dialogare con i presenti abbiamo continuato a parlare di “serate gay”

“Andiamo spesso alle serate del sabato e del venerdì, oggi siamo venuti qui perché è la prima volta che all’Università si questo tipo di serata”. Questa la risposta di Federico, un ragazzo che è venuto alla festa con il suo compagno a cui abbiamo chiesto se frequentava anche le serate gay.

“Un altro ragazzo poco fa ci ha detto che non va nei locali gay perché non vuole ‘ghettizarsi’, rispondiamo.

“Provate a rimorchiare un ragazzo, se siete ragazzi, alla festa del liceo, oppure a fare lo stesso con una ragazza se siete ragazze. Difficile. Quasi impossibile. Le serate gay storicamente esistono per questo. Anche se adesso per fortuna le discriminazioni sono relativamente meno rispetto a prima. E comunque sono eventi rivolti a tutti, basta avere una mentalità aperta”

Tra la gente troviamo anche un ragazzo di 39 anni, intento a scherzare con degli amici. “Quando andavo all’Università io, una situazione del genere era fantascienza – ci dice Piero. Eri gay solo in certi luoghi, ben circoscritti, dove entravano a volte quelli che gli americani definiscono gli allies, gli alleati. Adesso qui sto prendendo in giro un ragazzo etero appena conosciuto perché millanta di andare con tante ragazze dicendo che io invece ho più ragazzi di lui. Una scena del genere, a 20 anni, era come immaginare un volo intergalattico.

Ci spostiamo ancora un po’, tra la musica e l’impianto piazzati in fondo all’atrio e scorgiamo una ragazza che balla a centro pista insieme ad altre due persone.

“Sono qui con la mia ragazza e un’amica. Considerando che ho finito di studiare due anni fa, torno volentieri qui in Sapienza. Devo dire che si respira una bella aria. Non è una festa gay, ma non è nemmeno una festa universitaria come le altre. E’ una cosa nuova. Forse il futuro delle “serate gay” è che quella parolina ‘gay’ diventi rottura degli schemi per tutti.

“Insomma - chiediamo infine a Riccardo, che fa parte dell’organizzazione – avete fatto una festa gay senza chiamarla gay?”

What is love è una festa gay, una festa antifascista, una festa antisessista. È una festa in cui tutte e tutti possono ritrovare sé stesse e andare oltre i ruoli che vengono loro imposti dalla società! È una festa gay nel senso più bello del termine gay: non solo un target di persone di riferimento, ma soprattutto un modo di vivere la vita, senza confini, favoloso, libero, senza costrizioni...tutte e tutti possono venire alla festa e divertirsi, perché è una festa di tutte e tutti. Uno spazio sicuro, uno spazio libero, uno spazio irriverente”.

 Mentre completavo questo articolo, in questi giorni è nata la querelle intorno alle frasi pronunciate da Stefano Gabbana: “basta con l’etichetta gay, io sono un uomo”. Gabbana è stato seguito a ruota persino da Ozpetek, che ha detto di essere infastidito quando chiamano il suo compagno "marito". 

Ci mancherebbe che non sei un uomo caro Gabbana. Però ci piacerebbe sapere cosa ne pensi di questa nuova generazione, che al Pride come a queste feste inizia socializzare, a conoscersi e a fare l’amore dicendo con una risata “io sono gay, etero, bisex” o semplicemente “mi va di andare con te”. Senza conoscere alcuna vergogna. Perché la vera differenza è che la frase che scriverai su quelle magliette, I’m a man, not a gay, trasuda imbarazzo, vergogna e machismo. Forse la migliore risposta te l’hanno già data loro: non serve mettere in soffitta la parola “gay”, bensì riappropriarsi del suo vero significato di liberazione offrendolo a tutti e tutte. Tradotto: il famoso tacco a spillo di Silvia Rivera non significa che “i gay fanno le donne”. Significa che rompono gli schemi di genere, ironizzano sugli stereotipi e si sentono uomini ognuno a modo proprio (o al di là del genere assegnato, nel caso delle persone trans). Significa una rivoluzione, insomma, perché grazie a tutto questo anche gli eterosessuali stanno uscendo dalla gabbia del maschio per eccellenza che non deve mai chiedere, non deve mai piangere e così via.  

Di certo resta vero un fatto: senza quella storia di orgoglio e lotta che tu chiami “etichetta”, quello che vediamo oggi non ci sarebbe mai stato.

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