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29-01-2017 Valerio Mezzolani

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23-01-2017 Valerio Mezzolani

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Il testo del maxiemendamento d…

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21-02-2016 Valerio Mezzolani

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Di Primo Di Nicola e Antonio Pitoni, da Ilfattoquotidiano.it (19/2/2016) In un post su Facebook la ...

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17-12-2015 GayNews

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(EMILIA ROMAGNA) SCUOLA TEORIA…

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Governo frena su unioni civili…

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Valerio Mezzolani

Valerio Mezzolani

(di Fausto Gasparroni) (ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 6 LUG - Papa Francesco ha accettato oggi la rinuncia al governo pastorale dell'arcidiocesi di Paraiba, in Brasile, presentata dall'arcivescovo mons. Aldo di Cillo Pagotto. La rimozione del presule avviene in virtu' del comma 2 del canone 401, quindi per "grave causa". Attraverso un processo canonico, l'arcidiocesi di Paraiba aveva subito l'anno scorso un intervento da parte della Santa Sede, dopo l'invio come visitatore apostolico di mons. Fernando Guimaraes, vescovo della diocesi di Garanhuns. L'arcivescovo Pagotto, 67 anni, nato a San Paolo, era stato sospeso dalle ordinazioni di nuovi diaconi e sacerdoti e dal ricevere nuovi seminaristi fino a che il Vaticano non portasse a termine le indagini in corso. Mons. Pagotto - secondo quanto hanno riportato media brasiliani - era stato sottoposto ad accertamenti canonici per aver accolto nella sua diocesi di Paraiba sacerdoti e seminaristi espulsi da altre diocesi. Avrebbe inoltre rifiutato di discutere i casi di pedofilia. Sempre secondo media brasiliani, l'arcivescovo fu accusato l'anno scorso, con una denuncia fatta da una donna, di aver avuto una relazione affettiva e sessuale con un giovane di 18 anni, con asseriti incontri intimi anche nel Palazzo vescovile. Il nome dell'arcivescovo Di Cillo Pagotto era circolato in Italia nel giugno dell'anno scorso, nel quadro dell'acceso dibattito che precedette il Sinodo sulla famiglia. Era infatti fra i tre autori di un opuscolo - a diffusione gratuita nelle librerie specializzate in temi religiosi - delle Edizioni Supplica Filiale, sviluppatesi in seguito e a sostegno della petizione pro-famiglia indirizzata nel gennaio 2015 a papa Francesco sottoscritta a livello internazionale da cardinali, soprattutto 'conservatori', tra cui l'americano Raymond Burke, vescovi, politici e uomini di cultura. Il volumetto, dal titolo "Opzione preferenziale per la Famiglia. Cento domande e cento risposte intorno al Sinodo", era introdotto dalla prefazione del cardinale cileno Jorge Medina Estevez, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, mentre ne erano autori tre vescovi in carica: appunto mons. Aldo di Cillo Pagotto, (arcivescovo di Paraiba, Brasile), mons. Robert F. Vasa (vescovo di Santa Rosa, California) e mons. Athanasius Schneider (vescovo ausiliare di Astana, Kazakhstan). Le "domande" si riferivano a tematiche come la sessualita', l'indissolubilita' del matrimonio, il divorzio, l'omosessualita', la dichiarazione di nullita' del matrimonio, la comunione ai divorziati risposati, la misericordia, la pastorale, mentre le risposte - spiegava l'Associazione promotrice - "rimandano all'immutata dottrina della Chiesa cattolica su queste materie". Un esempio? Replicando ai vescovi che sostenevano che riconoscere le coppie omosessuali costituisse "un discorso di civilta'" oppure che l'unione gay potrebbe essere assimilata a quella matrimoniale attraverso una "benedizione", il testo, che faceva ampio riferimento al Catechismo della Chiesa cattolica e ad altri documenti, recitava: "L'unione omosessuale e' una convivenza erotica tra amanti che comporta l'uso contro natura della sessualita'. Pertanto l'unione omosessuale e' gravemente peccaminosa e non e' assimilabile a quella matrimoniale, tanto meno puo' essere benedetta dalla Chiesa; anzi, bisogna opporsi ai recenti tentativi di legalizzarla sotto qualunque forma". Si ribadiva inoltre con chiarezza l'invito agli omosessuali a vivere la loro condizione nella "castita'".

Dopo l'ottima decisione della nuova sindaca cinquestelle di Torino, Chiara Appendino, di recarsi personalmente a coprire le svastiche lasciate da imbrattatori fascisti sui manifesti del Torino Pride, si registra come il nuovo corso politico torinese presenti tutte le premesse per un'amministrazione esemplare dal punto di vista delle politiche rivolte ai temi LGBT.

Da L'Huffington Post (3/7/2016)

A Torino cambia la dicitura dell'assessorato alla Famiglia che d'ora in poi sarà assessorato alle Famiglie, al plurale. Per espressa volontà della neosindaca Chiara Appendino i documenti ufficiali del Comune e quelli utilizzati nelle scuole e negli ambiti delle politiche famigliari sarà riportato "Famiglie" per riconoscere la pluralità.

L'obbiettivo della sindaca Chiara Appendino e della sua giunta è fare di Torino un “Comune plurale”, che comprenda anche nel linguaggio utilizzato quotidianamente dall'amministrazione qualunque tipo di unione, non solo quelle tra persone dello stesso sesso, ma anche quelle civili, anagrafiche, di fatto, ricomposte. “Il passaggio dal concetto di famiglia a quello plurale di famiglie negli atti dell'amministrazione – dichiara il neo assessore alle Pari opportunità, Marco Alessandro Giusta – non è solo una questione nominalistica, ma un cambio di approccio che consiste nel dare un nome alle cose, a quelle realtà che già esistono e che non trovano un riconoscimento nemmeno nel linguaggio”.

Marco Alessandro Giusta è stato presidente dell'Arcigay Torino. A lui il compito di guidare le politiche per le famiglie della città, tenendo conto anche delle coppie dello stesso sesso.

"Sarò l'assessore anche delle famiglie gay", dichiara sempre a Repubblica. "Non c'è nessuna volontà di fare stravolgimenti. Semplicemente intendiamo assumere un approccio che porti progressivamente a dare un nome alle cose",

Nel programma della sindaca Chiara Appendino è prevista la modifica dello statuto della città, per introdurre il riconoscimento formale del concetto di 'famiglia omogenitoriale', "e lo proporremo insieme. Del resto non c'è nulla di naturale nella famiglia, come ricorda nel suo ultimo libro la sociologa Chiara Saraceno", dice Giusta, secondo cui "l'importante è compiere un mutamento di approccio, cominciando a considerare anche nel linguaggio pubblico migliaia di persone che finora non sono state rappresentate".

 

Nel giorno sullo scandalo sul fratello del ministro Alfano, nella migliore trama della politichetta italica dei "fratelli di", (una vicenda per la quale sono già state chieste le dimissioni di Angelino) proponiamo un pezzo di Simone Alliva uscito sull'Espresso in merito alla strenua lotta dello stesso ministro, che ha evidentemente molto a cuore la sua famiglia ma non le famiglie degli altri.

Da L'Espresso, 5/7/2016. Di Simone Alliva.

Dove e come celebrare le unioni civili. Come istituire il relativo registro. Chi lo deve fare. Sono questioni che il ministero dell’interno lascia ancora scoperte. Non c’è traccia del decreto ponte che doveva arrivare entro il cinque luglio, a trenta giorni dall’emanazione della legge Cirinnà: un vademecum che spieghi ai comuni cosa fare materialmente quando una coppia gay si presenta per chiedere di essere unita civilmente.

A dover emanare il decreto è la Presidenza del Consiglio su proposta del ministro Angelino Alfano. “Uscirà presto ma non oggi”, dice all’Espresso una fonte vicina al governo. Presto, in breve tempo. C’è altro a cui pensare tra la burrascosa direzione nazionale del Partito Democratico e Alfano, citato nelle intercettazioni allegate all'inchiesta della Procura di Roma per corruzione e riciclaggio.

Intanto da domani una coppia gay o lesbica potrà presentarsi davanti all’ufficiale di stato civile del proprio comune e chiedere di essere unità civilmente - questo secondo il comma 35 che prevede l’immediata entrata in vigore a seguito della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Anche senza decreto, alle coppie basterà il beneplacito del sindaco, con un rischio non da poco: il decreto serve a dare istruzioni per rendere uniformi le modalità di costituzione e, soprattutto, iscrizione nei registri dello stato civile, spiega a L’Espresso chi ha lavorato alla stesura della legge Cirinnà. In assenza del decreto si rischia che i sindaci – che pure potrebbero costituire le unioni– procedano a macchia di leopardo, in autonomia, con conseguente rischio di vizi formali e possibile annullamento da parte del prefetto (com’è avvenuto per le trascrizioni dei matrimoni ugualitari).

Così le unioni civili prive di decreti rischiano di diventare un assist ai centristi e al fronte contrario alla comunità LGBT. La trattativa sarebbe in corso come dichiara un senatore di AP: “le redini le teniamo noi e le teniamo strette”. Intanto qualche sindaco si dice pronto a celebrare le nuove nozze e prepara il terreno, come Esterino Montino, sindaco del comune di Fiumicino, nonché marito della senatrice Monica Cirinnà: “da domani l’ufficio anagrafe del Comune raccoglierà le prenotazioni per raccogliere le unioni civili”.

Il decreto ponte resta tuttavia un testo provvisorio, cioè detta le disposizioni transitorie sulle unioni civili in attesa dei decreti attuativi, quest’ultimi di competenza il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Quelli attuativi saranno emanati entro sei mesi dal 5 giugno e hanno termine perentorio, cioè non possono essere prorogati. Sono tre i decreti che Orlando dovrà scrivere: il primo andrà a sostituire il decreto ponte che si occupa delle modalità di celebrazione delle unioni civili, mentre gli altri due regolamenteranno i casi di trascrizioni di matrimoni celebrati all’estero, di partner stranieri (sia comunitari che non) e adegueranno tutte le leggi che riguardano il matrimonio e che vengono estese anche alle unioni civili.

Un’estate senza nozze arcobaleno? La comunità LGBT non ci sta e tramite il blog d’informazione Gaypost.it viene lanciato l’hashtag virale #Angelinomollaildecreto: “ricordiamo al ministro che c’è un popolo arcobaleno che ha aspettato fin troppo per subire l’ennesima umiliazione”.

La strage di Orlando, forse, ha lasciato un segno. Con 23 voti favorevoli, 18 contrari e 6 astenuti, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha deciso di creare un osservatorio per i diritti civili delle persone lgbt. Il ruolo di osservatore sarà ricoperto da un «osservatore indipendente» che si dovrà occupare di monitorare «la violenza e la discriminazione basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere». Probabilmente si tratta del progetto più ambizioso lanciato sino ad oggi dall'Onu per far progredire i diritti lgbt.
In due precedenti risoluzioni, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si era limitato a preparare relazioni che esaminavano i diritti lgbt.

L'esperto designato condurrà visite ispettive periodiche negli Stati, confrontarsi con chi opera sul campo e coinvolgere istituzioni e governi, riferendo poi all'Assemblea generale.

Un primo passo verso la messa al bando dell'omofobia e soprattutto della pena di morte, che è ancor oggi parte integrante delle norme di troppi Stati.

 

Nell'Europa che immaginiamo gli italiani all'estero vivono lontani dalla cultura arretrata e omofobica che attanaglia il Belpaese. Almeno questa è l'idea che ci siamo fatti. Purtroppo non sempre è così.  E' di qualche giorno fa la notizia di un atto di cyberbullismo nei confronti di un italiano che vive a Lisbona, Paolo Gorgoni, membro di Plus, onlus dedicata alle persone LGBT sieropositive.

La vicenda è stata resa pubblica da comunicato di Plus del 27 giugno che vi riproponiamo.

Paolo Gorgoni è un volontario di Plus, membro del direttivo dell’associazione. Come molti di noi è abituato a metterci la faccia e ad affrontare di petto i temi che ci stanno a cuore. Lo fa da persona omosessuale e sieropositiva.

Paolo vive a Lisbona, la stessa città dove nel 2009 è stato vittima di una vile aggressione a colpi di spranga. Nel verbale stilato dalla polizia lusitana non apparve la parola «omofobia».

Di recente, Paolo è stato bersagliato da parole gravissime. È cominciato tutto su facebook, all’interno di un gruppo per italiani a Lisbona. Dopo aver segnalato alla piattaforma un post dai contenuti inaccettabili, Paolo è stato espulso dal gruppo. Il post è rimasto.

Dopo questo antefatto, una sequela di offese e intimidazioni, pubbliche e in privato, ai danni del nostro volontario. Conoscenti iscritti al detto gruppo gli hanno inviato screenshot di conversazioni on line dove la sua immagine è stata messa accanto a corpi impiccati e immagini di tortura.

Paolo si è di nuovo rivolto alla polizia, che dopo aver minimizzato forse aprirà un’indagine. Amici di Paolo iscritti alla stessa università presso la quale lavorerebbe la persona che ha dato il via a questa catena di insulti hanno scritto al rettore denunciando l’accaduto. Paolo sarebbe stato infatti minacciato di morte da un ricercatore.

Plus si stringe compatta attorno al proprio volontario e chiede con forza la solidarietà di tutto il movimento LGBT+ italiano.

Siamo stanchi di leggere tra le righe di tanti episodi di violenza – fisica e psicologica – l’impressione che le persone gay siano sacrificabili, figlie di qualche oscura divinità minore. Siamo stanchi e incazzati. L’omofobia va fermata prima che si tramuti in lividi e ferite. Va disinnescata prima. Va estirpata. Paolo, e tutte le persone nel mirino di aggressioni omofobiche, non possono restare sole.

L'attentato di ieri sera a Istanbul ha messo una volta di più in luce quanto il tempo storico che viviamo sia fatto di inecrtezze nelle quali si installano come parassiti i discorsi di odio. In questa fase, la Chiesa cattolica si trova costretta tra due fuochi: da una parte l'integralismo che deve allontanare da sé, dall'altra una modernità di diritti e libertà che non riesce a comprendere.

Mentre "chiedeva scusa ai gay" pochi giorni fa, papa Francesco ha anche voluto fare più ampie considerazioni storiche: "Le intenzioni di Martin Lutero non erano sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare. C’erano corruzione, attaccamento ai soldi, al potere e per questo lui ha protestato".

Dopo cinque secoli dalla Riforma, insomma, si possono persino condividerne i motivi essendo il capo dell'organizzazione che la avversa da secoli. Allo stesso modo, si può chiedere scusa "ai gay" ma sempre mantenendo ben nette le distanze: "Si può condannare, ma non per motivi ideologici ma di comportamento politico, una certa manifestazione offensiva per gli altri. Ma sono cose che non c’entrano col problema: il problema è che una persona in quella condizione che cerca Dio chi siamo noi per giudicarla?".

Un colpo al cerchio e uno alla botte, agli omofobi si fornisce la scusa per condannare, ai cattolici progressisti si fornisce al contrario lo spunto per la narrazione di un papa quasi liberale. Non va però dimenticato il contesto nel quale queste parole sono state pronunciate, il viaggio il Armenia, nel quale il capo della Chiesa cattolica ha chiaramente definito lo sterminio armeno del secondo decennio del Novecento ad opera dei turchi un "genocidio". Una storia mai digerita dalla Turchia moderna che infatti ha protestato, non avendo mai ammesso il crimine e sempre obbligando i propri partner a imbarazzanti censure sul tema. Essendo sempre stato un alleato dell'Occidente e membro Nato, il paese a cavallo del Bosforo è riuscito per decenni a garantirsi una buona dose di censura internazionale sul tema.

Oggi però le politiche di Erdogan, particolarmente reazionarie anche dal punto di vista dei diritti LGBT (si pensi al modo in cui è stato represso il Pride di Istanbul), e il suo riappacificarsi col nemico Putin (sono di pochi giorni fa le scuse ufficiali per l'aereo russo abbattuto dai turchi in Siria che aveva causato il gelo diplomatico e l'interruzione delle relazioni economiche), pongono la Turchia in una posizione diversa da quella occidentale. Criticarla, insomma, è in questa fase più politicamente vantaggioso che difenderla per l'Occidente.

Il Vaticano, dunque, si è schierato. Non perchè Bergoglio sia stato illuminato sulla via di Damasco e abbia capito la sofferenza "dei gay" (nulla cambia nella dottrina cattolica), ma perchè deve smarcarsi dalla percezione comune di una Chiesa omofoba che la accomunerebbe all'Islam reazionario e invece ricollocarsi politicamente nell'alveo di un Occidente che ha ormai fatto anche della lotta all'omofobia e dei diritti una questione identitaria: oggi parlare di matrimonio egualitario, diritti civili, omofobia, è anche una questione di politica internazionale, il papa lo sa.

Da Il Fatto Quotidiano (22/6/2016)

La sentenza della Prima sezione civile, depositata oggi, ha bocciato il ricorso della Procura confermando la sentenza della Corte d’appello di Roma che aveva già dato l’ok alla domanda di adozione. In particolare, si è chiarito che l'atto si accorda se realizza "pienamente il preminente interesse del minore"

Una bimba di 6 anni può essere adottata dalla convivente della madre. A deciderlo è stata la Corte di Cassazione che ha dato il via libera alla stepchild adoption. Con la sentenza 12962 della Prima sezione civile, depositata oggi, è stato infatti bocciato il ricorso della Procura confermando la sentenza della Corte d’appello di Roma che aveva già dato l’ok alla domanda di adozione. In particolare, si è chiarito che l’adozione si accorda se realizza “pienamente il preminente interesse del minore”. Nel dettaglio, la Suprema Corte ha affermato due principi e, riferendosi alla adozione oggetto del ricorso, ha evidenziato che “non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore adottando, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice”. L’adozione, ha inoltre affermato la Cassazione, “prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempre che, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore”.

Dopo due sentenze a favore di una coppia di mamme che si sono sposate in Spagna, una delle quali è la mamma biologica di una bambina di sei anni, la procura generale della Cassazione, lo scorso 27 maggio, aveva chiesto di passare la parola alle sezioni unite civili o di accogliere il ricorso della procura di Roma che si è opposta all’ok alla adozione da parte della compagna della mamma della bimba. In particolare, il pg Francesca Ceroni, ai giudici della prima sezione civile, aveva sottolineato che “solo le sezioni unite possono evitare che in Italia si crei una situazione a macchia di Leopardo” e magari in un tribunale si riconosca la stepchild adoption e in un altro no.

Da qui la richiesta di rinviare la parola alle sezioni unite o di accogliere il ricorso della procura di Roma. In particolare, il sostituto procuratore generale ha evidenziato che la legge Cirinnà appena approvata ha stralciato la stepchild adoption e che “la legge 184 dell’83 alla quale si può al momento fare riferimento si occupa solo di infanzia abusata, abbandonata, maltrattata e di genitori in difficoltà. Qui invece abbiamo il caso di una bambina amata e curata dal genitore biologico”. Tesi che la prima sezione civile presieduta da Salvatore Di Palma non ha condiviso convalidando il precedente giudizio di appello.

Prima che uscissero le motivazioni su questo caso era intervenuto, in Aula al Senato, Carlo Giovanardi, parlamentare di centrodestra: “Accetteremo quello che le sezioni unite della Cassazione stabiliranno – aveva detto – ma non scorciatoie che umiliano il Parlamento e la volontà popolare”. Giovanardi ha anche ripreso quella che lui ha chiamato “aggravante”: una precedente decisione – presa dalla prima sezione della Cassazione – “avrebbe dovuto essere presieduta per anzianità, titoli e meriti dal giudice Fabrizio Forte che in febbraio si è dimesso dalla magistratura dopo che l’incarico è stato assegnato ad altro magistrato”. Giovanardi ha anche annunciato una richiesta di chiarimenti al Csm perché “i motivi delle dimissioni che non vorremmo fossero dovute al fatto che il Dr. Forte è cattolico perché in un paese democratico questo non può essere un titolo di demerito”. “Non vorrei – ha concluso Giovanardi – che fossimo di fronte all’ennesimo episodio di scardinamento delle istituzioni e all’ennesimo esempio di ciò che Pannella chiamava ‘furto di legalità'”.

I 40 senatori che a febbraio avevano depositato presso la Corte Costituzionale il ricorso riguardo alla legge sulle Unioni Civili si son visti recapitare un giudizio di inammissibilità, ossia quello che sancisce la mancanza di presupposti per procedere a un giudizio di merito. Insomma, un ricorso senza basi. Fra gli altri Carlo Giovanardi, Gaetano Quagliariello, Luigi Compagna, Andrea Augello, Mario Mauro avevano criticato il ruolo del presidente del Senato Piero Grasso perché l’iter del ddl Cirinnà, secondo loro, avrebbe violato l’articolo 72 della Costituzione che prevede, appunto, che un disegno di legge sia esaminato prima in commissione e poi in Aula.

L'inammissibilità del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevata contro il presidente Grasso, la Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari del Senato e il vicepresidente della Commissione giustizia è motivata dalla Corte con il fatto che "le irregolarità lamentate dai ricorrenti ineriscono tutte alle modalità di svolgimento dei lavori parlamentari sul d.d.l. 2081 [il d.d.l. Cirinnà] come disciplinate dalle norme regolamentari e dalla prassi parlamentare [...]".

 

Dario Accolla su Il fatto quotidiano di ieri analizzava l'italiana difficoltà di dire "siamo tutti gay". I tragici fatti di Orlando  hanno in effetti messo a nudo l'omofobia inconsapevole di un'Italia e di un'Europa che danno peso diverso alle stragi fondamentaliste a seconda dell'obiettivo a cui sono rivolte. Va dato atto a tante iniziative, anche istituzionali, in Francia come in Italia, ma il mondo sportivo italiano ed europeo sembra inerte.

Riproponiamo in merito la lettura di un articolo comparso sul Messaggero il giorno dopo la strage.

Da Il Messaggero (13/6/2016). di Andrea Andrei.

La peggiore strage della storia americana in Europa non vale nemmeno un minuto di silenzio. Cinquanta morti in un locale notturno, proprio come accadde a Parigi, in un quel Bataclan il cui nome, una volta associato a festosi ed emozionanti concerti rock, oggi ci fa venire i brividi. Lì, in quella maledetta sera del 13 novembre 2015, i morti furono 93. Vite spezzate dalla furia omicida di un commando dell'Isis che si accanì sulla folla inerme a colpi di kalashnikov. Una strage per la quale, giustamente, nei giorni seguenti si sono moltiplicati i tributi, i cortei, le fiaccolate, le manifestazioni di cordoglio.

Ieri una carneficina simile è successa a qualche migliaio di chilometri di distanza, in Florida. A sparare, in un frequentatissimo gay club di Orlando, un uomo che aveva le stesse folli motivazioni (se così si possono chiamare) dei killer di Parigi. Eppure l'Europa dello sport, che proprio in quella Francia così profondamente segnata dal terrorismo islamico sta celebrando in un'atmosfera blindata i Campionati Europei di calcio, sembra essere rimasta indifferente. Prima della partita serale di ieri, che vedeva scontrarsi Germania e Ucraina, non è stato tributato nemmeno un minuto di silenzio. Nemmeno un accenno, niente.

Eppure dall'altra parte dell'oceano lo sport si è fermato eccome. In Copa America, tifosi e giocatori brasiliani e peruviani, prima della partita che ha poi sancito l'eliminazione dei verdeoro, hanno osservato, abbracciati, un minuto di silenzio. Stessa cosa è accaduta nei match della MLB, la lega di baseball.

Ma qui niente. Come se le stragi e il terrorismo ormai facessero davvero parte della quotidianità, come se non rappresentassero più un'eccezione per cui è necessario fermarsi, almeno un minuto.

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Atto terrristico e crimine d'odio, queste le pieste su cui si indirizzano le indagini. Omar Mateen, cittadino americano figlio di rifugiati afghani. Nato a New York nel 1986 e residente della città Port St.Lucie, in Florida, è anche iscritto al partito democratico. E’ il killer della strage del locale gay di Orlando, il Pulse, dove è entrato alle due di notte (otto in Italia) e ha sparato uccidendole 50 persone, ferendone 42. Per la polizia si tratta di “un atto terroristico interno” e l’Fbi indaga sulla pista dell’estremismo islamico per quella che è “la più grande strage di massa nella storia degli Stati Uniti” dopo il massacro del 2007 al Virginia Polytechnic Institute, in cui sono morte 32 persone.

L'uomo avrebbe avuto addosso anche un ordigno esplosivo, poi fatto brillare dalla polizia. Il padre del ragazzo avrebbe dichiarato che "il movente religioso non c'entra nulla", ma avrebbe confermato la pista omofobica, poichè, ha raccontato il padre, il ragazzo sarebbe rimasto infastidito dal bacio di due ragazzi gay.

Su Twitter il trending topic di oggi è #PrayForOrlando.

La notizia, che arriva nel mese dei Pride, non potrà non coinvolgere tutta la comunità LGBT mondiale in un abbraccio ai parenti delle vittime e ai sopravvissuti, cui tutta la redazione di Gaynews su unisce. Da oggi la stagione dei Pride 2016 dovrà necessariamente fare i conti misure di sicurezza che saranno certamente maggiori. L'impegno che tutta la comunità deve prendersi - e che Gaynews sostiene con forza - è quello di dimostrare agli assassini che noi non abbiamo paura di essere orgogliosi.

La redazione di Gaynews.

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