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Unioni civili a Bolzano: …

Da Alto Adige (9/8/2016) Unioni civili, monta la polemica. Mentre in diversi comuni italiani come M...

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Il testo del maxiemendamento d…

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Di Primo Di Nicola e Antonio Pitoni, da Ilfattoquotidiano.it (19/2/2016) In un post su Facebook la ...

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Valerio Mezzolani

Valerio Mezzolani

"Si avvicina per l'Italia un momento storico. Questa sera la commissione giustizia ha concluso l'esame degli emendamenti alla proposta di legge sulle unioni civili ed ora il voto finale sella legge e' piu' vicino. un momento storico atteso da oltre trent'anni". Lo ha scritto ieri sera Micaela Campana, relatrice della proposta di legge sulle unioni civili al termine dei lavori della commissione giustizia.

In serrata seduta notturna, ieri sera alle 22:30 c'erano ancora da discutere 33 emendamenti. Alle 22:50 la conta era a zero; ora bisognerà aspettare i pareri delle commissioni, poi si darà mandato al relatore e ai primi di maggio si prevede l'approdo in aula.

Fra i tanti, ieri è stato discusso e bocciato anche l'emendamento presentato da Forza Italia sull'obiezione di coscienza dei sindaci per rifiutarsi di celebrare le unioni civili tra persone dello stesso sesso, una iniziativa che significativamente Il Giornale intitolava "Obiettori contro Renzi", rendendone palese il significato politico, ma che uno dei promotori, Mario Agnelli sindaco di castiglion Fiorentino, si era sbrigato a spiegare così: “Voglio tranquillizzare tutti, non sono un alieno e Castiglion Fiorentino non è un paese di alieni, è un comune di 13.500 abitanti in cui ci sono diverse sensibilità, tra cui la mia, sul tema delle unioni civili”. Sensibilità che per fortuna la commissione giustizia della Camera ha definitivamente archiviato.

Nell'ambito della discussione sulla gestazione per altri di due giorni fa, il discorso di Michaela Campana aveva già posto in evidenza la pretestuosità delle polemiche sul tema: "Abbiamo assistito, Presidente, ad una discussione feroce in questi mesi, dai toni spesso violenti contro adulti più o meno noti. Abbiamo assistito a una discussione sulla gestazione per altri come argomentazione fuorviante sul tema dei diritti civili, come passaggio antidiscriminatorio fondamentale che questo Paese aspetta da trent'anni. Abbiamo ascoltato messaggi e parole spesso violenti verso quei bambini e io ho sempre pensato che questi bambini un giorno cresceranno e probabilmente ascolteranno queste parole e saranno anche loro colpiti dalla stessa violenza. Diceva Ginott che i bambini sono come il cemento umido: tutto quello che li colpisce lascia un'impronta. Ecco, quei bambini, che un giorno saranno adolescenti, che saranno i cittadini futuri, uomini e donne di questo Paese, noi abbiamo il diritto e il dovere di farli sentire parte di una comunità che mette tutti sullo stesso piano, fruitori di diritti e donatori di doveri."

Ora si attende la discussione alla Camera, e si spera di non dover risentire i toni e le offese già ascoltati al Senato.

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Da giovedì 21 a domenica 24 aprile torna alla Casa del cinema di Roma la quinta edizione del Nordic Film Fest, che promuove la cinematografia e la cultura dei Paesi Nordici, presentando film inediti in Italia, a ingresso libero in versione originale con i sottotioli.

Il tema di quest’anno della rassegna è l’Amore Nordico articolato in tutte le sue declinazioni. Oltre alle proiezioni il festival prevede presentazioni e incontri con ospiti internazionali come registi, attori, attrici, produttori. Nella giornata di sabato 24 ci sarà il consueto spazio speciale dedicato a documentari e corti a cura del Circolo Scandinavo.

Tra i film in programmazione segnaliamo Tyttökuningas (La ragazza Re) (Finlandia/Canada/Svezia/Germania/Francia, 2015) di Mika Kaurismäki sui ruoli e gli stereotipi di genere messi in discussione dalla regina Cristina di Svezia, cresciuta come un uomo e vissuta negli ultimi anni della sua vita a Roma, dove diede vita a una corte che inaugurò la cultura del classicismo accademico, prima di essere sepolta - insieme a sole altre due donne - nella basilica di San Pietro. Un piacevole ritorno per il regista finlandese che aveva presentato il progetto proprio a Roma, durante L'edizione del festival del 2013, insieme all’attrice protagonista, la svedese Malin Buska, che ha vinto per questa interpretazione il premio come migliore attrice al Festival di Montreal. The Girl King verrà proiettato nella serata inaugurale, giovedì 21 aprile alle ore 18:30 su invito e alle ore 21 nella proiezione aperta al pubblico.

Segnaliamo anche Nånting måste gå sönder (Qualcosa si deve spezzare) (Svezia, 2014) della regista transgender Ester Martin Bergsmark, che racconta la storia d’amore tra due ragazzi, l’androgino Sebastian e Andreas, che non si considera gay. Il film, scritto dalla stessa Bergsmark, è tratto dal romanzo Voi siete le radici che dormono ai miei piedi e tengono la terra ferma della scrittrice transgender Eli Levéns (alla quale Bergsmark ha dedicato il suo primo film) che ha collaborato alla sceneggiatura, ma è anche frutto delle personali esperienze di entrambe. Il film sarà proiettato sabato 23 alle ore 21.00 alla presneza di Ester Martin Bergsmark e della produttrice Anna-Maria Kantarius. Bergsmark, molto conosciuto all'estero, per la creatività e per le tematiche che affronta nelle sue opere, è paragonato a Xavier Dolan e addirittura a Derek Jarman. Gaynews la intervisterà in occasione del Nordic Film Fest 2016.

La redazione di Gaynews.

Da Il Fatto Quotidiano (17/4/2016)

Che intorno a Marine Le Pen si ritrovassero diversi consiglieri omosessuali (dichiarati) era cosa nota: tra gli altri, l’influente Florian Philippot, vicepresidente del Front National. O Sébastien Chenu, suo portavoce alle ultime regionali, un tempo addirittura fondatore del movimento Gaylib. Ma al di là di quella che qualcuno (il patriarca Jean-Marie in testa) definisce la “lobby gay” dell’Fn, la Le Pen è riuscita a sfondare incredibilmente nell’elettorato Lgtb. Nel 2011, quando prese le redini del partito di estrema destra, puntava alla “dédiabolisation”, lo sdoganamento della formazione: con i gay l’obiettivo è centrato.

Lo dimostrano alcuni dati contenuti nel libro “Rose Marine”, appena pubblicato da Editions du moment, dove la giornalista Marie-Pierre Bourgeois analizza il fenomeno. Ebbene, secondo un sondaggio della società Cevipof, giudicata affidabile, al primo turno delle regionali del dicembre scorso il 32,45% delle coppie gay sposate (ne sono state intervistate 725) ha dichiarato di aver votato per il Front National. Siamo sopra la media nazionale, il 27,73%. Ed è un dato in ascesa: poche settimane prima delle presidenziali (il primo turno), nel 2012, il Cevipof aveva realizzato un sondaggio in un campione di elettori omosessuali e bisessuali (allora non c’era ancora il matrimonio) e solo il 19,25% aveva ammesso di voler votare per Marine Le Pen, contro il 49,5% per François Hollande (nettamente sopra la media nazionale). Tradizionalmente proprio a sinistra andavano le simpatie politiche della comunità gay, mentre nella stessa inchiesta, al primo turno delle regionali, è stato il 34,66% a votare la gauche, una percentuale ormai poco sopra quella dell’Fn.

Cos’è successo? Anche perché, nel programma ufficiale del Front National, c’è l’eliminazione del “mariage pour tous” (il matrimonio gay, autorizzato sotto François Hollande), nel caso il partito di estrema destra andasse al potere: l’Fn vuole ritornare alla situazione precedente, in cui erano disponibili solo i Pacs, le unioni civili. Secondo la Bourgeois, bisogna ritornare indietro, al 10 dicembre 2010. Quel giorno Marine Le Pen pronunciò un discorso a Lione. E disse: “Sento che, sempre di più, in certi quartieri, non è facile essere donne, omosessuali ed ebrei. E neppure francesi o bianchi”. “È stata una frase molto importante – osserva Yannick Barbe, giornalista e militante della comunità Lgtb, ex vicedirettore della rivista gay Têtu -. Marine Le Pen ha detto sostanzialmente all’elettorato omosessuale: so che soffrite di discriminazione. E chi vi discrimina? Gli immigrati e i musulmani”. Didier Lestrade, altro scrittore e militante, nei giorni scorsi ha scritto per il sito Slate: “La Le Pen utilizza i gay bianchi per mostrare che il problema sono sempre gli immigrati, i neri e gli arabi”. È una ricetta che apparentemente funziona. In un certo senso lo ammette anche Chenu, oggi consigliere del Front nella regione del Nord, vicinissimo alla Le Pen: “Chi protegge meglio i deboli? Marine Le Pen. Un gay che viene aggredito, perché è gay, va a ricercare un discorso d’autorità”.

D’altra parte l’avvicinamento di una parte crescente dell’elettorato Lgtb a formazioni politiche come l’Fn è un fenomeno ormai europeo. L’Udc, il partito populista svizzero, ha creato una sezione gay. E uno degli alleati della Le Pen, l’olandese Geert Wilders (del Partito per la libertà), utilizza già la protezione dei diritti degli omosessuali come un argomento contro l’intolleranza dei musulmani. In fondo, proprio in Olanda, all’inizio degli anni Duemila, il populista Pim Fortuyn faceva della sua omosessualità uno dei fermenti dell’avversione all’islam e all’immigrazione. Nel caso del Front National, però, ci sono alcune differenze e parecchie contraddizioni. I gay dichiarati che circondano Marine Le Pen sono molto poco rivendicativi e restano riservati sulla causa Lgtb. Lo stesso Philippot ha detto di recente che “il matrimonio gay è un dibattito importante come quello sulla cultura del bonsai”: per dire che non è una priorità. Non solo: se Marine Le Pen nel 2013 mai scese in piazza con i manifestanti contro il matrimonio gay, si fece invece notare in prima fila Marion Maréchal-Le Pen. In marzo la nipote di Marine ha detto addirittura che “il riconoscimento del “mariage pour tous” apre la strada a quello della poligamia”. L’omofobia dell’Fn di un tempo non sembra completamente superata. Oppure, in maniera molto furba, Marine e compagnia cercano di conquistare un nuovo elettorato, strizzando ancora l’occhio a quello tradizionale (e tradizionalista) del partito. Così da non perderlo.

D’altra parte, come ricordato nel libro, le contraddizioni in questo campo accompagnano il Front National fin dai tempi di Jean-Marie Le Pen. Lui definiva l’omosessualità “un’anomalia biologica e sociale”. Ma al tempo stesso era amico della trans Maud Marin. E Jean-Claude Poulet-Dachary, che fu il vero artefice della conquista negli anni Novanta della gestione municipale di Tolone da parte dell’Fn, aveva una doppia vita (di notte nei bar gay). Neanche troppo nascosta.

Il provvedimento sulle unioni civili ora in discussione in Commissione Giustizia alla Camera dovrebbe arrivare a maggio in Aula e si preparano i fronti dello scontro dopo quelli già visti in Senato, che hanno portato allo stralcio dell'adozione del figlio del partner, la stepchild adoption che ora non fa più parte del testo.

Si divide anche iil gruppo di Forza Italia, dove le due ex ministre Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo hanno provato i colleghi a dire sì al ddl del PD, trovando l'opposizione, tra gli altri, di Daniela Santanchè e Francesco Paolo Sisto. L'incontro nel quale si è svolta la discussione interna agli azzurri ha visto la partecipazione di una quindicina di deputati del gruppo sui 53 totali, ma è stato comunque un momento importante, dal momento che al Senato Forza Italia aveva votato contro lo stesso provvedimento, invocando polemicamente l'intervento del Capo dello Stato per via del 'soccorso' al governo arrivato dai verdiniani di ALA.

Intanto la discussione in Commissione Giustizia prosegue. "Il cuore della legge è salvo. Oggi abbiamo difeso il comma 20 da tutte le proposte di modifica e soppressione presentate da chi non vuole che le persone abbiano tutte uguali diritti" ha detto Micaela Campana, responsabile diritti della segreteria nazionale del PD e relatrice in commissione Giustizia della proposta di legge sulle unioni civili. Il comma 20 consenta continuo e costante adeguamento dell'ordinamento giuridico all'istituto dell'unione civile. Si tratta della norma di chiusura della normativa che attraverso l'istituto dell'analogia equipara i partner ai coniugi, mantenendo però delle chiare distinzioni per quanto riguarda la filiazione. Si tratta di una norma destinata alla pubblica amministrazione ed ha una chiara funzione antidiscriminatoria: dove il legislatore non ha previsto espressamente, ci pensa insomma l'art. 20 con una norma di rimando a colmare lacune e ad adattarsi alle disposizioni future.

"Dietro al riconoscimento delle unioni civili c'è una scelta di fondo" ha concluso Campana, "dare dignità alla vita delle persone come singole e come coppie. E la dignità non conosce mezze misure, o è totale o non c'è".

Sette mesi prima che Giulio Regeni fosse rapito e ucciso in Egitto, un altro italiano veniva incarcerato senza motivo nel Paese del presidente Al Sisi. Fermato in strada al Cairo da due agenti in borghese mentre tornava a casa, il ragazzo — un trentenne che dal 2011 lavorava in Egitto — venne caricato a forza su un furgone, ammanettato e portato al Mogamma, il palazzo governativo di Piazza Tahrir.

"Ancora non so perchè mi hanno arrestato" ha spiegato il ragazzo "forse perchè ero straniero, forse per il fatto di essere gay, e per questo obiettivo del governo egiziano".

Resterà in carcere 27 giorni, senza conoscerne inizialmente i motivi e senza possibilità di comunicare con l’esterno, senza la possibilità di contattare nemmeno l'ambasciata. «Durante l’interrogatorio tirarono fuori dalla mia borsa il telefono e il portafoglio. Poi mi mostrarono un secondo telefono, chiedendo se fosse mio. Negai, anche se insistevano: scrissero a mano un verbale e mi chiesero di firmarlo. Rifiutai», racconta al Corriere, chiedendo di restare anonimo per tutelare familiari e amici rimasti al Cairo. Il ragazzo racconta di aver assistito in più occasioni ai trattamenti riservati ai detenuti: "Molto simile a quello che, a quanto leggo, è stato riservato a Giulio Regeni". Non è stupito dai depistaggi del governo egiziano sul caso dell'omicidio del ricercatore italiano: "Con me si sono inventati che organizzavo incontri sessuali a pagamento".

«Chiesi più volte di parlare con l’ambasciata italiana, un diritto che mi spettava e che mi è stato negato», ricorda. «Sono stato fermato il 6 luglio e il 27 ho visto per la prima volta il giudice, che mi ha assolto per assenza di prove. Sono stato scarcerato il 2 agosto».

fonte: corriere.it (10/4/2016)

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Mentre in Parlamento prosegue il percorso sulle unioni civili, la "via giudiziaria" segna un altro passo, purtroppo non positivo, nella lotta per il matrimonio egualitario.

E' stato infatti rigettato dal tribunale civile di Roma il ricorso di due donne che si erano sposate in Portogallo e si erano rivolte al giudice dopo che la circolare di Alfano, il 7 ottobre 2014, aveva vietato le trascrizioni di matrimoni fra persone dello stesso sesso contratti all'estero. Una notizia di per sé negativa ma che il giudice ha motivato con un J'accuse all'inerzia del Parlamento.

Le motivazioni con cui il giudice Franca Mangano ha motivato la sentenza spiegano che "non può essere colmato per via giudiziaria il vuoto normativo conseguente all'inerzia del legislatore italiano (rilevata dalla Corte di Strasburgo con sentenza del 21 luglio 2015), il quale ancora non si è adeguato alle plurime indicazioni dei giudici nazionali, della Corte Europea dei diritti dell'uomo, e anche del Parlamento Europeo".

L'avvocato delle due donne, Luciano Vinci, ha letto questo atteggiamento come un irrigidimento "su una lettura letterale della norma che fa espresso riferimento a 'marito' e 'moglie' nella celebrazione del matrimonio", ossia l'articolo 107 codice civile. La proposta di Vinci, non accolta, era invece quella di un'interpretazione costituzionale (art. 3) secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e sul fatto che, "se è vero che nel nostro ordinamento il matrimonio omosessuale non è previsto, è altrettanto vero che non è vietato". L'avvocato ha assicurato che sarà presentato ricorso in appello.

fonte: repubblica.it

 

Via libera della Corte Costituzionale della Colombia alle nozze tra persone dello stesso sesso. La Corte si è pronunciata giovedì, con sei voti a favore e tre contro, stabilendo che le coppie gay e lesbiche possono sposarsi.

Il Paese diventa così il 23esimo al mondo e il quarto in Sudamerica (dopo Argentina, Brasile e Uruguay) ad avere detto sì ai matrimoni egualitari. Attivisti e sostenitori della legge avevano dalla loro parte anche il presidente del Paese Juan Manuel Santos che, nei giorni scorsi, aveva sottolineato come negare alle coppie omosessuali di sposarsi fosse discriminatorio. La sentenza – storica - arriva dopo che la Corte, nel 2011, aveva stabilito come due persone dello stesso sesso costituiscano famiglia.

Cinque mesi fa era arrivato inoltre il via libera della Corte Costituzionale alle adozioni per le coppie dello stesso sesso, anche se il diritto all'adozione del figlio biologico - tanto vituperato dalle opposizioni reazionarie in Italia - era già riconosciuto dalle norme colombiane. L'adozione piena era giunta dopo che si era deciso un cambio si strategia: dal diritto di adottare per le coppie composte da persone dello stesso sesso si è passati al diritto del minore ad avere una famiglia, modificando tre articoli del Codice dell'Infanzia e dell'Adolescenza. I risultati del primo voto della corte in merito all'adozione, nel febbraio 2015, sono stati così ribaltati in novembre, facendo passare i favorevoli da quattro a sei.

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(AdnKronos) - In tutto 84 film tra lungometraggi, cortometraggi e documentari. Un ricco ventaglio di proposte, animato da una pluralità di voci, che rappresentano il cinema Glbt in tutta la sua varietà. Nel segno di 'Infiniti sensi. Precise direzioni' torna a Torino, dal 4 al 9 maggio, il 'Tglff - Torino GAY & Lesbian Film Festival' , che quest'anno taglia il traguardo della sua 31esima edizione. Ospitato nella Multisala Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema, il festival proporrà 8 anteprime mondiali, 1 anteprima europea e 56 anteprime italiane. Le nazioni più rappresentate, con 18 film, sono gli Usa e l'Italia, a cui è dedicata la sezione 'Km 0: gli italiani'. Il festival riserverà un omaggio particolare ad alcuni protagonisti del cinema italiano scomparsi recentemente come ad esempio Ettore Scola, di cui verrà proiettata la versione restaurata di 'Una giornata particolare' (Italia, 1977), alla presenza della figlia Silvia a sua volta sceneggiatrice. Spiccano poi la Germania, con 9 titoli, il Regno Unito, con 6, Canada e Francia, entrambi con 5 pellicole. Tra le altre, si segnalano opere dall'Iraq (in coproduzione con la Germania), dal Vietnam, da Taiwan e da Cuba. Un'attenzione particolare sarà riservata a India e Tunisia.

Il Festival ricorderà inoltre Gianni Rondolino, morto a gennaio, con la proiezione di 'Un chant d'amour' di Jean Genet (Francia, 1950), opera di cui rimase impressionato dopo averla vista al 7° Tglff, a trent'anni dalla scomparsa del regista francese, e David Bowie, scomparso il 10 gennaio, del quale sarà ripercorsa la vita artistica con una selezione dei suoi videoclip più significativi. Il Torino GAY & Lesbian Film Festival è amministrato dal 2005 dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e si svolge con il patrocinio del Mibact - Direzione generale per il Cinema, della Regione Piemonte e del Comune di Torino. Il Torino GAY & Lesbian Film Festival è online su: www.tglff.it.

Dal Fatto Quotidiano 3/4/2016

Fenomeno nascosto, ma in aumento e operatori non ancora formati per affrontare il problema. Tra le persone in fuga dai propri paesi ci sono anche le vittime di soprusi per il proprio orientamento sessuale. Il rischio per loro è di venire scoperti dai compagni di viaggio che, molto spesso, continuano a discriminarli. L'aiuto di Migra (Arcigay) e Migrabo: "Diamo assistenza legale e garantiamo l'assoluto anonimato. Per loro è pericoloso lasciare una qualsiasi traccia"

Said ha quasi 30 anni. Oggi vive e lavora in Italia, ma prima di arrivare a Genova ha passato sei anni in un carcere marocchino, per aver confessato la propria omosessualità. Karim invece è nato in Iran, è un transessuale. Quando i suoi genitori hanno scoperto che si era fatto rimuovere il seno, lo hanno picchiato, aprendogli le cicatrici e costringendolo a tornare in ospedale. Sono storie diverse, ma legate da un filo comune, quello che unisce le centinaia di migranti gay, lesbiche, transessuali e bisessuali, che ogni anno fuggono da maltrattamenti, violenze e discriminazioni. Basti pensare che nel mondo, secondo l’Ilga, associazione internazionale per i diritti lgbt, ci sono ancora 78 paesi in cui l’omosessualità è fuorilegge, e di questi 7 prevedono la pena capitale.

Una realtà ancora poco conosciuta quella dei migranti lgbt, anche tra chi lavora nei servizi per l’accoglienza, ma in aumento insieme alla crescita dei flussi migratori. E che pone davanti nuove problematiche, perché spesso queste persone, una volta ottenuto lo status di rifugiato, si ritrovano sole, senza una casa e senza un lavoro. Discriminati perché stranieri e allontanati dalla loro comunità perché gay. In Germania, ad esempio, sono stati da poco progettati due centri di accoglienza, uno a Berlino e l’altro, più piccolo, a Norimberga, riservati esclusivamente a transessuali e omosessuali. Lo scopo è quello di proteggerli da violenze e abusi che spesso subiscono dagli altri stranieri.

In Italia, esistono diverse realtà, come lo sportello Migra dell’Arcigay (pioniere per quanto riguarda il tema), specializzate proprio nell’aiuto degli stranieri in fuga da omofobia e transfobia. Fare una stima esatta dei numeri, per ora, è impossibile. Prima di tutto perché non sono mai state realizzate statistiche ufficiali per capire la dimensione del fenomeno, e poi perché ci sono molti che non hanno il coraggio di chiedere aiuto, si rifiutano di ammettere la propria identità, o la vivono come una seconda vita, tenendola nascosta per paura. Alcuni poi si muovono autonomamente per fare richiesta di protezione, senza rivolgersi alle associazioni.

"Noi in circa sei anni siamo entrati in contatto con 200 persone" racconta Giorgio Dell’Amico, responsabile nazionale di Migra. Per ottenere la protezione non è necessario che il paese di origine abbia leggi che proibiscono l’omosessualità. “La commissione esamina la storia del migrante, che deve essere attendibile. La persecuzione può essere statuale o non statuale. Può arrivare anche da un capo villaggio o da un’autorità religiosa". Da molti anni Dell’Amico offre aiuto psicologico e assistenza a chi abbandona la propria terra, in cerca di maggiori diritti. "Alcuni hanno alle spalle un passato di sofferenze. Ci sono storie drammatiche, di persone che sono state costrette a nascondersi per tanti anni, di altre che hanno subito vessazioni, violenze, o pressioni della famiglia perché si sposassero".

In maggioranza si tratta di uomini e non c’è una nazionalità in cima alla classifica. "Abbiamo assistito persone dall’Iran, dal Bangladesh, dal Marocco, dalla Russia e dal Camerun“, spiega Jonathan Mastellari, portavoce di Migrabo, associazione di Bologna. "Ora stiamo seguendo un ragazzo che viveva in un paese sulle montagne dell’Albania. Lì c’è ancora un ambiente molto omofobico". Ci sono casi di violenza che mettono i brividi. "In passato abbiamo aiutato un ragazzo gay del Pakistan: suo padre, dopo averlo scoperto, ha ucciso il fidanzato".

I nove volontari di Migrabo, alcuni dei quali stranieri che hanno già fatto il percorso di asilo, sono preparati a 360 gradi. "Aiutiamo a compilare i documenti per la richiesta di protezione e a ricostruire la propria storia. Diamo assistenza legale e una mano nella ricerca di un alloggio. Spesso scappano dall’omofobia, per poi ritrovarla tra i connazionali nel paese dove migrano". Anche per questo l’associazione ha deciso di non produrre volantini o materiale cartaceo. “C’è il rischio, ad esempio, che un compagno di stanza possa trovare un volantino nella tasca dei jeans e capire così la vera identità di chi vive con lui. Ogni traccia può essere pericolosa per il migrante, ed esporlo a violenze e ostilità". Oggi Migrabo sta cercando di allargarsi, andando ad aprire punti di ascolto anche in zone non coperte. "Vorremmo creare una rete più solida. Con l’aumento del processo migratorio cresce anche il bisogno di questo tipo di servizi. Ma è necessaria anche una maggiore preparazione di chi lavora nei centri, in carcere, nelle mense e nei dormitori. Ci sono persone che non hanno la formazione adeguata, si improvvisano".

Dal Corriere Adriatico (4/4/2016).

PORTO RECANATI (MC) - Lo portano in un luogo appartato. Lo picchiano e lo rapinano dopo alcune pesanti minacce a sfondo sessuale. La vittima è un gay (più corretto dire "una persona omosessuale", ndr) che ha denunciato tutto ai carabinieri. L’episodio di violenza, i cui contorni sono ancora da chiarire, è avvenuto lo scorso fine settimana, dopo mezzogiorno, a Porto Recanati, nei pressi della foce del fiume Potenza.

Sono pochi gli elementi trapelati e, stando a quanto ricostruito, il bersaglio dell’agguato (di nazionalità italiana) è stato bloccato da due uomini che lo hanno portato in un posto isolato. E una volta sicuri di essere lontani da sguardi indiscreti, hanno messo a segno il loro piano. Hanno picchiato la vittima e l’hanno minacciata. “Ora ti violentiamo, ora ti violentiamo”, avrebbero ripetuto gli aggressori mettendogli le mani addosso. Poi gli hanno rubato il telefono cellulare e sono fuggiti, facendo perdere ogni traccia. 

Un vero e proprio incubo durato diversi minuti per l’uomo finito nel mirino dei malviventi. Nonostante lo choc per l’aggressione subita, ha trovato la forza di denunciare l’accaduto ai carabinieri che ora stanno indagando al fine di risalire agli autori della rapina.  

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