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Unioni civili, Gian Carlo Caselli: "La chiesa ha legiferato per prima nel 400 col canone 17"

  • Nov 04, 2015
  • By  Il Fatto Quotidiano
Published in Opinioni

L'adozione di norme che riconoscano le unioni di fatto contrappone aspramente laici e cattolici integralisti, fa litigare Stato e chiesa, dilania politici persino dello stesso governo. I magistrati, chiamati a decidere casi complessi in assenza di norme, e quindi con acrobazie senza rete, aspettano ansiosi.

La questione non è del tutto nuova. Anzi per certi profili è storia vecchia di secoli. Solo che una volta era la chiesa a doversi barcamenare per far valere il suo punto di vista. Oggi la situazione è rovesciata e tocca allo Stato destreggiarsi, quanto meno per non urtare la suscettibilità del Vaticano che le intromissioni nel caso Marino hanno reso lampanti.

Ed ecco la storia. Per molto tempo ci si è arrovellati circa un'eventuale ammissione del concubinato da parte della chiesa. Il rebus nasceva dal canone 17 del primo concilio di Toledo (anno 400: all'epoca i concili provinciali dettavano precetti validi non solo nell'ambito geografico di pertinenza), che sembrava ammettere il concubinato non escludendo dalla comunione dei fedeli chi avesse un'unica concubina. Ma era una strana concubina, perché si richiedeva che fosse tenuta con affectio maritalis.

Nel diritto romano, classista come pochi, c'era almeno una decina di categorie di donne (le più diverse: dalle "sceniche" alle liberte alle "obscuro loco natae", cioè in generale le donne del basso proletariato) che non si potevano sposare, ma solo tenere come concubine. Il nascente diritto canonico non era ancora così solido da potersi imporre sul diritto romano, qualificando come matrimonio un'unione da questo vietata. Ma neppure poteva scomunicare i tanti (ed erano davvero tanti) che conformandosi ai precetti cristiani sceglievano di convivere con una sola donna tenendola "pro uxore", come moglie. Di qui la soluzione del canone 17: consentire il concubinato esclusivamente nel caso di concubina unica "pro uxore habita". Una specie di unione di fatto ante litteram

Dunque, la chiesa ha dovuto e saputo nel passato adattarsi alle leggi dello Stato per venire incontro alla situazione di fatto dei suoi fedeli. Oggi la situazione sembra essersi capovolta. Lo Stato (quanto meno la parte di esso che vorrebbe intervenire) in tema di unioni di fatto cerca di trovare soluzioni normative di compromesso, che non dispiacciano troppo alla chiesa. Cerca lui di adattarsi. Ma non riesce a trovare la quadra, la via d'uscita per districarsi da un groviglio di timori, timidezze, incertezze e dubbi. Esibisce circospezione e prudenza, fino al punto di rinviare e di fatto bloccare qualunque soluzione di legge.

Eppure la chiesa dimostra come sia importante fare il proprio mestiere, assolvere coerentemente il proprio ruolo "istituzionale", nel 400 come oggi. Pretendere dallo Stato uno Stato di diritto che faccia lo stesso, adempiendo i suoi doveri, certamente non è troppo. E se proprio si dovesse ricorrere a qualche "escamotage", che almeno sia intelligente e dignitoso. Comunque rispettoso della identità di chi legifera e nello stesso tempo preoccupato delle istanze che la comunità in maggioranza esprime. L'unica cosa non ammissibile è il rifiuto di prendere posizione. Anche quando si tratta di una situazione proteiforme come quella delle unioni di fatto (dove morali diverse confliggono nella ricerca o esclusione di una soluzione legislativa). Anche questo insegnamento, attraverso il canone 17 del primo concilio di Toledo, ci viene dalla chiesa (del 400).

di Gian Carlo Caselli