Mar 25, 2017 Last Updated 4:05 PM, Feb 27, 2017
Valerio Mezzolani

Valerio Mezzolani

Il presidente ceco Milos Zeman preme per la nomina come ambasciatore in Vaticano del suo ormai ex capo del cerimoniale, Jindrich Forejt, appena defenestrato dopo la diffusione di video che lo riprendono in scene di sesso e mentre sniffa una sospetta polvere bianca.

"Posso dire che con me ha sempre svolto i suoi compiti in maniera egregia e ribadisco che sarei personalmente molto lieto se potesse diventare ambasciatore del nostro Paese in Vaticano, una carica per la quale d'altronde è stato già designato dal precedente governo" ha dichiarato Zeman, sottolineando che "la cosa ora è nelle mani del nostro ministero degli Esteri e della Santa Sede, ma per me rimane il candidato ideale". Parole che hanno lasciato sbalorditi i giornalisti e nessun riferimento al fatto, da parte presidenziale, che della vicenda Forejt e del clamore suscitato, stiano cominciando a interessarsi una serie di organi dello stato, ad iniziare dall'Ente per la sicurezza nazionale e dalla Centrale nazionale antidroga. E chiaramente per motivi che non hanno niente a che fare con possibili nomine in Vaticano. Proprio oggi il ministro dell'Interno, Milan Chovanec, ha chiesto che la magistratura apra una inchiesta per capire se il video sia stato realizzato allo scopo di ricattare l'ex capo del cerimoniale. Secondo la versione ufficiale Forejt - 39 anni, responsabile dell'Ufficio del protocollo del Castello di Praga dal 2004 - si è dimesso "per motivi personali e di salute", ma è sin troppo evidente come sia stato costretto a farsi da parte in conseguenza dello scandalo.

I video, in totale a quanto pare otto, che da alcune settimane venivano offerti alle redazioni dei giornali cechi, sono stati comprati da Hlidaci Pes (Il cane da guardia), un notiziario on line. I suoi responsabili non li hanno pubblicati, né hanno intenzione di farlo. Hanno però descritto il contenuto scabroso, diffondendo alcuni fermo immagine di carattere inequivocabile. Zeman è un personaggio già in passato fattosi notare per dichiarazioni fuori dalle righe e insolite per un capo di stato, ma tornando alle sue odierne rimane il dubbio se si sia trattato di una semplice gaffe, oppure di una manifestazione presidenziale di perfida ironia. Forejt è una figura molto nota al pubblico ceco, dall'immagine inappuntabile, oggetto qualche volta di ironia da parte dei media per la sua abitudine, durante le visite di stato al Castello di Praga, di piazzarsi non alle spalle dei potenti di turno, ma sempre al loro fianco, protagonista immancabile di tutte le foto ufficiali. Una abitudine che gli è valsa il nomignolo, soprattutto fra cameraman e fotografi accreditati, di "Forrest Gump del Castello di Praga".

In passato sono circolate voci sulla sua presunta omosessualità, ma la cosa è sempre stata classificata come una questione del tutto privata, in un paese come la Repubblica Ceca, dove vige un elevato grado di tolleranza per il mondo gay. Molto cattolico, insignito alcuni anni fa dell'Ordine di San Gregorio Magno da Benedetto XVI, Forejt ha sempre mostrato di avere particolarmente a cuore la possibilità di essere destinato un giorno a Roma come ambasciatore presso il Vaticano. Il quotidiano di Praga Hospodarske noviny ha titolato oggi, riferendosi a questa storia "Pulp Fiction nel Castello di Zeman". La tesi è che dietro questa vicenda ci siano degli intrighi interni agli uffici presidenziali. L'ipotesi, pur senza accuse dirette, è che a far cadere Forejt siano stati il cancelliere Vratislav Mynar e il consulente presidenziale Martin Nejedly, due personaggi dall'immagine molto controversa e di cui è noto l'influsso che entrambi esercitano sul capo dello stato. Il primo continua a rimanere al fianco di Zeman come cancelliere, pur essendogli stato sempre negato dalle autorità competenti il necessario nulla osta di sicurezza. Il secondo, dopo aver a lungo svolto attività imprenditoriale in Russia, è stato responsabile della Lukoil in Repubblica Ceca e fra i fondatori del Partito dei diritti dei cittadini, il movimento che ha posto le basi per la elezione presidenziale di Zeman. A loro volta soprannominati "il gatto e la volpe", si sussurra che Mynar e Nejedly da tempo le stessero provando tutte per far scivolare Forejt, "insaponandogli le scale della sede presidenziale". E questa volta il Forrest Gump del Castello di Praga non è riuscito a evitare la caduta.

Da Il fatto quotidiano (6/12/2016). Intervista di Davide Turrini

Appena ventisette anni e sei film da regista, uno più importante, stimolante e apprezzato dell’altro. Il fenomeno Xavier Dolan con È solo la fine del mondo (Juste la fine du monde) – nelle sale italiane dal 7 dicembre distribuito da Lucky Red – conferma la sua parabola ascendente nel proporre un cinema a tutto tondo che incanta esteticamente e sconvolge per ogni risvolto di scrittura. La storia di È solo la fine del mondo è quella di Louis, uno scrittore teatrale (Gaspard Ulliel), che torna a casa per un giorno a ritrovare i suoi cari. Ad attenderlo, con malcelata trepidazione, ci sono la madre (Nathalie Baye), la sorella Suzanne (Léa Seydoux), il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel) e la cognata Catherine (Marion Cotillard). Il protagonista non fa ritorno nel paesino natale canadese, immerso in un caldo terribile, da ben dodici anni. L’improvvisa U-turn, dettata da un dettaglio che promettiamo di non rivelare, ma che è letteralmente dirompente sia per il futuro del protagonista che, se venisse mai svelata, per tutti i parenti convenuti, manda parecchio su di giri i familiari, immersi nelle loro idiosincrasie e rimossi, scaricati in violenta caduta libera su Louis. Abbiamo intervistato Xavier Dolan per spiegarci questo film e la sua idea totalizzante di cinema.

Ai tempi di Michelangelo Antonioni si parlava di cinema dell’incomunicabilità: è la stessa cosa che accade per i personaggi di È solo la fine del mondo? E soprattutto rispetto al protagonista Louis, nella società occidentale del 2016 è ancora difficile fare “coming out”?
“Penso che sia realmente una questione di incomunicabilità e incompatibilità. I personaggi del mio film non si capiscono, non si ascoltano, non riescono a esprimere le loro differenze. C’è quindi una grande distanza tra loro, una tristezza più vasta che li separa più che unirli. È altrettanto complesso per Louis fare coming-out soprattutto verso se stesso. Tutto dipende dal mondo in cui ogni persona vive. Talvolta, tra una città e l’altra, con poche centinaia di metri di distanza geografica, c’è comunque una distanza culturale di centinaia di anni. Sia in Europa che negli Stati Uniti vedo una recrudescenza dell’omofobia e del razzismo. C’è da chiedersi se di fondo, la nostra società si è veramente evoluta, o se in questi ultimi anni ci è stata raccontata una bugia”.

In È solo la fine… come in Mommy e in altri suoi film si mostra l’incombente presenza della figura materna, ma non si parla mai dell’assenza di un padre, se non nella caratterizzazione di qualche violento fratello maggiore. È una questione biografica personale oppure metaforica della nostra società?
“Avete ragione. L’assenza del padre è ricorrente nei miei film. Morti, assenti, partiti, o se presenti molto evasivi, irresponsabili, fastidiosi. Non ho mai avuto istintivamente la voglia di parlare dei padri. Ma ho sempre avuto lo stimolo di parlare di donne, di madri. Sono figure che m’ispirano di più, che sento più vicine. Le figure maschili, soprattutto paterne, sono più difficile da decifrare per me”.

È solo la fine del mondo è girato in pellicola. Una scelta tecnica e culturale radicale e precisa: può spiegarcene il valore?
“Per me ‘girare’ un film materialmente su pellicola è essenziale. È l’anima del film stesso. Non dico che girare in digitale non possieda un’anima, ma per me la pellicola è come un cuore che batte, è la vita che sfonda lo schermo e pulsa. C’è qualcosa di chimico, direi di biologico con il 35mm. Si possono controllare meglio luci e colore. Poi chiaro che in questa scelta c’è comunque un coefficiente di imprevedibilità. Nel guardare i risultati del filmare spesso diciamo: “Strano, non pensavo venisse così”. Perché non osserviamo l’appiattimento di un’immagine filmata, ma guardiamo la vita della gente catturata a loro insaputa. Il film abolisce la frontiera del cinema mettendo vita e un senso alla natura delle cose”.

Lei si ispira in modo particolare a qualche regista o drammaturgo? C’è prima il testo è un’idea più globale di regia nel preparare i suoi film?
“I film non mi ispirano in modo particolare. Sono invece un grande amante dei libri fotografici e della pittura. Ogni volta che su un libro trovo una foto che m’ispira la acquisto sapendo che un giorno mi tornerà utile. A casa possiedo centinaia di libri di foto. Hanno un loro universo e stile, ma contengono tutti questa virtù un po’ nostalgica, imperfetta e grezza. Ogni immagine fotografica è fonte d’ispirazione per me: talvolta nella sua totalità, altre volte per un piccolissimo dettaglio, un vestito, la postura di un soggetto, una luce, uno sguardo. Nei miei primi due film ho imitato molte opere fotografiche di autori che ammiro profondamente. Nel tempo, poi, ho sentito il bisogno di ispirarmi anche da testi letterari e dalla musica, ma ancora non dai film. È una forma d’ispirazione più efficace che stimola l’immaginario. Con la fotografia, la pittura, la letteratura, un mondo ci separa ancora dal cinema e ci spinge ad iniziare un viaggio da questa idea estemporanea allo schermo. Possiamo partire da una moltitudine di direzioni insospettate e a stimolarmi non è che una frazione di secondo”.

 

Per questa Giornata mondiale contro L'AIDS Gaynews propone la testimonianza e le riflessioni del direttore Franco Grillini fatte un anno fa ma tuttora perfettamente valide.

La prima volta che ho sentito parlare di Aids è stato al gay camp del 1983 a Porto Sant'Elpidio: le lavanderie si rifiutarono di lavarci lenzuola e coperte. Signorilmente risolvemmo il problema comprandocene delle nuove. Ma fu per me uno choc perchè fummo messi di fronte ad una malattia infettiva a probabile esito mortale che sembrava essere solo maschile e omosessuale. Si parlò allora di "gay cancer", di "peste gay", l'ultrareazionario cardinale di Genova Siri parlò esplicitamente del "castigo di Dio". Ai bigotti non sembrava vero che finalmente l'onnipotente avesse dato un segno contro la montante presenta gay nella società. Poi si è visto che "un virus non ha morale", che nel mondo sono colpiti soprattutto gli eterosessuali, che la via di trasmissione più frequente sono i rapporti sessuali non protetti da parte di chiunque senza distinzione di orientamento sessuale.
Dall'84 in poi tutte le nostre energie furono impiegate nella lotta all'Aids, in migliaia di appuntamenti pubblici assieme ai medici infettivologi, di campagne di diffusione del materiale informativo e dei preservativi che regalammo pubblicamente per la prima volta al mondo a Bologna in un giorno del febbraio 1987 a divertiti passanti.
L'Aids, come dice Susan Sontag nel suo bellissimo "l'Aids e le sue metafore", aveva sostituito nella mentalità collettiva la paura del cancro. era diventata la principale preoccupazione di tutti.
Nel 1991 si tenne a Firenze il congresso mondiale sull'Aids che propose la linea della cronicizzazione della malattia e la ricerca nel 1996 ci diede la "triterapia" che risultò subito molto efficace al punto da salvare un gran numero di persone consentendo alla maggior parte delle persone sieropositive di avere un tasso di sopravvivenza praticamente normale.
Da allora di Aids se ne parlò sempre meno, il tema venne messo sempre di più sotto il tappeto e la malattia da fatto anche sociale diventò un problema esclusivamente sanitario e farmacologico. Lo stato italiano smise di fare campagne ed oggi non c'è traccia di un intervento pubblico per la informazione e la prevenzione. Risultato l'Italia è il paese europeo con 140 mila persone sieropositive, il tasso di infezione è tornato a salire in modo molto preoccupante accompagnato all'aumento delle altre malattie a trasmissione sessuale e la sieroprevalenza ci dice che le nuove infezioni sono al 40% tra maschi gay mentre tra gli eterosessuali è al 36%, una evidente sproporzione. E' probabile che gli omosessuali siano più sensibili al tema dei rapporti a rischio e quindi facciano più test mentre tra coloro che sono sieropositivi e non lo sanno ci sia una netta maggioranza etero. Proprio questo è uno dei punti sensibili: le persone non fanno il test che pure è diventato molto semplice ed è decisivo per diagnosticare l'infezione e poterla combattere farmacologicamente con molta più efficacia delle infezioni diagnosticate tardivamente. Nel 2003 proposi in Parlamento tra le altre misure di lotta anche il test liberamente acquistabile in farmacia, ma una levata di scudi dell'associazionismo antiAids mi fece ritirare la mozione. Io ritengo che una persona adulta debba avere il diritto di gestire come crede tutta la propria vita sanitaria compreso il test per l'ìhiv, non a caso ormai il test è acquistabile liberamente in internet e nelle farmacie di Francia, Inghilterra e altri paesi. In Italia no, anche se secondo me ancora per poco. Se vogliamo massimizzare i test e favorire la sua diffusione dobbiamo fare in modo che lo si possa trovare dappertutto nelle condizioni di disponibilità per la privacy che ognuno ritiene più opportuno. Chi si è opposto finora deve riflettere se non sia stato commesso un errore importante. Stesso ragionamento per la Prep con l'antiretrovirale Truvada che si è dimostrato molto efficace nella prevenzione del virus hiv. Ognuno deve avere il diritto di premunirsi come meglio crede nonostante tutti i dubbi sull'assunzione di un medicinale in persone perfettamente sane.
Ma perchè sembra non funzionare o perlomeno non funzionare per tutti la prevenzione all'Hiv? Bisogna dire subito che la responsabilità più rilevante è da imputare alla sessuofobia clericale che ha impedito in Italia una massiccia campagna di informazione nelle scuole. Anzi, il delirio sulla presunta teoria gender si basa proprio su decine di mozioni approvate nelle amministrazioni di destra che cercano esplicitamente di impedire l'educazione sessuale nelle scuole così come chiesto persino dall'OMS. Una vera e propria campagna di aggressione e di terrorismo psicologico e culturale che ha impedito e persino chiuso alcune esperienze di informazione nelle scuole che stavano andando avanti da anni. Ministeri, scuole, gruppi cattolici, sessuofobia imperante, omofobia, una vera e propria strage di stato sull'Aids di cui costoro hanno la piena responsabilità.
Ma il sesso è controllabile? Uno dei punti di più difficile discussione è proprio questo perchè finora la campagna per la prevenzione si basa sull'indicazione dell'uso del preservativo. La risposta è che alcune persone ci riescono, molte altre no. Controllare le proprie pulsioni sessuali soprattutto nel momento clou di alcuni rapporti che magari al momento sono caratterizzati da un certo entusiasmo erotico appare per molti estremamente difficile. Ecco che allora occorrerebbe fare una campagna di prevenzione a "scalare" (se non fai questo almeno non fare quest'altro...) come si era fatto negli anni '80 (ricordo un materiale molto buono della Deutsche Aids Hilfe) e che poi non ho più visto.
Il problema si dice oggi è quello dei maschi che fanno sesso con altri maschi, MSM. Ma più della metà degli uomini adulti soffre di patologia erettile e quindi l'uso del preservativo è molto problematico. Rinunciare alla vita sessuale? Usare i costosi medicinali erettili? E chi non se li può permettere?
Non è certamente qui la sede di una disamina articolata. Tuttavia se si vuole massimizzare l'accesso al test, cercare di ridurre al minimo le nuove infezioni, combattere la discriminazione verso l persone sieropositive occorre dirci la verità per quando scomoda possa apparire. A partire da un discorso sulla sessualità che ha trovato tra il movimento lgbt punte di moralismo estremamente negative e che vede ogni giorno l'opposizione dei bigotti per i quali è meglio un malato in più che un essere umano più felice.

"Patience et longueur de temps font plus que force ni que rage", diceva La Fontaine ne "Le lion et le rat". Il leone può avere bisogno del topo, come insegnava la morale della nota favola. Forse Vittorio Sgarbi, che è famoso per la vasta cultura, ha dimenticato le letture più importanti

Da La Stampa Torino, (28/11/2016)

Hanno preso carta e penna stilografica, hanno riversato in una lettera i loro pensieri di sconforto, per rispondere a Vittorio Sgarbi, che al Maurizio Costanzo Show li ha citati come esempio di due gay, per di più anziani, che si sposano per garantirsi la pensione di reversibilità. E anche per comunicargli che «avevamo pensato di fare causa al critico d’arte , ma poi ci hanno ripensato, non lo merita e non ce la sentiamo. Un’azione legale ci manderebbe in agitazione, siamo anziani».  

LA LETTERA  

«Cari amici e care amiche», scrivono, «abbiamo aspettato un po’ ad intervenire sulla questione delleparole offensive che Vittorio Sgarbi ha pronunciato verso di noi durante la trasmissione del Maurizio Costanzo Show e successivamente quelle che ha ribadito ai giornalisti, ancora una volta offensive e non vere, dunque abbiamo voluto prendere del tempo per riflettere, capire, decidere cosa fare».  

«Siamo stati per un momento d’accordo che la strada migliore fosse quella di un’azione legale perché ovviamente la nostra immagini era stata lesa; poi però a mente fredda ci siamo guardati rendendoci conto che abbiamo tanti anni e soprattutto che per noi un carico emotivo eccessivo ci comporta agitazione, sappiamo che probabilmente sarebbe stata la cosa migliore ma pensiamo anche chedifendere i diritti di tutti e tutte non significa solo farlo in questo modo. Noi, i nostri amici, chi ci conosce sa che in tanti anni di vita abbiamo scelto di stare fuori dai riflettori e in silenzio, di vivere la nostra vita con le difficoltà quotidiane; una Torino e una società non semplice e aperta verso l’omosessualità, abbiamo visto tanti amici che non hanno potuto rendere pubblico il loro amore come lo abbiamo fatto noi. Ci siamo sentiti offesi quando Sgarbi ci ha detto che dobbiamo chiedere scusa allo Stato».  

LE MOTIVAZIONI  

«Come molti di voi sanno io non sto bene, ho scelto con Gianni di sposarmi dopo 52 anni proprio perché se mi dovesse succedere qualcosa voglio che lui sia tranquillo, mi spiace che Sgarbi non si renda conto che quanto successo a noi, può capitare a una qualunque coppia, ma per questo non siamo dei truffatori che rubano i soldi. Abbiamo atteso una vita per coronare il nostro sogno e non dimenticheremo mai la fatica, gli insulti, le difficoltà per arrivare fino ad oggi. Vogliamo con questo dire grazie a tutti coloro che ci sono stati accanto in questi giorni di sconforto e dolore, un grazie alle istituzioni alla Sindaca Appendino, agli assessori Giusta e Cerutti al Presidente Laus, ai senatori soprattutto la nostra amica Magda Zanoni, a Giovanni Minerba per esserci sempre stato accanto con affetto e amicizia. Vogliamo altresì ringraziare il Coordinamento Pride e con voi le associazioni che ci hanno manifestato solidarietà e affetto. Continueremo a lottare e batterci a fianco delle associazioni affinché le persone non debbano sentirsi offese, umiliate e lese solo perché si amano e sono come sono».  

Israele come nuova frontiera del turismo Lgbti, Israele come unico paese libero del medio oriente oscurantista, Israele come isola di salvezza per le persone Lgbt discriminate nella regione. Ciò che si pensa di un paese che comunque resta molti passi avanti rispetto ai suoi vicini (e per certi versi anche rispetto all'Italia) nel campo della cultura dei diritti e del rispetto, si trova però in contrasto con una cultura religiosa che presenta numerose sacche di oscurantismo, come dimostra una notizia di pochi giorni or sono.

La Corte Suprema israeliana ha infatti rinviato momentaneamente la nomina del colonnello Eyal Karim a nuovo rabbino capo dell'esercito. Motivo del rinvio - ha fatto sapere la Corte - le "discutibili" dichiarazioni passate di Karim riguardo donne e gay. In particolare sono state attribuite al rabbino - la cui nomina e' stata avanzata dal capo di stato maggiore Gadi Eisenkot - espressioni negative nei confronti di prigionieri di guerra, delle donne e degli omosessuali, nonche' una velata comprensione verso militari che si rifiutino di obbedire ordini che appaiano loro"in contrasto con la ortodossia ebraica". Contro la nomina del rabbino aveva presentato un ricorso dal partito di sinistra Meretz.

Autoritario, marziale, atletico. Queste le caratteristiche dell'"uomo nuovo", che il fascismo avrebbe voluto plasmare attraverso una militarizzazione del carattere degli italiani. Per i seguaci del Duce, l'omosessualità era pertanto un'aberrazione talmente grave, una decadenza abnorme per la "morale italica", da non essere neppure contemplata tra i reati del codice penale Rocco. Tuttavia le condanne per gli omosessuali furono numerose. Un tema storico - toccato da un capolavoro del cinema come "Una giornata particolare" di Ettore Scola - di cui la Rai, fatalmente erede di quell'Eiar fondato proprio nel Ventennio, oggi si prende carico.

A "Il Tempo e la Storia", in onda mercoledì 23 novembre alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia, Michela Ponzani ne parla con il professor Lorenzo Benadusi, autore del libro "Il Nemico dell'Uomo Nuovo", che approfondisce il tema. La punizione più comune fu il confino. Le isole Tremiti divennero una dei luoghi preferiti per isolare gli omosessuali. Con la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica, gli omosessuali sperarono che anche per loro le cose potessero cambiare. Ma si sbagliavano. Ci volle ancora molto tempo affinché si potesse parlare liberamente di omosessualità senza incappare nella condanna morale o in quella penale.

Da La Stampa (21/11/2016)

«Quello che sta accadendo dei paesi occidentali è che, per la prima volta nella storia umana, la legislazione va contro la natura morale degli esseri umani». Così il patriarca Kirill a proposito del matrimonio-gay. «Non è la stessa cosa, certo, ma in qualche modo possiamo paragonarlo all’apartheid in Sudafrica o alle leggi naziste: erano frutto di un’ideologia e non parte della natura morale. La Chiesa non potrà mai approvarlo». Lo riporta Russia Today. 

«Noi diciamo - ha sottolineato il patriarca nella sua lunga intervista con RT - che la Chiesa non può mai ridefinire il bene e il male, il peccato e la giustizia, ma noi non condanniamo le persone che hanno diverse preferenze sessuali. Grava sulla loro coscienza e sono affari loro: ma ciò non deve essere discriminato o punito, come era pratica comune in alcuni stati. Tuttavia, in nessun caso questo dovrebbe essere accettato come norma sociale non diversa dalla norma sociale che deriva dalla nostra natura morale, cioè il matrimonio tra un uomo e una moglie per creare una famiglia e avere dei figli. Ecco perché crediamo che questa nuova tendenza costituisca una grave minaccia per l’esistenza della razza umana». 

“Russia e Occidente s’uniscano”  

«Continuiamo a sentire che [contro l’Isis] la coalizione internazionale ha il suo metodo e che la Russia ha una posizione diversa. Ma è arrivato il momento di non avere più differenze contrastanti: dobbiamo allinearci gli uni agli altri». Così il patriarca Kirill, capo della Chiesa Ortodossa, in un’intervista con RT. Il patriarca ha sottolineato che dopo il suo storico incontro col Papa in Medio Oriente «non è arrivata una soluzione politica» alla crisi e che le comunità cristiane sono state spazzate via quasi del tutto. 

“Le parole di Trump ci danno speranza”  

«Le parole di Donald Trump sulla possibilità di aprire un dialogo con la Russia, specialmente per quanto riguarda combattere il terrorismo ci danno speranza». Così il patriarca Kirill, capo della Chiesa Ortodossa. «Ha chiaramente sottolineato la necessità di affrontare il radicalismo islamico e il terrorismo», ha aggiunto. «Speriamo che questo faccia fare un passo avanti anche alle relazioni Russia-Usa. Il terrorismo rappresenta una minaccia reale per il mondo intero, compresa la Russia, il Medio Oriente, l’Europa occidentale e gli Stati Uniti, che sono stati duramente colpiti nei primi anni del 21esimo secolo: è giunto il momento di condividere le idee, unire le forze e collaborare per risolvere questo problema che molti paesi e popoli si trovano ad affrontare». 

Il 20 novembre- TDoR a Roma

Il 18 e il 20 novembre 2016 la Capitale commemora il Transgender Day Of Remembrance 2016, giornata internazionale di commemorazione delle vittime della transfobia, con una serie di inziative fra cui ben due fiaccolate.

La prima il 18 novembre - a cura del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, dell’Associazione Libellula,  Beyond Differences Onlus e di T Genus Lazio - alla stazione Termini, uscita della galleria di via Giolitti, alle ore 19; la seconda invece - organizzata da Azione Trans, Gay Center, Arcigay Roma, Arcilesbica Roma è in programma per il 20 novembre alle ore 22 presso la Gay Street, via di San Giovanni in Laterano, con la presenza di Vladimir Luxuria.

Il luogo scelto per la prima delle due commemorazioni del TdOR è un simbolo delle vittime della transfobia dove si consumò uno dei tanti omicidi perpetrati ai danni della comunità transessuale romana, quello di Andrea, la "trans di Termini" uccisa a 28 anni e ritrovata senza vita il 29 luglio 2012 al binario 10. "Un’occasione indispensabile - spiegano gli organizzatori dell'Associazione Libellula - per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni sulle pesanti discriminazioni e vessazioni che le persone trans subiscono quotidianamente, troppo spesso nell’indifferenza generale". L'Italia infatti resta il paese con un un triste primato europeo: quello del maggior numero di omicidi di persone trans, 30 solo negli ultimi otto anni, come ha segnalato il Trans Murder Monitoring Project.

Oltre alle fiaccolate, il Circolo di Cultura Omosessuale mario Mieli invita tutti gli interessati il 20 novembre, a partire dalle ore 15.30, presso la sua sede in via Efeso 2a (Metro B Basilica San Paolo) ad un incontro alla presenza dei rappresentanti delle Associazioni Mario Mieli (Sportello Lili) – Libellula, Beyond Differences e T Genus che faranno il punto della situazione sulla questione transessuale: "Ancora oggi le violenze sulle transessuali sono numerose, tante, troppe vittime senza voce. Il Circolo Mario Mieli da sempre è impegnato nella lotta alla transfobia e per le rivendicazioni della comunità  transgender in Italia,un impegno che si rinnova anche quest’anno con la commemorazione del TDoR".

Chi vive a Roma avrà dunque numerose occasioni per portare il proprio contributo alla causa, non ci sono scuse per non esserci!

Per celebrare il prossimo Transgender day of remembrance (TDoR), o Giornata in memoria delle persone trans, del 20 novembre, proponiamo il pezzo scritto da Elena Tabano pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, 16 novembre, in riferimento ai dati del Trans Murder Monitoring (Tmm) sui crimini dal 2008 al 2016. Solo quest’anno sono 5 le transessuali uccise in Italia, più del doppio dell’anno scorso. Particolarmente a rischio migranti e prostitute

Dal Corriere della Sera

L’Italia ha il triste record in Europa di omicidi di persone transessuali e transgender: 30 negli ultimi otto anni secondo il rapporto mondiale 2016 sulle vittime di violenza transfobica, il Trans Murder Monitoring project (Tmm) del Consiglio Europeo Transgender (Tgeu) che sarà pubblicato domani in vista della Giornata in memoria delle persone trans del 20 novembre (il Trans Day of Remembrance) e che il Corriere ha potuto visionare in anteprima. Moltissime visto che si stima — anche se il dato non è ufficiale — che le persone transgender in Italia siano circa 50 mila. Il confronto con gli altri Paesi europei è sconsolante: nello stesso periodo sono stati 8 i transgender uccisi in Spagna, altrettanti in Gran Bretagna, 5 in Francia (le nazioni con il maggior numero di delitti in Europa dopo l’Italia). Tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo solo la Turchia ha un bilancio peggiore, con 43 morti. L’Italia, oltre che il più alto numero in termini assoluti in Europa, conta anche la più alta percentuale di omicidi rispetto alla popolazione. Sono dati comunque parziali, perché si basano sui casi monitorati dai ricercatori del Tgeu dall’estero a partire dalle notizie sui media: non esiste in Italia una banca dati nazionale sui crimini transfobici né un network di associazione non governative che li rilevino e secondo il Tmm è possibile che il numero effettivo sia anche più alto di quello registrato in Turchia.

 
Migranti costrette alla prostituzione

Quest’anno sono state 5 le persone transgender uccise nel nostro Paese: Katty Piscopo (64 anni, a Napoli), G.Arrivoli (41 anni, a Napoli), Bebel da Silva (45 anni, a Firenze), T.F. Batista (30 anni, a Roma) e Marta Baroni (34 anni, a Brescia), più del doppio che nel 2015, quando erano state due. Quattro vittime su 5 sono donne transgender (persone cioè che avevano assunto un’identità femminile). La maggioranza delle transessuali uccise nel nostro Paese dal 2008, il 93%, inoltre si prostituiva (è al percentuale più alta a livello globale), mentre il 70% (21 su 30 in totale) erano immigrate. «Le donne transgender più esposte alla violenza sono quelle che subiscono gli effetti convergenti di più forme di discriminazione: transfobia, razzismo, disprezzo nei confronti della prostituzione — spiega Lukas Berredo, uno dei ricercatori che hanno curato il rapporto—. Molte delle vittime italiane sono prostitute che lavoravano in ambienti non sicuri, tipicamente di notte in strada». Un altro fattore potrebbe essere la presenza di una numerosa comunità sudamericana emarginata e quindi più a rischio: «In Italia c’è un alto numero di migranti transgender provenienti dal Sudamerica e in particolare dal Brasile. Si tratta in molti casi di persone che sono fuggite dalle dittature negli anni 80: dapprima si sono rifugiate in Francia, poi quando quel Paese ha smesso di accoglierle, si sono spostate in Italia, spesso senza documenti e impossibilitate a fare lavori diversi dalla prostituzione — aggiunge Berredo —. Ma senza una raccolta e analisi sistematica dei dati è difficile capire veramente quali sono le cause di una violenza così diffusa e quindi di conseguenza intervenire».

La violenza nel mondo

In generale tra il 2008 e il 2016 sono stati 2.190 gli omicidi di transessuali e transgender nei 66 Paesi monitorati dai ricercatori del Tgeu. Il più alto numero si è registrato in Sudamerica e America Centrale: 1.117 le persone uccise in questa regione (il 78% del totale). Il più basso in Africa: 12 (lo o,5%). I Paesi con più alto numero di omicidi sono Brasile (868), Messico (259), Colombia (109), Venezuela (109), e Honduras (86) nell’America Meridionale e Centrale, gli Stati Uniti (146) in America del Nord, Turchia (43) e Italia (30) in Europa, India (58) e Filippine (41) in Asia. In generale il numero di delitti è maggiore dove maggiore è la visibilità pubblica delle persone transgender . Questo secondo i ricercatori è dovuto al fatto che il rapporto monitora i crimini «noti»: gli omicidi vengono rilevati di più dove esiste una rete di associazioni non governative che si occupano di raccogliere dati o un sistema ufficiale di monitoraggio e dove è diffusa una consapevolezza che permette di riconoscere gli omicidi di persone trans come tali.

Fonte: La Stampa Torino (8/11/2016)

È un rischio, ma in un settore dominato da una competizione sfrenata è anche un modo per provare a distinguersi. Al World Travel Market di Londra sono sbarcati 5 mila espositori. Ci sono Paesi che stanno scommettendo sul turismo e hanno allestito stand faraonici: l’India, la Spagna (e fin qui c’è poco da stupirsi), ma pure il Costa Rica e molti stati del Medio Oriente. In questo contesto l’Italia prova a scalare le classifiche che la vedono quinta al mondo per numero di visitatori: l’Enit guidato da Evelina Christillin lancia un nuovo corso, il Paese si propone come un’unica entità con le sue varie articolazioni, e la prova è che c’è un’armonia anche scenografica tra gli stand delle regioni, cosa che non si verifica ad esempio nei padiglioni di Francia e Spagna.  

INNOVAZIONE  

In questo contesto diversificarsi potrebbe risultare più difficile, ed è qui che Torino e il Piemonte provano a giocare una carta. Rischiosa, si diceva, ma potenzialmente innovativa. La scommessa è diventare una meta prediletta del turismo gay-friendly, un mercato che vale il 7% dell’intero comparto turistico mondiale e muove oltre 70 milioni di persone l’anno, con una spiccata tendenza a viaggiare e ottime capacità di spesa.  

È una nicchia ma in un mondo che vede i grandi colossi scannarsi per accaparrarsi i nuovi mercati - i viaggiatori cinesi, indiani, arabi, corteggiati spasmodicamente da tutti gli operatori a Londra - la scelta del Piemonte è di non gareggiare con i tanti Golia in circolazione bensì cercare una propria strada.  

IL PROGETTO  

Ieri gli assessori al Turismo di Regione e Comune Antonella Parigi e Alberto Sacco, il direttore dell’agenzia Sviluppo Piemonte Maria Elena Rossi e quello di Turismo Torino Marcella Gaspardone hanno lanciato questo progetto, chiamato «Friendly Piemonte», promosso con Quore, associazione della galassia Lgbt. Con quattro obiettivi: incrementare la presenza di turisti, rafforzare il rapporto tra istituzioni e industria del turismo, favorire la presenza di turisti i particolare in bassa stagione, e fare attività di sensibilizzazione sui temi dei diritti civili e omosessuali. 

COMUNITÀ RICONOSCIUTA  

Non si parte da zero. Nella comunità Lgbt Torino è conosciuta e riconosciuta come città tollerante e aperta. Addirittura è stata di recente citata dal «Guardian» come una delle dieci mete alternative in Europa da visitare almeno una volta nella vita per la sua raffinatezza, modernità e cultura. L’idea, come spiega l’assessore Parigi, è che il lavoro fatto finora per la promozione turistica del territorio sia stato efficace, ma non sia che un primo pilastro. «C’è da mettere a punto una solida strategia di attrazione e promozione, che faccia del turismo uno dei cardini del nostro sistema economico». La sindaca Appendino lo dice in modo un po’ diverso, ma in fondo l’idea è la stessa: «Se così tante persone quando visitano Torino si dicono stupite dalla sua bellezza significa che c’è un grande potenziale ma non è ancora stato fatto abbastanza per promuoverne l’immagine nel mondo».