Mar 25, 2017 Last Updated 4:05 PM, Feb 27, 2017
Valerio Mezzolani

Valerio Mezzolani

"Ieri c'era il Pride e per noi doveva essere una giornata di festa e di gioia. Invece il ricordo che ne serberemo sarà di rabbia, frustrazione ed impotenza". Così inizia il lungo post sul profilo Facebook di Barbara Vecchietti,vice presidente di EDGE, gruppo associato di professionisti, imprenditori e manager GLBT. La sua compagna, Daniela Bellisario è stata aggredita a suon di calci e manate in faccia a pochi metri da una piazza della Repubblica, gremita di polizia in tenuta antisommossa, un'ora prima dell'inizio della parata del Roma Pride, che partiva proprio da Piazza della Repubblica.

"Abbiamo bisogno dell'aiuto del mondo social per aiutare i Carabinieri ad identificare il protagonista di questo gesto codardo. Vi prego fateci sapere se lo conoscete o avete qualcuno che gli somiglia tra i vostri contatti. Dovrebbe chiamarsi Angelo" è l'appello di Barbara al quale si unisce tutta la redazione di Gaynews.

Seguendo i fatti raccontati da Barbara, le due donne si trovavano sedute al bar Dagnino, in Galleria Esedra, quando il loro cane Clok si è avvicinato al cane di un uomo con "occhiali, barbetta, camicia a quadretti prugna e nera e adidas prugna con lacci arancioni" (visibile nella foto). Il ringhio dei due animali ha spinto Daniela ad allontanare il suo cane ma il padrone dell'altro cane ha iniziato a prendere a calci Clok.

Daniela, la compagna di Barbara, ha reagito urlando e frapponendosi al cane e l'uomo, anzichè fermarsi, avrebbe preso a calci la donna. A quel punto è intervenuta Barbara in difesa della compagna: "Evidentemente non è abituato a donne che gli rispondono - si legge sul post di denincia di Barbara -. In diverse occasioni questo ha afferrato Daniela per il collo con una mano. Come potete vedere [dalle foto scattate dalla stessa barbara, ndr],  c'era un sacco di gente intorno. Ma nel frattempo lui era circondato da due suoi amici che, più che portare via lui, hanno cercato di allontanare noi, mentre in nostro soccorso è arrivato solo un ragazzo, quello alto con la maglietta nera e la barba delle foto".

Alla minaccia di chiamare la Polizia, l'uomo avrebbe stappato il telefono dalle mani di Daniela, per tutta risposta l'uomo le avrebbe strappato la camicia, poi restituito il telefono se ne sarebbe andato coi suoi "compari" senza attendere l'arrivo delle forze dell'ordine. Arrivato ad una certa distanza, avrebbe urlato "Lesbicacce de merda".

Purtroppo però l'episodio, già sufficientemente vergognoso, ha un seguito: "Mentre stiamo aspettavamo i Carabinieri - continua il post di Barbara - uno dei camerieri del bar Dagnino, alto e brizzolato, che durante tutta la scena ovviamente era stato a guardare senza muovere un dito ha commentato sprezzante con una cliente 'Signora hanno finito di fare lo spettacolino...'. Daniela lo ha sentito e si è alzata furiosa urlandogli che non si deve permettere, che noi siamo delle clienti aggredite nel suo locale e che è stato offensivo". La risposta sarebbe stata che avendo le due donne dato spettacolo, lui sarebbe libero di dire "quello che gli pare". All'accusa di Barbara di non essere intervenuto e il cameriere avrebbe risposto: "Non sono mica un buttafuori". Il post di Barbara così denuncia non soltanto l'aggressione ma anche l'omissione dei lavoratori del bar, invitando tutti a non frequentarlo più: "Nessuno della direzione ha fatto nulla, nessuno è intervenuto, nessuno ha mosso un solo dito nei nostri confronti né durante i tafferugli, né nei confronti di questo cameriere, né dopo".

Arrivati i Carabinieri, alle loro domande circa il motivo di tanta violenza, Barbara ha risposto "che il pretesto è stato la baruffa tra cani, le motivazioni di tanta violenza ovviamente non le sappiamo, ma non possiamo escludere che il tale fosse infastidito dalla musica del Pride che si sentiva forte e chiara, ma tanto la legge contro l'omofobia in Italia non c'è quindi non fa differenza".

L'appello si conlude con una richiesta di auto per individuare il pericoloso soggetto: "i Carabinieri ci hanno detto che dai video avranno le immagini ma se il tipo è incensurato non ci potranno fare niente perché non riusciranno ad identificarlo.
Aiutateci a trovarlo,perchè è un violento. Perché è uno che un giorno potrebbe ammazzare la donna che gli sta accanto. Oppure pestare a morte un ragazzo fuori dal gay village.
Descrizione: alto circa 1.68-1.70 - robusto, occhiali e barbetta. Aveva un cane bianco, piccolo e peloso. Forse si chiama Angelo. Indossava camicia a quadretti prugna e nera e adidas prugna con lacci arancioni".

"Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori", ma non di persone LGBT.

Questo devono aver pensato gli avvocati dell'ufficio legale di casa Fendi (acquisita nel 2001 dal gruppo francese Lvmh), che evidentemente non sono mai stati a un Pride, quando ieri mattina hanno intimato il ritiro e la distruzione della campagna del Roma Pride 2016 "Chi non si accontenta, lotta" rivendicando di essere licenziataria esclusiva dei diritti d'immagine sul Colosseo quadrato, dichiarato dal Ministero dei Beni e Attività Culturali edificio di interesse culturale. Il palazzo storico, simbolo del quartiere EUR e uno dei monumenti più noti dell'architettura razionalista, costruito tra il 1938 e il 1953, è infatti concesso in affitto alla casa di alta moda fino al 2028.

La notizia ha lasciato allibita la comunità LGBT, tanto che Sebastiano Secci, portavoce del Coordinamento Roma Pride, ha espresso lo stupore di tutti ricordando in una nota che in passato fu proprio Fendi a collaborare con il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli in occasione della Giornata mondiale di lotta all'Aids. Una mossa inconprensibile visto che "Il valore del Roma Pride è internazionalmente riconosciuto - si legge nella nota - oltre al sostegno economico per le iniziative culturali della Regione Lazio e al patrocinio di Roma Capitale ad oggi sono pervenuti i patrocini al Roma Pride 2016 della Ambasciate di: Canada, Quebec, Stati Uniti d’America, Regno Unito, Australia, Germania che, unitamente all’Ambasciata di Francia, parteciperanno con una propria delegazione alla Parata di sabato 11 p.v. A questo punto ci chiediamo - ha concluso Secci - se per “uso improprio” la Maison Fendi non voglia alludere alla presenza di persone appartenenti alla comunità LGBTQI fotografate con il palazzo sullo sfondo. Non intendiamo ritirare la campagna del Roma Pride, ma continueremo ad invitare tutti con forza alla grande parata di sabato 11 giugno, anche perchè il “Colosseo Quadrato” per i romani non sarà mai privato ma un simbolo della città".

Poche ore dopo è arrivata al coordinamento Roma Pride la telefonata dell'ufficio stampa di Fendi e l'equivoco è stato effettivamente chiarito: Fendi non ha alcuna intenzione di provocare un potenziale danno mondiale alla propria immagine, gli avvocati avrebbero agito automaticamente. Le scuse tempestive sono arrivate attraverso un comunicato congiunto che di seguito pubblichiamo.

A volte la comunità LGBT riesce ad avere il potere di imporre il rispetto dei diritti. In questo caso il potere passa anche attraverso il denaro, certo, ma il denaro non è di per sè buono o cattivo, è un elemento della nostra civiltà di cui possiamo e dobbiamo servirci. Centinaia di miliardi di euro ogni anno sono il capitale che le persone LGBT spostano nel mondo. Le grandi aziende lo sanno e questa, in fin dei conti, è una buona notizia.

Comunicato congiunto tra Fendi e Roma Pride in merito al chiarimento dell’equivoco inerente all’utilizzo dell’immagine di Palazzo della Civiltà Italiana.

Da sempre per FENDI la valorizzazione delle diversità professionali, culturali e di genere è parte integrante della cultura della società, la quale in nessuna attività, interna o esterna, discrimina in base all’orientamento sessuale, identità di genere, razza, colore, sesso, religione, opinioni politiche, nazionalità, origini sociali, etnia, invalidità, età, stato civile o altra condizione personale. L’ambizione e la volontà di FENDI sono sempre state quelle di creare team di lavoro eterogenei che riflettano e rispettino le diversità, ritenendole un’importante fonte di arricchimento culturale. FENDI ha chiarito l’equivoco con Roma Pride autorizzando l’utilizzo di Palazzo della Civiltà Italiana nella campagna sostenendo, quindi, la manifestazione del Roma Pride 2016 che si sta tenendo in questi giorni a partire dal 3 giugno fino al 12 giugno e che avrà come momento principe la Grande Parata dell’11 giugno. Il Roma Pride e il Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” sono lieti di constatare l’impegno di FENDI con tutta la comunità LGBTQI e la rinnovata collaborazione che ha unito Fendi e il Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” fin dagli anni ’90.

Fendi – Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” – Roma Pride

Da L'Huffington Post (2/6/2016). "Se esiste un paese più gay dell'Italia, non so quale sia. Non voglio dire gay dal punto di vista demografico. Quello non si può sapere. Intendo spiritualmente gay. Ma allora perché l'Italia non è più gentile con gli omosessuali?". Lo scrive Frank Bruni, critico gastronomico, in un editoriale sul New York Times che analizza il carattere paradossale degli italiani e il trattamento ricevuto dalle persone gay nel Belpaese.

Per Bruni l'Italia presenta anche visivamente molte caratteristiche gay: "E' la mecca dell'abbigliamento da uomo di lusso", Il David di Michelangelo "sembra in posa all' Equinox" (catena di palestre, ndr). "E avete visto quei lampadari di vetro di Venezia, con i loro colori selvaggi e i tentacoli? Sembrano piovre gay che stanno andando a un concerto sotto il mare di Cher".

Il giornalista considera che soltanto nelle ultime settimane dopo anni di battaglie la comunità omosessuale ha ottenuto finalmente una legge sulle unioni civili, anche se politici apertamente gay avevano da tempo conquistato la scena come Nichi Vendola, mentre artisti e cantanti che hanno fatto il coming out sono onorati e celebrati al pari delle star.

Una contraddizione che Bruni vuole mettere in risalto per chiarire che l'Italia presenta una "pronunciata biforcazione tra la vita pubblica e la vita privata". "Questo è un paese di regole barocche - religiose e laiche - ma pochi le considerano stringenti. Perché cambiarle se puoi scegliere a quale obbedire?".

Dunque secondo l'editorialista in Italia esiste l'abitudine di dividere gli àmbiti in maniera rigida, più che altro per "amore della privacy" e non per bigottismo. Questo ha permesso da un lato un ritardo inescusabile nei diritti civili per i gay, ai quali si diceva che potevano benissimo innamorarsi e stare insieme senza problema ma senza pretendere un riconoscimento pubblico. Dall'altro ha fatto fiorire un'anima apertamente gay nell'arte e nelle manifestazioni della cultura italica.

"Dovremmo pretendere che tutti facciano coming out?", si chiede un amico di Frank Bruni, studioso dell'Italia. "Non penso che gli italiani lo vorrebbero, e non per vergogna ma perché amano la loro privacy". Dove gli altri vedono lacune che richiedono una soluzione, gli italiani non vedono nulla - conclude il giornalista.

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La stagione dei Pride si è aperta con il Mediterranean Pride a Napoli di sabato scorso. Domani, primo giugno, è prevista la conferenza stampa per il Roma Pride dell'11 giugno: l'Onda Pride è iniziata (clicca qui per vedere le date). Quest'anno finalmente sembra che l'Italia si sia svegliata dal torpore decennale che l'aveva relegata a margine dei paesi occidentali, i temi dell'uguaglianza e della libertà portati avanti dal movimento LGBT sembrano essere finalmente tornati in primo piano, ma si può davvero essere soddisfatti? Proviamo a fare un punto.

La stagione dei pride, che ogni anno all'inizio dell'estate commemora i Moti di Stonewall del 1969, quest'anno in Italia avrà un sapore diverso dopo l'approvazione della legge sulle unioni civili che, se non garantisce ancora un livello equiparabile alle altre democrazie occidentali, almeno non vede più l'Italia fanalino di coda del mondo libero. Un sentimento che è espresso dallo slogan del Roma Pride di quest'anno, "chi non si accontenta lotta"; la vicenda del mancato patrocinio del Toscana Pride da parte del sindaco di Firenze Dario Nardella mostra peraltro ancora tutta la imbarazzante arretratezza culturale italiana.

Una arretratezza non solo politica e istituzionale: scritte omofobe sono comparse giorni fa sui manifesti del Gay Village, la tradizionale manifestazione dell'estate romana che quest'anno compie 15 anni, come hanno denunciato gli organizzatori: "Nonostante anni e anni di lavoro sul territorio - si legge in una nota -, nonostante l'approvazione delle unioni civili, Roma sembra essere ancora una citta' ostile ed omofoba".

Nella società italiana insomma, come le tante vicende di cronaca dimostrano, c'è ancora un ampio lavoro da fare perchè le persone LGBT siano finalmente percepite da tutti come cittadini di pari diritti e doveri. La politica, per il momento, appare cristallizzata sulla legge appena votata: mentre la parte più retriva e omofoba del Parlamento pensa al referendum abrogativo della pur annacquata legge sulle unioni civili, Matteo Renzi in una intervista ad Avvenire difende il lavoro fatto sinora: "Io non credo che la legge che il Parlamento ha approvato sia una ferita alla famiglia. Riconosce diritti, ma non fa torto a nessuno. Aggiunge diritti senza toglierli ad altri. Detto questo, e' evidente che si tratti di un punto di equilibrio". La linea del premier insomma tenta di rispondere sia ai malcontenti dei reazionari che vorrebbero abrogati i minimi diritti garantiti alle coppie omosessuali dalla legge Cirinnà che quelli di chi, come la gran parte del movimento LGBT, ritiene che la strada non sia affatto conclusa.

Intanto è di pochi giorni fa la notizia del via libera della Corte d'appello di Torino all'adozione del figlio biologico del partner per due coppie di donne: i magistrati colmano così il vulnus della legge Cirinnà, già stralciata della cosiddetta stepchild adoprion per accordi della maggioranza di governo in seguito al niet dei senatori pentastellati a sostenere la proposta del PD. Applicando la legge del 1983 sulle adozioni nelle due sentenze, i giudici (presidente Carmen Mecca, estensore Federica Lanza) si sono richiamati ad una pronuncia della Corte europea dei diritti dell'Uomo e ad una, depositata il 9 febbraio 2015, della Cassazione italiana: il concetto di "vita familiare" deve essere "ancorato ai fatti" e "nessun rilievo puo' avere la circostanza che il nucleo sia formato da un'unione affettiva eterosessuale ovvero tra persone dello stesso sesso".

Insomma, ombre e luci, consapevoli che oggi va meglio di ieri e speriamo vada peggio di domani. La stagione dei pride però ci impone una riflessione non soltanto nazionale ma mondiale. La prospettiva occidentale (del continente americano, dell'Europa occidentale o dei i paesi anglosassoni d'Oceania) sembra, tutto sommato, un percorso "in discesa" dove l'inevitabilità del progresso travolgerà anche i reazionari di casa nostra. Guardando al resto del mondo però ci si accorge come i temi portati avanti nei decenni dal movimento di liberazione iniziato coi Moti di Stonewall siano ancora oggetto di discussione pubblica che non trova consenso maggioritario: troppi sono ancora i paesi dove alle persone LGBT non solo non è riconosciuto alcun diritto ma sono perseguitate dalla legge.

Un esempio positivo arriva dal più avanzato paese africano, il multiculturale Sudafrica memore della tragedia dell'Apatheid, che ha legalizzato le unioni tra persone dello stesso sesso nell'ormai "lontano" 2006 e che è tornato all'onore delle cronache nostrane per un fatto recente. E' di pochi giorni fa infatti la notizia della rinuncia all'abito talare da parte della reverenda Mpho Tutu-van Furth, figlia del premio Nobel Desmond Tutu: la donna è stata costretta a rinunciare all'abito talare perchè "Secondo il diritto canonico della Chiesa sudafricana, il matrimonio è l'unione tra un uomo e una donna", come ha lei stessa dichiarato. Mpho e la sua compagna Marceline Tutu-van Furth si sono ufficialmente sposate lo scorso dicembre in Olanda, quindi hanno tenuto una seconda cerimonia a Città del Capo a cui ha partecipato anche Desmond Tutu, 84 anni.

Libertà, uguaglianza, fratellanza. Dopo tre secoli l'umanità riuscirà a mettere in pratica questi tre semplici e luminosi concetti? Il Pride dovrebbe essere un contributo a questa lotta mondiale, non dimentichiamolo mai e festeggiamo sempre consci che non possiamo sederci sugli allori nè pensare solo alle beghe del nostro italico cortile.

 

Le recenti dichiarazioni del sindaco di Firenze, Dario Nardella, per giustificare il rifiuto di patrocinare il Toscana Pride, la cui parata è prevista per sabato 18 giugno, mette in luce la grande distanza della cultura istituzionale del Paese rispetto a quella della maggior parte dell'Occidente.

Nardella, dopo la bocciatura del PD fiorentino dellla mozione del gruppo consiliare di SEL che chiedeva al sindaco di portare il gonfalone in piazza, ha motivato la scelta spiegando che "sulla base di regolamenti e prassi comunale consolidata, non sono mai stati dati patrocini a manifestazioni che hanno direttamente o indirettamente carattere politico o rispondono a una parte".

Oltre all'incomprensibile vacuità bizantina della formula "carattere politico", non si capisce nemmeno cosa intenda il sindaco per "una parte". Se infatti la parte è quella che sostiene la battaglia per il matrimonio egualitario, il Comune di Firenze partecipa istituzionalmente una "parte" che da sempre si batte contro di esso, come da prassi millenaria (le manifestazioni religiose sono partecipate dal Comune sin dal Medioevo). Dovrebbe dunque forse Nardella interrompere una tradizione millenaria perchè sostenuta da "una parte"?

Un ragionamento totalmente illogico che nasconde l'imbarazzo ma soprattutto l'ignoranza. Ignoranza della natura del Pride, che è una commemorazione storica al pari della commemorazione della Santa Pasqua alla quale il sindaco ha partecipato con tanto di fascia tricolore e gigliata. Il Pride commemora il Moti di Stonewall del 1969, il primo momento nella storia mondiale in cui la popolazione LGBT ha reagito ad una cultura omofobica millenaria, dando vita al movimento di protesta che ha condotto nel giro di pochi anni alla nascita dei movimenti di liberazione omosessuale in ogni parte del globo e, nel giro di alcuni decenni, al riconoscimento dei diritti di centinaia di milioni di cittadini e cittadine in buona parte del globo.

Forse il sindaco Nardella e i consiglieri PD fiorentini del Pride conoscono solo la parata e le sue immagini colorate, forse di quella parata vedono solo l'aspetto esteriore fatto di lustrini, colori e suoni, gente felice e clima di festa. Forse non sanno che quelle immagini carnascialesche sono la celebrazione della reazione ad una delle grandi persecuzioni della storia umana. Forse credono che la libertà che si celebra in quelle occasioni sia "solo" una carnevalata.

A tal proposito allora è bene citare Johann Wolfgang Goethe, che giudicava il carnevale romano "non una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a se stesso". Il Carnevale è un momento di libertà, libertà del popolo, in cui il popolo offre a se stesso le immagini che il potere e i benpensanti non vogliono vedere. E' un momento in cui i potenti illuminati sanno garantire e proteggere la libertà d'espressione, in ogni sua forma.

Forse il PD fiorentino non sa quanto sia costata questa libertà, quanto essa sia preziosa e quanto sia necessario difenderla, specialmente oggi che il mondo si trova diviso in una parte che garantisce diritti ai suoi cittadini e un'altra parte che li discrimina, quando non li uccide. Se la "parte" cui accenna il sindaco Nardella è questa, beh, si tratta della "parte" di chi sostiene la libertà e l'uguaglianza: il Comune di Firenze dunque secondo questa logica avrebbe deciso di non prendere parte per o contro questi principi fondamentali ma di tenersi diplomaticamente super partes. Va bene la libertà, ma va bene anche la discriminazione.

Per questo, come segretario dell'associazione Gaynet, mi permetto di segnalare l'iniziativa dal titolo "Il Pride Unisce!"; un pullman da Roma a Firenze per dare un segnale contro questa incomprensibile e offensiva decisione.

Lorenzo il Magnifico, più di cinquecento anni fa, scriveva i Canti carnascialeschi; ne è passata di acqua sotto Ponte Vecchio ma sembra che il lavoro sia ancora tanto. Perciò gambe in spalla che l'Onda Pride è alle porte, avanti!

Valerio Mezzolani

 

 

“Sulla base di regolamenti e prassi comunale consolidata, non sono mai stati dati patrocini a manifestazioni che hanno direttamente o indirettamente un carattere politico o rispondono a una parte”.

Leggi questo articolo su: http://www.gonews.it/2016/05/23/nardella-non-patrocina-gay-pride-evento-carattere-politico/
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“Sulla base di regolamenti e prassi comunale consolidata, non sono mai stati dati patrocini a manifestazioni che hanno direttamente o indirettamente un carattere politico o rispondono a una parte”.

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“Sulla base di regolamenti e prassi comunale consolidata, non sono mai stati dati patrocini a manifestazioni che hanno direttamente o indirettamente un carattere politico o rispondono a una parte”

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Poco prima delle 14 si è spento Marco Pannella, ricoverato da ieri pomeriggio nella clinica romana di Nostra Signora della Mercede. Radio Radicale ne ha dato l'annuncio con il Requiem di Mozart.

Il leader simbolo delle battaglie di laicità della Prima Repubblica aveva 86 anni e lottava contro un tumore al fegato e uno ai polmoni. Emma Bonino a Radio Radicale lo ha salutato augurando un riconoscimento maggiore rispetto a quando era in vita dei "suoi meriti e la sua presenza nella storia di questo Paese".

Cordoglio da tutto il mondo politico e istituzionale, a partire dal premier Matteo Renzi che, venuto a sapere della sua scomparsa durante l'incontro con l'omologo olandese MarK Rutte, ha definito Pannella "combattente e leone della libertà". Il Presidente del Senato Pietro Grasso ha richiamato le sue "battaglie per i diritti civili" e il cordoglio è giunto anche dai rappresentanti e leader di tutti i principali partiti e movimenti politici, e persino dalla Santa Sede, per voce di padre Federico Lombardi: "Marco Pannella è una persona con cui ci siamo trovati spesso in posizioni discordanti, ma di cui non si poteva non apprezzare l'impegno totale e disinteressato per nobili cause".

Dal mondo dell'informazione si segnala fra tutti il ricordo del direttore del TG La7, Enrico Mentana: "Se oggi possiamo discutere e legiferare su unioni civili, aborto, divorzio breve, staminali, eutanasia, condizioni di vita in carcere e tanti altri temi che toccano nel profondo la nostra società è per molta parte merito di quel rissoso, irascibile, carissimo Marco Pannella. Chiunque abbia passione civile non può non averlo amato e odiato. Chiunque sia sincero non può non riconoscere che l'Italia senza le sue battaglie sarebbe un paese meno libero".

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Una Giornata internazionale contro l'omotransfobia in cui anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha preso posizione contro le discriminazioni e a favore dell'"informazione, dialogo e rispetto", una giornata in cui Angelo Bagnasco ha perso l'ennesima occasione per favorire la modernizzazione della Chiesa cattolica. Proponiamo l'analisi di Ugo Magri su La Stampa.
 
 
(18/5/2016)   I cardinali, diversamente dal Papa, non sono infallibili. Possono sbagliare come tutti gli altri esseri umani, e quando gli capita hanno diritto pure loro a un po’ di misericordia. Per esempio al presidente della Cei Bagnasco, che considera le unioni civili alla stregua di matrimoni gay mascherati, vanno perdonati un paio di errori tattici non da poco, chiamiamoli se si preferisce autogol.  

Primo autogol: sostenendo che tra unioni e matrimoni le differenze sono minime, «piccoli espedienti nominalistici», anzi «artifici giuridici facilmente aggirabili», Bagnasco spiana senza volere la strada alle adozioni gay. Perché quei tribunali che già le ammettono saranno incoraggiati dell’interpretazione estensiva del cardinale; e quelli che non le avevano ancora consentite si sentiranno legittimati in futuro. Se volesse davvero impedire la «stepchild adoption» e il cosiddetto utero in affitto, Bagnasco dovrebbe sostenere il contrario, che le differenze (pur lievi) ci sono e non giustificano dunque una equiparazione coi matrimoni. Probabile che la «vis polemica» l’abbia spinto un po’ oltre.  

 

Secondo autogol: dipingendo le unioni civili come una battaglia infruttuosa, anzi una sconfitta epocale, il presidente della Cei molla un bel calcione a tutti quanti si erano battuti in Parlamento per contrastare la Cirinnà. Li tratta come degli inetti, che sono riusciti a strappare a Renzi soltanto qualche contentino formale.  

 

Alfano, che si è riconosciuto tra i bersagli del cardinale, l’ha presa molto a male. E non solo lui. Tutti i centristi, che avevano sperato in un grazie dell’episcopato, non incassano neppure un briciolo di riconoscenza per i loro sforzi. Servirà loro da lezione, così in futuro si regoleranno diversamente.  

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Forza Nuova ha dato vita a un'altra "dimostrazione". Dopo la dimostrazione in piazza del Campidoglio, in cui hanno srotolato uno striscione col loro nuovo "slogan" - "La perversione non sarà mai legge" - l'aggressione al Gay Center e quella al PD di Testaccio a Roma di venerdì scorso, ieri una dozzina di manifestanti hanno fatto irruzione nella sala convegni Serapo a Gaeta, dove era in corso un dibattito con la senatrice Monica Cirinnà sulle unioni civili.

Slogan, insulti, urli, poi i "dimostranti" sono stati cacciati dal pubblico presente in sala.

"Mettere al bando le liste di Forza Nuova, non solo a Roma, ma in tutta Italia" è l'appello del portavoce del Gay Center Fabrizio Marrazzo, che ha sottolineato come in quelle liste siano presenti "persone che incitano all'odio, a partire dall'autore dell'assalto alla nostra sede, Alessio Costantini, candidato al consiglio Comunale". Per Marrazzo è urgente approvare "l'estensione della legge Mancino che tutela le persone omosessuali da attacchi dettati dall'odio".

L'analisi del segretario Arcigay Gabriele Piazzoni punta invece il dito direttamente contro "La radicalizzazione delle posizioni sui diritti delle persone lgbt e in particolare l'ostentazione dell'omotransfobia da parte di certi politici hanno rafforzato quelle posizioni e iniettato benzina nei circuiti dei violenti. Per questo è necessario che il Parlamento calendarizzi il prima possibile la legge contro l'omotransfobia".

Rosario Coco, presidente Anddos-Gaynet Roma, invocando l'esclusione di Forza Nuova "dalla competizione elettorale per manifesta incompatibilità con i principi della nostra Costituzione" parla di "squadrismo che ritenevamo ormai superato. Apprendiamo che un partito politico che corre per le comunali di Roma vuole 'bruciare i registri delle unioni civili', con inquietante riferimento a una barbarie di altri tempi, dichiarando guerra a una legge dello Stato con metodi al di là di qualsiasi protesta civile".

A Roma si riconferma la presenza di gruppi omofobi violenti e sprezzanti della legge.

Ieri sera (venerdì 13) intorno alle 22:20, alla presenza del portavoce del Gay Center Fabrizio Marrazzo, la sede dell'associazone a Testaccio è stata oggetto dell'aggressione firmata Forza Nuova durante la quale, come testimonia il video pubblicato da Repubblica e girato dagli stessi autori del blitz, Alessio Costantini, responsabile romano dell'organizzazione di estrema destra, ha fatto irruzione insieme ad altri "militanti" dei suoi.

Marrazzo, che era solo in quel momento, ha reagito a quella che è una vera e propria intimidazione squadrista chiamando le forze dell'ordine: "Mi hanno circondato e hanno tirato fuori un volantino [Il testo, "Unioni civili, la perversione non sarà mai legge" viene ripetuto da Costantini nel video, ndr]. Poi uno di loro mi ha chiesto se sapessi di essere perverso e mi ha urlato che la vera famiglia è madre, padre e figlio. UNo di loro è entrato urlando, mentre un altro faceva riprese con lo smartphone, gli altri si sono messi a cerchio attorno alla porta d'ingresso e se ne sono andati solo quando gli ho detto di essere al telefono con la polizia".

A quanto pare però si sono voluti portare un ricordo dell''impresa': "Prima di infilarsi in due auto con le targhe coperte hanno rubato anche una bandiera. E' assurdo che un partito che si presenta alle elezioni con un proprio logo possa aggredire una associazione come il Gay Center in questo modo. Il mondo politico, compreso il centrodestra, deve condannare l'accaduto. Non possono esserci partiti che istigano all'odio".

E' di ieri anche la notizia della comparsa dell'ennesima scritta violentemente omofoba sui muri della Capitale - zona Infernetto, via Ravel - pubblicata da Gaypost, nella quale si legge "Unioni gay=stupro di massa per milioni di bambini".

Un ragazzo residente avrebbe segnalato la cosa al comitato del quartiere, che però avrebbe risposto che la scritta si trova lì da  qualche mese. Lo scorso maggio all'Infernetto era comparsa una scritta omofoba che recitava "gay al rogo". I colpevoli non sono mai stati identificati.

I numeri sono noti: 372 favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti. "La Camera approva" alla fine di un pomeriggio che ha visto il governo incassare anche i 369 sì alla fiducia.

Sono arrivati i voti dei verdiniani di Ala e persino i voti di cattolici come Paola Binetti (se ce lo avessero predetto mesi fa ci saremmo messi a ridere), per via delle alleanze di maggioranza e per lo stralcio della stepchild adoption che ha ha fatto seguito, in Senato, alla rottura del patto col M5S che si rifiutò di sostenere il noto "canguro". Il gruppo dei pentastellati alla Camera, ieri, ha deciso di astenersi.

Una deputata PD come Michela Marzano ha votato sì annunciando l'uscita dal PD in polemica con una legge importante ma "già vecchia". Deputate berlusconiane come Laura Ravetto o le ex ministre Prestigiacomo e Carfagna hanno assicurato il sì al provvedimento contro le indicazioni del proprio gruppo.

Oggi, il giorno dopo, si sono infine riuniti i deputati contrari alle unioni civili per annunciare la campagna per il referendum abrogativo. Tra gli altri, l'allegra brigata era composta da Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi di Idea, Maurizio Gasparri e Lucio Malan di Forza Italia, Gian Marco Centinaio e Nicola Molteni della Lega, Francesco Bruni e Lucio Tarquinio dei Conservatori e Riformisti, Fabio Rampelli ed Edmondo Cirielli di Fratelli d'Italia, Gian Luigi Gigli e Mario Sberna di Ds-Cd, Guglielmo Vaccaro di Italia Unica e il presidente della Commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi.

Matteo Salvini, ha invitato i primi cittadini del Carroccio alla disobedienza: "Sindaci della Lega disobbedite a una legge anticamera delle adozioni gay". Ma per il premier questo è impossibile: "Non lo può fare nessuno. Nessuno ha il diritto di disapplicare la legge, persino il magistrato si ferma davanti alla legge". E la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni, pur annunciando il suo voto contrario alla legge, gela l'alleato Salvini: "Se dovessi diventare sindaco rispetterò la legge". La stessa posizione è espressa dal candidato sindaco del centrodestra a Milano, Stefano Parisi: "Io ho sempre detto che bisogna applicare la legge. Un sindaco deve agire senza fare atti dimostrativi. Se c'è una legge bisogna applicarla. Se fossi sindaco di Milano applicherei la legge". Ma iniziano a giungere notizie di alcune decine di sindaci che chiedono di poter ricorrere all'obiezione di coscienza.

Tralasciando le tristi polemiche di questi mesi e il codazzo di prevedibili polemiche similari, nella giornata di ieri il vero, unico momento da ricordare per il movimento LGBT italiano sarà il momento del voto e il successivo, caloroso applauso dei parlamentari che si sono alzati in piedi e hanno guardato negli occhi i rappresentanti del movimento presenti in tribuna. Un riconoscimento, seppur piccolo, del Parlamento a chi era lì in piccola rappresentanza di un popolo che tanto ha sofferto e lottato, per decenni.

Il sit-in in piazza di Montecitorio, all'annuncio del "sì" è scoppiato in un applauso: la gioia per la vittoria di una battaglia non ha però fatto dimenticare che questo è solo un tardivo e piccolo traguardo, la battaglia riprende. La fontana di Trevi illuminata dalla proiezione di una bandiera arcobaleno, che ha concluso la manifestazione a cui ha partecipato anche la ministra Boschi, è stata la conclusione di un momento di festa meritata.

Non è quello che volevamo, non è quello che meritavamo e lo ha votato persino la Binetti, però è un fatto. Ora la sfida è riprendere la lotta, forti di una nuova coscienza per l'Italia: esistiamo.

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