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Economia

Tim Cook alla Bocconi: «orgoglioso di essere gay» e che questo è «un dono di Dio»

  • Written by Il Corriere della Sera
  • Published in Economia

«Se è vero che mando la prima email ai miei collaboratori alle 4.30 di mattina? No, alle 3.45!» Poi Tim Cook, il numero uno di Apple, esplode in una risata. Ma l'impressione è che i suoi collaboratori non possano ridere granché se non rispondono a quei messaggi antelucani. Rilassato, amichevole ma estremamente concentrato, l'uomo che ha preso l'eredità di una leggenda come Steve Jobs, ha concesso al Corriere un'intervista esclusiva, la prima a un media italiano. Un colloquio in cui è tornato sui temi del suo discorso all'università di Bocconi di Milano: dai diritti civili alla privacy alla responsabilità sociale di un'azienda. Apple ha il più alto valore in Borsa del mondo grazie ai suoi prodotti (iPhone in testa), ma Cook sta cambiando profondamente l'azienda. Dalla chiusura e dalla segretezza dell'era Jobs ora la Mela è passata a un impegno attivo su molti fronti non strettamente legati al business. «L'azienda migliore è quella che serve il bene comune» ha detto alla platea bocconiana. In Italia la disoccupazione giovanile resta sopra il 40%. Apple ha contribuito a creare 80 mila nuovi posti di lavoro,75 mila dei quali legati alle applicazioni per i vostri smartphone e tablet. È una possibile risposta alla crisi a cui i ragazzi possono guardare? «La cosiddetta "App Economy" è in molti Paesi il settore in cui i posti di lavoro crescono più rapidamente. Molti possono imparare a fare app: puoi esprimere una passione e vendere la tua idea in tutto il mondo. Prima dovevi creare un prodotto e andare a lavorare con i rivenditori in ogni singola nazione. L'App Store ha permesso a chiunque di premere un bottone e creare un'offerta globale. Ci sono giochi ovviamente, ma ci sono app per news, shopping o educative. Ero in Cina un paio di settimane fa e ho visitato uno sviluppatore: il padre era un carpentiere e gli ha insegnato l'arte del legno e lui ha creato un'applicazione per trasmettere ad altri come si fa un intarsio. Storie simili sono motivanti». Ma molti sono spaventati da questo cambiamento. Pochi mesi fa Bill Gates ha detto: «La gente non si rende conto di quanti lavori saranno presto rimpiazzati da software e algoritmi». Il fondatore di Microsoft si sbaglia? «Non giudico se abbia torto o ragione. Però il cambiamento nel mondo è una costante. C'è stata un'epoca in cui dovevi saper cavalcare e portare le carrozze. Poi sono arrivati i treni e le auto e abbiamo avuto bisogno di ingegneri. I lavori variano ma il lavoro resta. Vedo questi fenomeni in continuazione in Paesi differenti. Figure professionali che spariscono e altre che nascono. L'importante è che aziende e governi preparino le persone a questo nuovo mondo. Il tuo atteggiamento mentale deve essere di apertura». Nel 2007 avete lanciato l'iPhone e l'anno dopo l'App Store per le applicazioni: all'epoca immaginavate un impatto così profondo non solo sul mercato dei telefonini ma anche sul mondo del lavoro, sulle nostre abitudini e più in generale sulle nostre vite? «Sapevamo che l'iPhone era un prodotto davvero buono, ci lavoravamo da circa 3 anni. Ma immaginare il seguito no... Non lo avevamo interamente previsto. Con l'App Store, che in effetti è arrivato un anno dopo, è cambiato il modo di fare innovazione. All'inizio veniva da Apple, attraverso l'iPhone. E ne facciamo ancora molta con i nostri prodotti. Ma in aggiunta a questo ora ci sono 12 milioni di sviluppatori che innovano a un ritmo incredibile. L'ecosistema è molto forte. L'unico limite adesso è l'immaginazione». Uno dei temi su cui torna spesso è la privacy: «È un diritto fondamentale dell'uomo», sostiene. Ma siamo nell'epoca della «nuvola» di Internet, del cloud computing. Privacy e cloud possono andare davvero d'accordo? «Sì, penso ci possa essere privacy nel cloud. Ma voglio spiegare alcune cose sul mio approccio. Intanto in Apple progettiamo i prodotti in modo da mantenere la privacy delle persone. Ci sono cose relative a te che sono criptate all'interno del dispositivo e non permettiamo che questi dati vadano nel cloud. Non lo facciamo perché ci sembra sia qualcosa che non abbiamo il diritto di sapere. Noi non leggiamo le vostre email né i vostri messaggi. Si possono fare grandi prodotti e insieme avere un'adeguata protezione dei dati personali. Cloud non significa "fine della privacy". Significa solo prestare più attenzione a come i prodotti sono concepiti per garantirla». Lei sostiene che Apple in questo è diversa da altre aziende del digitale, come Google o Facebook: ma la gente è ricettiva su questo tema? «È difficile comunicarlo. Alcuni sono molto sensibili se si parla di riservatezza dei dati personali. Ma io sono convinto che lo diventerebbero praticamente tutti se solo conoscessero la profondità con cui pezzi della loro vita sono presenti nei vari archivi online. Ci sono così tante informazioni Ma in molti casi la cosa importante è che cosa queste informazioni suggeriscono. Non necessariamente quello che dicono prese individualmente. Ad esempio, se io sapessi che cosa tu fai in diversi momenti della giornata, se sapessi cosa compri, quanto denaro spendi, dove vai a mangiare, con chi parli e cosa scrivi nei tuoi messaggi...». Il tuo stato di salute... «Sì, certo, i dati sanitari. E quello dei tuoi investimenti. Se avessi tutti questi dati su di te, potrei elaborare molti altri ragionamenti sulla tua persona. Molte cose orribili succedono se si arriva a questo secondo livello, quando le persone hanno dato il permesso a chiunque di sapere cose di sé. Io credo che un giorno succederà qualcosa di disastroso. E allora faremo una pausa e diremo: "Perché abbiamo permesso tutto questo? Come è potuto accadere?". Io sono ottimista per natura e spero non si avveri, ma è per questo che insisto sulla privacy. Non è qualcosa di separato dal rispetto e dalla dignità umana. È un modo molto diverso di vedere rispetto ad altre aziende». Più volte la stampa ha registrato il suo impegno nella lotta alle discriminazioni di ogni tipo. Ma lei ha messo in prima linea anche la sua azienda: queste prese di posizione fanno bene anche agli affari? «Credo davvero che l'azienda più eterogenea al suo interno sia anche l'azienda più forte. La diversità crea prodotti migliori. C'è un risvolto di business in quello per cui mi batto. Ma non è certo il principale motivo. Quello vero è che è la cosa giusta da fare». Lei si è esposto personalmente: l'anno scorso ha fatto pubblicamente coming out dichiarandosi «orgoglioso di essere gay» e che questo è «un dono di Dio». «Mi sono esposto perché non puoi essere un leader se non sei autentico. Ci sono cose orribili che accadono soprattutto a bambini e ragazzini. Bullismo a scuola, essere trattati come cittadini di seconda classe, essere ostracizzati persino in famiglia. Ho sentito una responsabilità tremenda e ho dovuto dire qualcosa. Prima davo così tanto valore al mio privato che non volevo farlo. Sapevo che ci sarebbero state ripercussioni. Ma a un certo punto, dopo essere diventato ceo di Apple, mi è diventato chiaro che avrei potuto fare la differenza, anche se magari solo per piccoli gruppi di persone. Così ho messo da parte la privacy e ho dichiarato chi sono». Parlando di prodotti, Steve Jobs profetizzò l'inizio dell'«era post-pc». Ma i tablet faticano. L'iPad non fa eccezione. Era solo una moda passeggera? «Io ho profonda fiducia nell'iPad e nei tablet. Questa settimana stiamo lanciando l'iPad Pro. Attirerà attenzione nel segmento business e quello dei creativi a cui diamo una penna digitale dalle caratteristiche uniche. E anche per il multimedia è uno strumento fantastico. Molti sostituiranno il loro vecchio iPad, altri lo impiegheranno al posto di un pc». Ha usato un iPad Pro qui in Bocconi. Ha abbandonato il computer portatile MacBook? «Amo ancora moltissimo il Mac. Ma in questi giorni sono in viaggio e ho con me solo iPad Pro e iPhone». Siamo a Milano. Finora come azienda non avete confermato l'arrivo di un Apple Store in centro città: succederà? «Sì, lo faremo. E lo Store avrà un design incredibile. Sarà un simbolo di apprezzamento verso la vostra cultura. Sarà un grande negozio e assumeremo molte persone. Vogliamo essere dentro la vita della comunità di cui ci mettiamo al servizio».