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Omofobia

Non solo Erasmus. Essere gay o lesbica in una media università italiana: oltre l'omofobia

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Urbino Urbino

Nel giorno del lutto per le povere vittime dell'incidente in Spagna, che ha suscitato un moto di cordoglio internazionale e una rinnovata attenzione alla vita studentesca degli studenti Erasmus di oggi, proponiamo un estratto dal dettagliato reportage sull'esperienza universitaria delle persone LGBT a Urbino a firma di Andrea Perini pubblicato su "Il Ducato", testata dell'Istituto per la formazione del giornalismo di Urbino. Una media università italiana come tante, dove l'esperienza della libertà non è un periodo all'estero ma piuttosto lontano dall'omofobia familiare che ancora imprigiona milioni di ragazzi italiani.

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Il rumore della macchinetta elettrica le risuona nelle orecchie, le ciocche di capelli biondi le passano davanti agli occhi prima di cadere a terra. Non aveva mai avuto il coraggio di stravolgere il suo aspetto fisico. Era un giorno di primavera del 2013 quando Angela, si è accomodata sulla sedia del parucchiere di via Mazzini a Urbino e ha detto: “Tagli, mi voglio sbarazzare di questi capelli ordinari”. E in quel momento si è liberata anche della sua personale maschera dichiarando, con quel cambio radicale di look, la propria omosessualità. Come per Angela anche per Giulia e Katia Urbino ha rappresentato il punto di svolta della loro vita: è diventato il luogo in cui essere se stesse anche vivendo nel ‘sottobosco’ cittadino. Per Andrea invece, la conquista della libertà è passata per le botte e l’ospedale.

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In Italia, stando all’ultimo rapporto Istat pubblicato nel 2012, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale, i più tra i giovani. Urbino di giovani studenti universitari, provenienti da tutta Italia ma per la maggior parte dal Sud, ne accoglie ogni anno più di 14mila arrivando a essere l’unica città, all’interno dei confini nazionali, in cui il rapporto tra cittadini e universitari è di uno a uno. Tra loro, anche se non ci sono dati a confermalo, sono tanti quelli che, abbandonati gli sguardi inquisitori della città d’origine, fanno cadere i veli che fino a quel momento coprivano la loro vera natura.

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In una città che non offre alla popolazione gay associazioni studentesche lgbt, locali ed eventi Giacomo, Roberta e Jacopo, attivisti di Gay and Proud (Gap), Agedo Marche e Arcigay "Agorà" Pesaro-Urbino cercano di rompere il silenzio che circonda il loro mondo a Urbino, ma in generale nelle Marche. “Abituare l’occhio per educare la mente” è l’idea di Giacomo perché “tra le pieghe del silenzio mascherato da completa accettazione si può celare la paura dell’ignoto e di conseguenza l’omofobia”.

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Katia (nome di fantasia) è arrivata a Urbino dalla Calabria nel 2007. Non era consapevole dei propri gusti sessuali. Per lei l’incontro con Urbino doveva rappresentare solo l’inizio della carriera universitaria invece è stato il prologo di una nuova vita molto diversa di quella disegnata per lei.

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“Il mondo gay, prima di arrivare a Urbino, per me non esisteva. La mia vita era già stata scritta: dovevo laurearmi, sposarmi con un uomo e fare dei figli. Ero stata formata per questo. Sono arrivata a Urbino quindi con la consapevolezza di essere quella persona che la società, la cultura del mio paese, della mia famiglia, avevano creato. Il mio personale punto di svolta è arrivato nel 2009 quando mi sono resa conto di essermi innamorata di un’altra donna e che, soprattutto, a Urbino non dovevo provare vergogna per questo. Potevo espormi senza il timore di essere giudicata. A Urbino non ti attaccano etichette al contrario di quello che succede in Calabria. Quello che nel mio paese definiscono come un ‘problema’, sotto i Torricini non desta nessuna preoccupazione”.

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Una volta terminata la propria esperienza urbinate Katia ha fatto ritorno in Calabria scegliendo la carriera politica ed è stata costretta a indossare di nuovo quella maschera che odiava: “Ho iniziato questo percorso ma oggi ho paura che qualcuno possa far uscire questo argomento personale per usarlo contro di me. Devo fingere quindi continuamente di essere una persona che non sono. Quando tornai da Urbino tentai ingenuamente di innescare un cambiamento nel mio paese. Invece ho ottenuto esattamente il contrario. Hanno iniziato a chiedermi se avessi ‘qualche problema’, se attraverso ciò che stavo portato avanti volevo ‘giustificare il mio essere’. Qui non posso essere me stessa come invece lo ero quando frequentavo l’università a Urbino. Solamente a Urbino sono stata una persona vera, sotto tutti i punti di vista”.

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Jacopo Cesari è il presidente di Arcigay della provincia di Pesaro e Urbino, studente universitario iscritto alla Carlo Bo. Jacopo è consapevole che Urbino “non ha un vero e proprio ‘mondo gay’ come possono avere altre città universitarie. Non esistono locali o librerie gay, festival tematici o una particolare attenzione da parte dell’Università o delle istituzioni. La città ducale ha, come qualsiasi altra realtà, una percentuale di popolazione lgbt. Negli ultimi anni il cambiamento culturale in atto in tutto il Paese ha reso questa presenza più visibile anche qui. Nonostante questo le persone lgbt urbinati sopra i 30 anni sono nella stragrande maggioranza ancora non dichiarate. Le studentesse e gli studenti vivono il loro orientamento in maniera un po’ più libera, ma la cosa si limita a Urbino e quando tornano a casa la cosa viene taciuta”.
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Chi tenta quotidianamente, mettendosi in gioco in prima persona, di far conoscere il mondo gay, a Urbino e in tutta la regione sono Giacomo Galeotti e sua madre, Roberta Fumelli. Abitano a Fermignano (PU) e hanno fatto dell’attivismo il loro pane quotidiano. In modi diversi portano avanti la battaglia per i diritti Lgbt. Roberta è una delle fondatrici di Agedo Marche (Associazione genitori di omosessuali). Giacomo è coordinatore per la scuola di Arcigay – Agorà Pesaro e Urbino, e per questo visita i licei di tutta la regione, e rappresentate dell’associazione urbinate Gay and Proud. Giacomo è stato attivista fin dall’età di 16 anni, quando ha dichiarato alla famiglia di essere omosessuale. Poi l’arroganza, le cattiverie e i giudizi critici della gente nei confronti di suo figlio e dei gay in generale hanno spinto anche Roberta a muoversi per cambiare le cose.
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Insieme hanno organizzato e partecipato nel 2014 a Urbino le Olimpiadi di Suca, la parodia delle Olimpiadi invernali di Sochi in risposta alle discriminazione russe nei confronti del mondo gay: “In quell’occasione – raccontano – in città non c’è stato nessun problema. Si è svolta lungo i portici di Corso Garibaldi. Una bella esperienza. C’è stato solo un signore che da lontano, e sottolineo da lontano, ci ha urlato qualcosa, ma niente”.

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Nel 2014, con l’approvazione del doppio libretto universitario, Urbino ha issato sul territorio regionale la bandiera arcobaleno vicino al proprio stemma tra gli atenei che offrono più servizi rivolti alle persone lgbt. L’altra, fuori dai confini marchigiani, in cui purtroppo non può reggere il confronto. Sono troppi i servizi dedicati alle tematiche lgbt mancanti.

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Nonostante questo Urbino ha fatto scuola nell’approvazione di quella delibera. Quando il 16 luglio del 2014 il Senato accademico approvò un libretto in pochi nel panorama italiano lo avevano fatto. I lavoro erano allo stato embrionale. Circa un anno dopo seguirono a ruota gli atenei di Messina, Torino, Urbino, Padova, Verona, Napoli, Bologna, Firenze, Perugia, Genova, Palermo, Catania e Trento. Grazie al doppio libretto universitario uno studente in transizione vede il proprio diritto allo studio e alla privacy rispettati. La segreteria custodisce il libretto con i dati giuridici mentre lo studente per sostenere l’esame utilizza una copia con le sue attuali caratteristiche.

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L’inizio del processo di evoluzione alla Carlo Bo è iniziato quando “un ragazzo venne a parlarci della sua situazione”, ricorda Stefano Pivato, docente di storia contemporanea alla Carlo Bo ed ex rettore. “Dopo quell’incontro approvammo il doppio libretto universitario per gli studenti in fase di cambiamento del sesso. Allora mi stupii che non avessimo ancora sopperito a questa mancanza ma quando si comanda – sottolinea l’ex rettore della Carlo Bo – non è facile avere lo stesso occhio di riguardo per tutti. Subito pensai che era un’iniziativa importante per tutelare la vita privata di uno studente e non far si che questa possa incidere sul giudizio del professore in sede di esame. La delibera passò all’unanimità e ricordo che il ragazzo fu entusiasta. Venne nel mio ufficio più volte per ringraziarmi”.

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In questi anni è stato sufficiente questo per garantire a Urbino il primato regionale. All’università di Macerata il progetto è in fase di discussione mentre non ce n’è traccia all’università di Camerino e al Politecnico delle Marche di Ancona. Ma come per Urbino, nemmeno gli studenti gay di Ancona, Macerata e Camerino possono fare affidamento su una associazione lgbt specifica né tanto meno riunirsi in bar o locali gay friendly.

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Se si escludono le attività organizzate dalle Pari opportunità dell’ateneo, Urbino perde il confronto con gran parte delle università italiane. A Milano ci sono tre diverse associazioni studentesche, l’Ateneo concede la possibilità agli studenti in transizione di avere il doppio libretto e organizza spesso iniziative specifiche sulle tematiche lgbt. A Bologna l’università collabora con il Cassero, il comitato di Arcigay provinciale. Assieme organizzano corsi educativi e mettono a disposizione uno sportello di ascolto. Non solo: l’università di Bologna concede il congedo matrimoniale esteso anche alle coppie gay sposate all’estero. A Napoli l’università ha un vero e proprio osservatorio lgbt nel dipartimento di scienze sociali, lo sportello di ascolto e un progetto, Napoli DiverCity attuato assieme al comune per far scoprire e vivere il mondo gay cittadino. A Cagliari oltre all’associazione Unica LGBT è presente uno sportello di ascolto e consulenza mentre a Perugia, le iniziative dell’ateneo vengono supportate da una vivace vita extrauniversitaria gestita dall'Omphalos Arcigay Perugia.

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