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Claudio Finelli

Claudio Finelli

‘O cuorpo ‘e Napule: la nuova immagine del Mediterranean Pride del 24 giugno

Un originale restyling per il logo del Pride di Napoli (Mediterranean Pride of Naples), che quest’anno sarà dedicato al corpo e alla libertà di autodeterminarsi dal punto di vista sia fisico sia, naturalmente, ideologico (#dirittiecorpo). Un tema che sembra particolarmente attuale, soprattutto se consideriamo il clima di sessuofobia in cui si sono svolte e continuano a svolgersi alcune discussioni politiche nel nostro Paese.

Il corpo, in realtà, sembra essere l’ultima frontiera di una continua aggressione del sistema alla libertà dell’individuo: dalla libertà di riappropriarsi dell’identità di genere, a cui si sente d’appartenere, alla libertà di rifiutare qualsiasi appartenenza di genere; dalla libertà di esprimersi sessualmente nella maniera più indipendente possibile - a prescindere da orientamenti e convenzioni sociali - alla libertà di affermare il diritto alla sessualità delle persone disabili e delle persone mature che vivono come uno stigma l’età che avanza. Il corpo, dunque, è ancora al centro di rivendicazioni che sono innanzi tutto politiche, perché investono le ragioni più profonde e sentite del nostro quotidiano e del nostro vissuto.

E, mentre è in elaborazione una complessa piattaforma politica, a cui stanno lavorando le diverse associazioni Lgbti campane, e si attendono sia lo spot (quest’anno si annuncia una sorpresa notevole con uno spot firmato da un regista eccezionale della scena cinematografica italiana) sia l’annuncio del nome della madrina, il Pride di Napoli presenta la sua nuova immagine: una rielaborazione della statua del Nilo, uno dei simboli più interessanti della storia inclusiva del capoluogo partenopeo.

Accogliendo un'idea di Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, e partendo dal corpo, tema di quest’edizione, Luciano Correale, graphic designer a cui si deve quest'interessante rivisitazione del logo, ha puntato su una statua, quella del Nilo, che sorge a Largo Corpo di Napoli, nel cuore della città, e che, per anni, è stata chiamata cuorpo 'e Napule. Immagine che fu interpretata erroneamente come la statua di un personaggio femminile (anche perché presenta alcuni putti che sembrano essere allattati dal Nilo). Inoltre, al di là della suggestiva indeterminazione di genere, la scultura risale ai tempi della Napoli greco-romana, quando in quell’area urbana si stabilì una comunità egiziana e il popolo napoletano si dimostrò molto inclusivo verso questo fenomeno, tant'è che le colonie vennero soprannominate le “nilesi”, in onore del vasto fiume egiziano e fu eretta la statua del fiume Nilo, divinità simbolo di prosperità e benessere.

«Il logo che ho creato per il Mediterranean Pride of Naples – dichiara Correale – parte dalla nostra rivendicazione di autodeterminarci come corpi e di autodeterminare le nostre scelte di vita, superando ogni “imposizione” culturale reazionaria e borghese. La statua del Nilo è il simbolo del corpo di Napoli, della sua capacità di accogliere e trasformarsi, di farsi immagine di libertà per tutte e tutti, gettando un ponte che attraversa l’intero Mare Nostrum e raggiunge culture antiche che sembrano apparentemente lontane da noi e che, in realtà, sono nella nostra storia, nel nostro comune passato. La scelta del giallo come sfondo dell’immagine intende richiamare la solarità della gioia partenopea e il senso di rinascita della nostra comunità».

LiberaMente Corpo. Nessuna idea è rivoluzionaria se non passa per i nostri corpi: questo, infine, lo slogan della manifestazione.

 

 

 

Identità di genere, una sentenza importante per Regina Satariano

Regina Satariano è una delle indiscusse leader della comunità transessuale italiana: regina di nome e di fatto sia nella militanza sia nella scena artistica del nostro Paese, Satariano è la creatrice e l’organizzatrice storica del concorso Miss Trans Italia.

Qualche giorno fa, è diventata Regina anche sui documenti, ha cioè ottenuto la rettificazione anagrafica anche in assenza di un intervento chirurgico di riattribuzione dei caratteri sessuali primari.

Regina, quanto è durata la tua battaglia?

La battaglia, a essere sinceri, l'ha iniziata per tutte noi Sara, una ragazza transessuale di Piacenza, che nel 2015 ottenne, per prima, il cambiamento anagrafico senza ricorrere all'intervento. La sua fu una lotta importante che giunse fino in Cassazione e Sara vinse proprio perché non ebbe paura di arrivare fino in fondo, affrontando anche spese molto rilevanti.

Come si è comportato il magistrato nel tuo caso?

Il giudice si è limitato a riconoscere ciò che era visibile. D'altronde, perché mai dovrei farmi sottoporre a perizie varie? Io chiedevo solo l'accesso a un diritto che deve essermi riconosciuto senza alcun bisogno di sottopormi a un intervento che non voglio fare. Il problema è che ci sono anche giudici che ostacolano e impediscono il cambio anagrafico. Ecco perché, anche grazie al supporto dell’avvocato Cathy La Torre, abbiamo chiesto alla Corte Costituzionale di esprimersi su questa situazione e di impedire ai giudici, in futuro, di opporsi alle legittime richieste delle persone transessuali. Attendiamo una riposta nel mese di giugno.

Come cambierà la tua vita da oggi in poi?

Mi chiamo Regina dal 1992. È questa la data di nascita di Regina. Dal 1990 al 1992 mi sono preparata e nel 1992 sono nata. Quindi Regina ha 25 anni. La mia vita non cambierà certo adesso. Però cambierà per chi verrà dopo. Perché se ottieni a 20 anni i il diritto di cambiare i dati sui documenti, la tua vita si faciliterà notevolmente. 

Ti è capitato di avere problemi per il fatto che sui documenti avevi un nome maschile?

Certamente. Problemi a fare anche cose banali. Semplici. Per esempio, nei viaggi e negli spostamenti. Spesso il controllo durava ore, era estenuante. Una volta, negli anni '90, a Malpensa, tornando da una vacanza in Brasile, fui trattenuta per un'ora e mezza. E fui trattata come una delinquente davanti a tutti. Fu un'esperienza che non dimenticherò mai. Dopo di allora, ho vissuto per anni con la fobia dei viaggi e degli aerei. Sono arrivata a rinunciare a viaggiare perché l'idea di essere tormentata mi dava il panico. E se ha avuto questo effetto su di me, che sono munita di una corazza bella forte, pensa che effetti può avere su delle persone transessuali più giovani o più fragili.

Insomma, mi stai dicendo che quando si rendevano conto che eri una donna transessuale, ti trattavano diversamente?

Certo! Quando ero alla guida e la polizia mi fermava, casomai per un semplice controllo, si ripeteva sempre la stessa storia: i poliziotti, pensando di aver fermato una “signora” erano gentili e mi davano il "lei". Poi aprivano il documento e cambiavano registro perché leggevano un nome maschile. Passavano subito al "tu", perdevano ogni briciola di gentilezza e mi maltrattavano perché sono trans. La cosa più mortificante è quando accadeva davanti ad altre persone che erano con me e che potevano anche essere all’oscuro del fatto che fossi transessuale. 

 

 

Disabilità, l'attivista Maria Rosaria Malapena il 1° titolo onorario di Social Car Driver

Maria Rosaria Malapena è un'attivista del Comitato Arcigay Antinoo di Napoli. Più precisame è la delegata per l'ambito Sessualità e Disabilità, una delega davvero "unica" nel panorama dell'associazionismo Lgbti italiano.

Maria Rosaria, che è una donna grintosissima, è nata con una tetraparesi spastica che ne compromette i movimenti, una difficoltà che non le ha impedito, però, di essere autonoma e indipendente e di lottare per i suoi diritti come, ad esempio, quello di guidare e di ottenere, dopo un vero e proprio “calvario” burocratico, la patente speciale.

Nonostante le sue difficoltà motorie, infatti, Maria Rosaria ha una grande abilità: è un'eccellente "pilota" e ha fatto della sua esperienza di guida, una risorsa e un punto di forza per sé e per Arcigay, facendo anche da "runner" per la senatrice Monica Cirinnà e per altri esponenti del mondo dell'associazionismo Lgbti nazionale. 

Ed è così che la senatrice Monica Cirinnà, di concerto con l'amministrazione del Comune di Napoli, ha deciso di creare per Maria Rosaria la Social car driver, cioè un riconoscimento onorario che consentirà a Maria Rosaria di offrirsi come autista a chi vorrà sostenere la lotta a ogni tipo di discriminazione ed esclusione. Un riconoscimento che, per quanto sembri simbolico (Maria Rosaria non intende fare la tassista), inciderà concretamente sull'immaginario di chi crede che a una persona disabile debbano essere precluse opportunità e possibilità a cui possono accedere tutti gli altri cittadini.

Maria Rosaria ha ricevuto la "patente" di Social car driver, oggi alle 11.30, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo a Napoli, alla presenza della senatrice Cirinnà, dell'assessora alle Pari Opportunità Daniela Villani, dell'Assessore alla Mobilità Mario Calabrese e del Presidente dell'Arcigay Napoli Antonello Sannino.

«Sono felice di ricevere la prima “Social car driver” contro le discriminazioni - dichiara Maria Rosaria Malapena - e mi ritengo fortunatissima perché ho avuto l’amore e la forza di mia madre che mi ha permesso di arrivare al conseguimento della patente B speciale ma ci sono persone meno fortunate e io spero di aiutare chi è costretto a una vita più limitata, ad ottenere maggiori spazi di libertà e autonomia»

 

Festa delle Famiglie, De Magistris: «Non esiste una sola famiglia»

Sul Lungomare Liberato di Napoli, luogo simbolico di una città che negli ultimi anni ha avviato un interessante processo di emancipazione sociale e culturale, nella mattinata di domenica 7 maggio si è svolta (come in altre otto città italiane) la Festa delle Famiglie, organizzata da Famiglie Arcobaleno con il patrocinio del Comune di Napoli e sostenuta da tutte le associazioni che, sul territorio, lottano per l’eliminazione di stigma e pregiudizio nei confronti delle coppie formate da due uomini, da due donne o da persone transessuali.

«Le famiglie omosessuali – ha dichiarato dal palco Giuseppina La Delfa, leader storica di Famiglie Arcobaleno – non sono solo quelle che vanno al Pride e che, in quell’occasione, sono raccontate dai media in tutta l’esuberanza della parata, ma sono famiglie come tutte le altre. Siamo qui per ricordare ai politici che i nostri figli non sono ancora tutelati e che, sebbene la legge Cirinnà abbia fatto fare un passo in avanti al nostro Paese, è arrivato il tempo di garantire l’accesso alle pratiche di procreazione assistita anche alle coppie di donne lesbiche o alle donne single perché tutte le donne devono accedere in maniera legale e degna alla genitorialità».

 La madrina della festa, l’attrice Rosalia Porcaro, ha ribadito, invece, il senso reale della discriminazione e del pregiudizio: «Quelli che credono che un bambino non cresca bene con due uomini o con due donne, non parlano veramente di quel che accade ai figli delle famiglie arcobaleno perché i bambini crescono benissimo. Parlano del loro pregiudizio e di come loro rifiutino, nei fatti, la realtà delle famiglie arcobaleno. Insomma, il pregiudizio nasce e muore negli occhi di chi discrimina».

 Particolarmente significativa è stata la presenza del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, sempre sensibile alle istanze della comunità Lgbt.

«La Festa delle Famiglie – ha dichiarato il primo cittadino – è un’ottima iniziativa che si fa per ricordare il concetto di famiglie e per sottolineare che non esiste un'unica famiglia ma che esistono più famiglie legate dal vincolo dell’amore: è questo l’unico vincolo che stringe due persone che vogliono stare insieme e che hanno il diritto di fare una famiglia, a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, e devono fruire di tutti i diritti possibili. La Festa delle Famiglie è anche un’occasione per ribadire che c’è ancora tantissimo da fare perché siamo ancora indietro sull’estensione dei diritti anche ai figli».

Infine il sindaco de Magistris, si è espresso anche sull’articolo pubblicato oggi da La Repubblica, in cui la giornalista Liana Milella, sollevando una notevole polemica in rete, ha parlato di “flop” delle unioni civili, sostenendo che il numero delle coppie “unite”, a un anno dal varo della legge Cirinnà, è inferiore alle aspettative soprattutto al Sud: «Sinceramente, non darei troppo peso al dato statistico. A noi deve interessare che ci sia un riconoscimento del concetto di famiglie in modo plurale. Questo è ciò che importa. Forse c’è anche gente che sta insieme, si ama e non avverte necessità di unirsi e del resto la legge presenta anche passaggi che non sono particolarmente chiari. Per esempio, non parla mai di persone ma parla di parti, sembra che si stia stipulando un contratto. Insomma, la legge sulle unioni Civili è una legge importante ma non fa ancora un passo clamoroso in avanti».

 

 

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